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giovedì 16 giugno 2011

Afghanistan: continua la guerra ai civili


Di anni, da quando gli Stati Uniti hanno deciso di invadere l’Aghanistan dando avvio alla ormai famosa “guerra al terrore”, ne sono passati dieci. Eppure la guerra afghana non è ancora finita, come testimonia l’elevatissimo tributo di sangue che viene pagato dalla popolazione civile del paese. Il recente aumento di uccisioni di civili in Afghanistan solleva a questo punto alcuni interrogativi di fondo: come mai il numero di civili uccisi è aumentato nel corso del conflitto anzichè diminuire dopo le fasi più acute della guerra?. Al Pentagono, ovviamente, parlano di incidenti, di errori di guerra e di “effetti collaterali”, accusando quindi i guerriglieri afghani di ingaggiare battaglia volontariamente in aree piene di civili, costringendo gli americani a rispondere al fuoco. Infine, molti analisti americani accusano i guerriglieri di convertire al fondamentalismo islamico gli abitanti dei villaggi, costringendo la Nato a uccidere civili in modo che essi diventino poi martiri da utilizzare come dispositivo di reclutamento. Ma allora, la guerra che ci è stata descritta da Nato e Usa in Afghanistan è una guerra ben diversa da quella che effettivamente viene combattuta da dieci anni a questa parte, in quanto non sarebbe una guerra al “terrore”, cioè ad alcuni gruppi terroristici che utilizzano alcune basi logistiche in Afghanistan, bensì una guerra totale vera e propria vista la costante promiscuità tra guerriglieri e popolazione.
Del resto il modus operandi della Nato in Afghanistan prevede tranquillamente la possibilità di sacrificare anche parecchi civili al fine di uccidere un singolo o pochi sospetti combattenti, un modo di operare molto più vicino a una guerra di occupazione che a una operazione umanitaria o di polizia internazionale. La realtà sembra essere che gli americani e la Nato starebbero ormai combattendo una guerra “contro” il popolo afghano, dato che i legami personali di solidarietà tra i combattenti e la popolazione civile sono troppo profondi per essere schematizzati a tavolino nella Casa Bianca. Ecco quindi che situazioni considerate sospette, come ad esempio riunioni di famiglia (spesso confuse con riunioni di terroristi), o carovane commerciali (spesso confuse con missioni di contrabbandieri), vedono intervenire i militari americani con conseguenze drammatiche.E’ chiaro che delle forze di occupazione che hanno interessi profondamente diversi da quelli di milioni di cittadini afghani, non possono che non riuscire a relazionarsi con esse, continuando a parlare due lingue diverse che non si incontreranno mai, facendo precipitare la situazione nella violenza.
Spesso civili e combattenti dunque sono indistinguibili, anche perchè la maggior parte dei combattenti afghani possiede una famiglia, coltiva terreni agricoli, e magari alleva anche bestiame, frequentando spazi sociali come moschee e piazze cittadine, mettendo quindi a repentaglio l’incolumità di tutta la popolazione. I civili- combattenti sono purtroppo un fenomeno popolare di massa, come evidenziato dal fatto che non sono bastati dieci anni di guerra per piegare la resistenza afghana, segno evidente che i cosiddetti gruppi fondamentalisti non sono isolati dal resto della popolazione come si pensava, altrimenti sarebbero stati piegati molto prima essendo in una condizione di soverchiante inferiorità numerica e di mezzi. Vista questa difficile situazione, forse la Nato dovrebbe considerare al più presto un disimpegno dall’Afghanistan, in quanto stando così le cose sembrerebbe sempre di più una guerra impossibile da vincere, dove gli unici a cadere e a pagare il conto sarebbero civili innocenti, già peraltro duramente provati da dieci anni di sofferenze.
Daniele Cardetta

mercoledì 15 giugno 2011

Grecia: rabbia e malcontento contro i tagli del governo


Malcontento in Grecia a causa delle misure indiscriminate di austerità che il governo socialista dovrebbe varare entro la fine del mese. I trasporti e i servizi pubblici infatti nella giornata di oggi si fermeranno per uno sciopero di 24 ore proclamato dai sindacati. Saranno interessate dallo sciopero anche banche, scuole, uffici e servizi pubblici, tra cui anche gli ospedali, i quali rimarranno operativi solo per quanto riguarda le emergenze. Persino i giornalisti hanno deciso di aderire allo sciopero, promuovendo un silenzio stampa informativo a partire da questa mattina; i traghetti rimarranno fermi nei porti per tutta la giornata, anche se almeno i voli saranno operativi dato che i controllori di volo hanno scelto di non aderire allo sciopero nazionale.

Lo sciopero è stato indetto mentre il parlamento si accinge ormai ad approvare una manovra di auserity da almeno 28 miliardi di euro, una cifra enorme che porterà a tagli rilevanti alla spesa pubblica e ad aumenti di tasse consistenti almeno fino al 2015. Queste misure di austerità saranno necessarie al fine di riuscire a ricevere il prestito internazionale da 110 miliardi di dollari, prestito in grado di poter salvare l’economia greca, già duramente provata dalla crisi. Come se non bastasse, inoltre, il governo socialista avrebbe intenzione anche di varare una privatizzazione da 50 miliardi di euro.

Intanto, fin dalle prime ore del mattino, migliaia di lavoratori, studenti e pensionati si sono sistemati in attesa proprio di fronte al parlamento, dove da settimane centinaia di attivisti hanno allestito gazebi e sit-in. L’obiettivo dei manifestanti sarebbe quello di tentare di impedire ai deputati di entrare in aula per il dibattito sulle misure si austerity, e per far comprendere il clima di incertezza che si respira ad Atene, il ministro socialista dello Sport, Giorgios Liannis, si è dimesso dal suo incarico per proteste. Del resto il partito socialista di Papandreou è spaccato al suo interno riguardo a queste misure di lacrime e sangue, il deputato Alexandros Athanassiadis infatti ha annunciato che intende votare contro le nuove misure, e diversi suoi colleghi hanno condiviso le sue perplessità sul pacchetto “austerity”. La sensazione è che di fronte a questi tagli ingenti e indiscriminati, le proteste potrebbero riaccendersi mettendo in seria difficoltà il governo.

martedì 14 giugno 2011

Cina: Il Partito Comunista festeggia il novantesimo anniversario nel segno della riscoperta di Mao


Per quanto ai più sembri bizzarro, se non grottesco, che alla guida della nazione emergente più potente e con più prospettive di crescita al mondo ci sia un partito che si dichiara ancora, orgogliosamente comunista nel XXI secolo, questo corrisponde indubitabilmente alla realtà. Il Partito Comunista Cinese infatti, celebra proprio quest’anno il novantesimo anniversario della sua fondazione, e coglie l’occasione per ribadire di fronte al mondo i passi in avanti fatti dalla Cina in quest’ ultimo periodo. Con l’approssimarsi dell’anniversario della fondazione del Partito, avvenuta il 1 luglio 1921, il governo municipale di Pechino ha già cominciato a invitare i giornalisti stranieri per farli assistere all’esibizione patriottica, che sarà sicuramente uno spettacolo curato nei minimi particolari.

