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mercoledì 25 maggio 2011

A Bolzano il Movimento 5 stelle supporta Casa Pound




La notizia lascia sbalorditi, eppure controllando e ricontrollando non sembrano esserci errori. A Bolzano infatti poco meno di due mesi fa, secondo quanto riportato da Indymedia Piemonte, due consiglieri eletti nella “Lista civica 5 Stelle-Beppe Grillo” avrebbero abbandonato l’aula consiliare insieme agli altri consiglieri di destra per protestare contro il rifiuto della maggioranza comunale di iscrivere nell’albo delle associazioni culturali “Casa Italia”, legata a doppio filo con la tristemente nota “Casa Pound Italia”.

Il consigliere in questione, Claudio Vedovelli, ha difeso la sua scelta affermando che: «escludere un gruppo di ragazzi che non solo hanno le carte in regola ma anche , fino ad ora, organizzato serate su temi diversi e interessanti, senza segni di apologia, solo perché si ritiene siano in contatto con gruppi neo o nuovi fascisti, ci pare sbagliato oltrechè rischioso». Vedovelli evidentemente ignora in modo palese la natura nostalgica del fascismo di Casa Pound, e dunque non si riesce a capire il motivo della sua levata di scudi. Intanto il blog di Vedovelli è stato letteralmente preso di mira da centinaia di visitatori virtuali, i quali hanno voluto sottolineare il loro sdegno e soprattutto la loro incredulità nei confronti di una scelta che è perlomeno opportuno definire come poco avveduta.

I Talebani si lanciano alla riconquista dell’Afghanistan




Dopo la morte di Osama Bin Laden, avvenuta a seguito del raid delle forze speciali americane nella località pakistana di Abbottabad, in molti legittimamente hanno ritenuto che fosse stato inferto un durissimo colpo ad Al Qaeda. La realtà però continua a parlare della forza e soprattutto dell’aggressività dei Talebani, i quali in Pakistan e in Afghanistan continuano a disporre di uomini, mezzi e soprattutto della volontà di offendere; smentendo dunque quanti, forse in modo troppo ottimistico, hanno pensato che dopo dieci anni di guerra fossero stati finalmente battuti o comunque ridimensionati. I Talebani hanno conquistato nella giornata di ieri la città di Duab, nella provincia del Nuristan, nella parte est dell’Afghanistan, a seguito di due giorni di combattimenti molto violenti con la polizia locale. A riferirlo l’emittente iraniana Press Tv, la quale ha contattato direttamente la polizia afghana per farsi raccontare l’accaduto. Secondo un comandante di polizia le forze armate del governo afghano avrebbero deciso di ritirarsi tatticamente da Duab, probabilmente perché conservarne il controllo avrebbe comportato troppi rischi. Nei combattimenti avrebbero perso la vita almeno dieci miliziani dei Talebani, e quattro agenti della polizia, oltre che ovviamente un numero ancora non chiarito di feriti più o meno gravi. E’ il secondo centro urbano di una certa importanza che finisce sotto il controllo dei Talebani nella provincia del Nuristan negli ultimi quattro mesi, dopo che i miliziani avevano preso il controllo anche della città di Barge Matal.
Dopo dieci anni di guerra, migliaia di morti, miliardi di dollari spesi per finanziare la cosiddetta guerra al terrore, in Afghanistan la situazione permane ancora molto lontana dalla pacificazione, anzi vede i Talebani aver ritrovato un protagonismo che negli ultimi anni era stato in parte ridimensionato. Nelle aree rurali dell’Afghanistan i Talebani sono stati abili a ricostruire pazientemente un rapporto con le popolazioni locali, un rapporto che gli ha consentito di sopravvivere nei momenti più difficili e che ora sta permettendo loro di alzare la china e di lanciarsi alla riconquista del Nuristan e di altre aree del Paese.

martedì 24 maggio 2011

MADDALENA: PRIMO TENTATIVO FALLITO! tratto da http://www.notav.info








Inizia così la Libera Repubblica della Maddalena.

Da questa mattina attorno al presidio Clarea si respira un’aria nuova. Sembra che finalmente uno dei luoghi maggiormente violentati dall’autostrada della Val di Susa abbia ritrovato una sorta di serenità. Questa notte chi voleva invaderlo ha dovuto fare marcia indietro. La determinazione di chi ha deciso di prendere in mano il proprio futuro ha saputo spiazzare gli avversari. E’ iniziata l’avventura, anzi ha preso una svolta. Nei prossimi giorni ma soprattutto nelle prossime notti dovremo essere tanti. Per dimostrare, come questa notte, che siamo tanti e determinati a vincere. Sul posto c’è molto spazio per accamparsi con le tende, c’è l’acqua e una natura lussureggiante. Insomma un posto ideale per passare delle splendide ore in quell’atmosfera conviviale tipica del nostro movimento. L’invito è aperto a tutti, si può raggiungere il presidio sia da Chiomonte che da Giaglione, a piedi, in bici e (fino a un certo punto) anche in macchina. Questa sera (ed anche nei giorni a seguire) ci sarà un’assemblea alle ore 18:30. I segnali sono chiari, dobbiamo resistere una settimana. Una soltanto e saltano i fondi europei.

Breve cronaca dalla notte di lotta.

Ieri sera, dopo attente valutazioni sui “campanelli dall’arme”, è stato deciso di accorrere tutti alla Maddalena. La consueta riunione del lunedì sera al presidio Picapera ha subito espresso questa volontà. In poche ore, nonostante lo scarsissimo anticipo, circa 300 No Tav si sono trovati al presidio per cominciare a barricare tutte le vie d’accesso. Ognuno ha contribuito a suo modo nell’operazione. Il risultato è stato subito evidente a chi voleva invece farci la sorpresa. Per le forze dell’ordine l’unica possibilità rimaneva (e forse rimane?) la complicata apertura del guard-rail nei pressi agli imbocchi delle corsie sotto il piazzale della Maddalena. Il popolo No Tav è rimasto tutta la notte schiarato e pronto a resistere. Tanto è bastato a far desistere la controparte che è restata rintanata nella galleria per oere senza saper bene cosa fare, per poi allontanarsi senza farsi vedere. Questa mattina il questore e il prefetto si riuniscono per decidere la linea da adottare per risolvere il problema e (a detta loro) per lavorare in sicurezza.

Il PdCI al II China-Europe High-Level Political Parties Forum




Anche quest’anno, per la seconda volta, il PdCI ha partecipato al Forum con i partiti europei organizzato dal Partito Comunista Cinese. La delegazione politica del Partito era composta dal Segretario Diliberto e dal Responsabile Esteri Francescaglia, a testimonianza del sempre più intenso interesse che il PdCI dedica alla Cina, ricambiato da una relazione di sincera e costruttiva amicizia da parte del PCC.

Il Forum è stato l’occasione per discutere del XII piano quinquennale cinese e della Strategia europea 2020 ed è stato preceduto da un incontro con Xi Jinping, attuale Vice Presidente cinese, che il prossimo anno prenderà il posto del Presidente Hu Jintao.

Gli 86 rappresentanti dei partiti europei (tra i quali Martin Schulz, copogruppo socialdemocratico al Parlamento Europeo, Rosy Bindi, Presidente del Pd, Rifondazione Comunista, il PCF, i comunisti Cechi, l’Akel di Cipro e la Linke tedesca) hanno potuto approfondire lo strumento di pianificazione economica cinese e toccare con mano i frutti del lavoro precedente visitando la città di Tianjin, la seconda città industriale e commerciale della Cina dopo Shanghai, situata a circa 120 km da Pechino e popolata da oltre 14 milioni di abitanti. Le performance economiche di Tianjin sono stupefacenti: 25,1% di crescita economica nel 2010; + 33,2% la produzione industriale 2010; il 47% del suo Pil è rappresentato dall’high-tech; 10.000 dollari il Pil pro capite. Tianjin, di fatto il porto di Pechino, ha un “piano regolatore” per i prossimi anni che prevede la creazione di un porto con 100km di banchine e la crescita della sua popolazione fino a 30 milioni di abitanti. È possibile vederne il progetto osservando numerosi plastici che fanno capire quanto la programmazione urbanistica sia dettagliata. Programmazione economica e programmazione urbanistica, due strumenti ormai sconosciuti in Europa. E, infatti, la sensazione che si ha al termine del Forum è che la Cina realizzerà i suoi impegni, mentre i pomposi documenti europei resteranno, come al solito, sulla carta. Si è deciso, inoltre, di realizzare una seconda sessione del Forum, ad ottobre, questa volta in Europa, a Bruxelles.

nella foto: Oliviero Diliberto con Xi Jinping

L’aggressione alla militante PdL? Gestita dal direttore generale amico di La Russa. Tratto da www.Giornalettismo.com




24 maggio 2011

Il referto medico di Francesca (Franca) Pagani in Rizzi: codice verde e sette giorni di prognosi

Un giallo nel giallo. L’aggressione alla militante del Popolo delle Libertà Francesca Pagani, madre di Alan Christian Rizzi, al mercato di via Osoppo, da referto medico, non appare di particolare gravità. Ma soprattutto, riferisce Repubblica, il fascicolo all’ospedale San Carlo è stato gestito dal direttore generale della struttura, conoscente dell’ex moglie di Gianfranco Fini e amico di Romano La Russa, fratello di Ignazio. Scrive Massimo Pisa:

