venerdì 30 settembre 2011

Avere ragione non basta

Abbiamo ragione. Questo direi che è sotto gli occhi di tutti alla luce dei cambiamenti che sono avvenuti nella nostra società negli ultimi venti anni. Ma non basta. Non basta per rilanciarci, almeno nell'Occidente capitalista che vive un edonismo di fine impero tristemente simile alla "Belle Epoque" che fu anticamera della macelleria della Prima Guerra Mondiale. Forse in molti si sono dimenticati che senza la Prima Guerra Mondiale e le contraddizioni da essa innervate all'interno del sistema capitalista, nemmeno Lenin sarebbe riuscito a imporsi in Russia contro lo zarismo. Dove non riuscirono le tesi leniniste e marxiste (il partito bolscevico fu minoritario fino a poco tempo prima della Rivoluzione d'Ottobre), riuscirono le baionette austro-prussiane e la crisi economica.

Partendo da questo, non scontato, presupposto, occorre trarne ispirazione per approcciarci con meno pessimismo e maggior pragmatismo ai fatti odierni. Ci troviamo in uno stato avanzato di crisi del capitalismo, non mi dilungherò a elencarne i motivi, ottimamente sviscerati da buone analisi portate avanti da studiosi sicuramente più ferrati di me sull'argomento, tuttavia a me questo stadio del capitalismo ricorda la fase evocata da Lenin nelle sue opere (Imperialismo fase suprema del Capitalismo). Vladimir Ilic Lenin parlava proprio dell'imperialismo come evoluzione del capitalismo, una sorta di sua degenarazione, e oggi direi che per certi versi lo spettacolo cui stiamo assistendo in Afghanistan, Iraq, Libia altro non è che la versione attualizzata nel XXI secolo proprio di quel processo. Sappiamo tutti dove portò l'imperialismo del XX secolo, e si spera che questa volta la storia non si ripeta, per il bene dell'umanità, tuttavia ritengo che sia opportuno prepararsi, almeno come partito politico, a qualsiasi evenienza.

Prepararsi a qualsiasi evenienza non vuol dire rinnegare la via democratica o intraprendere le incerte vie della violenza, bensì significa finalmente tornare a essere dei protagonisti attivi e non passivi della storia. L'analisi, importantissima, è una cosa che noi comunisti sappiamo fare molto bene. Da sola però non permette, se non accompagnata anche dalla prassi, di rilanciare un partito in crisi di iscritti e di convinzione, afflitto dall'endemico "pessimismo" della classe dirigente, e soprattutto privo di prospettive che non siano meramente di sopravvivenza. L'analisi è una premessa importante a qualsiasi tipo di lavoro, e direi che dopo vent'anni in cui abbiamo assistito da attori inerti allo sgretolamento del capitalismo e all'emergere di contraddizioni insanabili nel suo seno, sia forse ora di tornare a recitare un ruolo da protagonisti. Come fare?

Sicuramente è molto facile invitare alla pratica e al lavoro, meno lo è indicare cosa esattamente fare e dove esattamente intervenire per conseguire dei risultati. Innanzitutto ritengo sia assolutamente necessario snellire le strutture interne di un partito che è stato pensato e costruito per e nel XX secolo. Utilizzando una metafora sarebbe come gareggiare contro i nuovi modelli di una macchina con lo stesso modello che si utilizzava trent'anni prima; a meno di miracoli le macchine più moderne doppieranno per forza di cosa quelle più vecchie. Cosa fare dunque per progettare nuovi motori e nuove carrozzerie in grado di reggere il confronto con i nostri avversari, che da tempo spendono e spandono nel tentativo di vincere la concorrenza?

Continuando la metafora è come se noi comunisti fossimo un team che in passato una macchina vincente l'ha progettata, anzi forse per innovazione e prospettive la nostra vettura rappresentava per certi versi la migliore.Adattare e rinnovare dovrebbe essere meno difficile che creare dal nulla un modello, è chiaro se questo fino a oggi non è stato fatto, va fatto oggi, senza più perdere un giorno di tempo. Le idee, per quanto rivoluzionarie possano essere, per quanto giuste e condivisibili, se non vengono divulgate nel modo e nel tempo giusto finiscono per evaporare come neve al sole.Noi abbiamo un GAP da questo punto di vista, un GAP di comprensione delle modalità di diffusione delle idee nel mondo contemporaneo, e questo lo dobbiamo in parte alla nostra forma mentis nutritasi con i valori di una ideologia ormai considerata morta o inutile, nostro malgrado, dalla maggioranza della popolazione (d'Occidente si intente). Ma se i nostri dirigenti NON sono in grado di comprendere come comunicare a questa società globalizzata così diversa dall'epoca in cui costoro diventarono dirigenti, allora la risposta è quasi scontata: occorre cambiarli, i dirigenti. Per metterci chi? obietterà qualcuno, spaventato anche solo dall'idea di incrinare il monolite partitico. Per metterci un giovane, e subito, risponderei. Per quanto un giovane possa essere poco preparato,inesperto, impulsivo, chi meglio di lui potrà comprendere il mondo in cui è nato e cresciuto? il XXI secolo è il mondo di chi ha ricevuto la propria formazione a cavallo tra il XX e il XXI secolo, non di chi ha vissuto e si è formato interamente sotto gli schemi del vecchio mondo e della vecchia politica.

Attenzione però. Innovare non significa cedere, nè misconoscere nemmeno una goccia di quella che è stata la storia dei comunisti e del comunismo nel XX secolo. Al contrario, innovare significa attribuire a quella storia e a quei valori un'importanza tale da meritare il tentativo di riportarli ai fasti che meritano. E questo, giocoforza non può che passare dal tentare di attualizzare il comunismo a una società che, se non è cambiata per niente per quanto riguarda le dinamiche del capitalismo e della lotta tra le classi (e anche del rapporto lavoratore-mezzi di produzione), è cambiata completamente come valori dominanti e come struttura sociale.

Tutto questo va fatto tenendo conto di alcune cose. Innanzitutto da qui ai prossimi 20 anni ci saranno dei cambiamenti epocali e assolutamente imprevedibili. Questo non lo dico in base a una presunta dote di preveggenza bensì lo sostiene la storia, Magistra Vitae, come dicevano i romani. La storia ci dice che l'Ottocento è stato un secolo differente dal Novecento, e che quindi il XXI secolo sarà giocoforza differente dal XX. Chiaramente non si attende un avvento millenaristico che cambierà la storia come se fosse piovuto dall'alto, bensì si attende che un processo rivoluzionario maturi a compimento per poi giungere a fioritura al momento opportuno. Tutto questo sta già avvenendo, e in qualche misura noi comunisti, anche in Italia, stiamo facendo il nostro compito minimo: sopravvivere e mantenere con la stessa sopravvivenza un'alternativa,anche se debole e frenata.

Il XXI secolo è già diverso dal XX, ma i processi che stanno innestando il cambiamento hanno messo i semi negli anni Ottanta del Novecento,e, nel 2011, dopo quasi trent'anni, già iniziamo a vederne i risultati nella vita di tutti i giorni. Il compito dei comunisti del XXI secolo deve essere quello di lavorare per portare a maturazione i cambiamenti e orientarli verso una prospettiva che, pragmaticamente parlando, ci possa consentire di ripartire. Questo non è il tempo della teoria, ma della prassi, verrebbe da dire. E' il momento in cui bisogna piantare altri semi badando che quelli vecchi non secchino.E per farlo occorre lasciare alle spalle i facili e comprensibili pessimismi, e vestire le vesti dell'ottimismo di chi, nonostante tutto, è convinto di avere ragione. Chi ha ragione tendenzialmente, se non possiede l'acume per convincere con la dialettica gli avversari, o la forza per costringere gli altri a seguirlo, allora non può che armarsi di pazienza e aspettare. A quel punto ha due alternative: la prima, quella che abbiamo percorso negli ultimi vent'anni, fallendo, prevede di lavorare per cercare di cambiare i rapporti di forza in modo da riuscire a convincere le masse; la seconda prevede di sopravvivere, in attesa che la realtà riesca dove noi abbiamo fallito, far capire la nostra ragione. Chiaramente le alternative 1 e 2 non si escludono a vicenda. Sta a noi percorrere entrambe senza sosta.