La celebrazione dell’anniversario della fondazione del Partito sarà comunque l’occasione per prepararsi opportunamente al cambio della guardia in seno ai quadri dirigenti, dato che tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 , l’attuale gruppo dirigente dovrebbe andare in pensione, lasciando quindi spazio a una nuova generazione di statisti, tra i quali svetta per spessore e popolarità Bo Xilai, 62 enne figlio di Bo Yibo, uno degli esponenti più noti del Partito. Bo Xilai è riuscito a farsi apprezzare in Cina per la sua lotta aspra e spietata alla mafia e ai suoi legami sempre più stretti con la politica, ma non è questo lato che lo rende interessante alla luce del Novantesimo del Partito. Bo Xilai infatti ha coniugato da sempre alla lotta alla mafia anche la riscoperta dell’ideologia comunista, secondo molti lasciata un pò da parte dalle scelte di Pechino degli ultimi quindici anni. Bo Xilai è attivissimo nell’organizzare e guidare assemblee e convegni nei quali si cantano canzoni rivoluzionarie e “rosse”, inoltre ha anche fatto sì che venissero introdotte alcune trasmissioni considerate “patriottiche” sulle reti televisive statali. Bo Xilai infine gestisce anche numerosi microblog “rossi”, i sostituti cinesi dei social network, di quali esalta la figura di Mao Zedong, invitando a riflessioni e a discussioni sui suoi insegnamenti, ritenuti ancora attualissimi.

Chiaramente in questo Novantesimo sarà centrale l’imponente figura di Mao Zedong, sul quale il Partito ha deciso di investire a piene mani tanto che una delle caratteristiche delle celebrazioni sarà proprio la riscoperta del “Grande Timoniere”, colui che ha legato il comunismo a doppio filo con il destino della Cina contemporanea. Dopo che negli ultimi vent’anni il pensiero e l’operato di Mao erano stati sottoposti a dure critiche, spesso costruttive, ecco che all’interno del Partito Comunista Cinese sta prendendo importanza e potere una delle fazioni piu “rosse” che si riconoscono maggiormente proprio nel Grande Timoniere. Sarà molto interessante seguire il dibattito che si animerà in occasione delle celebrazioni del novantesimo per sapere come il Partito Comunista Cinese intenderà coniguare la sua impronta marxista con la grande e sostenuta crescita dell’economia cinese, una economia che potrebbe portare il colosso cinese a superare quella degli Stati Uniti nei prossimi dieci anni.

Daniele Cardetta

lunedì 13 giugno 2011

Smascherata l’ennesima truffa, due americani dietro il blog della lesbica siriana.


13 giu. La notizia ha dell’ incredibile, eppure riceve conferme da più fonti e dunque merita un approfondimento adeguato. Sto parlando del caso di Amina Arraf, una blogger siriano-americana, una ragazza lesbica e naturalmente dissidente, dotata di un talento straordinario nella scrittura. Questa fantomatica ragazza ha fatto parlare di sè sul web e sui media internazionali, assurgendo un pò a piccolo mito, tanto che da tutto il mondo migliaia di persone cliccavano sul fortunato blog “A gay girl in Damascus” per leggerne le riflessioni e le opinioni su quanto stava accadendo in Siria.

La settimana scorsa è arrivata però la svolta, migliaia di persone si sono collegate come di consueto al blog della presunta dissidente e hanno constatato con enorme sdegno e stupore che la presunta cugina di Amina ne aveva denunciato la sparizione sul blog. Ovviamente la notizia della sparizione della ragazza ha lasciato tutti con il fiato sospeso, e migliaia di persone hanno commentato su vari forum online la vicenda, cercando di immaginare in chissà quale carcere del regime di Assad dovesse essere stata trasportata. Lo sdegno per la sparizione della povera dissidente ha raggiunto livelli altissimi, tanto che si sono creati dei gruppi spontanei su internet per ottenere la sua liberazione che hanno raggiunto anche 15mila iscritti. Come se non bastasse persino il dipartimento di Stato americano si sarebbe mosso per cercare questa fantomatica dissidente, o perlomeno la sua presunta famiglia che secondo quando riferito dal blog constava di una madre americana e di un padre siriano.

La cosa ancora più grottesca è che anche dei media importanti come il Guardian, il New York Times, e persino la Cnn, abbiano intervistato Amina tramite email, dandole un risalto da prima pagina e rendendola una star, senza però cercare in alcun modo di verificare l’esistenza e l’identità della presunta blogger. Qualcuno meno sprovveduto ha subito dubitato della vicenda, come Andy Carvin di Npr, e ha cominciato a chiedersi come mai non venisse trovato alcun riscontro nella vita reale riguardo all’esistenza di Amina, e come mai nessuno la conoscesse a Damasco. Indagini più approfondite hanno poi portato a scoprire che le presunte foto di Amina erano in realtà foto di una ignara ragazza inglese, rubate e spacciate per quelle della fantomatica lesbica siro-americana.

A questo punto le indagini sono continuate concentrandosi sugli indirizzi proxy da cui la presunta ragazza postava i blog, e hanno portato a risalire ad un unica persona: Tom MacMaster. Costui, un americano di 40 anni, sta seguendo un master in studi orientali a Edimburgo, in Scozia, confermando così le tracce cibernetiche del blog di Amina, le quali portavano proprio in Scozia. MacMaster è sposato con Britta Froelicher, un’attivista di un’associazione americana per la pace in Medio Oriente, nonchè un’attenta osservatrice delle questioni siriane.

Dunque Amina non solo non esisteva, ma non era nemmeno una donna, nè tantomento una lesbica. Amina era un uomo di quarant’anni, responsabile di aver rubato una ragazza inglese della sua foto tramite facebook e di aver risposto a decine di interviste via email fingendo di essere una persona che non esiste. Smascherato, MacMaster ha cercato di arrampicarsi sugli specchi postando un ultimo post sul blog della ragazza virtuale, chiedendo scusa ai lettori e cercando di spiegare di aver raccontato questo castello di bugie solo col nobile proposito di sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale ai problemi del Medio Oriente.

Questo ennesimo caso di bufala mediatica, una bufala che ha coinvolto media e migliaia di internauti, dovrebbe fare riflettere sull’uso sempre più sconsiderato che viene fatto dall’ informazione del mezzo di internet. Chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo del mondo, può crare con pochi gesti un blog e può gestirlo stando comodamente a casa comunicando contemporaneamente con migliaia e migliaia di persone. E’ chiaro che il rischio che possano esserci dei millantatori è altissimo, ed è grottesco che alcuni giornalisti predano per vera qualsiasi notizia di un certo tipo che compaia sulla rete; basta che vi sia una notizia che tocchi argomenti sentiti da milioni di persone che si prendono per vere le bufale più incredibili, peraltro verificabili con poche mosse.

Mentre migliaia di internauti si stracciavano le vesti per la povera Amina, rinchiusa in chissà quale duro carcere di Damasco, ecco che nella realtà i soldati siriani la repressione la facevano per davvero, e questa volta non vi era nessun blog che raccontasse delle sofferenze e della prigionia patite da centinaia di dissidenti, quelli veri però. La loro vita però è forse troppo ordinaria per interessare il palato fine del pubblico occidentale, abituato con il caso della blogger lesbica a storie mirabolanti capaci di commuovere milioni di persone, e forse, in fin dei conti, preconfezionate. In un mondo in cui tutto è collegato da internet, e in cui le sofferenze e il dolore di popolazioni martoriate può raggiungere tutte le case in pochi secondi, ecco emergere una nuova patologia dell’informazione: la creazione di profili inventati che servano a canalizzare la sensibilità di milioni di persone verso una direzione precisa. In Sudan, in Africa, in altri paesi martoriati dalla guerra, dalla povertà, e dalla fame, aspettano con fiducia la loro “Amina”, per un pò di attenzione e un pò di compassione.