Entra in codice verde alle due in punto, la signora Franca. «Riferisce — si legge nel referto — aggressione da persona non nota. In accoglienza sveglia, cosciente, collaborante, eupnoica ». Cioè non ha problemi respiratori. «Riferisce dolore arto inferiore sinistro e rachide cervicale-lombo sacrale. Motilità e sensibilità conservate». La visita inizia alle 15,13. L’anamnesi patologica recita: «Trauma da aggressione da persona non nota. Lamenta algia rachide cervicale e arto inferiore sinistro, nega traumi in altri distretti corporei». Dopo l’esame obiettivo, il medico che la visita conclude: «Rachide in asse, mobile su tutti i piani e dolente ai gradi estremi. Non algia alla percussione sulle spinose del tratto cervico-dorso-lombare. Non apparenti deficit neurovascolari periferici in atto, articolarità arto inferiore destro conservata e non dolente, articolarità arti superiori conservata e non algica». I dolori vengono rilevati al «gomito destro» e all’articolazione superiore della gamba sinistra. La botta quindi c’è stata ma la signora Franca, alle 17,17 di sabato, dopo le radiografie, una tac al rachide cervicale, gli esami del sangue e un elettrocardiogramma, firma il trasferimento da Traumatologia a Medicina. «Codice priorità di uscita: verde». La prognosi è stata di sette giorni e la signora «sotto shock» (come riferito da Moratti e Berlusconi).
Nei corridoi del San Carlo, però, molti hanno notato il fatto che il ricovero della signora Franca sia stato gestito in prima persona dal direttore generale Antonio Mobilia, cognato dell’ex moglie del presidente della Camera Gianfranco Fini, Daniela Di Sotto. Mobilia è vicinissimo a Romano La Russa, fratello del ministro Ignazio. Tutte questioni, però, che non rientrano nelle indagini della Digos milanese, diretta da Bruno Megale. Che si sta concentrando su due soli episodi: quello di via Osoppo e l’altro di piazza Cordusio, dove il militante pd Antonio Romano, 61 anni, sarebbe stato colpito alla testa con un casco da un militante pdl dopo un diverbio.

E le testimonianze potrebbero far chiudere il caso:

Una mezza dozzina i testimoni già ascoltati, tra appartenenti ai due schieramenti e neutrali: questi ultimi confermerebbero la versione di Shirin Kieayed, la donna che a Radio Popolare ha raccontato di «un ginocchio poggiato sulla schiena » da parte di un corpulento sostenitore di mezza età con la spilla pro Pisapia sulla giacca. Un altro paio lo saranno oggi, quando con ogni probabilità una comunicazione di notizia di reato verrà chiusa e trasmessa al procuratore aggiunto Armando Spataro. Quanto al video della scena, invocato ieri dal ministro della Difesa Ignazio La Russa («non capisco perché non sia stato trasmesso, invito chi ce l’ha a tirarlo fuori»), esisterebbe e smentirebbe la versione dei calci a terra descritti da Berlusconi. Sulla sua acquisizione, in questura né conferme né smentite.

India: I Maoisti tornano all’offensiva




Dell’India e della sua delicata situazione politica interna non parla quasi mai nessuno; i motivi sono tanti a cominciare dal fatto che l’India è un paese lontano, e probabilmente i media di casa nostra non sono molto interessati a rendere conto dell’estrema complessità delle sue dinamiche interne.
In India i cosiddetti “naxaliti”(il nome con cui vengono chiamati i maoisti indiani) controllano una vasta zona che va dal Nepal fino all’India centrale, un’area soprannominata “corridoio rosso”. Secondo l’agenzia Pti i maoisti avrebbero effettuato un attacco nello stato orientale di Chattisgarh uccidendo ben nove agenti di polizia tra cui un ispettore. Se la ricostruzione dell’agenzia di stampa dovesse rivelarsi corretta, i poliziotti avrebbero deciso di perlustrare l’area a bordo di un veicolo perché insospettiti da alcuni movimenti sospetti, e i guerriglieri avrebbero fatto deflagrare a distanza una mina che non avrebbe quindi lasciato scampo al veicolo.
Non è la prima volta che i maoisti osano attaccare le forze governative, e il governo indiano spende cifre rilevanti per armare gruppi di soldati con l’intento di “bonificare” gli stati in mano ai “naxaliti”. Negli ultimi anni anzi, i maoisti avevano dato l’impressione di intensificare le proprie azioni guerrigliere, tanto che si parlava di una vera e propria preoccupante escalation, poi per qualche tempo non sono più giunte notizie di azioni rilevanti commesse ai danni delle forze governative. L’attacco di Chattisgarh potrebbe lasciar pensare a una ritrovata capacità offensiva delle forze maoiste, evidentemente duramente colpite dalla reazione governativa negli scorsi mesi.

lunedì 23 maggio 2011

Se cade Milano, cade anche il Cavaliere?




Da quando Giuliano Pisapia è riuscito ad agguantare il ballottaggio a Milano contro la candidata del centrodestra Letizia Moratti, l'unico argomento su media e carta stampata sembra essere il futuro del governo. Milano infatti, più di altre città, ha incarnato la vera e propria essenza del berlusconismo, e la campagna mediatica stomachevole che sta utilizzando la destra per screditare il candidato del centrosinistra a Milano testimonia dell'importanza che ha assunto l'elezione del primo cittadino milanese per la maggioranza di governo. Berlusconi ha investito sulle amministrative mettendoci la faccia, in un periodo in cui arrivano inclementi i dati sulla sua gestione del governo, dei dati che lo condannano senza alcun appello. Se Pisapia dovesse espugnare Milano, per Berlusconi sarebbero guai grossi, ancor più perchè la Lega Nord di Umberto Bossi sta mettendo letteralmente le mani avanti, cercando di dissociare l'eventuale fallimento milanese dalle proprie responsabilità, addosandole quindi senza problemi a Silvio Berlusconi.
Nella seconda fase della campagna elettorale, quella preparatoria al ballottaggio, il centrodestra ha letteralmente offerto il peggio di sè, accusando Pisapia delle peggiori nefandezze e mostrando in questo modo un lato grottesco che getta vergogna sull'intero paese. Accusare Pisapia di essere amico dei terroristi e di voler trasformare Milano in una Zingaropoli o in un rifugio per "femminielli" rende palese quelli che sono i temi che la Moratti è in grado di mettere sul tavolo; Pisapia invece cerca di far pesare sulla bilancia gli argomenti, ed è forse proprio per questo che i berluscones alzano i toni, essendo incapaci di ribattere sul merito delle questioni. La sensazione è che a Milano si decideranno le sorti del governo, se la Moratti dovesse farcela a vincere, forse il governo Berlusconi potrà trascinarsi lentamente e stancamente fino al prossimo scandalo; ma se invece Pisapia e De Magistris dovessero riuscire a battere i rispettivi rivali, allora forse finalmente in Italia si potrebbe inaugurare l'ingresso in un'era politica nuova. NOn ci resta che incrociare le dita e invitare tutti i lettori a mobilitarsi per Pisapia e De Magistris.

d.c


Egitto e Tunisia laboratori del piano economico neocoloniale di Obama di Manlio Dinucci su Il Manifesto del 23/05/2011




Il presidente Obama, nel suo discorso sul Medio Oriente e Nordafrica, annuncia un grande piano economico di «sostegno alla democrazia». I primi paesi in cui sarà attuato sono Egitto e Tunisia. Su richiesta di Washington, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale presenteranno, al summit G-8 che si terrà in Francia il 26-27 maggio, un piano per «stabilizzare e modernizzare le economie egiziana e tunisina».
Gli Stati uniti, dice Obama, non vogliono che un Egitto democratico sia appesantito dal debito del passato: rilevano quindi 1 miliardo di dollari del debito estero egiziano. Non dice però che, se l’Egitto si è indebitato per oltre 30 miliardi di dollari pur essendo un grosso esportatore di petrolio e gas naturale e anche di prodotti finiti, ciò è dovuto al fatto che la sua economia è dominata dalle multinazionali statunitensi ed europee, cui Mubarak aveva spalancato le porte. Tale dominio si rafforzerà, poiché la quota del debito egiziano rilevata da Washington permetterà alle multinazionali statunitensi di ottenere quote di aziende e concessioni petrolifere per un valore di un miliardo di dollari, senza sborsare un dollaro. Sempre per «rafforzare la crescita e l’imprenditorialità» in Egitto, gli Usa garantiranno anche un prestito di 1 miliardo di dollari, stringendo così ancora di più il cappio del debito. Scopi analoghi persegue Washington in Tunisia.
Allo stesso tempo, annuncia Obama, gli Stati uniti stanno creando «fondi d’impresa da investire in Egitto e Tunisia, sul modello di quelli che hanno sostenuto la transizione nell’Europa orientale», ossia il suo assoggettamento alle potenze occidentali. E’ una iniziativa bipartisan promossa dal senatore democratico John Kerry e dal repubblicano John McCain. Scopo di tali investimenti, sia in Egitto che in Tunisia, è «promuovere il settore privato e joint-venture con imprese statunitensi» e, in generale, «la creazione di una classe media». Gli Usa mirano a conquistare anche le piccole e medie imprese: in Egitto sono 160mila, cui si aggiungono 2,4 milioni di microimprese. Quali sia lo scopo di tali investimenti lo rivela il regolamento del Fondo d’impresa Usa-Egitto: esso sarà governato da un consiglio direttivo di 4 cittadini privati statunitensi e 3 egiziani e anche questi ultimi saranno «nominati dal presidente degli Stati uniti».
Crollati i regimi di Mubarak e Ben Ali, Washington tenta in tal modo di creare in Egitto e Tunisia una nuova base sociale che garantisca i suoi interessi. Questi due paesi saranno il laboratorio in cui si metterà a punto il piano, che prevede lo stanziamento di 2 miliardi di dollari per «sostenere gli investimenti privati in tutta la regione» e lanciare una «iniziativa complessiva di partnership di commercio e investimenti in Medio Oriente e Nordafrica». A tale piano, aggiunge Obama, partecipa anche la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che si prepara a «fornire alla transizione democratica e alla modernizzazione economica in Medio Oriente e Nord Africa lo stesso appoggio dato all’Europa orientale».
Infine Obama annuncia che «aiuteremo i nuovi governi democratici a recuperare i beni rubati». Chiaro è il riferimento anche ai fondi sovrani libici, ammontanti a oltre 150 miliardi di dollari, «congelati» soprattutto da Stati uniti, Gran Bretagna e Francia. Quando saranno «scongelati», saranno trasformati in «fondi d’impresa» per impadronirsi dell’economia libica.

sabato 21 maggio 2011

La rinascita è possibile.