D.C.

domenica 31 luglio 2011

La scommessa.

Con i miei precedenti interventi ho cercato, spesso sicuramente in modo un pò troppo superficiale e affrettato, di delineare una visione ben precisa dell'organizzazione sociale del capitalismo avanzato in questo inizio di XXI secolo. La situazione entro cui ci troviamo in Italia è particolarmente drammatica per via delle difficoltà economiche e dell'assalto alle istituzioni di una destra eversiva e predatoria, che ha il chiaro intento di attaccarsi inesorabilmente agli ingranaggi dello stato.

In questo capitalismo predatorio all'italiana che sta attraversando, forse, il suo periodo crepuscolare, le forze comuniste, o quelle che ancora ambiscono a chiamarsi tali, risultano divise, frammentate, deluse e soprattutto marginali. Non sta scritto da nessuna parte che questo stato di cose durerà per sempre, ma molto, è chiaro dipende anche da quello che riusciremo a dire e fare nei prossimi tempi. Io sono convinto che alla fine inevitabilmente trarremo giovamento dallo sfascio della classe politica attuale, uno sfascio che per forza di cose non ci trascinerà a fondo dato che dal 2008 siamo inevitabilmente stati esclusi dal parlamento e quindi dalla gestione del potere e dell'economia. Certo, non illudiamo almeno noi stessi, se rimarremo fuori da questa tempesta lo saremo più per causalità che per determinata volontà, tuttavia dovremo capitalizzare al meglio questo possibile vantaggio morale per concretizzarlo in un azione reale nella società capace di aggregare le proteste sociali intorno ai nostri simboli e alla nostra struttura organizzativa.

mercoledì 27 luglio 2011

Ripudiamo l'Europa di Breivik e dei razzisti

Anders Behring Breivik ha massacrato nell'isola di Utoya circa 68 ragazzi a colpi di arma da fuoco. Lo ha fatto coerentemente alle sue idee estremiste di destra, conservatrici e intolleranti, impastate di misticismo e religione cristiana fondamentalista. Ci hanno raccontato da almeno dieci anni di uno scontro di civiltà in atto tra Occidente e Islam, è questo che è riuscito a produrre il mondo dopo caduta dell'Unione Sovietica e la crociata antimarxista. Ora, dopo il successo di questa crociata ci si vuole spingere oltre, e Breivik, seppure tutti abbiano preso le distanze da lui, ha solamente portato alle estreme conseguenze le idee della destra estremista e conservatrice che sta prendendo piede un pò in tutta Europa.
In Italia Mario Borghezio ha difeso le posizioni di Brievik causando una presa di distanze netta e convinta di tutto lo spettro politico,da destra a sinistra, ma le parole di Calderoli, che ha definito le dichiarazioni di Borghezio farneticanti, non possono essere sincere. Calderoli ha fatto pascolare maiali sulle moschee, ha dichiarato che la Francia ha una nazionale di calcio di islamici, zingari negri e comunisti, e non si è mai dissociato dagli atti di vergognoso razzismo dei vari Borghezio, Gentilini e compagnia cantante. Non lo ha fatto perchè la Lega rappresenta esattamente il prototipo del partito identitario di estrema destra, nazionalista e che persegue il fine dell'annientamento del multiculturalismo, il progetto ammirato da Brievik, il mostro di Oslo.

Borghezio si è difeso dicendo che le sue idee sono quelle di Oriana Fallaci, come se questo fosse una scusante. Ora, per i lettori riportiamo solo uno stralcio delle parole della defunta scrittrice, non certo una candidata al nobel per la Pace: « Sì, io odio i Bin Laden. Odio gli Zarkawi. Odio i kamikaze e le bestie che ci tagliano la testa e ci fanno saltare in aria e martirizzano le loro donne. Odio i bastardi che insozzano le facciate delle chiese. Odio gli Ward Churchill, i Noam Chomsky, i Louis Farrakhan, i Michael Moore, i complici i collaborazionisti, i traditori, che ci vendono al nemico». Ora, da comunista io mi sento di rigettare con violenza tutte queste posizioni razziste, intolleranti e antimoderne. L'Europa cui Borghezio, Brievik e l'ammasso dei loro sostenitori guarda è l'Europa delle crociate, l'Europa dell'oscurantismo che bruciava vivi gli eretici, un Europa ottusamente fanatica in un mondo in cui i "talebani" eravamo noi, e i tolleranti, amanti della scienza e della cultura erano proprio gli arabi che rovinano i sonni del povero Borghezio.
Osservando il mondo in macerie del 2011 provo l'orgoglio di ritenermi ancora marxista e comunista nel 2011, un orgoglio da non declinarsi solo come mero orgoglio identitario, bensì come pratica quotidiana di approccio alla realtà, un approccio qualitativamente e oggettivamente superiore, sotto ogni punto di vista, alle derive violente e orribilmente oscurantiste che stanno prendendo piega nel XXI secolo.

Che piaccia o no, venuta meno l'ideologia, ovvero il collante capace di coordinare gli sforzi di culture e religioni diverse verso un fine comune, nel mondo sono tornati a farla da padrone il profitto e Dio. Il profitto è il "Dio" capitalista lasciatoci dal mondo post-guerra fredda, prodotto dalla vittoria del modello americano su quello sovietico e dallo sgretolamento inesorabile della visione marxista della società; il "Dio" che ci viene lasciato dalla distruzione degli ideali socialisti, comunisti e marxisti è invece un Dio maledettamente crudele, un Dio intollerante che propugna il "clash of civilizations", rigetta il multiculturalismo, e trova come propellente il fallimento e il disgregamento sociale provocato dal capitalismo in rovina. Il sistema economico attuale negli ultimi vent'anni ha prodotto disuguaglianze crescenti, e non voglio dilungarmi sul deserto culturale e valoriale che ne è l'inesorabile conseguenza. Il fanatismo intollerante e razzista è il risultato di un approccio che, al posto che comprendere che questo azzeramento valoriale è strettamente correlato al sistema economico che lo ha prodotto, ne addossa la colpa al multiculturalismo e alla globalizzazione, sicuramente la via più semplice di affrontare un problema troppo complicato per ricevere delle risposte univoche.

Un mondo capitalista regolato unicamente dal profitto e dalle leggi di mercato, in sostanza, una volta deprivato delle ideologie che tenevano insieme i lavoratori di ogni cultura, ogni paese, ogni religione, in quanto facenti parte della stessa classe sociale di sfruttati,non può che portare alla lunga a una divisione tra i lavoratori operata in base a criteri etnico-religiosi, che potrebbe alla lunga portare a una balcanizzazione mondiale e al tanto sbandierato "Clash of Civilizations". Le teorie marxiste e comuniste sono un antidoto rispetto a questo. Le teorie socialiste si muovono verso un superamento graduale delle differenze etnico-religiose tra i paesi, promuovendo forme di cooperazione comune in vista di un fine condiviso, un fine che vede i lavoratori e gli uomini di tutto il mondo cooperare per una società dove vi siano giustizia e uguaglianza per tutti. Per questo come comunisti del XXI secolo dobbiamo rivendicare il nostro netto rifiuto nei confronti di qualsiasi conflitto che avvenga su base che non sia prettamente di classe, ovvero teso al rovesciamento dei rapporti di forza che vedono i mezzi di produzione nelle mani del 10% della popolazione mondiale.Per questo come comunisti del XXI secolo dovremmo comunicare agli estremisti di destra di tutto il mondo, e sono tanti, che troveranno in noi sempre e comunque degli instancabili oppositori nel loro disegno bestiale di distruzione. Ovunque ci saranno dei comunisti ci sarà ancora qualcuno pronto a lottare per la cooperazione interetnica volta al superamento del capitalismo e all'amicizia tra tutti i popoli mondiali; e anche se siamo deboli e battuti, sarà la stessa sopravvivenza delle nostre idee a rappresentare una minaccia terribile per tutti i razzisti del mondo. I razzisti e i fanatici del mondo devono sapere che troveranno nei comunisti una barriera inesorabile che dovranno superare se vorranno cercare di imporre la loro terrificante visione della realtà. Per questo non dovremo mai vergognarci di sbandierare le nostre idee, idee che parlano di solidarietà tra i popoli laddove il capitalismo parla di competizione e il fanatismo di estrema destra parla di odio

D.C.

giovedì 21 luglio 2011

Tutto il male abbiamo davanti, tutto il bene abbiamo nel cuore.