Daniele Cardetta

domenica 12 giugno 2011

Nasce la guerra cibernetica: Fmi sotto attacco



Tra i vari tipi di terrorismo e di guerra del XXI secolo, in molti hanno già espresso il fondato giudizio di includere anche quelli di tipo cibernetico e informatico; nella società globalizzata e informatizzata dei nostri tempi infatti, moltissimi servizi di vitale importanza vengono gestiti da sistemi informatici ramificati e complessi, e quindi gli stati devono vigilare giorno e notte sulla loro sicurezza, se non vogliono trovarsi di fronte a episodi di pirateria o sabotaggio.

Quella che sembrerebbe la trama di un film di intrighi e spie, in realtà si sta configurando come pura e semplice realtà almeno dalle prime ore di questa mattina, quando cioè è stata resa pubblica la notizia che i computer del Fondo Monetario Internazionale sarebbero sotto attacco cibernetico. A confermarlo ci ha pensato proprio un portavoce del Fmi, affidando le sue dichiarazioni al New York Times: «Il Fondo è pienamente operativo. Posso solo confermare che sull’incidente è stata aperta un’indagine». Ricordiamo che il Fmi ha acesso a informazioni sensibili di moltissime Nazioni, e quello che ha subito sembrerebbe essere un attacco cibernetico sofisticato su larga scala, non una bravata episodica dunque, ma un vero e proprio attacco pianificato e organizzato a tutto il sistema. Il New York Times ha riferito che il consiglio direttivo dell’Fmi sarebbe stato informato dell’accaduto solo mercoledì scorso.

Ovviamente l’Fbi sta indagando approfonditamente sull’accaduto, come reso noto peraltro da un portavoce del dipartimento della Difesa, secondo il quale l’obiettivo vero dell’attacco sarebbe stato quello di installare un software che desse lo status di “nazione” ad un “intruso digitale”. Queste ipotesi lasciano una sorta di cappa inquietante su tutta la vicenda, ancor più che non si sa assolutamente nulla relativamente all’identità e ai propositi di questi hackers, non si sa se hanno lavorato in qualità di indipendenti o se invece hanno eseguito ordini arrivati da qualcun’altro, sicuramente questo potrebbe essere l’inizio della prima Cyber War del XXI secolo.

Daniele Cardetta

sabato 11 giugno 2011

Un nuovo modello di sviluppo questo l'obiettivo del SI. Di Ugo Mattei, tratto da "Il Manifesto"


Siamo vicinissimi al quorum e con un ultimo sforzo possiamo farcela. Le circostanze ci sono favorevoli. L’incredibile autogol prodotto dal tentativo di scippare il referendum pesa sugli umori del fronte del no. Ma è importante che l’allargamento del perimetro del sì non faccia perdere di vista l’essenza politica di questo voto: un’inversione di rotta rispetto a un ventennio di politiche liberiste e un modello di sviluppo nuovo, fondato sulla qualità della vita e finalmente libero dalla schiavitù del Pil, del pensiero economico mainstream dei Draghi e dei poteri forti, del falso realismo conservatore. Un sì che legittima politicamente la realizzazione delle idee (sul manifesto del 7 giugno Viale ne ha esposte alcune di grande importanza) che ci possono consentire di uscire davvero dalla crisi. Tutti quei sì metteranno all’ordine del giorno la riforma del servizio idrico proposta dai Forum con la legge di iniziativa popolare mai discussa in Parlamento, e la riforma della proprietà pubblica della Commissione Rodotà, a sua volta giacente in Senato, che per prima definisce giuridicamente i beni comuni.
Il modello di sviluppo attuale ha causato Fukushima e la crisi economica che colpisce i più deboli. Un modello figlio del tatcherismo e della destra liberista degli anni ottanta e che in Italia è stato sdoganato anche a sinistra all’inizio della cosiddetta Seconda repubblica: in Toscana ed Emilia l’acqua ha subito le prime privatizzazioni, rese possibili dalla legge Galli. L’ingresso dei privati nei servizi pubblici, pur in quote minoritarie, porta sempre con sé un amministratore delegato attento solo al profitto di breve periodo. Al pubblico resta il Presidente, una figura politica scelta al di fuori di qualunque criterio di competenza specifica. Certo, il pubblico ha dei limiti, siamo i primi a riconoscerlo, ma rinunciare a individuarne la natura istituzionale al fine di correggerli è una resa al privatismo che gli italiani non possono più accettare. Il pubblico va curato insieme, con umiltà, dedizione e fantasia istituzionale. Smantellarlo a favore del privato è una scorciatoia pigra, cinica e disonesta che vogliamo sconfiggere per sempre.
Abbiamo iniziato la campagna di raccolta firme, in compagnia di migliaia di iscritti e militanti del Pd che si mobilitavano con noi nonostante i distinguo e le critiche dei D’ Alema, dei Veltroni e dei Bersani. Tutti possono oggi cambiare idea e non siamo noi a offenderci perché ai talk show invitano solo politici di professione. Ma su una cosa non possiamo transigere, quali che siano le logiche della società dello spettacolo. Non è vero che quei milioni di voti che otterremo per il sì vogliono aprire una discussione sui territori per scegliere se l’acqua vada gestita in modo pubblico, privato o misto. Il senso della scelta è chiaro fin dal 12 gennaio, quando la Corte ha ammesso i nostri due referendum. Tutti i sì che riceveremo sull’acqua bocciano senza appello e per sempre i sistemi privatistici nel governo dei beni comuni, riconoscendoli come beni da porsi fuori commercio, le cui utilità sono funzionali alla soddisfazione di diritti fondamentali della persona e che vanno governati anche nell’interesse delle generazioni future (è l’essenza della definizione che ne diede la Commisione Rodotà).
Gli elettori che voteranno sì, come quelli che hanno votato per De Magistris e Pisapia, hanno capito che il modello privatistico di gestione è fallito nel ventennio della “fine della storia” e che l’acqua (e la produzione energetica) va governata come un bene comune, inventando forme nuove nettamente decentrate di pubblico partecipato. Le privatizzazioni e le lenzuolate sono finite. Così come finita deve essere quella concorrenza al centro, con partiti della sinistra che imitano la destra, che tanto è corresponsabile della drammatica crisi che stiamo vivendo.

Colombia: Finalmente aperto il dialogo con le Farc


In Colombia è in atto, ormai da parecchi anni, quella che avrebbe tutti i connotati per essere definita una vera e propria guerra civile, anche se fortunatamente è circoscritta solo ad alcune determinate aree del paese, e negli ultimi anni la situazione è andata leggermente migliorando. Ora invece, sembra finalmente esserci l’opportunità per una vera e propria svolta nei rapporti tra il governo di Bogotà e le Farc, il gruppo guerrigliero di impronta marxista che in un modo o nell’altro riesce a resistere alla repressione governativa ed è riuscito a radicarsi in alcune aree consistenti della Colombia.