Questo 2011 è cominciato in modo molto particolare, tanto da lasciar pensare che la storia sia cominciata nuovamente a scorrere dopo un periodo più o meno lungo di appiattimento e di congelamento dello status quo a livello mondiale. Certo sarebbe oltremodo superficiale sottostimare i cambiamenti dirimenti che hanno interessato il mondo nel trapasso tra il XX e il XXI secolo, tuttavia nel gennaio/febbraio del 2011 abbiamo assistito a una vera e propria accellerazione della storia, come se avesse voluto in pochi mesi recuperare il tempo perso. Abbiamo assisitito alle rivolte di Tunisia ed Egitto, ai rivolgimenti in Libia che hanno scatenato l'ennesima guerra imperialista della Nato tesa all'accaparramento di risorse energetiche, abbiamo assistito ai massacri ordinati dalle autorità siriane per soffocare nel sangue le rivolte contro il regime. Tutti questi avvenimenti, se messi insieme e analizzati dall'esterno, ci parlano di un enorme cambiamento rivoluzionario avvenuto nel mondo, un cambiamento che avviene parallelamente e forse anche consecutivamente al declino inesorabile del cosiddetto Primo Mondo, del capitalismo così come lo abbiamo conosciuto. I giovani tunisini, egiziani, libici, sono scesi nelle piazze perchè per la prima volta si sono trovati non solo in un presente senza prospettive, ma anche a vivere senza alcuna speranza nel futuro, il quale anzi si configurava come un possibile peggioramento delle già grame condizioni di vita attuali. Pensateci bene, anche in Italia la generazione dei giovani attuali per la prima volta nella storia del nostro paese si trova a subire un peggioramento del proprio tenore di vita, e si trova soprattutto a guardare al futuro con allarmismo, e non con speranza.
In tutto ciò come non considerare da vicino anche l'influsso, troppe volte sottovalutato, dell'Unione Europea, la quale de facto limita la sovranità di ogni singolo paese europeo mettendo dei paletti soprattutto per quanto riguarda la politica economica che mettono la museruola a ogni possibile cambiamento sociale o a ogni esperimento alternativo. Il capitalismo non solo si è affermato ma è anche riuscito a costruire quelli che chiameremo dei veri e propri sistemi di salvataggio in modo da consentire alla macchina di funzionare anche quando le sue strutture vengono intaccate da rivolgimenti terrificanti.
Non è causale che il capitalismo, nel suo momento più cupo, non trovi innanzi a sè nessun sistema alternativo che sia pronto non solo a criticarlo ma anche a promuovere un sistema che possa sostituirlo; proprio per questo forse negli ultimi 20 anni si è lavorato in tutto il mondo per affossare ogni idea relativa al comunismo, al socialismo, all'interpretazione marxista delle dinamiche sociali ed economiche. Ma credo che oggi, alla luce di quanto sta accadendo, possiamo affermare orgogliosamente che "i Re sono nudi", e soprattutto che la nostra analisi, i nostri criteri interpretativi, le nostre teorie, sono corrette. Per questo credo che non solo sia necessario abbandonare ogni remora, ma che sia anche doveroso tornare a proporsi all'interno del contesto sociale come dei veri e propri poli aggregativi alternativi allo status quo e al sistema di cose vigente. Abbiamo attraversato una lunga fase di sbandamento, in cui, possiamo anche ammetterlo, per qualche istante siamo anche arrivati a considerare che, tutto sommato, visto il nostro crollo forse i nostre avversari non avessero tutti i torti. Abbiamo pensato, per qualche anno, che fosse finita l'epoca dei comunisti, forse senza accorgercene, senza crederci, senza essere d'accordo, ma un pò tutti credo ci abbiamo pensato. Ecco credo che sia arrivato finalmente il tempo di ribadire di fronte a tutti che no, il tempo dei comunisti non è passato, e non passerà mai finchè le contraddizioni di questo sistema economico continueranno a creare miseria, disperazione e sfruttamento.
Ma se un gruppo di persone ritene di avere ragione nella sua analisi, e per un motivo o per l'altro non riesce a convincere nessuno riguardo alle sue posizioni, è evidente che esiste un problema alla base; un problema che probabilmente riguarda la comunicazione con cui tali gruppi cercano di rendere note le proprie posizioni. Chiaramente dopo 20 anni di reazione contro le idee socialiste e comuniste in tutto il mondo, e dopo il crollo del socialismo reale, la società è stata ampiamente indottrinata riguardo allo scetticismo nei confronti dei gruppi succitati che cercano di propagandare un sistema alternativo a quello vigente. Occorre dunque inq uesta fase avere molta umiltà, occorre capire che il rilancio di una prospettiva comunista nella società contemporanea deve partire dalla condivisione di temi e modalità di aggregazione all'interno della società civile. La società civile va per certi versi rieducata a masticare i temi propri della nostra identità, poichè li ha ormai dimenticati o relegati nell'insieme delle cose vecchie e inutili. Se riusciremo a resistere, nonostante l'immane attacco che le nostre idee hanno subito nel corso degli ultimi 20 anni, riusciremo sicuramente a imbastire una reazione degna di questo nome, tanto più efficace quanto saranno grandi le contraddizioni provocate dal sistema capitalistico in fase avanzata. I giovani arabi tunisini, egiziani e libici ci hanno dimostrato che dopo che una certa soglia viene raggiunta, il mettersi in gioco nelle piazze costi quello che costi avviene quasi automaticamente, senza cioè che sia stato preparato in alcun modo, come avvenisse per saturazione ed esplosione del tappo di una bottiglia ormai incapace di tenere a bada il contenuto. I giovani spagnoli con il movimento degli "indignati" ci mostrano che anche in un paese occidentale e all'interno dell'Ue è possibile lavorare soprattutto tra i ragazzi, per organizzare il dissenso e mettere in discussione l'organizzazione sociale impostaci. Per questo ritengo che anche in Italia sia necessario iniziare un discorso di questo tipo, cercando di saldare le rivendicazioni settoriali (studenti, operai) in vista di un fine più ampio che deve essere la proposta di un modello economico e sociale alternativo. Sarà difficile, ma possiamo farcela.