"Tutto il male abbiamo davanti, tutto il bene abbiamo nel cuore": mai frase di una canzone è stata così attuale per chi, come noi, si scervella giornalmente per costruire una prospettiva socialista e comunista che sia reale e non solamente illusoria. Credo che sia necessario, al fine di portare a compimento un lavoro che sembra oggettivamente titanico, per prima cosa toglierci di dosso le zavorre che abbiamo ereditato dagli errori del passato. Viviamo in un'epoca dove tutto ciò che nel XX secolo è stato utilizzato per aumentare il benessere sociale e l'avanzamento culturale delle masse viene oggi etichettato come "comunista", e quindi come sostanzialmente sbagliato. L'errore che, a mio giudizio, è stato commesso da una certa parte della socialdemocrazia mondiale è stato proprio appiattirsi sulle rivendicazioni e sulle teorie di coloro che per tutto il XX secolo sono stati dei veri propri nemici di classe, prima ancora che nemici politici.I comunisti sono rimasti da soli, e considerato che già prima, quando vi era una unità sostanziale di intenti con le socialdemocrazie mondiali (non certo per tutto il XX secolo), comunque il mondo era diviso in due blocchi, è chiaro che con lo sfaldamento di uno di essi il castello di carte è crollato. Ma cosa intendo per socialdemocrazia? Innanzitutto non sto parlando del concetto di socialdemocrazia tout court, bensì sto parlando di un particolare approccio tenuto da una certa parte della sinistra (nel secondo dopoguerra), la quale pur riconoscendosi inizialmente nelle rivendicazioni di grandi partiti comunisti occidentali quali il PCI, il PCE, e il PCF, ha finito prima o dopo per operare uno slittamento inesorabile che l'ha portata a dolorosi cambi di campo o ad acrobatiche alleanze contro gli amici di un tempo. Mi rendo conto che affrontare un tema così complesso in poche righe possa essere superficiale prima ancora che fuorviante, tuttavia a mio giudizio è proprio dietro questo slittamento che bisogna guardare per rendersi conto del come i nostri nemici sono riusciti a distruggerci.

"Divide et Impera"era la parola d'ordine dei romani, il primo popolo capace di edificare il suo dominio su un'intero continente basandosi proprio su questo diktat. E' una formula ancora attuale quella degli antichi romani, una formula che i nostri avversari di classe hanno applicato, gli va dato atto, in modo a dir poco perfetto. Basti vedere alla parabola dei sindacati in Italia, unificati con la Cgil nel 1944, per poi subire la scissione di Cisl e Uil dopo il tentato assassinio di Togliatti nel 1948. Non appena si è passati dall'entusiasmo e dalla spinta unitaria della fine della guerra, alla costruzione dei blocchi e al nascere della guerra fredda, ecco che i sindacati si sono divisi lungo le linee di faglia della lotta politica, sociale, di classe. Un sindacato diviso è un sindacato più debole, e gli avversari politici di PCI e PSI subito dopo la guerra avevano un disperato bisogno di indebolire gli avversari. Si può poi andare oltre, facendo riferimento alla parabola stessa del PSI, divisosi al suo interno per colpa di Saragat, nel 1947, il quale andò a fondare il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), sancendo così una divisione incolmabile con il PCI, oltre che mettendo nero su bianco una divisione di intenti e di visione della società.

Certo, anche nel PCI la situazione non era idillica,lo stesso PCI si modificò nel corso del tempo, fin quando la componente che possiamo definire forse grossolonamente più "socialdemocratica" non è riuscita a prendere le leve del partito, allontanandolo lentamente, ma inesorabilmente, dalla sua vera natura di partito anticapitalista e comunista di massa, il quale si dovrebbe proporre un superamento della società capitalista per la costruzione di una società socialista, e non solamente un lento appiattimento verso un tentativo di correzione dall'interno del sistema capitalistico; una visione questa più che rispettabile ma che non ha nulla a che vedere con il comunismo, il quale anzi è nato (si pensi alla nascita del PCI nel 1921) proprio per marcare la propria alterità e il proprio diritto a voler perseguire un salto rivoluzionario. Beninteso questo testo non vuole affatto essere un pamphlet contro i socialdemocratici, in quanto ritengo grottesco e inutile arroccarsi su posizioni ortodosse a priori, rifiutando il test della realtà di tutti i giorni; tuttavia credo che dissipare questi coni d'ombra sul nostro passato possa essere solo utile per il futuro. Come ho ribadito poco prima non vi è assolutamente nulla di male nel decidere che sia utile per l'umanità smetterla di criticare il capitalismo proponendo il suo abbattimento e l'instaurazione di un sistema differente, tuttavia basterebbe già esigere altrettanto rispetto per coloro i quali vogliono ostinarsi, in pieno XXI secolo, a ribadire che il capitalismo non può essere modificato se non con una rottura rivoluzionaria o comunque con la volontà del suo superamento.

L'idea socialdemoratica di riuscire a giungere al superamento del capitalismo per via democratica, rispettando e governando le regole del capitalismo, è semplicemente un'idea falsa, un 'idea sbagliata e soprattutto smentibile dalla storia. Rientra, a mio giudizio, all'interno della formula del "Divide et impera" di romana memoria, in quanto divide inevitabilmente la cosiddetta "sinistra" mondiale in due schieramenti. E se fino al 1989 la parte prevalente era quella comunista, negli ultimi vent'anni quella prevalente è stata quella socialdemocratica, e i diversi risultati portati a casa per i lavoratori e per la stragrande massa della popolazione mondiale sono sotto sotto gli occhi di tutti. Quando la parte prevalente dello schieramento che chiameremo per semplicità di "sinistra" (per quanto parlare di sinistra in Occidente negli ultimi vent'anni risulti alquanto complicato)era quella comunista, che si richiamava alla tradizione marxista-leninista e alle esperienze teoriche e pratiche del XX secolo, i vantaggi conseguiti per le fasce popolari sono stati immensi, più grandi che in tutte le epoche passate della storia umana. Man mano che tale componente si è andata svuotando, ecco che le conquiste e i vantaggi delle fasce popolari sono andati lentamente scemando, fino a che, quando la componente comunista è diventata completamente marginale,ecco che da un lento progresso le fasce popolari iniziano a conoscere un velocissimo regresso, un regresso che le sta portando a calci verso il XIX secolo.

Vi è poi un altro tipo di approccio utilizzabile per cercare di rilanciare le idee socialiste e comuniste in questo bizzarro XXI secolo, ed è l'analisi storica del progresso umano e l'analisi del funzionamento delle società umane nel corso della storia. Qualora si utilizzasse un metodo di analisi di questo tipo si potrebbe verificare come le idee comuniste e socialiste siano solo state verbalizzate, schematizzate e organizzate da Marx e Engels nel XIX secolo, ma che invece abbiano avuto la loro origine millenni prima, da quando l'uomo cioè ha cominciato a vivere in società complesse e ha cominciato l'organizzazione del lavoro e del potere. La richiesta di una divisione equa delle risorse e di una ripartizione giusta delle cariche e del lavoro è infatti vecchia come l'uomo, in che modo si potrebbe infatti definire la lotta che fu di Spartaco contro la schiavitù come diversa da quella combattuta dagli operai e dai lavoratori tra XIX e XX secolo per il riconoscimento dei propri diritti personali? Cercare di banalizzare i contenuti di quello che si chiama "comunismo" identificandoli unicamente con alcune esperienze del XX secolo,spesso decontestualizzate, non è altro che il tentativo di chi si oppone alle rivendicazioni succitate di congelare in modo irreversibile la divisione del potere e lo status quo. E il bello è vedere che soprattutto molti comunisti fino al 1989 sono stati proprio loro a cadere nel tranello, essendo i primi ad aver preso le distanze da alcune rivendicazioni che, una volta abbandonate, sono state dimenticate per sempre.
D.C.

venerdì 15 luglio 2011

Russia: com'è la vita con il capitalismo?