«Ho sempre detto che la porta non è chiusa al dialogo con le Farc, ma devono cessare ogni attività terroristica e presentarsi in piena buona fede»: queste le dichiarazioni rilasciate dal presidente colombiano Juan Manuel Santos al Washington Post all’indomani dell’importantissimo gesto da lui compiuto, ovvero l’aver firmato la legge che compenserà 4 milioni di colombiani vittime del lungo e ancora irrisolto conflitto civile che ha insanguinato il paese Mesoamericano. Tale legge è stata firmata alla presenza del segretario generale dell’Onu, Ban ki Moon, e rappresenta una vera e propria svolta nei rapporti tra il governo e le Farc, perchè viene considerata una legge storica nei confronti di tutte le famiglie che hanno perso beni e familiari a partire dal 1985.

La guerra civile colombiana negli ultimi decenni ha causato la morte di qualcosa come 200mila persone, una cifra enorme che è spesso passata inosservata ai media di tutto il mondo, attratti forse da teatri ritenuti strategicamente maggiormente interessanti. Questa legge firmata dal presidente Santos ha l’ambizione di affrontare alla radice le cause del conflitto, restituendo migliaia di ettari di terra ai contadini poveri, costretti fino a questo momento a vedersela espropriare da veri e propri squadroni della morte e boss locali. Inoltre lo sforzo che sta compiendo Santos si pone in completa antitesi rispetto all’operato del suo predecessore, Alvaro Uribe, il quale era arrivato persino a negare che in Colombia esistesse un confronto civile armato, non essendo disposto a dare dignità ai guerriglieri delle Farc. Lo stesso Uribe si era sempre dimostrato contrario a una legge di questo tipo in quanto sosteneva in modo grottesco che tale legge avrebbe penalizzato ingiustamente esercito e polizia per crimini di guerra.

Il riconoscere che migliaia di colombiani sono stati danneggiati nel corso degli anni e che quindi dovrebbero aver diritto a un risarcimento, potrebbe essere un primo passo verso una pacificazione generale che possa consentire al paese colombiano una lenta e difficile transizione verso la pace.

Daniele Cardetta

giovedì 9 giugno 2011

Ollanta: un nuovo Chàvez in Perù?


La vittoria alle recenti elezioni di Ollanta Humala permette al Perù di virare verso sinistra, facendo spirare ancora più forte il vento di rinnovamento su tutta l’America Latina. In realtà la vittoria di Ollanta parte da lontano, almeno dal tentato colpo di stato che aveva portato alla fuga precipitosa del discusso e discutibile Fujimori, accusato tra le altre cose di aver proceduto alla sterilizzazione forzata di almeno 300mila donne indigene, oltre che reo di aver sciolto unilateralmente il Parlamento; tutti reati per i quali dovrebbe scontare 225 anni di carcere. Ollanta in quel tentato colpo di stato era un tenente colonnello dell’esercito, e in questo presenta grandi analogie con un altro protagonista della politica dell’America Latina di inizio secolo, Hugo Chàvez. Ollanta ha vito le elezioni contro la figlia di Fujimori, Keiko, e ha quindi appalesato la volontà di cambiamento richiesta a gran voce dal popolo peruviano, tuttavia dovrà affrontare non poche difficoltà per riuscire a incidere con la sua politica in uno scenario che si fa molto complicato.

Ollanta comunque non ha alcuna intenzione di imitare Chavèz in modo acritico, bensì ha ribadito di voler portare avanti un modello di sviluppo indipendente non basato sulla nazionalizzazione massiccia del mercato, e cercando di tutelare l’indipendenza dei mass media. Intanto però i mercati sono spaventati dalla vittoria di Ollanta, la Borsa di Lima è crollata del 6% dopo l’annuncio della sua vittoria contro Keiko Fujimori, e la società americana Blackrock ha preso la repentina decisione di liquidare un fondo peruviano a New York, segnali questi di una diffidenza nemmeno troppo velata nei suoi confronti. Dopo il voto Ollanta ha anche voluto dire la sua sulla politica estera che cercherà di praticare per il bene del Perù, una politica che vede più vicina agli Stati Uniti, i più importanti partner commerciali del paese andino.

Infine il quadro per Ollanta è complicato ulteriormente dalla diffidenza della Colombia, i cui principali giornali hanno appoggiato la Fujimori in modo nemmeno troppo velato. In sostanza Ollanta Humala e Hugo Chavèz sono due personaggi molto diversi, tuttavia sono accomunati da alcuni aspetti, a cominciare dal fatto che entrambi in un modo o nell’altro stanno contribuendo a cambiare gli assetti geopolitici di un continente, quello Latinoamericano, che è da sempre stato considerato dai vicini statunitensi a guisa di un “cortile di casa”. A Bolivia, Ecuador e Venezuela che portano avanti un’alternativa e un progetto bolivariano, e al Brasile che ha un governo di sinistra stabilmente al potere, si aggiunge ora anche il Perù, aumentando il peso specifico di un cambiamento che sta rendendo il Sudamerica un vero laboratorio di questo XXI secolo.

Daniele Cardetta

La Cina valuta l’invio di aiuti umanitari a Tripoli



«La Cina sta esaminando le attuali condizioni umanitarie della Libia e valuterà se fornire ulteriori aiuti al Paese»: con queste parole Chen Xiaodong, il direttore generale del Dipartimento per l’Asia occidentale e il Nord Africa del ministero degli Esteri di Pechino, ha voluto sottolineare l’attenzione con cui la Cina guarda alle recenti vicende libiche. Le parole di Chen Xiaodong sono arrivate subito dopo l’incontro avvenuto a Pechino tra Yangh Jiechi, il capo della diplomazia cinese, e il suo omologo libico Abdul Ati al-Obeidi, mandato in Cina dal Colonnello Gheddafi in persona. Questo incontro è molto importante in quanto rende palese quella che è una strategia a breve e lungo termine della Repubblica Popolare, ovvero inserirsi nelle dinamiche sociali ed economiche del continente africano.

Ma se fino a questo momento la Repubblica Popolare ha cercato la penetrazione economica nell’Africa subsahariana, negli ultimi mesi ha approfittato delle rivolte che hanno reso instabile il Nord Africa per inserirsi anche in questo contesto. La Cina sostiene infatti l’Egitto con un milione di dollari e la Tunisia con due milioni di dollari e con aiuti umanitari tesi a far fronte all’arrivo di rifugiati libici nei due Paesi. Il ministro Yang ha poi esortato le due parti in guerra, ribelli e lealisti, ad «avviare un processo politico per risolvere presto la crisi in atto, in modo da tutelare la pace e la stabilità nella regione»; la priorità secondo la Cina insomma dovrebbe essere il raggiungimento di un cessate il fuoco teso a evitare grandi disastri umanitari e a risolvere la crisi politicamente.

Ricordiamo infine che la Repubblica Popolare, allo stesso modo che la Russia, si è astenuta dal voto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di marzo, voto che sanciva la no-fly zone sulla Libia e che ha preluso all’intervento militare alleato nel paese di Gheddafi. La Cina intrattiene relazioni diplomatiche continuativamente con la Libia sin dal 1978, e dallo scoppio della guerra ha evacuato da Tripoli almeno 40mila cinesi, quasi tutti impiegati in aziende edili, petrolifere, di telecomunicazioni e infrastrutture. Questo a testimoniare lo stretto legame strettosi nel tempo tra Pechino e Tripoli, un legame che non è stato incrinato nemmeno dal deflagrare della crisi.