di Daniele Cardetta

giovedì 19 maggio 2011

Il bizzarro gioco dei Media





Il 15 e il 16 maggio 2011, come sapete, si sono svolte in Italia le elezioni amministrative di vari comuni e province, elezioni che hanno visto avanzare il centrosinistra un pò dappertutto, assestando un colpo forse decisivo alla maggioranza di centrodestra che sta da tempo soffocando il paese. Non starò qui a dilungarmi sui commenti elettorali, ancor più che blog e giornali hanno ampiamente sviscerato nel minimo dettaglio questo aspetto.Quello che mi sta a cuore è sollevare un altro problema, tornato prepotentemente alla ribalta proprio in occasione di queste elezioni amministrative. Voglio infatti cogliere l'occasione per parlarvi dei mass media e del loro potere, ormai ampiamente riconosciuto da tutti, di incidere nella vita politica di un paese "democratico". Vi porto l'esempio della Federazione della Sinistra, che come sapete è una federazione che lega insieme più realtà autonome come Rifondazione Comunista e i Comunisti Italiani. Ora sia Rifondazione che i Comunisti Italiani hanno all'interno delle proprie file personaggi che, volente o nolente, sono stati dei protagonisti all'interno della politica italiana a cavallo tra il XX e il XXI secolo. Sto parlando dei vari Oliviero Diliberto (ex ministro della Giustizia), di Paolo Ferrero (ex ministro del Lavoro) e di molti altri. Ecco, indipendentemente dalla simpatia o antipatia che questi personaggi possono suscitare nei lettori, tutti però saranno unanimi nel constatare la loro completa sparizione dai media nostrani. Sicuramente questi personaggi avranno delle loro colpe, non bucheranno lo schermo, saranno antipatici, tuttavia vedendo che personaggi che rappresentano partiti che hanno un peso molto minore rispetto a PDci e Prc sono ospiti fissi delle televisioni, perlomeno sarebbe opportuno porsi alcune domande. Basti vedere Niki Vendola, indiscusso leader politico di Sel, di cui nessuno potrebbe mettere in discussione l'appeal mediatico. Indubbiamente Vendola sa parlare, riesce a bucare lo schermo, e infatti è continuamente invitato a parlare in televisione, dove viene anche molto apprezzato.Nulla di sbagliato in questo, non fosse che Niki Vendola è un politico e rappresenta un partito, Sinistra e Libertà, che è nato da una costola di Rifondazione Comunista a seguito di un Congresso controverso di cui non andrò a ripercorrere le dinamiche.Dalla fondazione di Sel a oggi ci sono state alcune scadenze e verifiche elettorali che hanno visto un sostanziale pareggio tra la Fds e Sel, dunque per un semplice principio di par condicio apparirebbe già bizzarra la presenza continua del leader di Sel in televisione e l'oscuramento totale dei leader della Fds. In ogni dibattito elettorale Vendola ormai è stato imposto dai media come il referente della "Sinistra", e questo accade non solo nei salotti del Cavaliere ma anche in quelli della più indipendente La 7, solo per fare qualche esempio. L'apice si è toccato proprio negli ultimi mesi e con i dibattiti di commento ai risultati elettorali delle ultime amministrative. Sono stati trasmessi da mesi sondaggi che vedevano Sel volare all'8% e la Fds all'1%, sondaggi che non hanno retto alla prova dei fatti, che hanno visto la Fds assestarsi a un 4,1% (sommando i dati delle provinciali, e che l'hanno vista si battuta da Sel, ma di misura (61mila voti contro 93mila), contraddicendo in modo sostanziale i pronostici e i sondaggi. Nei commenti post-elettorali non solo la Fds non è nemmeno stata nominata, nonostante si sia rivelata in fin dei conti decisiva ovunque tranne a Torino, con risultati ottimi a Milano (3,3%) e a Napoli (3,6% dove peraltro è stato l'unico partito insieme all'Italia dei Valori ad appoggiare De Magistris), ma è anche stata data all'1,9%!!! nel sondaggio pubblicato in tutta fretta da Pagnoncelli. In questo sondaggio incredibile Sel è stata data all'8,9%, ben 7 punti percentuali in più della Fds, quando la distanza tra i due partiti alla verifica dei dati si assesta all'1%.
Questo, senza colpevolizzare in alcun modo Sel, rappresenta un fatto increscioso e molto grave, in quanto rappresenta a ben vedere una vera e propria mistificazione della realtà. La Fds ha denunciato all'Agcom la Rai per questo comportamento discutibile, e i media non hanno dato alcun risalto all'accaduto, continuando a ignorare la Federazione della Sinistra in modo inspiegabile; o forse in modo del tutto spiegabile, a seconda dell'ottica con cui si sceglie di guardarlo.
Ma non finisce qui. I media si dimostrano un vero e proprio attore attivo nell'agone politico, determinando nel bene e nel male quelle che sono le "mode" del momento. Non starò qui a parlare del sistema mediatico di cui si è avvantaggiato Silvio berlusconi nella sua ascesa al potere, su cui sono stati versati litri di inchiostro, ma mi concentrerò su un altro esempio molto attuale e recente. Alludo al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, il quale ha ottenuto un affermazione elettorale straordinaria alle ultime amministrative (10% a Bologna, 5% a Torino, 3% a Milano, 6% a Napoli). Il Movimento 5 Stelle, senza aver avuto alle spalle nessuna affermazione elettorale perchè appena nato, ha conquistato da subito la ribalta dei media, giovandosi della notorietà del suo mentore Grillo. Fin qui nulla di male, giustamente Beppe Grillo sfrutta la sua abilità di oratore e ottiene spazio un pò dappertutto riuscendo a convincere sempre più italiani con la sua antipolitica. Meno giusto sembra però che al Movimento 5 Stelle venga continuamente dato più spazio rispetto ad altri partiti, come la Fds, presente anch'essa sul territorio e attiva all'interno delle lotte e delle questioni sociali, ancor più dei 5 Stelle. La politica purtroppo non è un intrattenimento mediatico, in quanto dietro gli ascolti e i profitti pubblicitari delle televisioni ci sono però le idee, la convinzione, il lavoro di migliaia di persone, le quali vengono mortificate e umiliate dalle omissioni e dai black out dell'informazione.
Quando Luigi De magistris appoggiato dalla Fds e dall'Idv ha battuto il suo rivale Morcone per andarsi a giocare il ballottaggio con il Pdl al comune di Napoli, i media hanno parlato della vittoria del candidato appoggiato dall'Italia dei Valori, senza(salvo poche eccezioni)nemmeno nominare la Fds. Non è stato nemmeno invitato nessuno della Fds a commentare il risultato elettorale in qualche trasmissione politica. Questi fatti mi inducono a esporre un'ipotesi: I media, chiaramente non certo in modo indipendente, decidono che la Federazione della Sinistra (o un altro partito)non rappresenta un partito degno di meritare spazio televisivo e nella carta stampata, e di conseguenza questo comporta giocoforza un ridimensionamento dello stesso partito, anche perchè al contrario gli altri partiti invece godono di una sovraesposizione mediatica. In parte gli ultimi risultati elettorali hanno però smentito questo teorema in quanto la Fds ha dimostrato con il duro lavoro nei territori di riuscire comunque ancora a raccogliere voti e consensi, nonostante la censura e il bavaglio che è stato imposto dai Media. Ora questo fatto è allarmante non tanto perchè la vittima del momento è stata la Federazione della Sinistra, ma perchè mette in luce un altro vulnus della democrazia italiana, forse un pò troppo trascurato. Il dubbio che quando un partito, un organizzazione politica, un insieme di cittadini impegnati, non va a genio a chi controlla i media possa venire cancellato dall'opinione pubblica e quindi relegato a una sorta di "escluso" sociale fa venire i brividi lungo la schiena. Ancor più se questo partito, organizzione politica, gruppo di cittadini impegnati, non viola in alcun modo la legge e rispetta seriamente i principi della sua Costituzione e della democrazia, quando al contrario partiti e gruppi d'opinione che li infangano palesemente (vedi la Lega Nord e molti esponenti del Pdl) ottengono come premio ancora più minuti in fascia serale.
D.C.

Primi dati e impressioni sul voto alla Federazione della Sinistra




Primi dati e impressioni sul voto alla Federazione della Sinistra Il voto delle provinciali è tradizionalmente il voto più politico nelle elezioni amministrative, perchè voto di lista senza preferenza. Nelle province in cui si votava la FdS ha ottenuto: Reggio Calabria 7.6%, Lucca 6.6%, Gorizia 5.9% Trieste 4.8%, Macerata 4.2%, Ravenna 3.8%, Pavia 3.0%, Mantova 3.1%, Campobasso (Prc+Pdci) 3%, Vercelli 2.7% … alla faccia dei sondaggi da 1% di tutte le risme con cui siamo stati bombardati nei mesi scorsi, da una campagna disfattista tutt'altro che casuale e “innocente”... Alle comunali nella grandi città: Torino 1,2%, Bologna 1,5%, Milano 3,2%, Napoli 3,7%. Considerando comunali e provinciali nel loro insieme, si calcola (in modo ancora approssimativo) una media nazionale del 3% circa: nel contesto dato, è un risultato di tutto rispetto. Esso può essere consolidato e migliorato alle prossime elezioni politiche, se si persegue una linea di radicamento nel conflitto sociale, di rottura del black out mediatico, e una tattica combinata di unità e di protagonismo politico a sinistra, di non mera subalternità al PD (e di non contrapposizione pregiudiziale ad esso, con capacità di interlocuzione con quella parte ancora importante di popolo di sinistra che continua a votare PD), di forte interlocuzione con tutte le forze politiche a sinistra del PD (tra cui SEL e IDV), evitando ogni isolamento settario ed ogni auto-marginalizzazione. I risultati disastrosi, a Napoli, della lista civica autonoma di alcuni piccoli gruppi comunisti duri e puri (promossa dalla Rete dei comunisti e da altri raggruppamenti) ha ottenuto lo 0,19%, meno del PCL di Ferrando che ha ottenuto qui lo 0,21%. Non c'è bisogno di commento. I fatti hanno la testa dura, più di qualsivoglia velleitaria elucubrazione.

Diliberto accusa la Rai di censura, e minaccia una denuncia all’AGCOM





Dopo queste elezioni amministrative in televisione sono immediatamente cominciati i canonici approfondimenti politici con tanto si interviste, sondaggi e speciali. Questa volta però a scatenare un vespaio di polemiche, e forse non del tutto a torto, ci ha pensato Oliviero Diliberto, segretario nazionale Pdci-Federazione della Sinistra. L’ex ministro della Giustizia ha infatti rilasciato un comunicato con il quale lamenta la censura della Rai nei confronti della Federazione della Sinistra; anche se non è la prima volta che la Fds si lamenta del trattamento riservatole dai media nostrani.

«Il nostro risultato a livello è di tutto rispetto: 3,8%. Siamo stati decisivi in tutti i Comuni, ad iniziare da Milano e Napoli, e in tutte le Province. Ma i ‘salotti’ della Rai continuano ad ignorarci: da Ballarò ad Annozero a Porta a Porta…Addirittura ieri sera a Ballarò i sondaggi di Pagnoncelli, contro ogni evidenza, ci davano all’1.9%! Non protestiamo per mera smania di visibilità, ma perché alla Rai c’è un serio problema di libertà di informazione che ci colpisce negativamente. E meraviglia che campioni della libertà di informazione, da Floris a Santoro a Vespa, se ne rendano complici.»: queste le dure parole di commento di Oliviero Diliberto, il quale lamenta da tempo la poca attinenza alla realtà dei sondaggi che vengono continuamente mandati in televisione.

Daniele Cardetta

giovedì 10 febbraio 2011

Perché gli israeliani preferiscono Omar Suleiman. Tratto da www.resistenze.org; di Yasser al-Zaatera





Fin da quando si profilò la possibilità di una trasmissione ereditaria del potere in Egitto, circa otto anni fa, affiancata dal persistente rifiuto del presidente Hosni Mubarak di nominare un vicepresidente, sembrò che il direttore dei servizi segreti Omar Suleiman – o il ministro Omar Suleiman, come egli ama farsi chiamare in Egitto – fosse entrato in un’aspra competizione con il figlio del presidente egiziano, Gamal, per assicurarsi il sostegno straniero – un fattore che gli avrebbe permesso di prevalere su Gamal nella corsa alla presidenza, soprattutto vista l’assenza di altri avversari.

Nel frattempo, pesanti trasformazioni stavano travolgendo gli Stati Uniti, nei quali si stava affermando l’era dei neocon, e di conseguenza dell’egemonia della lobby sionista sul Congresso americano – sia sui repubblicani che sui democratici. Il risultato fu che la politica estera americana divenne ostaggio delle ossessioni israeliane come non era mai accaduto in passato.

Il fatto è che Mustafa el-Feki, presidente della Commissione affari esteri del parlamento egiziano, e uno dei pilastri politici dell’era Mubarak, non aveva affatto travalicato la verità affermando che per definire il nuovo presidente egiziano c’era bisogno “dell’accordo di Washington e della non opposizione di Israele”. Egli aveva fatto tali affermazioni prima che si delineasse l’era delle rivoluzioni arabe preannunciata dalla Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia. E anche adesso, il fattore straniero non ha perso del tutto la sua importanza, come dimostra il fatto che esso ha contribuito all’insediamento dell’attuale governo in Tunisia, il quale senza dubbio non soddisfa gli obiettivi della rivoluzione tunisina. E non è detto che questo discorso non valga anche per l’Egitto, alla luce della frenesia israeliana che ha raggiunto un livello senza precedenti nell’esercitare pressioni su tutti i suoi alleati, e della stessa situazione negli Stati Uniti, dove i politici seguono da vicino lo sviluppo degli eventi al Cairo e nelle altre città egiziane.