MOSCA, 15 LUG - «Come vivete, moscoviti, sotto il capitalismo»: è lo slogan usato dal partito comunista russo (Kprf) su sei mega poster con il ritratto del loro leader Ghennadi Ziuganov, sullo sfondo di una bandiera rossa con Lenin e Stalin e di un corteo comunista. Ma la loro esposizione è stata breve, come riferisce il quotidiano Kommersant. I cartelloni sono stati prontamente rimossi ed ora i comunisti accusano le autorità municipali di averli tolti senza giustificazione. L'iniziativa non era comunque certamente gradita in vista del doppio turno di elezioni (legislative a fine anno e presidenziali a marzo 2012) in un momento in cui un'ampia fascia della società - più in provincia che a Mosca - vive in condizioni spesso al di sotto della soglia di sopravvivenza.

mercoledì 13 luglio 2011

Il volto della vergogna

Ci troviamo sull'orlo del baratro. Siamo di fronte all'ennesima finanziaria di lacrime e sangue imposta dalla contingenza per tenere a galla questo paese. Abbiamo assistito, inerti, alla demolizione di parte dello stato sociale conquistato con durissimi sforzi nel secondo dopoguerra; abbiamo assistito inerti alla presa del potere di una destra cleptocratica che vive nel totale disprezzo delle regole democratiche. Oggi, lo scenario che abbiamo di fronte ai nostri occhi è un cumulo di macerie fumanti, e la cosa ancor più grave è che il nostro governo è in mano a una banda che non si fermerà.

Non lo farà. Perchè dovrebbe fermarsi? fanno quasi tenerezza gli italiani che sembrano sbalordirsi di fronte alla nitidezza dell'arroganza e della strafottenza di questi signori, salvo poi aver zittito e offeso coloro che li mettevano in guardia negli anni precedenti. In Italia è diventato di moda non essere comunisti, anzi trattarli come degli sfigati, dei reietti. E' diventato di moda perchè il Pci non esiste più, è sin troppo semplice, mentre i nemici politici del Pci esistono ancora; e non ci va un genio a capire che una guerra, se una delle due fazioni si ritira, viene vinta dagli avversari. Solo che a noi italiani hanno raccontato che questa guerra non è mai stata combattuta, per tenerci buoni, e come dargli torto? nessuno ha fatto nulla, nessuno ha detto nulla, abbiamo lasciato che costoro sguazzassero nel vuoto cosmico della politica, sostituendo con il vuoto cosmico lo spazio un tempo ricoperto da contenuti e dalla cultura.

Ormai, è quasi troppo tardi per rimettersi in carreggiata. Grazie alle menzogne, alle false verità, persino i valori un tempo ritenuti essenziali sono stati picconati. La solidarietà non è più un valore, la bontà, l'onestà vengono ormai considerate delle doti perdenti, magari ancora difese a parole, ma rinnegate nell'intimità del singolo.Per molti dei politici del centrodestra che ci governano, il concetto stesso di Welfare è un concetto negativo. Ora, il welfare, anche noto come stato sociale, non dovrebbe essere un concetto ideologizzabile e politicizzabile, non dovrebbe essere concesso a un politico di dichiararsi contrario al welfare, è semplicemente un'assurdità. Lo stato sociale significa aiutare le persone in difficoltà, significa che lo stato si deve prendere carico di quelle persone che non riescono a prendersi cura di se stesse e degli altri, e lo fa indipendentemente dalla colpa presunta o supposta (ammesso che si possa parlare di colpe)dei cittadini. E' oggettivamente una bestialità ritenere lo stato sociale una cosa negativa, e in questo essere di sinistra o di destra non c'entra assolutamente niente.

Eppure in nome della lotta al comunismo, assurto negli anni Settanta e Ottanta alla quintessenza del regno di Satana sulla terra, si è giusitificato persino la messa in discussione dello stato sociale. Ora pochi sanno che il welfare, come chiosato da Eric Hobsbawn nel suo capolavoro "Il secolo breve", è stato un concetto che il capitalismo ha letteralmente "copiato" ispirandosi niente di meno che alle teorie marxiste e socialiste/comuniste di attivismo statale all'interno della società e dell'economia. Questi personaggi che reggono il destino del mondo si sono trovati vincitori senza più avere avversari, e quindi non vi è stata alcuna barriere allo straripare dei loro danni, danni che hanno sconvolto la società civile di tutti i paesi occidentali. I vincitori, come spesso accade quando vincono troppo facilmente, sono anche arroganti. E come definire diversamente una classe politica che continua, anche di fronte al proprio palese fallimento, a difendere il proprio operato di fronte alla miseria sociale da essi stessi provocata?

Ormai persino milioni di persone che si dichiarano "di sinistra" hanno introiettato le regole del gioco imposte dagli avversari di un tempo, al punto che oggi, senza accorgersene, sono diventati i cani da guardia di quello stesso sistema che sono convinti sinceramente di avversare. Poi certo, ci sono anche i fanatici di professione, quelli che riescono ancora a vedere nemici comunisti annidarsi dappertutto, quelli per cui le leggi del mercato sono superiori anche alla vita di milioni di persone. E dire che hanno condannato il comunismo proprio in nome dell'etica e della libertà, ma ora a distanza di trent'anni abbiamo tutti sotto gli occhi che cosa intendessero per la libertà: non certo la libertà individuale, bensì quella dei mercati. Il denaro è diventata l'unica molla a portare avanti la società, il profitto è diventato un fine a sè stante, non più un mezzo per conseguire un avanzamento comune del livello di benessere sociale. Il comunsimo è stato accusato di non aver rispettato i diritti umani, cosa senz'altro vera, tuttavia la differenza tra i due sistemi è enorme. Il comunismo per quanto fosse spietato, operava in vista di un fine che io, in tutta sincerità mi sento di condividere, ovvero una società giusta dove i valori dominanti siano l'uguaglianza, la giustizia, la pace, il rispetto,la solidarietà e l'assenza di sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Il capitalismo, è ormai sotto gli occhi di tutti, ha come unico fine il consolidamento e l'accrescimento della ricchezza, lo sviluppo del mercato, la rimozione delle barriere alla produzione.

Non starò qui a dilungarmi su spiegazioni tecniche, pur praticabili ed esistenti, che mostrino come un sistema comunista non sia affatto condannato alla povertà e alla marginalità per la debolezza stessa delle sue basi teoriche. Mi limiterò a indicare il capitalismo in frantumi, incapace di produrre uguaglianza sociale, e soprattutto incapace di umanizzarsi. In molti ci hanno provato, a umanizzare il capitalismo, ma hanno fallito, macinati da una forza troppo forte, come gli apprendisti stregoni che vengono risucchiati dalla forza che hanno evocato. A ben guarda è successo proprio questo. Una classe sociale e politica frustrata dalla marginalità di decenni di egemonia culturale ( e di avanzamento innegabile del benessere sociale per tutti) della sinistra, ha evocato gli spettri del liberismo, della reagonomics, della privatizzazione, del taglio del welfare, della macelleria sociale, tutto in nome del profitto, della mano libera del mercato, del grasso che cola di Friedman.Spettri evidentemente incontrollabili che li hanno sì portati alla vittoria, ma che ora li stanno portando inevitabilmente al fallimento, un pò come una locomotiva con i freni rotti che viaggia a grande velocità contro un pilastro di cemento.

Sembra quasi che la gente di questo mondo, come se fosse vittima di un incantesimo, abbia smesso di ragionare con la sua testa, come se si fosse stabilito per legge che cercare di perseguire il bene di molti contro il bene di pochi sia sbagliato, o comunque inapplicabile.


Chi fosse in errore, a noi sembra chiaro. Ai posteri l'ardua sentenza.
D.C.

lunedì 11 luglio 2011

L'importanza di esistere


Dal gennaio del 2011 molte cose sono successe nel mondo, suggerendoci di affrontare un dibattito e una riflessione profonda sulla portata dei cambiamenti che stanno avvenendo intorno a noi. Innanzitutto meriterebbe un approfondimento ciò che è successo con la cosiddetta "Primavera Araba", anche se ritengo opportuno collegare questi fatti straordinari di sommovimenti popolari e di rivolte di popolo alla forte crisi dell'Unione Europea, una crisi culminata con il tracollo della Grecia e con la speculazione ai danni di Spagna e Italia.