Daniele Cardetta

martedì 7 giugno 2011

Spira vento di sinistra nell'America Latina



Spira vento di rinnovamento nel Sudamerica, come testimoniato dalla vittoria di Ollanta Humala in Perù contro la sua avversaria della destra Keiko Fujimori, la quale ha riconosciuto la vittoria del rivale dopo il ballottaggio di domenica. Ollanta Humala, ex militare, era il candidato della sinistra peruviana, e ha ottenuto consensi decisivi nelle aree rurali del paese andino. La Fujimori dal conto suo portava su di sè l’eredità ingombrante del padre e quindi non partiva da una posizione vantaggiosa nella sfida contro il suo rivale politico. Alla stampa di Lima la Fujimori ha voluto riconoscere la vittoria di Ollanta, congrutalandosi con lui per la vittoria elettorale. Con la vittoria di Ollanta anche il Perù dunque vira a sinistra dopo la Bolivia, il Venezuela e il Brasile, aumentando dunque le possibilità dell’affermazione di un nuovo blocco antimperialista e autonomo nel continente dell’America Latina.

A Roma nasce “RibAlta-Alternativa Ribelle”



6 giu. Nella quiete e tranquillità dell’ex Lavanderia di Roma, situata nel parco dell’ex Manicomio in Piazza Santa Maria della Pietà, si è svolto il 4 e il 5 giugno un interessante incontro organizzato dalle giovanili di Rifondazione Comunista (GC: Giovani Comunisti), e dei Comunisti Italiani (Fgci: Federazione giovanile Comunisti italiani). L’incontro era orientato all’apertura di un nuovo percorso condiviso tra le due organizzazioni giovanili, le quali ovviamente si trovano a cooperare attivamente visto l’avvicinamento in atto tra i due partiti, che dopo essere rimasti divisi per più di dieci anni hanno finalmente trovato nella Federazione della Sinistra delle modalità nuove di aggregazione e cooperazione. RibAlta-Alternativa Ribelle è una nuova associazione nata appunto dal confronto attivo e proficuo tra le due organizzazioni, e sarà una associazione che dovrà porre le basi per la riorganizzazione di una presenza attiva dei due partiti all’interno della società civile, con un particolare occhio di riguardo al mondo dei giovani. Le due giornate di assemblea che hanno certificato il lancio dell’associazione sono state molto intense con workshop tematici che hanno coinvolto decine di giovani arrivati da tutta Italia per prendere parte a questo processo nuovo, un processo su cui le due organizzazioni giovanili hanno deciso di puntare con decisione al fine di innovare e rilanciare i rispettivi partiti e la Federazione della Sinistra. Questa associazione permetterà ai giovani dei Gc e della Fgci di ricostruire un tessuto connettivo con le lotte sociali e con il mondo giovanile, permettendo di costruire dal basso dei movimenti che offrirebbero luoghi di discussione senza l’opprimente cappa partitica di contorno.



Daniele Cardetta

giovedì 2 giugno 2011

Svolta in Honduras: Zelaya è tornato a casa



2 giu. Mel Zelaya è finalmente atterrato a Tegucicalpa. Nel periodo di tempo in cui il legittimo presidente rovesciato del popolo honduregno è rimasto fuori dal suo paese, i media hanno taciuto in merito alla violenta repressione che i golpisti hanno scatenato contro la società civile rea di averlo supportato. Il ritorno di Zelaya a casa è una vittoria sotto diversi punti di vista, da un lato infatti è la dimostrazione della vittoria del popolo dell’Honduras contro gli interessi di parte dei golpisti che lo rovesciarono con un golpe vergognoso, un golpe che ha visto l’indignazione generale dei primi giorni lentamente scemare fino a diventare una omertà vergognosa. Nel periodo in cui Mel Zelaya ha abbandonato l’Honduras, a Tegucicalpa sono avvenuti fatti gravissimi come l’assassinio di molti leader contadini e della resistenza ai golpisti, e ora forse si potrebbe aprire una nuova fase politica in cui potrebbe essere messa in discussione anche l’impunità ai limiti dello scandaloso di cui si sono giovati Micheletti e i golpisti per instaurare il proprio controllo nelle istituzioni.

Probabile che dietro il ritorno a casa di Zelaya ci siano anche delle pressioni esercitate da Hugo Chàvez, il presidente del Venezuela bolivariano, il quale sta dimostrando sempre più con il passare del tempo di voler esercitare un ruolo sempre più rilevante e attivo nel disegnare gli scenari del continente Mesoamericano. Il fatto che Zelaya sia potuto ritornare in Honduras, e possa ricominciare nuovamente la lotta politica nel suo paese, sta a testimoniare una raggiunta maturità del blocco per così dire “antimperialista” nel continente dell’America Latina.

Cina: la moratoria sulla pena di morte è realtà



02 giu- Si parla ormai da sempre della Cina come una delle grandi potenze proiettate a estendere il proprio controllo economico e politico su gran parte del mondo nel giro dei prossimi decenni. In molti però hanno da sempre criticato la Cina non vedendo progredire i diritti umani di quel paese parallelamente ai progressi, indiscutibili, ottenuti nel settore economico e industriale. Nel 2011 sono purtroppo ancora troppi i paesi che praticano abitualmente la pena di morte, Stati Uniti e Cina ovviamente non sono da meno, anche se è proprio di questi giorni la notizia, colpevolmente trascurata dalla maggior parte dei media, che la Corte suprema cinese avrebbe dichiarato una moratoria di due anni sulla pena di morte. Questa a ben vedere è una splendida notizia, che meriterebbe ben altri approfondimenti e meriterebbe di essere nelle prime pagine di tutti i giornali. A questo punto subentra una domanda: come mai dopo anni e anni in cui l’occidente ha fatto una giusta e sacrosanta campagna contro l’uso della pena di morte in Cina, oggi questa notizia non viene quasi commentata?. Gli Stati Uniti ad esempio non hanno ancora deciso di mettere in pratica nessuna moratoria, tuttavia ormai sembra quasi che la questione non interessi più quasi nessuno, come se ci si fosse ormai rassegnati a questa pratica nel paese più importante, per il momento, del mondo. Secondo quanto riferito dall’agenzia “Nuova Cina” infatti, la Suprema corte del popolo cinese, la massima istanza giudiziaria del paese, ha chiesto esplicitamente a tutti i tribunali operanti in Cina di applicare una moratoria di due anni alle esecuzioni con pena capitale attualmente previste. La pena di morte verrà prevista solamente ad “un piccolo numero di criminali responsabili di reati estremamente gravi”. Alla luce di questi fatti è facile comprendere la portata che per il progresso del popolo cinese potrebbe venire assunta da questa notizia straordinaria. La speranza è che l’opinione pubblica mondiale possa riflettere lungamente su questa moratoria, magari riportando d’attualità il tema della pena di morte e inserendola in un contesto più ampio che non rinunci a fare pressioni anche sugli Stati Uniti, i quali continuano senza problemi a usare tale pratica.

martedì 31 maggio 2011

Beppe Grillo delira come Libero e il Giornale: “Ha vinto Pisapippa, ha vinto il Sistema”. Tratto da www.giornalettismo.com