In questo clima, è evidente che Washington, anche su richiesta dello stato ebraico, ha chiesto al presidente egiziano Hosni Mubarak di nominare Omar Suleiman alla vicepresidenza, in primo luogo per porre fine alle voci su una possibile trasmissione ereditaria del potere – che rappresentava una provocazione per l’opinione pubblica egiziana – e per tentare di placare la collera popolare nelle strade; ed in secondo luogo, per assicurare un passaggio dei poteri senza scossoni qualora gli sforzi per convincere Mubarak a lasciare l’Egitto fossero stati coronati dal successo (cosa non ancora verificatasi nel momento in cui scriviamo queste righe). Il fatto che i manifestanti si siano concentrati su Mubarak significa che una sua partenza potrebbe realmente portare a un declino del movimento di protesta, in attesa delle riforme che potrebbero essere portate avanti da Suleiman in qualità di nuovo presidente o di presidente di transizione (dove l’espressione “presidente di transizione” in realtà non significa nulla, poiché Suleiman potrebbe restare a tempo indeterminato, o fino a quando non verrà rovesciato da una nuova rivoluzione).

Da almeno otto anni Suleiman è entrato in competizione per la presidenza assecondando gli americani nelle questioni che maggiormente attiravano il loro interesse, in primo luogo la questione palestinese. Non vi è dubbio che la trasformazione della politica regionale americana al servizio di Israele abbia contribuito a questo. Suleiman ha ricevuto in gestione l’intera questione palestinese, e non vi era politico israeliano, di destra o di sinistra, che non avesse colloqui con lui, e che non stringesse amicizia con lui.

Per contro, Hosni Mubarak, benché avesse ottenuto il silenzio americano sulla propria campagna per mettere a tacere l’opposizione (ed in primo luogo i Fratelli Musulmani), non era in grado di opporsi al fatto che a Suleiman rimanesse il pieno controllo della questione palestinese, pur essendo egli consapevole dell’ambizione di Suleiman di giungere alla presidenza.

Quest’ultimo ha gestito la questione palestinese in una delle fasi più delicate degli ultimi decenni. Fu lui a fornire agli israeliani la possibilità di assassinare Yasser Arafat senza clamore (è opinione pressoché unanime nel mondo arabo che la morte di Arafat, avvenuta in circostanze misteriose e mai chiarite del tutto, sia stata “provocata”; inoltre l’intelligence egiziana ha storicamente avuto notevoli capacità di infiltrarsi nei territori palestinesi, soprattutto a Gaza, prima che Hamas si impadronisse della Striscia (N.d.T.) ), e successivamente a garantire una transizione del potere senza scossoni nelle mani di coloro che in precedenza avevano cercato di ribellarsi ad Arafat – la fazione di Mahmoud Abbas e di Mohammed Dahlan. Non vi è dubbio che ciò avvenne a seguito degli sforzi di schiacciare la seconda Intifada, cosa che rappresentava una priorità per lo stato ebraico.

Dopo di ciò, Suleiman supervisionò le fasi successive – dalle elezioni legislative palestinesi ai successivi provvedimenti volti a boicottare Hamas e ad assediare il suo governo, fino alla guerra di Gaza in occasione della quale Suleiman compì ogni sforzo affinché il conflitto si concludesse con la disfatta totale di Hamas. Egli esercitò enormi pressioni sui negoziatori di Hamas affinché annunciassero un cessate il fuoco unilaterale, al fine di farli apparire sconfitti e di far accettare loro le condizioni israeliane – cosa che fallì, come tutti sanno, visto che furono gli israeliani ad annunciare un cessate il fuoco.

Nel frattempo Omar Suleiman sovrintendeva al percorso sul quale concordano tutti gli israeliani, ovvero il programma dello stato palestinese dai confini provvisori – una soluzione “temporanea” a tempo indeterminato – ed esercitava pressioni sui palestinesi affinché tenessero fede agli impegni sulla collaborazione di sicurezza con Israele, continuando intanto a lavorare quotidianamente per soffocare la Striscia di Gaza e addomesticare Hamas attraverso pressioni e varie forme di ricatto, in particolare riguardo all’unico valico della Striscia che dà sul mondo esterno (il valico di Rafah al confine con l’Egitto (N.d.T.) ). Non vi è poi bisogno di ricordare qui il ruolo di Suleiman nel raggiungimento dell’accordo per la fornitura di gas a Israele, sebbene alcuni abbiano attribuito questo accordo ad Ahmed Ezz, membro di spicco del Partito Nazionale Democratico al governo.

Alla luce di tutto questo, è possibile dire che gli israeliani attendono col fiato sospeso i futuri sviluppi. Essi preferirebbero senza alcun dubbio che la crisi si risolvesse con la presidenza di Omar Suleiman, tanto più che essi sanno bene che Hosni Mubarak, a causa del suo precario stato di salute, non potrà resistere alla presidenza per più di un anno o due. Per gli israeliani, Omar Suleiman è certamente preferibile a Gamal Mubarak poiché Suleiman è senza dubbio maggiormente in grado di controllare la situazione interna del paese.

Se la rivolta egiziana dovesse tradursi nella presidenza di Suleiman, sarebbero gli israeliani ad emergere come i principali vincitori, non solo sul piano egiziano che a loro interessa più di qualsiasi altra cosa, ma anche sul piano della possibilità di fermare il propagarsi delle rivolte arabe, le quali certamente entrerebbero in una fase di delusione e frustrazione qualora dovessero essere questi i risultati. Tuttavia non possiamo essere certi di quest’ultimo esito, ed anzi tendiamo a ritenere che le masse, che hanno ormai scoperto il segreto della loro forza, non si sottometteranno a nessuno.

Il popolo egiziano – che si è ribellato non solo per il pane, come sostengono molti, ma per la libertà, il pluralismo, la dignità e la salvaguardia della sicurezza nazionale – questo grande popolo non accetterà di scambiare Hosni Mubarak con Omar Suleiman, tanto più che quest’ultimo è un elemento essenziale del regime che ha rovinato il paese e impoverito i suoi abitanti.

In questi giorni il popolo egiziano non difende solo se stesso e i suoi diritti, ma difende noi tutti, dall’Oceano Atlantico al Golfo Persico. Difende il nostro diritto a vivere liberi e ad essere padroni delle nostre decisioni. Quando questo accadrà, la fine del progetto sionista sarà solo questione di tempo. Allora finalmente la nazione araba avrà diritto ad avere un posto sotto il sole adeguato alla sua storia, alla sua religione ed alla sua civiltà.

Yasser al-Zaatera è un commentatore ed analista politico giordano di origine palestinese; scrive abitualmente sul quotidiano giordano al-Dustour; è autore di diversi libri, fra cui “Il fenomeno islamista prima e dopo l’11 settembre”, pubblicato in Libano nel 2004

Versione originale: http://www.aljazeera.net/NR/exeres/74002B45-09CE-444D-9AC1-95934EEDB1EA.htm

Lega: L’ennesima vergogna





Non bastava che gli esponenti leghisti in tempi non troppo remoti dichiarassero di volersi pulire il sedere con il tricolore, a rendere ancora più chiaro l’intento di Bossi e soci ci ha pensato il Ministro della Semplificazione Calderoli. Il buon Calderoli ha infatti pensato bene di dire la sua riguardo alle imminenti celebrazioni per l’unità d’Italia, previste per il 17 marzo, dunque tra poco più di un mese. Queste le parole agghiaccianti del ministro leghista: "In un periodo di crisi come quello attuale meglio festeggiare lavorando piuttosto che stando a casa". L’intento della Lega Nord di voler sabotare e delegittimare i festeggiamenti per il Centocinquantesimo è quindi palese, e si cerca di utilizzare la crisi economica come un pretesto per mascherare intenti ben poco nobili.
Chiaramente le dichiarazioni improvvide del ministro hanno provocato parecchi commenti, come quello della leader della Cgil Susanna Camusso, che in diretta radiofonica ha dichiarato di essere:
"stupita da queste polemiche che fanno scomparire tematiche lavorative molto più importanti come la disoccupazione giovanile e la discriminazione ai danni delle donne". La Camusso ha poi subito dopo rincarato la dose, dichiarando di non vedere motivi di dibattito riguardo al 17 marzo e chiedendo un po’ di riposo per i lavoratori e i cassaintegrati dato che, quest’anno, il 25 aprile cadrà di Pasquetta, e il 1 maggio di domenica. In effetti sembra perlomeno grottesco che Calderoli proponga di tenere aperti gli uffici per salvaguardare le aziende, quando già due feste che si ripetono ogni anno cadono in giorni festivi.
Persino Raffaele Bonanni, leader della Cisl, si è detto preoccupato da queste divisioni e avrebbe sottolineato che sarebbe stato assai meglio se avessero sentito prima le parti sociali.
Italia Futura, l’associazione di Luca Cordero di Montezemolo, sul suo sito internet ha criticato aspramente Confindustria e la Lega Nord per la richiesta di abolire la festa del 17 marzo, dichiarando polemicamente: "Tutta questa confusione per una festa che si celebra ogni 150 anni, a questo punto aboliamo anche la Befana che quest'anno è capitata di giovedì e si celebra ogni anno".
Alessandro Pigniatiello, coordinatore della segreteria nazionale del PdCi-Federazione della sinistra, ha commentato la vicenda: "Si proclama una festa nazionale per ricordare l'unità e poi la si boicotta? Solo in Italia succedono cose di questo genere. Calderoli dimostra per l'ennesima volta che la Lega è secessionista nelle viscere. Ci chiediamo come può una siffatta forza politica continuare a rimanere al governo del Paese, che è unitario per Costituzione".
In effetti non sembra niente affatto casuale che tale folle richiesta sia arrivata proprio da uno degli esponenti più sfegatati della Lega Nord, un partito che non si riconosce minimamente nelle istituzioni italiane e che, senza peraltro volerlo nascondere in alcun modo, ambisce da sempre alla secessione. La cosa grottesca è che Calderoli abbia trovato una sponda persino nella Confindustria, come a voler significare che nel nuovo millennio i profitti valgono di più persino della tradizione e della celebrazione nazionale; una celebrazione che per la cronaca avviene solo ogni cinquant’anni.
Resta da domandarsi se centocinquanta anni fa i garibaldini avrebbero fatto quello che hanno fatto, se solo avessero saputo chi ci governa oggi.
Daniele Cardetta

lunedì 17 gennaio 2011

L'ennesima caduta nel baratro.