Anche gli Stati Uniti devono fare i conti con gli interessi del proprio enorme debito pubblico, e questo forzerà il presidente Obama a una dura politica di tagli nel campo della Sanità e della Difesa. Tempi di recessione per il capitalismo, questo è certo, e tempi di cambiamenti tellurici che rischiano di sconvolgere profondamente la struttura sociale ed economica del mondo che conosciamo.In Italia ci troviamo in una situazione ancora più delicata, con il governo Berlusconi indebolito dagli scandali e dalla sua stessa mediocrità, che rischia di essere tenuto a galla proprio dalle speculazioni finanziarie, per il rischio che cadendo in questo momento ci possa essere una colossale bancarotta dello Stato.

Cominciamo con quello che sta accadendo in Nord Africa, un immenso movimento popolare di protesta che ha avuto il suo epicentro in Tunisia. Pensateci, in quanti avevano anche solo pensato nel 2010 che solamente un anno dopo sarebbe scoppiata una rivoluzione proprio in Tunisia? non molti credo. Certo, alcuni avevano immaginato che il rincaro delle materie prime agricole,causato dal fatto che gli Usa, per tamponare la crisi,abbiano deciso di inondare il mondo di liquidità, avrebbe potuto causare alcune turbolenze proprio in quelle economie periferiche maggiormente esposte, ma in pochi avrebbero immaginato che sarebbero esplose proprio in Nord Africa, e in un così breve lasso di tempo.In ogni caso questa liquidità irrorata dagli Stati Uniti non è più riuscita a dirigersi verso gli obiettivi tradizionali del mercato immobiliare, ed è conseguentemente finito per individuare come grosso target proprio le materie prime, innestando in questo modo una vera e propria speculazione. Il fatto che il canale trovato per gli investimenti sia quello delle materie prime energetiche e agricole, sarebbe quindi la vera causa della crisi del Nord Africa e del Medio Oriente; esisterebbe in sostanza un nesso di fondo tra questo tipo di politica economica e quanto sta succedendo in questo 2011, e questo avviene sotto le sembianze di un calo di fiducia nelle prospettive, di un rialzo delle materie energetiche per via dei disordini, di turbativa negli scambi commerciali.

Questo dunque è stato a grandi linee il contesto entro cui si sono sviluppate le rivolte, ma è chiaro che dietro di esse c'è ben di più, anche se in molti si sono già dimenticati che a dare origine alla "Primavera Araba" è stato proprio un ambulante che ha preso la terribile decisione di darsi fuoco spinto dalla miseria. Ecco dunque che le considerazioni economiche sin qui fatte sono essenziali per comprendere i cambiamenti di questo 2011, senza di essi insomma si perderebbe il senso profondo di essi,e si sfiorerebbe solo il problema di fondo, senza affrontarlo realmente.Vi è poi il caso della Libia,un caso molto diverso da quelli dell'Egitto e della Tunisia. In Libia infatti si è scatenato nel febbraio 2011 un vero e proprio conflitto civile, inizialmente configuratosi semplicemente come una rivolta di popolo repressa in modo sanguinario da Muammar Gheddafi.La repressione del governo legittimo ha autorizzato la Nato a organizzare una vera e propria missione offensiva in grande stile contro la Libia, tanto che dal marzo al luglio 2011 gli aerei dell'Alleanza hanno effettuato migliaia di azioni sul territorio libico.

A distanza di tre mesi le forze di Gheddafi,pur molto indebolite dagli attacchi della Nato, non sono ancora state sconfitte, e l'opinione pubblica sembra percepire sempre di più che dietro l'intervento dell'Alleanza non ci fossero tanto motivazioni umanitarie quanto motivazioni molto più pragmatiche. Si è scritto molto riguardo agli interessi di paesi come la Francia e l'Inghilterra nel territorio libico,e appare chiaro che una volta sconfitto Gheddafi, Parigi e Londra otterranno accordi commerciali particolarmente favorevoli dal nuovo governo di Bengasi. Anche in Siria assistiamo a furiose ribellioni di popolo, soffocate dalla reazione del governo degli Assad, e anche qui risulta molto difficile per noi occidentali prendere posizione, per quanto risulti subito perlomeno strano l'attivismo di Francia e Inghilterra a Damasco, sospettate di aver supportato insieme ad Israele le proteste di piazza contro gli Assad per destabilizzare il paese.

In Egitto la rivoluzione che ha spodestato Hosni Mubarak mettendo al potere una Giunta straordinaria militare di transizione,sembrava essersi conclusa. Eppure nei primi giorni di luglio l'esito grottesco di alcuni processi ad esponenti del passato regime, ovviamente assolti, ha alimentato nuove violente proteste di piazza, le quali fanno traballare il potere dei militari e informano il mondo che il popolo egiziano ha capito di poter finalmente incidere nel destino del proprio paese.Anche la Costa d'Avorio in Africa Subsahariana è stata squassata da una violenta guerra civile che ha visto un forte attivismo francese, e persino lo Yemen sta traballando sotto i colpi della rivolta e del terrorismo islamico. E in Europa?

In Europa abbiamo assistito al lento tracollo della Grecia, un tracollo annunciato che si è trascinato nel corso dei mesi finendo spesso nel dimenticatoio degli europei. La Grecia è un laboratorio di quello che potrebbe succedere ben presto, nei prossimi 5 anni ad esempio, ad altri paesi dell'Europa come l'Italia, la Spagna,il Portogallo, e l'Irlanda; cosa che a ben guardare significherebbe la fine dell'Eurozona e dell'Unione Europea. Unione Europea da cui la Gran Bretagna si è tenuta ben lontana ad esempio, e la stessa Unione Europea al cui interno la Germania sta vivendo un vero e proprio boom economico, e la Francia sta riscoprendo un attivismo estero dal sapore neocolonialista. In questa situazione drammatica, la Grecia sta offrendo un esempio di consapevolezza e di preparazione politica, mostrando al mondo di aver perfettamente introiettato quelli che sono i motivi che hanno portato alla crisi economica e alla bancarotta. In Grecia però esiste un punto di riferimento rappresentato dal KKE, il Partito Comunista Greco, che con il suo 10% rappresenta una realtà importante, e grazie al suo sindacato, il PAME, dimostra di saper incidere attivamente nelle lotte e non in modo residuale e passivo, o comunque subordinato. Ora, la Grecia è messa sicuramente peggio dell'Italia dal punto di vista economico, per quanto l'Italia si avvicini a grandi passi verso il fallimento, ma l'Italia è messa incommensurabilmente peggio della Grecia dal punto di vista politico (ovviamente assumendo una prospettiva anticapitalista e socialista, cosa sin qui data per scontata). In Italia, a parte la Fiom, non esiste nessun sindacato paragonabile al PAME, e questo è un primo elemento di endemica debolezza rispetto al paese ellenico. La Federazione della Sinistra è una formazione eterogenea composta da Rifondazione Comunista e dal Partito dei Comunisti Italiani, e presenta al suo interno ancora molte contraddizioni, nonostante abbia costituito un significativo passo in avanti verso la riunificazione di un soggetto anticapitalista, socialista, e comunista in questo Paese. Il paragone con il KKE è inclemente, anche se andrebbero fatte tutte le riserve del caso per via della giovane vita della Fds e delle differenze contestuali e di storia molto profonde tra i due paesi.
In Grecia inoltre ad affrontare la crisi si è trovato ad operare Giorgio Papandreou del Pasok, il partito socialista ellenico, ed è stato lui a dover imporre i durissimi tagli alla spesa pubblica e agli stipendi dei greci. In Italia a gestire la crisi non si trova il PD (che possiamo teoricamente paragonare al PASOK), ma il Pdl,il partito di Silvio Berlusconi alleato con un partito xenofobo e razzista come la Lega Nord, un partito che per sua stessa ammissione vuole lavorare per il bene di quella che i suoi aderenti chiamano "Padania", e non certo per l'Italia nella sua totalità.Risulta sin troppo evidente come la situazione politica italiana sia molto peggiore di quella greca, sotto ogni punto di vista e da qualsiasi prospettiva la si voglia guardare (sia da quella socialdemocratica che da quella comunista).