Beppe Grillo l’ha presa benissimo. La vittoria di Giuliano Pisapia, che lui aveva pronosticato con la solita certezza che gli si confà (qui un video nel quale dava per trionfante la Moratti), e soprattutto il fatto che l’avvocato milanese abbia vinto con uno scarto di 67mila voti mentre il MoVimento 5 Stelle ne aveva presi 21mila al primo turno (e quindi, anche se nessuno dei loro ha espresso ufficialmente una posizione ufficiale pro-Pisapia, quei voti non sarebbero stati decisivi), hanno agito da ricostituente al comico genovese, che oggi sul suo blog ha espresso con la solita serenità la sua opinione:

Ha vinto il Sistema. Quello che ti fa scendere in piazza perché hai vinto tu, ma alla fine vince sempre lui. Che trasforma gli elettori in tifosi contenti che finalmente ha vinto la sinistra o alternativamente, ha vinto la destra. Qualcuno ha detto al Pdmenoelle che “E’ facile vincere con i candidati degli altri”. Già, ma chi sono gli altri? Pisapia avvocato di De Benedetti, tessera pdmenoelle numero UNO (che ha per l’ingegnere svizzero gli stessi effetti taumaturgici della mitica monetina di Zio Paperone), Fassino deputato a Roma e sindaco a Torino che vuole la militarizzazione della val di Susa? Vendola che costruisce inceneritori insieme alla Marcegaglia, destina 120 milioni di euro di denaro pubblico della Regione Puglia alla fondazione San Raffaele di Don Verzé, padre spirituale di Berlusconi e mantiene privata la gestione dell’acqua? Il Sistema ha liquidato Berlusconi e deve presentare nuove facce per non essere travolto. Se sono vecchie, le fa passare per nuove. Se sono nuove le fagocita con la tessera di partito e ruoli di rappresentanza. Se Pisapia fermerà almeno la costruzione mostruosa dell’EXPO 2015 insieme a quella di City Life, chiuderà gli inceneritori, taglierà del 75% gli stipendi dei consiglieri comunali, mi ricrederò, pensate che lo farà?

Poi, Grillo ha continuato parlando del suo MoVimento cancellato e del Pdmenoelle che non ha fatto la legge elettorale e quella sul conflitto di interessi. E infine ha chiosato:

La Confindustria cerca nuove vie per mantenere i suoi parassiti. Si è svegliata dopo Fukushima, quando ha capito che la torta di circa 30 miliardi delle centrali nucleari stava svanendo, prima aspettava l’osso e taceva. La Confindustria, insieme ai partiti, farà di tutto per far fallire i referendum che gli sotrarrebbero la gestione dell’acqua per sempre. Dei referendum non parla più nessuno. Tutti in piazza a festeggiare. Tutto cambia perché nulla cambi. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Ora, a parte che Pisapia ha chiuso il suo ultimo intervento dicendo “Ora andiamo a votare al referendum”, sembra proprio strano che nell’analisi manchi anche una sola parola sul risultato di Napoli, dove l’ex amico De Magistris ha vinto alla grande. Come mai questo silenzio? Non si può sapere perché De Magistris è un ex amico? E che ha fatto di male? Uff, la trasparenza…

lunedì 30 maggio 2011

Con De Magistris e Pisapia, la maggioranza vola via


Finalmente, dopo una settimana di parole al vento, di pantomime e di frecciatine incrociate, ecco arrivare i verdetti, quelli sì pesanti come macigni. I risultati elettorali di questi ballottaggi sono inclementi per la maggioranza di governo del centrodestra, e ci parlano di un Italia diversa, di un vento nuovo che sta soffiando sul nostro paese, un vento che ha spazzato via i relitti della politica ed è stato più forte di ogni tentativo di Berlusconi e soci di imbrigliarlo. E’ stato un verdetto della pancia degli italiani, uno di quei verdetti insindacabili che non lasciano adito a dubbi. Del resto, era stato proprio il Cavaliere di Arcore a trasformare le elezioni amministrative nel “dentro o fuori” del governo, ed è stato proprio il Cavaliere, altre volte attento aruspice della volontà popolare, a finire travolto da forze che, come un apprendista stregone poco avveduto, ha maneggiato con incuria. Letizia Moratti a Milano le ha provate tutte, prima ha cercato di infangare Pisapia con dei trascorsi poco trasparenti del suo passato (poi rivelatosi delle falsità), poi la farsa delle accuse a Pisapia di essere un pericoloso comunista amico di “gay”, “femminielli”, e “zingari”, poi le imbarazzanti affermazioni di Bossi: “se vince Pisapia mi taglio le balle”, e della Santanchè, la quale preannunciava un dominio del Leoncavallo sulla sua amata Milano. Evidentemente la “pasionaria” del centro destra dovrà rassegnarsi, i milanesi vogliono perlomeno correre il rischio pur di levarsela dalle scatole. Sono stati dei verdetti che hanno punito in modo chiaro e netto l’arroganza della maggioranza, un’arroganza che è andata crescendo con il passare degli anni, con il passare delle contraddizioni che si sono aperte all’interno dello schieramento di centrodestra. Dopo la sconfitta della settimana scorsa a Torino, e il ballottaggio impensabile a Napoli e a Milano, il Pdl era riuscito a parlare di pareggio sostanziale. Ancora una volta ci ha pensato la realtà a sbriciolare il castello di bugie e mezze verità costruito dalla maggioranza, e la realtà ci parla di Pisapia vincente a Milano e di De Magistris vincitore in una città come Napoli, dove in pochissimi avrebbero osato preventivare un risultato di questo tipo solo poche settimane prima.

E ora cosa accadrà? innanzitutto occorre ben chiarire quelle che sono le effettive proporzioni della disfatta del centrodestra, un centrodestra sconfitto anche a Trieste, Cagliari, Pavia, Mantova e Novara, si proprio la Novara culla della Lega Nord che ha voltato le spalle al suo concittadino Cota. Il centrodestra ha perso, senza se e senza ma, e a giudicare dalle prime dichiarazioni rilasciate dai suoi aderenti, sembra come al solito voler cercare di mettere la testa sotto la sabbia, come non volesse ammettere l’evidenza. Ma una cosa è certa, mai il governo di Berlusconi è stato così traballante, mai ha visto così da vicino l’abisso della sconfitta, mai il Cavaliere, maestro nel manovrare le folle, ha toccato con mano l’amara sensazione di essere stato rifiutato. Ha messo se stesso e le sue vicende personali all’interno della competizione politica, lo ha fatto lui, avrebbe anche potuto non farlo, eppure lo ha fatto. Probabilmente contava nell’empatia che gli italiani in passato hanno dimostrato nei suoi confronti, pensava evidentemente che la maggioranza degli italiani condividesse la sua visione della politica, della giustizia, della moralità; ha creduto forse che la sua rabbia nei confronti di magistrati e regole fosse condivisa, e ha sbagliato. Gli italiani non la pensano come Silvio Berlusconi, e soprattutto sono abbastanza intelligenti da aver capito che non bisogna aver paura di un sindaco di Rifondazione Comunista solo perchè Belpietro, Minzolini o Larussa in televisione hanno agitato lo spettro dell’estremismo. Ora, dentro il Pdl ci sarà l’inevitabile resa dei conti interna, e la Lega Nord farà prima o poi avere il conto del suo appoggio al Cavaliere, sempre che possa ancora essere in grado di saldarlo. A caldo però Berlusconi ci ha tenuto a precisare di avere ancora l’appoggio di Bossi per le riforme, buon per lui. Qualora il referendum del 12 giugno dovesse superare il quorum, ecco che il governo di Berlusconi riceverebbe un’altra insperata spallata, e allora forse per il berlusconismo potrebbe essere veramente la fine. Napoli e Milano intanto, già guardano al domani con fiducia.