Tutti quanti gridano nuovamente allo scandalo vista la nuova vicissitudine giudiziaria che riguarderà Silvio Berlusconi. Stiamo parlando della vicenda relativa a Ruby, la ormai famosissima (escort?) marocchina che avrebbe avuto dei rapporti non meglio chiariti con il nostro premier quando aveva ancora 17 anni. Vi ricorderete che era circolata anche una voce grottesca che vedeva proprio il nostro amato premier intercedere con la polizia per riuscire a tirare fuori dai guai la "povera" ragazzina.
Inutile dire che ancora una volta la democrazia italiana fa una pessima figura, mettendoci alla berlina di mezzo mondo, ma questa ahimè non è una novità dato che i gossip sulla vita privata del nostro premier sono ormai alla ribalta da troppo tempo.
Ed è proprio qui che si innesta la mia riflessione a riguardo; siamo davvero certi che sia giusto dare tutto questo risalto alla vita privata di un personaggio come Berlusconi? non viene anche a voi il dubbio che parlando delle sue frequentazioni sessuali si mettano invece in secondo piano le condizioni disastrose del nostro paese, in grandissima parte provocate proprio dallo scellerato governo del Pdl? Se non fosse stato per la coraggiosa azione di studenti e di operai la già marciscente coscienza di questo paese sarebbe stata abbandonata al deserto di contenuti che è voluta dai predicatori di nulla della maggioranza, e il continuo gossip infarcito di illazioni piccanti non è altro che un operazione in tutto e per tutto consustanziale al mantenimento del potere da parte di Berlusconi. Meglio farsi accusare di andare a prostitute minorenni del resto,(sempre che possa essere provato, cosa improbabile) che invece essere accusato di aver ceduto una rete televisiva nazionale alla mafia, o peggio di aver fatto con essa patti che hanno inserito organizzazioni criminali all'interno della gestione della politica. Molto meglio parlare del lettone di Putin o delle mille escort di Arcore che della deriva autoritaria che sta investendo l'Italia. Ancora una volta spetta ai comunisti smascherare chi cerca con questi gossip da edicola di non parlare dei reali problemi del paese. Che Berlusconi facesse quello che vuole in casa propria, la nostra riprovazione morale è scontata riguardo alle sua dissolutezza, e non c'è nemmeno bisogno di ribadirlo. Altra cosa è per un partito o un organizzazione politica perdere tempo a discutere della moralità di un personaggio che dovrebbe essere attaccato per fatti mille e mille volte più gravi.

d.c

giovedì 13 gennaio 2011

Fiat: il bastone e la carota di Michele Michelino trtatto da www.resistenze.org




In una società in cui la maggior parte delle ricchezze e delle risorse è nelle mani di pochi, gli operai sono una classe non per scelta ma per necessità. Come tutti i proletari e i salariati non hanno modo di sfamare se stessi e le loro famiglie se non vendendo la propria forza lavoro a un capitalista, un padrone. Della ricchezza da essi prodotta si appropria una minoranza, la classe borghese la quale se ne serve per comprare istituzioni, politici, sindacalisti, mass-media e i governi.

La lotta per la sopravvivenza in periodi di crisi lascia i lavoratori completamente soli, le loro organizzazioni, influenzate dalle grandi aziende e dal governo, li lasciano in balia della classe padronale. Nel cercare di difendersi, per tentare di risolvere giornalmente i loro problemi quotidiani sono costretti a sfidare l’ordine costituito con forme di lotta individuali ai limiti dell’autolesionismo, attraverso scioperi della fame, salite sui tetti, sulle ciminiere, sulle gru, a mettersi anche contro i propri “rappresentanti” inseriti a pieno titolo nel sistema e da questi foraggiati economicamente.

Quando i lavoratori si liberano dalle pastoie e dal controllo in cui li tengono istituzioni, partiti e sindacati sostenitori del sistema capitalista e si uniscono ad altri lavoratori organizzandosi autonomamente in modo indipendente nella lotta contro lo sfruttamento, la loro forza diventa rivoluzionaria e sovversiva.

Sempre più spesso sono proprio i sindacati e i partiti, che pur dicono di rappresentare i lavoratori a sostenere interessi contrari a quelli che dicono di rappresentare. Molti ex sindacalisti diventati dirigenti e funzionari d’istituzioni regolatori del mercato del lavoro, mediatori del conflitto fra capitale e lavoro non fanno altro che difendere le loro condizioni di privilegio “conquistate” difendendo chi li paga.

Il patto sociale basato su un “compromesso di classe” che riconosce ai sindacati il diritto di negoziare per i suoi iscritti è quello che oggi porta i padroni a scegliersi la “controparte” più in sintonia con i suoi interessi.

Oggi viviamo in una società in cui i valori sono capovolti; gli sfruttatori, i capitalisti e i parassiti che non hanno mai lavorato in vita loro sono insigniti con l’onorificenza di Cavalieri del Lavoro, mentre gli operai fanno la fame. La vicenda Fiat è paradigmatica.

Oggi alle multinazionali, ai padroni non basta più sfruttare i lavoratori, spogliarli dei diritti di esseri umani. Come ha affermato Marchionne se il referendum a Mirafiori voluto dalla Fiat non vince con il 51 %, l’azienda non farà investimenti spostando la produzione in altri paesi dove i diritti dei lavoratori sono inesistenti. I lavoratori dovranno esprimere un voto non libero al referendum sottoposti al ricatto della perdita del lavoro. Per i capitalisti gli operai non devono solo essere sfruttati, ma anche contenti.

In questo la Fiat é sostenuta non solo, da CISL-UIL-FISMIC-UGL (che alle ultime elezioni RSU hanno ottenuto insieme oltre il 70%), dal governo, Confindustria, e parte della CGIL, ma anche da molti politici di centrosinistra, fra cui i vari D’Alema, Fassino e molti altri. I soli contrari la FIOM e i COBAS che non hanno firmato l’accordo, sono esclusi dalla rappresentanza in fabbrica, perché il padrone sceglie lui invece degli operai chi è rappresentativo e chi no.

La FIOM-CGIL, che insieme ai Governi (di centrodestra e centrosinistra), Confindustria e gli altri sindacati collaborazionisti per anni ha ostacolato i Cobas sulla rappresentanza perché non firmatari del contratto nazionale, nel momento in cui essa stessa si trova in conflitto con le scelte padronali è esclusa dalla rappresentanza penalizzata dalle stesse regole usate contro i sindacati di base.

La storia è piena di episodi in cui organizzazioni nate dai lavoratori con dirigenti validi, una volta inseriti nelle istituzioni borghesi, assuefatti alla democrazia delegata rappresentativa, diventando frequentatori dei salotti e ambienti governativi tendono a diventare personale delle burocrazie gestite da professionisti. In questo caso anche dirigenti provenienti dal proletariato, cambiando condizioni materiali diventano a tutti gli effetti funzionari di regime.

La crisi economica ha portato licenziamenti, riduzione dei salari, aumento della precarietà e dell’instabilità economica, attacco alla contrattazione collettiva nazionale, mentre vengono progressivamente smantellate le garanzie pubbliche per i lavoratori e i diritti costituzionali. Il recente Trattato di Lisbona che ha inglobato le Costituzioni Nazionali ed Europea mette al primo posto non più il diritto, ma il Mercato cui sono subordinati i diritti. Nel mondo “globalizzato”, in cui i vari imperialismi dettano legge, l’illusione di risolvere i propri problemi attraverso strategie individuali, aziendali, o locali diventa sempre più una chimera che porta a cocenti sconfitte il movimento operaio.

Nella società imperialista gli operai, i proletari, i lavoratori salariati non sono cittadini liberi ed eguali ma schiavi salariati che vivono solo lavorando per qualcun altro, e costretti a fare la fame e lasciati in mezzo ad una strada se disoccupati. Ecco perché i lavoratori contano sempre meno e sono sempre meno influenti eppure c’è chi continua a spacciare illusioni sui cambiamenti pacifici della società chiamando i lavoratori alle urne. Contro la classe borghese, contro il capitale si può lottare solo con lo sciopero generale nazionale e internazionale di tutti i proletari, gli sfruttati, non solo per limitare lo sfruttamento, ma per abolirlo insieme al sistema del lavoro salariato.

Il problema del potere operaio, “dell’assalto al cielo” che in passato si è reso concreto se pur brevemente nella Comune di Parigi e nella Rivoluzione d’Ottobre in Russia e altre parti del mondo col passare degli anni è andato scemando diventando un labile ricordo. La conquista del potere proletario in Europa negli ultimi decenni per alcuni era possibile solo con il voto per il proprio partito o sindacato, le rivolte locali o settoriali o con forme di lotta armata di piccoli gruppi, strategie che si sono dimostrate tutte fallimentari. La lotta di classe, politica, economica e in tutti gli aspetti, finora più latente che diretta, è oggi da porsi nuovamente all’ordine del giorno. Nell’epoca dell’imperialismo ancor più che nel passato non è possibile migliorare e difendere la condizione di un settore della classe operaia se contemporaneamente non si migliorano le condizioni di tutti gli altri lavoratori.