Giungo qui a quello che considero il vero nocciolo del mio discorso, ovvero l'importanza essenziale del continuare a esistere in questa fase storica per un movimento che ancora si definisce, ormai in pieno XXI secolo, comunista. Abbiamo assistito a trent'anni di attacchi durissimi all'identità socialista e comunista nell'Occidente del capitalismo maturo e della globalizzazione, e in parte, almeno in Italia, abbiamo contribuito noi stessi a scavarci la fossa ammalandoci di un nuovismo che ha perso di vista non tanto le proprie radici, ma anche la realtà stessa. Ci troviamo in una fase in cui l'Unione Europea ha di fatto defraudato di parte della sua sovranità ogni singolo stato-nazione che la compone, rendendo lettera morta la Costituzione in più di un suo articolo, senza che nessuno abbia gridato allo scandalo. Abbiamo assistito alla vittoria, datata alla fine degli anni Settanta, della concertazione sindacale, una vittoria che ha ucciso la natura stessa dei sindacati portando le masse di lavoratori salariati in una condizione di subalternità e debolezza epocali. Abbiamo, in Italia, assistito alla furia maccartista della destra italiana, la quale ha trovato colpevole complicità nella socialdemocrazia di casa nostra, facendogli danneggiare in profondità il tessuto culturale sapientemente e pazientemente tessuto dai comunisti italiani dal secondo dopoguerra in poi. Abbiamo assistito a tutto questo eppure, anche se con le ossa rotte e ridotti ai minimi storici, siamo ancora vivi. E sopratuttto abbiamo dimostrato di non essere una forza residuale, palesando una forza di reazione impensata dopo tutti gli insuccessi che ci hanno travolto l'uno dopo l'altro. Con Pisapia e De Magistris a Milano e Napoli abbiamo reagito, abbiamo dimostrato che i comunisti in questo paese esistono ancora, e questo semplice dato di fatto, per quanto oggi possa sembrarci gramo e infimo, in un futuro potrebbe essere interpretato come una medaglia al valore. Abbiamo sbagliato, è indubitabile, eppure forse era anche inevitabile, dato che siamo finiti in un tritacarne che avrebbe stritolato chiunque. Siamo stati gettati in una strada sconosciuta privi di strumenti e bussole, abbiamo continuato a sbagliare strada, a tornare indietro, eppure siamo ancora qui. Siamo ancora qui oggi, a misurarci con i cambiamenti del 2011, a misurarci con il tracollo del capitalismo morente. Corriamo il rischio di sopravvivere allo stesso capitalismo come lo abbiamo conosciuto, e soprattutto rappresentiamo l'unica parte sociale e politica che pur con tutti i suoi immensi e dogmatici limiti non ha mai smesso di indicare con forza che un'alternativa al capitalismo esiste.

Mentre osserviamo preoccupati crollare l'impalcatura del capitalismo occidentale, costretto a tagliare anche sulle mutande per sopravvivere, ecco che la Cina, dall'altra parte del mondo, festeggia il Novantesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese. A dispetto di tutti quelli che accusano la Cina di aver abiurato il socialismo, la Cina è ancora governata da un partito che si dichiara orgogliosamente comunista e marxista in pieno XXI secolo, un partito che nel 2011 ha deciso di dedicare il suo anniversario a Mao Zedong, e soprattutto un partito che sta guidando la Cina, seppur tra mille contraddizioni, verso lo storico superamento dell'economia dell'Occidente. Mentre la Cina avvia il suo XII Piano Quinquennale (2011-2015) che prevede sviluppo, ricerca, aumenti di salari e pensioni, sovranità energetica, aumento dei consumi; l'Occidente invece si appresta alla bancarotta, con austerità, speculazione, macelleria sociale, svendita delle proprietà pubblica, degrado sociale e culturale. Forse, tra tutti, noi siamo i comunisti più fortunati, perchè siamo quelli nati nel periodo del crollo di quello stesso sistema che è stato capace di vincerci. Avremo forse la fortuna e la possibilità, con le nostre idee e con la nostra stessa esistenza, di vedere il cadavere del nostro nemico portato dalla corrente, mentre aspettiamo ai bordi del fiume. Quando il cadavere del nemico passerà, sarà allora che non avremo più scuse.

Daniele Cardetta

domenica 10 luglio 2011

DECRETO AGCOM, FGCI PIEMONTE: CENSURA INACCETTABILE



"Il decreto dell'Agcom riguardo alla regolamentazione dei diritti d'autore sul web è un obbrobrio inaccettabile. La Fgci piemontese si schiera compatta senza se e senza ma contro la censura in ogni sua forma. Ogni cittadino deve essere libero di poter esprimere le proprie idee, e non sarà per decreto che si potrà mettere il bavaglio all'informazione per celare delle notizie scomode che non si vuole vengano divulgate"
"E' semplicemente ridicolo"- dice Daniele Cardetta, coordinatore regionale della FGCI Piemonte- che nessuno sollevi la questione della salute dell'informazione in Italia. La gente deve sapere che l'Italia si posiziona al quarantesimo posto dopo la Bulgaria e la Corea del Sud nella classifica della libertà dell'informazione, e con questo decreto degno delle peggiori dittature oscurantiste, sicuramente faremo un bel balzo indietro in classifica" "Occorre spiegare con pazienza-conclude-quelle che saranno le implicazioni di questo decreto, il quale se dovesse diventare operativo permetterà a pochi di controllare le informazioni sul web, oscurando e facendo sparire tutto ciò che viene ritenuto lesivo per gli interessi di chi ben conosciamo. Confido nella forza del web e nella voglia di libertà e di informarsi degli italiani"

Cordiali Saluti
Daniele Cardetta
Coordinatore regionale FGCI Piemonte

I “TENTACOLI” DELL’ AGCOM PER CENSURARE LA RETE IMPEDIAMOLO!, tratto da http://www.federazionedellasinistra.com


Fra pochi giorni l’Autorità per le comunicazioni potrebbe votare un provvedimento che metterebbe il bavaglio alla rete, arrivando perfino a chiudere siti internet stranieri in modo arbitrario e senza controllo giudiziario. Inondiamo i membri dell’Autorità di messaggi per difendere la nostra libertà d’informazione su internet!
Il nostro governo ha lanciato un nuovo attacco alla libertà di accesso all’informazione, e fra qualche giorno un organo amministrativo sconosciuto ai più potrebbe ricevere poteri enormi per censurare internet.
L’Autorità per le comunicazioni, un organo di nomina politica, sta per votare un meccanismo che potrebbe perfino portare alla chiusura di qualunque sito internet straniero – da Wikileaks a Youtube ad Avaaz! – in modo arbitrario e senza alcun controllo giudiziario. Gli esperti hanno già denunciato l’incostituzionalità della regolamentazione, ma soltanto una valanga di proteste dell’opinione pubblica può fermare questo nuovo assalto alle nostre libertà democratiche.
Non c’è tempo da perdere. La prossima settimana l’Autorità voterà la delibera, e se insieme costruiremo un appello pubblico enorme contro la censura su internet potremo fare la differenza. Inondiamo i membri dell’Autorità di messaggi per chiedere di respingere la regolamentazione e preservare così il nostro diritto ad accedere all’informazione su internet. Agisci ora e inoltra l’appello a tutti!
http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio/?vl
Negli anni Berlusconi ha cercato più volte di controllare l’informazione su internet, ma finora i suoi tentativi sono sempre falliti. Ora, lontano dai riflettori, il governo ha la possibilità concreta di espandere i suoi tentacoli sulla rete, a meno che i cittadini non alzeranno la voce per fermarlo.
La nuova regolamentazione permetterebbe all’Autorità per le Comunicazioni di rimuovere contenuti sospetti di violazione del copyright da siti internet italiani senza alcun controllo giudiziario. Ancora peggio, la pubblicazione di una canzone o di un testo sospetto potrebbero perfino portare alla chiusura di interi siti internet stranieri, inclusi siti d’informazione, portali di software libero, piattaforme video come YouTube o d’interesse pubblico come WikiLeaks.
Se approvata, la nuova regolamentazione garantirebbe di fatto poteri legislativi e giudiziari a un organo amministrativo le cui funzioni dovrebbero essere esclusivamente consultive e di controllo, aprendo così la strada a un processo decisionale arbitrario e incontrollato. L’Autorità, nella speranza di passare inosservata, sta velocizzando al massimo la decisione, che è prevista per la prossima settimana.
Ma insieme possiamo costruire un enorme grido pubblico e convincere i membri chiave dell’Autorità che sono ancora indecisi a opporsi alla regolamentazione e rimandare così la questione all’unico organo che ha i poteri costituzionali per legiferare sulla materia: il Parlamento. Manda un messaggio ora e inoltra l’appello il più possibile:
http://www.avaaz.org/it/it_internet_bavaglio/?vl
I governi sono sempre più impauriti da internet, che è diventato uno strumento per aprire il dibattito pubblico e per la mobilitazione dei cittadini, e stanno cercando così di imporre regole più strette di censura. Ma i cittadini stanno rispondendo, come in Gran Bretagna, dove l’opposizione dell’opinione pubblica ha costretto il governo a ritirare la legislazione sul copyright che voleva mettere un bavaglio alla rete. In Italia lo scorso anno siamo riusciti a fermare la “legge bavaglio” liberticida. Vinciamo di nuovo!
FONTI
Campagna di Agorà Digitale, Altroconsumo e altre associazioni contro la delibera AGCOM sulla rimozione automatica dei contenuti su internet:
http://sitononraggiungibile.e-policy.it/
6 luglio, muore il web italiano:
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/6-luglio-muore-il-web-italiano/2154694
Agcom, si sveglia l’opposizione politica: “Modifica diritto d’autore spetta al Parlamento”:
http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&ID_articolo=1219&ID_sezione=&sezione=
Internet: Fini su delibera Agcom, no ai paletti, si tuteli la libertà:
http://www.adnkronos.com/IGN/News/Politica/Internet-Fini-su-delibera-Agcom-no-ai-paletti-si-tuteli-la-liberta_312189942267.html
D’Angelo (Agcom): “La libertà non è un procedimento amministrativo”:
http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2010/12/15/dangelo-agcom-il-decreto-romani-un-errore-aver-paura-della-liberta/
Delibera n. 668/10/CONS dell’Agcom, Lineamenti di provvedimento concernente l’esercizio delle competenze dell’Autorità nell’attività di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica:
http://www.agcom.it/Default.aspx?DocID=5415
Il governo britannico pronto a rivedere i suoi piani per bloccare i siti che violano il copyright (in inglese):
http://www.computerweekly.com/Articles/2011/02/02/245187/Government-to-review-plans-to-block-copyright-infringing.htm
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Grecia: la situazione si fa sempre più esplosiva