Daniele Cardetta

Vento di guerra sulle Coree: la Corea del Nord chiude a ogni trattativa con Seul.




Venti di guerra sulle Coree. Sembra un ammonimento trito e ritrito, eppure la tensione sta sul serio aumentando su tutta l’area, che come sappiamo è già di per sè ad un livello estremamente alto. La Corea del Nord ha annunciato di non voler sollecitare mai più trattative con la Corea del Sud, e soprattutto ha sottolineato che tagliando ogni comunicazione di tipo militare non potrebbe escludere di dare il via a una vera e propria rappresaglia contro la guerra psicologica imposta da Seul. Recentemente vi erano stati vari attriti con la Corea del Sud a causa di alcune esercitazioni congiunte di Seul con le forze armate americane, tuttavia la situazione sembrava essere rimasta sotto controllo, e la tensione sembrava essere rimasta a livelli soliti. Invece è arrivata in queste ore la dichiarazione di un portavoce della Commissione nazionale di Difesa di Pyongyang, il quale non solo ha preannunciato la volontà di chiudere l’ufficio di collegamento nella zona del Monte Kumgang, ma ha anche dichiarato che:«L’esercito e il popolo della Corea del Nord non potranno mai negoziare con il traditore Lee Myung-bak e il suo clan. Il Nord prenderà un’azione fisica, senza alcun preavviso e in qualsiasi momento, contro ogni bersaglio per fare fronte alla guerra psicologica anti-Repubblica popolare democratica di Corea». L’annuncio ha colto un pò tutti gli addetti ai lavori di sorpresa, soprattutto perchè è arrivato a pochi giorni dall’auspicio di Kim Jong-il di riprendere i colloqui con Seul, annuncio che il “caro leader” aveva fatto in occasione della sua visita a Pechino. Dopo l’affondamento nel 2010 della corvetta sudcoreana Cheonan (di cui Seul ha accusato la Corea del Nord), e il bombardamento dell’isola di Yeonpyeong, questo è l’ultimo capitolo di una storia recente di tensione; la sensazione è che prima o dopo, qualora non si esperiscano seriamente delle modalità di cooperazione e di confronto, la situazione possa anche degenerare.

domenica 29 maggio 2011

Libia: Francia e Inghilterra si preparano all’invasione?




Hanno raccontato che l’intervento in Libia contro le truppe di Gheddafi sarebbe stato utile per difendere la popolazione civile dai massacri perpetrati dai seguaci del Colonnello. Hanno raccontato che gli attacchi sarebbero durati pochi giorni, e che i ribelli di Bengasi avrebbero agevolmente preso il controllo del territorio libico, se efficacemente supportati e riforniti dall’Occidente. Tutto questo però non è accaduto, ancor più che le truppe di Gheddafi sono ancora attive nel territorio libico, e le bombe della Nato sono servite si ad annientare l’aviazione del Colonnello, ma non sono affatto servite a fargli deporre le armi, né ad aiutare la popolazione civile, anzi duramente colpita dagli effetti dei bombardamenti. Vista l’inefficacia sostanziale dei bombardamenti della Nato, ecco che al termine del G8 il presidente francese Sarkozy ha annunciato la sua volontà di recarsi a Bengasi insieme al premier inglese Cameron, con cui sostanzialmente condivide la stessa visione e le stesse idee. Sia Obama che Cameron e Sarkozy infatti, hanno più volte ribadito la volontà di non voler in alcun modo trattare con Gheddafi, un concetto ribadito proprio da Obama: «Non allenteremo finché il popolo libico non sia protetto e l'ombra della tirannia scomparsa».
E intanto, proprio mentre il G8 si riuniva in Francia, e si ribadiva la richiesta a Gheddafi di cessare l’uso della forza in Libia contro i ribelli e i civili, la Nato ha intensificato le incursioni aree, che hanno già raggiunto il numero notevole di 8500 in otto settimane. La sensazione è che l’impiego massiccio di elicotteri operato da Francia e Inghilterra con i rispettivi Tigre e Apache, possano in qualche modo preludere a un salto di qualità, ovvero a una invasione via terra da parte della Nato. Questo timore è confermato dall’arrivo nel Mediterraneo di una intera flotta da guerra guidata dall’ammiraglia portaerei nucleare Gerorge H.W. Bush. La portaerei americana può portare almeno seimila uomini e 56 aerei, e il suo impiego lascerebbe pensare a un aumento qualitativo dell’attività bellica in Libia. Qualora fosse vero questo maggior dispiegamento delle truppe e dei mezzi della Nato a largo delle coste libiche, questo preluderebbe effettivamente a un probabile sbarco “umanitario” in Libia, delle cui tragiche conseguenze è facile rendersi conto già ora.

di Daniele Cardetta

Reportage. Tav: libera repubblica della Maddalena. Tratto da www.Articolotre.com





“Era dai tempi di Venaus e del Seghino che non vedevamo così tanta gente”. Davanti al centro polivalente di Bussoleno manca ancora un’ora all’inizio dell’assemblea pubblica del movimento No Tav, ma la sala è già colma di gente. Cinquecento persone che arrivano non solo da tutti i paesi della Valle, ma anche dalla pianura. Pensionati, giovani universitari, falegnami, rappresentanti dei movimenti cattolici. La discussione è aperta dal Alberto Perino, leader dei No Tav che stigmatizza subito il dato delle oltre settecento pietre rinvenute dalla questura con queste parole: “Più persone significano meno pietre”.

Gli echi della notte di resistenza sono arrivati in tutta Italia. Lo testimoniano i comunicati di solidarietà arrivati dai lavoratori Fincantieri di Genova che oggi hanno raggiounto in delegazione la “Libera repubblica della Maddalena”.

Tra gli interventi dal palco spicca quello del presidente della comunità montana Sandro Plano che ci tiene a ribadire la sua contrarietà all’opera tanto quanto alle compensazioni. “Essere contro la Tav significa essere contro ogni tipo di compensazione” spiega Plano smentendo così le indiscrezioni pubblicate dai principali quotidiani che prospettavano una rottura tra il presidente e il movimento. Rottura che stando a sentire la calorosa reazione dei cinquecento di Bussoleno alle parole di Plano sembra essere ben lontana dalla realtà. “Bisogna però essere consapevoli del proprio ruolo, il movimento fa le barricate in legno, noi come istituzioni possiamo provare a farle di carta” conclude Plano riferendosi ai ricorsi su presunte irregolarità presentate al Tar del Lazio e alla corte dei Conti.

Nel corso della serata, viene poi annunciata l’intenzione di costituire un’associazione di imprenditori della Valle contrari alla Tav. Una risposta indiretta a chi sostiene di avere dalla sua parte la parte imprenditoriale della Val di Susa “La raccolta dei possessori di partita Iva contrari alla Tav è già partita e verrà formalizzata nei prossimi giorni” spiega Perino. Ma i timori sulle conseguenze negative dell’opera non coinvolgono solamente la parte imprenditoriale della Valle, ma anche gli agricoltori che lavorano nella zona adiacente alla Maddalena. La zona del cantiere accoglie oggi numerosi vigneti e campi agricoli che potrebbero essere sacrificati sull’altare del progresso. “Nessuna compoensazione ci potrà restituire il valore del nostro lavoro”.