L’esperienza ha dimostrato che non esiste un capitalismo buono, dal volto umano, che rispetta i diritti dei lavoratori e uno cattivo che li calpesta. Se durante i periodi di ripresa in cui tutti i padroni fanno lauti affari i capitalisti e i loro rappresentanti politici nei governi di centro destra o centrosinistra, possono permettersi di fingersi “democratici”, nella crisi l’aumento della concorrenza rende i padroni più “cattivi”. La contrattazione fra le parti sociali e la concertazione, frutto del patto sociale fra padroni-governi e sindacati, figlia della “democrazia industriale”, nella crisi è accantonata a favore del più rigido comando di fabbrica che mostra il vero volto, l’altra faccia della medaglia, la brutalità del modo di produzione capitalista. La volontà del padrone diventa legge senza mediazioni; imponendo alla forza-lavoro la violenza di un sistema che si appropria della ricchezza prodotta da milioni di esseri umani calpestando e reprimendo ogni diritto che ostacola l’accumulazione dei profitti.

Le istituzioni capitaliste-imperialiste a cominciare dai governi che difendono gli interessi degli sfruttatori e degli oppressori cercano di governare mediando e moderando i conflitti sociali per impedire che il malcontento diffuso diventi esplosivo, reprimendo ogni protesta che ostacola o metta in discussione il loro potere. Oggi non basta più cercare di difendersi. Come proletari, lavoratori, non possiamo lasciarci trascinare in questa guerriglia quotidiana limitandoci a resistere agli attacchi continui del capitale e ai mutamenti del mercato. L’attuale sistema che continua a produrre miseria e lutti per la classe operaia ha in se le condizioni materiali per il suo sovvertimento.

E’ giunto il momento in cui gli operai non subiscano soltanto, ma riprendano in mano il loro destino lottando apertamente per una società senza padroni, che non produce per il profitto ma per soddisfare i bisogni dell’umanità. Bisogna ritornare a lottare per un altro sistema economico e sociale che abolisca la società che legittima il sistema del lavoro salariato, considerando lo sfruttamento degli esseri umani, un crimine contro l’umanità.

Oggi chiunque critica l’attuale modo di produzione è bollato come Comunista. A rafforzare il coro dei politici di centrodestra si aggiungono i sindacalisti e gli intellettuali di sinistra inseriti nella società e nelle istituzioni borghesi da cui traggono vantaggi economici e sociali, che fanno a gara nel predicare i sacrifici per gli operai e nel ripudiare e denigrare il comunismo. E’ arrivato il momento in cui il movimento operaio si riappropri delle teorie proprie della sua classe. La lotta di classe non può lasciarla fare solo ai padroni.

In questi anni chiunque si opponeva alle guerre imperialiste, alla miseria, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo o ha semplicemente contrastato il potere dei monopoli e dei potenti di turno chiedendo l’applicazione delle stesse leggi borghesi per tutti è stato bollato di comunismo. E’ ormai tempo che gli operai, i proletari, i lavoratori coscienti, rivoluzionari che vogliono costruire una nuova società libera dallo sfruttamento non siano più solo una testimonianza.

Gli operai coscienti non possono essere solo uno spettro che aggira per l’Europa, una favola dei tempi passati, ma una realtà che comincia a scuotere dalle fondamenta il sistema capitalista agitando i sonni finora tranquilli degli sfruttatori, trasformandoli in incubi

Diliberto sul referendum Fiom





"Il fatto che il governo non abbia stoppato un referendum illegittimo, perché anticostituzionale nella sostanza, dimostra la sua natura classista. Siamo ad un bivio della nostra civiltà. Opporsi al modello Marchionne non è solo un dovere civile ma un'esigenza democratica. Se passa quel modello, che produce uno scivolamento verso la barbarie, lo stesso concetto di democrazia rischia di svuotarsi, con conseguenze pesanti nella vita di tutti i giorni. Quel referendum è un passpartout pericolosissimo". Lo dichiara Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, al quotidiano on line quinews.it

martedì 11 gennaio 2011

Fiat: O la Borsa o la Vita RICATTI DA XXI SECOLO

Siamo arrivati al punto di non ritorno. In un paese alla deriva dove la democrazia è in pericolo e dove ormai le istituzioni sono completamente allo sbando, arriva all'ordine del giorno il vitale nodo della Fiat Mirafiori, il braccio di ferro tra Marchionne e la Fiom che sta tenendo con il fiato sospeso migliaia di lavoratori.
I lavoratori di Mirafiori non sono felici, si rendono conto della situazione esiziale che si sta configurando davanti a loro nel futuro immediato, si rendono conto anche che votare eventualmente "si" al referendum non sarebbe affatto una assicurazione sul loro futuro lavorativo e su quello della FIAT.
Marchionne con le sue affermazioni sta cercando di scaricare sulla FIOM tutto il peso di scelte che probabilmente sono a lungo termine inevitabili, e soprattutto non fa assolutamente niente per cercare di mostrarsi con un volto diverso da quello che sta cercando di conculcare dei diritti che sono stati guadagnati col sudore e il sangue di lotte ora sbiadite, e che nessuno riesce più a ricordare. Ancor più che il discorso tirato in ballo da Marchionne non riguarda solamente la questione FIAT, ma si estende giocoforza ad abbracciare tutto l'ambito della contrattazione sul posto di lavoro, e quindi tutti i rapporti tra lavoratori e aziende nel nostro paese. Ammettiamo per un attimo la buonafede di Marchionne, cosa cui io personalmente non credo, siamo davvero certi che votare "si" in massa al suo referendum/ricatto non possa creare un mostruoso precedente capace di ricacciare indietro i diritti dei lavoratori a decenni fa? Il rischio a ben guardare è troppo alto, ancor più che gli operai italiani guadagnano molto meno di quasi tutti i loro omologhi europei, e che il nostro paese non mostra alcun tipo di possibilità di ripresa industriale, nonostante quello che viene dichiarato da Tremonti e soci.
Ma torniamo al discorso FIAT e analizziamo nel dettaglio quello che è a tutti gli effetti inaccettabile nel discorso di Marchionne: la minaccia. "Se non fate come diciamo noi, noi ce ne andiamo". Qualcuno obietterà che è pienamente legittimo che un datore di lavoro, qualora vedesse i propri profitti messi a repentaglio, possa decidere per tutelarli di andarsene. Ebbene la FIAT però non mi risulta essere una semplice azienda monofamiliare di qualche imprenditore di provincia, è un azienda che nel bene e nel male ha fatto la storia di questo paese. Migliaia di operai italiani hanno sudato nelle catene di montaggio della FIAT, migliaia di italiani hanno comperato macchine della FIAT, ma ora, se nessuno compra un numero sufficiente di automobili FIAt come mai devono essere proprio gli stessi italiani a pagare?
Se qualsiasi azienda per aumentare i profitti minacciasse i propri lavoratori di accettare condizioni di lavoro più massacranti e stipendi più bassi pena la chiusura e l'allontanamento degli stabilimenti,ci troveremmo di fronte a una macelleria sociale che sarebbe da anticamera a una guerra tra poveri, già ahimè realtà in alcune parti d'Europa.
Un paese serio interverrebbe nel vuoto lasciato dai sindacati,incapaci di proteggere i lavoratori (FIOM esclusa ovviamente), e cercherebbe di mediare e trovare un accordo che però non ricatti i lavoratori e non cerchi di metterli di fronte al tremendo e antimoderno ricatto de " O la borsa o la vita". La realtà, amarissima e pericolosa, è che i poteri forti stanno cercando di utilizzare MArchionne come ariete, al fine di scaridnare quello che resta delle tutele lavorative. Una volta crollata quella diga, potrà passare tutto, e allora nulla potrà più salvare i nostri lavoratori, i nostri giovani, i nostri ragazzi, dalla guerra del povero contro il povero, tutti uguali contro la miseria

Daniele Cardetta

mercoledì 5 gennaio 2011

“L’Italia è il laboratorio del totalitarismo moderno”. Intervista a Stefano Rodotà. di Miguel Mora, da El Paìs, traduzione italiana di Andrea Pinna

Difensore della laicità, della democrazia e del buon senso, Stefano Rodotà è uomo di squisita gentilezza. Maestro del diritto, schierato senza ambiguità ed erede dell’operosità di Pasolini, è forse il penultimo umanista europeo ed uno dei pochi intellettuali di razza che rimangono in questa Italia «triste e sfilacciata che si guarda l’ombelico e sembra sempre di più un’appendice del Vaticano mentre si avvicinano i 150 anni dell’unità del Paese.»

Professore emerito di diritto civile alla Sapienza di Roma, Rodotà nato a Cosenza 73 anni fa, scrive libri ed articoli, partecipa a congressi, dirige il Festival del Diritto a Piacenza, promuove manifesti e combatte battaglie per innumerevoli cause,dalla libertà di stampa all’etica pubblica, all’eutanasia.

Eletto deputato del PCI nel ’79, visse come parlamentare la convulsa decade finale della prima Repubblica e fu poi il primo presidente del PDS, fondato nel ’91 da Achille Occhetto dalle ceneri del PCI. Appena un anno dopo, forse prevedendo ciò che sarebbe successo, abbandonò la politica.

Oggi insegna in molte università del mondo e come specialista in filosofia del diritto e coautore della Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea, è un riferimento obbligato in tema di libertà individuali, nuovi diritti, qualità democratica e abusi di potere. Sono ormai dei classici i suoi lavori sulla relazione tra diritto e privacy, tecnologia, lavoro, informazione e religione.

È stato appena tradotto (in spagnolo, NdT) il suo libro “La vita e le regole. Tra diritto e non diritto”, un saggio del 2006 ampliato nel 2009, nel quale Rodotà riesamina i limiti del diritto e ne rivendica una natura «più sobria e rispettosa delle molteplici e nuove forme che ha assunto la vita umana».