Tutti hanno visto l’evolversi della situazione greca negli ultimi tempi, con particolare attenzione alla votazione in Parlamento delle misure di austerity per riuscire a ottenere gli investimenti necessari a evitare la bancarotta. Il popolo greco ha reagito con scioperi generali partecipati e con scontri, anche duri, con le forze dell’ordine, registratesi un pò in tutti i grandi centri ma soprattutto ad Atene, dove nella centrale Piazza Syntagma sono avvenuti quelli più intensi. L’allarme ora nel paese ellenico è molto alto, ancor più che i casi di cittadini che attaccano fisicamente e offendono i politici stanno crescendo giorno dopo giorno, specialmente contro i parlamentari del Pasok, il partito socialista al governo ritenuto responsabile di aver votato in favore del” Programma Economico di Medio Termine” lanciato da Atene in collaborazione con i creditori del paese ellenico.
Si parla di più di ottanta casi di politici che hanno lamentato attacchi di vario genere da cittadini indignati, mentre la temperatura dello scontro politico si sta alzando pericolosamente per via di toni sempre più duri utilizzati nel confronto tra il Pasok e gli altri partiti alla sua sinistra come il Syriza e il Kke. Il Pasok continua ad accusare il piccolo partito Syriza e il suo leader, Alexis Tsipiras, di istigare alla violenza contro i parlamentari; al contrario Tsipiras non solo restituisce al mittente le accuse, ma incolpa il Pasok di voler minimizzare le violenze commesse dalla polizia contro i dimostranti nelle scorse settimane.
Nella giornata di oggi la questione dovrebbe essere trattata dal Consiglio dei ministri riuniti, e secondo i giornali il premier Giorgio Papandreou potrebbe decidere di fare un appello a tutti i partiti presenti in Parlamento ad assumersi le loro responsabilità in un momento così difficile per il paese ellenico. Il premier esorterà i politici a cercare di evitare dichiarazioni capaci di fomentare l’indignazione dei cittadini, e nel contempo si rivolgerà anche ai cittadini greci, invitandoli a smettere gli attacchi contro i politici e le forze dell’ordine. Ma che la temperatura sia alta, e i timori per una esclation esistano e siano reali, è provato dalle misure di sicurezza che sono state intensificate dalla polizia intorno alle residenze dei politici; per esempio il ministro Christos Papoutsis avrebbe ricevuto serie minacce contro membri della sua famiglia.
L’esasperazione di una vasta parte del popolo greco è del resto comprensibile, soprattutto alla luce degli ingenti tagli varati da Atene. La sensazione è che per Giorgio Papandreou non siano affatto passati i momenti più difficili, e anzi probabilmente verrà chiamato nei prossimi mesi a gestire situazioni ancora più drammatiche e pericolose per la sicurezza e per la stabilità interna del paese ellenico.
Daniele Cardetta

Il comunismo torna d’attualità?


23 giu. Dopo molti anni di arretramento e di forzata marginalità, la Federazione della Sinistra (Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani) si è finalmente in parte rilanciata in occasione delle ultime elezioni ammistrative, dove è risultata decisiva per la vittoria di Pisapia a Milano, e di De Magistris a Napoli. Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, ha recentemente lanciato una nuova avventura editoriale insieme a Fausto Sorini del Pdci, e a Vladimiro Giacchè, economista marxista, un libro chiamato con il titolo esemplificativo di “Ricostruire il partito comunista”. Il libro è stato il frutto di una duratura e intensa rilfessione, ed è stato pensato e concepito per coloro i quali non si sono rassegnati a una marginalità delle teorie marxiste, e anzi ne vedono maturi i tempi per un loro pronto rilancio. La fatica di Diliberto, Sorini e Giacchè è stata promossa in giro per l’Italia, con un tour ignorato dai mass media, che sta però riempiendo le sale, facendo letteralmente il tutto esaurito nelle librerie, un risultato del tutto inatteso anche per gli stessi ideatori.
Per la prima edizione sono state stampate ben 3.500 copie, subito andate a ruba, e per questo dopo solo un mese è già stata prevista la ristampa del volume. Nessuno avrebbe previsto un successo simile, un successo editoriale e politico che potrebbe anche sbarcare all’estero, come riferito dallo stesso Diliberto, che ha investito molto del suo tempo proprio in questo progetto:«Il successo ha sorpreso anche noi; tra i tanti che affollano le presentazioni ci sono molti giovani che non hanno conosciuto il partito comunista e si dimostrano interessati. E poi, abbiamo ricevuto inviti per andare a parlarne a Parigi, Bruxelles, Lisbona, Atene e Nicosia». Il libro fornisce un interessante analisi e disamina economica e sociale degli ultimi vent’anni, applicando i paradigmi del marxismo al mondo in cambiamento del XXI secolo, e fornendo una piattaforma di concetti, dati e strumenti di primordine per comprenderne la profonda complessità.
Per la prima volta si forniscono nuovi elementi a una discussione, quella riguardo al comunismo, data per morente con troppo anticipo (almeno secondo gli autori del libro). Lo stesso Diliberto chiosa a riguardo che:«tutti si aspettavano che dopo la caduta del muro di Berlino, il comunismo fosse finito in tutto il mondo e invece dalla Cina al Sudafrica e a gran parte dell’America latina, i comunisti sono al governo»; e il segretario del Pdci vede anche per l’Italia la possibilità di un rilancio per quelle forze che si dichiarano ancora, nonostante tutto, comuniste: «Credo che i margini per una formazione comunista a sinistra della sinistra moderata ci siano, innanzitutto tra noi e Rifondazione. Basti pensare che alle ultime amministrative ci siamo presentati insieme, con falce e martello nel simbolo e senza avere nessuna visibilità rispetto a Sel di Nichi Vendola, siamo stati altrettanto determinanti».
Insomma un successo editoriale da tenere d’occhio, e un lavoro di tutto rispetto che merita senza ombra di dubbio tutto l’interesse di simpatizzanti, curiosi e studiosi.
Daniele Cardetta

domenica 26 giugno 2011

Continua la protesta degli Indignados


Hanno gremito le piazze di mezza Spagna, gli ormai famosi “indignados” che hanno fatto parlare di loro in tutta Europa, e ora sono passati alla seconda fase della loro lotta politica, sicuramente la più faticosa e dura. Questa mattina infatti una cinquantina di “indignados” ha lasciato a piedi Barcellona, munita solamente di sacco a pelo, con l’intento di raggiungere a piedi Madrid in un mese. Un viaggio durissimo nel quale i manifestanti via via accompagnati e raggiunti da altri ragazzi, con i quali convergeranno per il 24 luglio proprio a Madrid, dove è stata organizzata una grande manifestazione nazionale.