Dopo oltre tre ore di interventi fiume, l’assemblea si scioglie dandosi appuntamento alla Maddalena. La scadenza del 31 maggio si avvicina sempre di più e al presidio della Maddalena vige uno stato di allerta permanente. Gli abitanti e i contadini della zona continuano a portare viveri , frutta e verdura ai presidianti e nel fine settimana la presenza al presidio è destinata a salire di numero.

di Simone Bauducco

sabato 28 maggio 2011

Per un voto contro la destra ai ballottaggi. Tratto da www.federazionedellasinistra.com





Il coordinamento nazionale enti locali della FEDERAZIONE della SINISTRA impegna tutte le proprie strutture locali a realizzare un ulteriore impegno, generoso e militante, nei ballottaggi previsti per domenica 29 e lunedì 30 per battere le destre, a partire da Napoli e Milano, ed in tutti gli enti locali dove già dal primo turno siamo stati parte, con significative intese programmatiche, di coalizioni di sinistra e di centro sinistra.
La Federazione della Sinistra da in ogni caso un‘indicazione di voto contro i candidati di destra in tutti i comuni e le province che vanno al ballottaggio, anche dove non si è realizzata nessuna intesa politica e programmatica, valutando caso per caso, localmente, forme e modi di articolazione di questa indicazione di voto.
Il primo turno delle recenti elezioni amministrative, infatti, ha segnato, pur nelle specificità locali, un importante sconfitta della destra e di tutte le forze politiche che sostengono il governo Berlusconi.
Queste elezioni sono arrivate dopo una lunga stagione di lotte sociali dei lavoratori e delle lavoratrici, attraverso vari scioperi generali, dei precari, degli studenti, delle donne, in difesa della Costituzione e della libertà di informazione che hanno contribuito ad incrinare il consenso ed il blocco sociale delle destre.
Il positivo risultato elettorale per la Federazione della Sinistra, che nei comuni capoluogo si attesta quasi al 3 % e nelle elezioni provinciali supera il 4 % , andando oltre il risultato delle regionali, premia la nostra impostazione programmatica. La Federazione della Sinistra si è infatti caratterizzata su un‘impostazione programmatica, centrata sul ruolo degli enti locali come enti di prossimità capaci di rappresentare i bisogni dei cittadini ed essere fattore attivo di difesa dei ceti più deboli maggiormente attaccati dai tagli dei trasferimenti e dal cosiddetto federalismo municipale – che non garantirebbe più diritti e servizi uguali per tutti – , contro l’ urbanistica contrattata e speculativa a difesa di ambiente e territorio, per l‘acqua pubblica in città denuclearizzate.
Le destre hanno subito una pesante sconfitta, in particolare a Milano, ma non solo. Inoltre la perdita di consensi del PdL non si è travasata sulla Lega che ha perso consensi a sua volta. Il voto non rappresenta quindi solo una perdita di voti della destra ma incrina pesantemente l’asse di governo con la Lega che è il vero cemento della maggioranza.
Il centro sinistra dimostra di poter vincere con candidati anche di sinistra e, comunque, senza il centro. La crisi di Berlusconi non avviene su un piano centrista ma propone una domanda di sinistra potenzialmente maggioritaria nel paese. Gli eccellenti risultati di Pisapia e de Magistris premiano, infatti, profili politici anche chiaramente di sinistra e – per quanto riguarda Napoli – in netta discontinuità con la fallimentare gestione di un centrosinistra consociativo.
Il responso delle urne ci consegna quindi una situazione positivamente dinamizzata in cui la Federazione della Sinistra può avere la forza e gli spazi per produrre una rinnovata iniziativa politica.

IL COORDINAMENTO NAZIONALE ENTI LOCALI della FEDERAZIONE DELLA SINISTRA

Mafia. Spatuzza: “Le stragi del 1993 non appartengono a Cosa Nostra”. Tratto da www.articolotre.com





8 mag. Fra il 26 e il 27 maggio 1993, alle ore 1.04, a Firenze, esplode un Fiat Fiorino imbottito di 250 chilogrammi di una miscela esplosiva composta da tritolo,T4, pentrite, nitroglicerina. L’esplosione provoca il crollo della Torre del Pulci e la devastazione del tessuto urbano del centro storico per un’estensione di ben 12 ettari, con un impatto che è stato definito ” bellico”.
Quella notte muoiono Caterina Nencioni di 50 giorni, Nadia Nencioni di 9 anni, Angela Fiume di 36 anni, Fabrizio Nencioni di 39 anni, Dario Capolicchio di 22 anni. I feriti sono 48. “Per quello che mi riguarda, nell’ ottica criminale, Capaci ci appartiene, via D’Amelio ci appartiene. Ma su Firenze, Milano e Roma entriamo in una storia diversa, è un terreno che non ci appartiene. Cosa Nostra non è così imbecille da andare in guerra senza le spalle coperte”. Chi parla è Gaspare Spatuzza davanti ai giudici del processo di Firenze lo scorso 2 febbraio. Una frase emblematica di quanto accaduto nel nostro paese all’inizio degli anni ’90 con conseguenze che, come una infezione, nel tempo si moltiplicano, creando sempre più gravi patologie nella società italiana. Una frase, quella di Spatuzza che, tutto sommato, andrebbe spiegata meglio agli italiani. E qualcuno l’ha fatto.
Lo hanno scritto i giudici della corte d’Appello di Firenze nella motivazione della sentenza nel processo per le stragi 1992/93, riportando un passo della deposizione del pentito Tullio Cannella che ha riferito delle confidenze fattegli da Leoluca Bagarella, braccio destro e cognato di Totò Riina: “Il commento del signor Bagarella era e fu, ripercorrendo a ritroso pagine della storia italiana e quindi più specificatamente partendo dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio, a quelle che si erano verificate nell’estate del 1993, Bagarella mi disse che questo era frutto di un determinato piano che era stato preventivamente stabilito o concordato. [...] Mi disse: «È molto facile, caro Tullio, secondo i pentiti, che di tutto viene scaricata la responsabilità su Salvatore Riina o su di me. Mentre altri hanno questa responsabilità». [...] Con questa dichiarazione non sto affatto escludendo che sul piano operativo militare il signor Bagarella era a conoscenza e che altri fattivamente hanno partecipato praticamente all’attuazione delle stragi”.
Dunque quanto Spatuzza vuole “prudentemente” significare a proposito delle stragi messe in atto al di fuori della Sicilia è «che sul piano operativo altri fattivamente hanno partecipato praticamente all’attuazione delle stragi». Non si tratta solo di mandanti “a volto coperto”, ma di “altri”, esterni a Cosa Nostra, coinvolti «pratica attuazione delle stragi». Il che può significare diverse cose. Ad esempio, escludendo quelle già ampiamente dimostrate nelle sentenze, rimane tutt’ora aperto il capitolo sulla fornitura agli artificieri di Cosa Nostra, dell’esplosivo militare utilizzato in tutte le stragi del ‘93 e di cui pentiti e collaboratori sembrano non sapere assolutamente nulla: quasi certamente non il Semtex H, dagli anni ’80 in possesso di Cosa Nostra, o il “Torpex” recuperato da ordigni residuati bellici, ma il T4, abbinato a miccia detonante alla pentrite. Una strada che, se perseguita con determinazione, potrebbe portare vicino a verità davvero inconfessabili.
Non c’è giustizia senza verità