Il professore denuncia la tirannia che i nuovi chierici del diritto vogliono imporre ai cittadini: una «casta di notabili» costituita da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che «elaborano le regole del diritto globale su incarico delle multinazionali», gli «invisibili legislatori che sequestrano lo strumento giuridico, trasformando una mediazione tecnica in una procedura sacralizzata».

Il libro traccia una critica post-marxista della giungla dei vincoli legali che comprimono le libertà introdotte dalle innovazioni tecniche e scientifiche. Citando Montaigne («la vita è un movimento variabile, irregolare e multiforme») Rodotà spiega come il “vangelo del mercato”, il potere politico e la religione abbiano prodotto insieme «una mercantilizzazione del diritto che apre la strada alla mercificazione persino dei diritti fondamentali», come si rileva da questioni tanto diverse quali l’immigrazione, le tecniche di fecondazione artificiale, o le nuove frontiere della biologia.

A parere di Rodotà questa logica mercantilista e invasiva è «in totale contraddizione con la centralità della libertà e dignità» e la privatizzazione della legalità in un mondo globale crea enormi diseguaglianze, paradisi ed inferni, «luoghi dove si creano nuovi diritti e libertà e altri dove il legislatore pretende di impadronirsi della vita delle persone».

«Il paradosso è che questa disparità, che in teoria dovrebbe favorire la coscienza dell’eguaglianza nel mondo, rischia invece di consacrare una nuova cittadinanza basata sul censo», spiega. «Se si legifera sui geni, il corpo, il dolore, la vita, i privilegi o il lavoro applicando la repressione, l’arroganza e la tecnica d’impresa della delocalizzazione, le libertà diventano merci e solo chi può permettersi di pagare ne potrà fruire».

Rodotà cita come esempio il matrimonio omosessuale o la fecondazione assistita, «che in Italia producono un flusso di turisti del diritto verso paesi come la Spagna e altri meno sicuri come la Slovenia o l’Albania». E per converso, «i paradisi fiscali e i paesi meno rispettosi dei diritti di chi lavora o con una blanda legislazione ambientale che attraggono imprese e capitali».
La grande sfida, afferma Rodotà, è «uscire dal diritto e tornare alla vita». O come afferma nel prologo del libro il prof. Josè Luis Piñar Mañas «unire vita e diritto, diritto e persona, persona, libertà e dignità; mettere il diritto al servizio dell’uomo e non del potere».

D. Non è paradossale che un giurista metta in guardia dagli eccessi del diritto?
R. Il vero paradosso è che il diritto, che dev’essere solo una mediazione sobria e sensata, si trasformi in un’arma prepotente e pretenda di appropriarsi della vita umana; il che è collegato alle innovazioni scientifico-tecnologiche. Prima nascevamo in un solo modo, da quando Robert Edwards, premio Nobel, ha inventato il bebè in provetta, sono cambiate le regole del gioco e la legge naturale non è governata solo dalla procreazione naturale. Ci sono altre possibilità e nasce quindi il problema: deve intervenire il diritto? E fino a dove? Talvolta la sua pretesa è di mettere in gabbia la scienza, contrapporre il diritto ai diritti, usare il diritto per negare le libertà. Questo è lecito? Talora può sembrare che lo sia, ad esempio nella clonazione.

D. E in altri contesti?
R. A mio parere il diritto deve intervenire senza arroganza, senza abusare, lasciando le persone libere di decidere in coscienza. Il caso di Eluana Englaro è un esempio lampante dell’uso prepotente della legge e anche del ritardo culturale e politico che vive l’Italia. Il potere e la Chiesa hanno deciso, violando il dettato costituzionale sull’inalienabile diritto della persona alla dignità e alla salute, che era necessario intervenire per limitare la dignità di quella donna ormai senza vita cerebrale e il diritto di suo padre a decidere per lei. Il problema non è solo lo strappo autoritario del potere politico, ma l’insensata sfida alla norma suprema, la Costituzione, e l’attiva partecipazione della Chiesa a quell’attacco.

D. La proibizione della fecondazione assistita è stata confermata in Italia da un referendum popolare.
R. Alcune scoperte scientifiche pongono in dubbio l’antropologia profonda dell’essere umano come l’uso e il non utilizzo di diversi embrioni nelle tecniche di fecondazione assistita. Il diritto deve prevedere queste innovazioni, non bloccarle. Gli scienziati chiedono regole per sapere se le loro scoperte sono eticamente e socialmente accettabili. Un uso prepotente della legge limita le loro ricerche, nega il progresso umano e così si appropria delle nostre vite perché ci nega ogni diritto o peggio, lo nega solo ad alcuni. Gli italiani ricchi possono andare in Spagna a sottoporsi alle tecniche di fecondazione, ai poveri ciò è precluso. Si crea una cittadinanza fondata sul censo e si distrugge lo Stato sociale. La vita viene prima della politica e del diritto.

D. L’Italia attuale è sottomessa al fondamentalismo cattolico?
R. L’Italia è un laboratorio del totalitarismo moderno. Il potere, abusando del diritto, privatizzandolo e considerandolo una merce, crea le premesse per un fondamentalismo politico e religioso e questo mina la democrazia. I vescovi italiani si oppongono al testamento biologico; quelli tedeschi ne hanno proposto una regolamentazione che è più avanzata di quella elaborata dalla sinistra italiana. Ad un anno dalla morte di Eluana, Berlusconi ha scritto una lettera alle suore che l’assistettero comunicando loro il suo dolore per non averle potuto salvare la vita. Ha ammesso pubblicamente che il potere ha tentato di appropriarsi della vita di Eluana; adesso sta proponendo alla Chiesa un “piano per la vita”, come moneta di scambio perché lo appoggi e gli permetta così di continuare a governare. Cioè ha svenduto lo Stato di diritto al Vaticano per quattro soldi.

D. Gli omosessuali continuano a non avere diritti e i laici contano sempre meno.
R. La Corte costituzionale si è pronunciata nel senso che il Parlamento deve legiferare riconoscendo il matrimonio omosessuale; questo diritto è già garantito dalla Carta dei diritti dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di un diritto sobrio, non negatore dei diritti; la religione non può condizionare la libertà. La Costituzione del 1948 all’art.32 afferma che la legge non può mai violare i limiti imposti dal rispetto della vita umana; detto articolo fu elaborato ricordando gli esperimenti nazisti e con la memoria rivolta ai processi contro i medici (nazisti NdT) a Norimberga. Fu un articolo voluto da Aldo Moro, un politico cattolico!

D. Ha mai pensato che avrebbe un giorno rimpianto la Democrazia Cristiana?
R. Quei politici avevano ben altro spessore culturale. La dialettica parlamentare tra la DC e il PCI era di un livello che oggi appare impensabile. Mentre la DC era al potere, si approvarono le leggi sul divorzio e sull’aborto; i democristiani sapevano che la società e il femminismo le volevano e capirono che opporsi li avrebbe danneggiati politicamente. Molti di loro erano dei veri laici,avevano il senso della misura e maggior rispetto verso gli avversari. Oggi siamo ridotti al turismo per poter nascere e morire, la gente si prenota negli ospedali svizzeri per poter morire con dignità. È mai possibile che uno Stato democratico obblighi i suoi cittadini a chiedere asilo politico per morire? Il diritto deve regolare questi conflitti, non acuirli.

D. Rosa Luxemburg diceva che dietro ogni dogma c’era un affare da difendere.
R. Certo, immagino che gli interessi della sanità privata influenzino le posizioni del Vaticano. Rispetto alle conclusioni del Concilio, le cose sono andate progressivamente peggiorando e oggi l’Italia è governata da movimenti come Comunione e Liberazione, che fanno affari favolosi con l’aiuto e il consenso del Governo. La cattiva politica è figlia della cattiva cultura; i problemi attuali nascono dal degrado culturale. Spero che il regime politico di Berlusconi finisca al più presto, ma ci vorranno decenni per superare gli effetti di questo deserto culturale. L’uso della televisione non solo come strumento di propaganda, ma come mezzo di abbruttimento; la degenerazione del linguaggio… tutto è peggiorato. Il degrado ha invaso un’area molto più ampia di quella del centro-destra e c’imbattiamo dovunque in comportamenti speculari a quelli di Berlusconi.

D. Vengono posti in discussione persino i diritti del lavoro.
R. Il pensiero giuridico si è molto impoverito. Negli anni settanta approvammo una riforma radicale del diritto di famiglia perché la cultura giuridica e la sua ispirazione democratica lo permisero. Si chiusero i manicomi, si approvò lo Statuto dei lavoratori… riforme che oggi sarebbero impensabili.

D. La sinistra non reagisce adeguatamente, perché?
R. Il recupero della cultura è la premessa per ridar fiato all’iniziativa della sinistra. Tutti dicono che si deve guardare al centro, io credo che si debba prima rianimare la sinistra. Craxi distrusse la socialdemocrazia, il PCI si è suicidato, un cataclisma di cui perdurano ancora gli effetti. Abbiamo perso il primato della libertà e oggi comanda l’uso privato e autoritario delle istituzioni. La società si è decomposta, il Paese rischia il disfacimento. La politica mostra i muscoli e il diritto si sbriciola.

D. L’Europa ci salverà?
R. L’Europa non vive un momento splendido. Aumentano xenofobia e razzismo; la debolezza culturale italiana si allarga a tutto il continente. Trono e altare sono di nuovo alleati, anche se in un’altra maniera rispetto al passato. Oggi assistiamo alla fusione di mercato, fede e politica che pretendono di organizzare le nostre vite manipolando il diritto. Il problema italiano non è l’insufficiente contrasto della corruzione, bensì che la si promuove ai sensi di legge, come emerge dallo scandalo della Protezione civile: si è derogato dalla trasparenza e dai controlli ordinari per poter rubare più facilmente. Negli anni settanta le tangenti erano ridicole e comunque c’era maggiore compostezza e rispetto della collettività. Craxi ebbe un ruolo devastante, rappresentò un cambio d’epoca. Adesso si è imposta la regola “Se lo fa Berlusconi, perché non lo posso fare io?”.