Da Barcellona a Madrid ci sono 652 chilometri, un percorso davvero difficile soprattutto perchè verrà affrontato sotto la calura estiva da quella che si preannuncia come una vera e propria marcia popolare. Altri manifestanti hanno già lasciato Valencia e Cadice, e stanno marciando a piedi a loro volta verso Madrid. Secondo uno degli organizzatori, chiamato David, questa marcia sarà «una nuova tappa per far recepire l’indignazione, perchè crediamo che camminare sia un modo per scambiarsi idee, per ascoltare, per costruire dei domani allo stesso tempo numerosi e diversi, uniti dalla stessa indignazione». Ogni sera, al termine della marcia diurna, si terrà un’assemblea, e la colonna farà tappa in più di 29 paesi e città al fine di aggregare altre persone alla marcia verso Madrid. Quello degli “indignados” è un fenomeno che dalla Spagna si è diffuso anche in Grecia, dove peraltro esistevano già movimenti di questo tipo creatosi nei duri mesi di tagli imposti dal governo, ed è stato esportato per certi versi anche in Francia. Bisognerà seguire con viva attenzione la manifestazione del 24 luglio per valutare che prospettive sociali e politiche potranno portare con sè questi “indignados” spagnoli.

lunedì 20 giugno 2011

Trovato nuovo diario del "Che"


20 giu. Tutti conoscono le gesta di uno dei personaggi più affascinanti e amati del XX secolo, stiamo parlando di Ernesto “Che” Guevara, il famosissimo medico argentino che legò il suo destino a quello di Fidèl Castro e della Rivoluzione cubana del 1959. Oggi, grazie ad alcuni appunti che si pensavano perduti e sono invece stati ritrovati e tradotti, è stato pubblicato un nuovo diario che racconta proprio degli anni della guerriglia a Cuba. I ricercatori che si sono occupati di questo lavoro hanno dovuto impiegare anni per decifrare la scrittura a mano dell’icona rivoluzionaria, ma il frutto del loro lavoro è un diario che parla dei tre anni di guerriglia contro l’allora presidente Fulgencio Batista. Il diario, per l’appunto, offre un resoconto dettagliato e ricco di particolari della guerriglia sulla Sierra Maestra e della marcia effettuata dai rivoluzionari dalla parte meridionale del paese verso L’Havana, senza trascurare anche curiosità e particolari sulla complessa relazione tra il “Che” e Fidèl Castro.

Il nuovo libro è stato edito dal ” Che Guevara Studies Centre”, brillantemente diretto dalla sua vedova, Aleida March, la quale sostiene che con questo ultimo lavoro i lettori potranno realmente affacciarsi dentro la mente del “Che”, apprendendone i timori e le speranze, e comprendendo effettivamente il suo modo di pensare e di relazionarsi con la vita. Alcune delle note contenute nel diario in questione erano state usate da Che Guevara nel suo racconto del 1963 sulla campagna della Sierra Maestra: “Episodi della guerra rivoluzionaria cubana”, ma questi diari non erano mai stati trovati e si credevano perduti. I ricercatori hanno voluto sottolineare che la pubblicazione di queste note scritte a mano è stata ritardata in quanto mancavano alcuni fogli e lo scritto era assai difficile da decifrare.

A distanza di ormai 44 anni dalla morte del “Che” in Bolivia, il suo mito e il suo ricordo sono ancora vivissimi in tutto il mondo, tanto che continua a essere uno dei personaggi più amati dai giovani e dai rivoluzionari. La speranza è che questo nuovo diario possa tenere acceso il dibattito e l’attenzione su un personaggio forse sin troppo famoso e noto per il suo carisma e il suo appeal, e troppo poco conoscuto invece per quanto riguarda il suo pensiero, il suo lavoro, e le sue teorie.

Daniele Cardetta

Venti di guerra tra le due Coree


Il mondo in questo 2011 si presenta instabile come mai lo era stato almeno da vent’anni a questa parte; le aree di instabilità aumentano sempre di più, basti pensare al Nord Africa, che fino a tutto il 2010 rientrava nelle zone considerate “stabili” del pianeta. Una delle aree maggiormente instabili che rischia continuamente di precipitare in un conflitto armato pericoloso è proprio quella delle due Coree, che restano divise ormai dal lontano 1953, data in cui venne firmato tra la Corea del Sud e quella del Nord l’armistizio di Panmunjeon, il quale smilitarizzava la penisola coreana senza però sancire un vero trattato di pace. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continui incidenti tra i due paesi, i quali spesso hanno rischiato una vera escalation di violenza incontrollabile che però non sarebbe stata voluta da nessuno, menchemmeno dalla Cina, la quale continua a sostenere il governo di Pyongyang con forniture di vario tipo.

Qualche giorno fa un nuovo incidente ha ulteriomente aumentato la tensione tra i due paesi; venerdì infatti un jet sudcoreano stava per atterrare all’aereoporto internazionale di Seoul, abbastanza vicino al confine con la Nord Corea, quando è stato oggetto di colpi da arma da fuoco da parte dei marines. Fortunatamente il velivolo civile, che trasportava ben 119 persone, non ha subito danneggiamenti ed è riuscito comunque ad atterrare senza avere feriti a bordo. Questo incidente, l’ennesimo, mostra come sia alta la tensione al confine tra le due Coreee, dove si trovano soldati pesantemente armati da entrambi le parti, aumentando il rischio di incidenti e di errori. Il personale di difesa militare e dell’aviazione civile non ha potuto commentare immediatamente l’accaduto di venerdì, anche se una fonte della compagnia aerea del velivolo confermerebbe che i marines avrebbero sparato con armi leggere contro uno degli aerei provenienti a Seoul dalla Cina, e che non vi sarebbero stati danneggiamenti. In base a quanto si è potuto comprendere a qualche giorno dall’incidente due marines che stazionavano nell’isola di Gyodong avrebbero sparato alla volta dell’aereo che procedeva in direzione dell’ areoporto internazionale Incheon di Seoul, scambiandolo per un aereo militare nordcoreano.

L’aereoporto di Incheon si trova a sole 25 miglia a sud dal confine con la Nord Corea, e la compagnia aerea non avrebbe riscontrato alcuna irregolarità nella rotta dell’aereo. Intanto arrivano anche notizie relative a un altro incidente, quello riguardante un gruppo di nordcoreani che aveva passato la frontiera verso la Corea del Sud in barca lo scorso week-end, sembra che la Sud Corea abbia deciso di non rimandarli indietro dicendo che tutti e nove i profughi si sarebbero rifiutati di fare ritorno a Pyongyang, forse avendo paura di eventuali probabili rappresaglie. La Nord Corea aveva ovviamente subito chiesto il rientro immediato dei nove profughi che erano sbarcati sabato scorso su un’isola sudcoreana a bordo di due piccole imbarcazioni, e preso atto del rifiuto di Seoul, ha ammonito che questo sarebbe un episodio che potrebbe aggravare le relazioni tra due Coree,il che essendo tali relazioni già ai minimi storici, può voler dire solo la possibile dichiarazione di un conflitto armato.

Si aggiunga anche il fatto che la Nord Corea all’inizio del mese si era formalmente lamentata del fatto che i soldati sudcoreani usassero fotografie del leader Kim Jong Il e della sua famiglia per le esercitazioni di tiro, e che Seoul continua ad avere rimostranze nei confronti di Pyongyang a causa dei due attacchi che avrebbero provocato almeno 50 morti tra i sudocreani lo scorso anno. La sensazione è che senza un continuo richiamo alla calma e al controllo dei nervi, prima o poi possa scoppiare un vero e proprio conflitto armato tra i due paesi, e che questo potrebbe facilmente sfuggire di mano