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martedì 30 novembre 2010

Il movimento sta vincendo





"Il movimento grande, unitario, pacifico che sta urlando la sua rabbia in tutto il Paese sta vincendo: lo dimostra chiaramente l'isteria scomposta di Berlusconi. Un Governo 'a scadenza' non può approvare questa riforma." Lo affermano in una nota i Gc e la Fgci, le organizzazioni giovanili della Federazione della sinistra che in tutto il Paese hanno partecipato alle proteste. Sulle tensioni nel corteo di Roma aggiungono "E' responsabilità esclusiva di chi oggi ha gestito l'ordine pubblico: se si rende inaccessibile e si blinda un'intera città, e si impedisce di raggiungere Montecitorio, in un'atmosfera carica di tensione da "stato di Polizia", non si possono accusare gli studenti. La situazione è stata resa volutamente ingestibile. Maroni e il Governo devono risponderne." Infine rilanciano "Gli emendamenti approvati costringono la riforma a tornare al Senato; nei prossimi giorni Berlusconi e la Gelmin i saranno definitivamente sconfitti: nelle aule parlamentari e nelle piazze del Paese."

Lotta fino all'ultimo contro il ddl Gelmini




Gli studenti nella giornata di oggi hanno manifestato il loro sdegno e la loro rabbia nei confronti di una riforma dell'università incompresibile e culturicida. A Roma, Milano, Palermo, Udine, Torino, Bologna, ovunque gli studenti hanno bloccato il traffico al fine di rendere palese la contrarietà della maggioranza del mondo della scuola alla proposta del "ministro"(?) Gelmini.
Nel mentre continua la discussione interna alla Camera dove il DDL verrà votato nella giornata di oggi, con un Berlusconi vergognoso che parla di studenti per bene che stanno a casa a studiare e di piazze strumentalizzate dai centri sociali. Innanzitutto se i centri sociali disponessero di un tale dispiegamento di forze non ci troveremmo certamente in questa situazione, secondo Berlusconi ignora, o finge di farlo, che in piazza si trovavano centinaia di ricercatori e dottorandi, dunque non certo studenti fuori corso come ha sbraitato in modo ridicolo.
Anche Fini cala la maschera mostrando il volto autoritario dell'uomo d'ordine, schifato e disgustato dalla protesta di piazza. La speranza è che l'ennesima porcheria del governo aiuti la massa indefinita degli indifferenti ad aprire gli occhi e a scendere in piazza insieme agli studenti contro un governo infame e improponibile.
Questo governo ha sottovalutato troppo a lungo una intera generazione, che ora non tollera di vedere il proprio futuro sgretolato sotto il tacco dei profitti. L'università deve rimanere pubblica e non deve essere un azienda al servizio del mercato; questo è un punto su cui non si deve recedere e non si può transigere.

domenica 28 novembre 2010

Lo Stato o è sociale o non è





Il governo Berlusconi risponde alla crisi con la politica dei tagli al sociale

Mentre la crisi fa aumentare disoccupati, povertà e disuguaglianze, il governo risponde con lo smantellamento dello stato sociale attraverso tagli e misure che promuovono un welfare mercantile e caritatevole dove il pubblico si ritrae facendo venir meno il rispetto dei principi costituzionali, quelli che vedono lo Stato impegnato a rimuovere ogni ostacolo all’uguaglianza sociale (art. 3).
I fondi sul sociale passano da 2 miliardi e mezzo del 2008 ad appena 500 milioni nel 2011. In particolare, il fondo nazionale per le politiche sociali passa da 930 a 275 milioni. Quello per le politiche della famiglia da 345 a 52,5. Il Fondo per la non autosufficienza non avrà neanche 1 euro nel 2011.
I trasferimenti a regioni, province e comuni si riducono di 18 miliardi in due anni. Tagli che determinano la riduzione, quando non la chiusura, di servizi sociali, socio sanitari ed educativi, dagli asili nido ai centri diurni. A subirne le conseguenze sono disabili, anziani, minori, ex detenuti e tutte quelle categorie svantaggiate che vengono letteralmente lasciate sole.
Si vuol far pagare la crisi a chi non l’ha causata e ne subisce gli effetti più drammatici.

Gli operatori sociali non sono lavoratori di serie B. Garantire maggiore stabilità e migliori salari

I tagli colpiscono gli utenti, ma anche i lavoratori sociali, che già vivono condizioni contrattuali precarie e malpagate. Il rischio concreto è quello di non vedere rinnovato il proprio contratto o di dover accettare condizioni di lavoro ancora peggiori. E in questa situazione drammatica, risulta inaccettabile l’atteggiamento delle tre principali centrali cooperative, che propongono il rinnovo del contratto per gli oltre 250mila operatori sociali con soli 38 euro di aumento medio per tre anni. Un’offesa alla dignità di tutte quelle persone che ogni giorno, nonostante le difficoltà, garantiscono la sopravvivenza dei servizi sociali.

Noi non ci stiamo e siamo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori sociali nelle loro battaglie per avere maggiore stabilità e migliori salari. Siamo impegnati a promuovere e sostenere un modello di welfare fondato sui diritti sia delle persone che beneficiano dei servizi che di quelle che vi lavorano. Perché non può funzionare un sistema di welfare che contrappone i diritti degli utenti a quelli degli operatori sociali; perché non può esistere un buon servizio senza un buon lavoro. Un modello che contempla la presenza pubblica come l’unica forma di garanzia universalistica dei diritti sociali.

Serve un vero confronto tra sindacati, istituzioni e associazioni di categoria finalizzato ad ottenere un contratto dignitoso e rispettoso dei diritti dei lavoratori sociali, ad eliminare il ricorso a gare d’appalto al massimo ribasso che compromettono la qualità dei servizi e la tutela contrattuale degli operatori. Per queste ragioni, il 3 dicembre saremo in piazza al fianco di quelle sigle sindacali che hanno proclamato manifestazioni in tutta Italia contro il silenzio assordante di cooperative e istituzioni e per avere un nuovo e serio contratto di lavoro.

Federazione della Sinistra

venerdì 26 novembre 2010

Combattere Unione Europea, BCE e FMI Dichiarazione politica del Partito Comunista d'Irlanda





L'aggravarsi della crisi del sistema capitalista monopolistico - l'imperialismo - ha mostrato la profonda crisi strutturale che ne è alla base. La crisi ha anche reso palese come il sistema sia incapace di risolvere le sue profonde contraddizioni senza ricorrere a un massiccio attacco alle condizioni di lavoro, agli standard di vita dei lavoratori e alle conquiste realizzate nel corso di decenni di lotta di classe di massa.

Il sistema stesso è incapace di risolvere e trovare soluzioni ai molti e sempre più numerosi problemi che l'umanità deve affrontare, comprese la povertà di massa, la fame e scarsità di cibo, e l'impellente necessità di contrastare il surriscaldamento globale.

La politica perseguita è quella dell'imposizione della disoccupazione di massa, di una crescente disuguaglianza, di una maggiore concentrazione della ricchezza, più monopolizzazione e un maggiore sfruttamento dei lavoratori e dei poveri, della distruzione di comunità, dell'aumento della militarizzazione e delle guerre.

Il popolo irlandese, sia a nord che a sud, è ora costretto a pagare un pesante prezzo per le politiche fallimentari di entrambi i governi irlandese e britannico. Questi attacchi raggiungono un livello qualitativamente nuovo, costruiti su politiche di bilancio che prevedono una deliberata riduzione della spesa pubblica, attacchi organizzati al servizio pubblico, al sistema del welfare, con aumento delle imposte dirette e indirette sui lavoratori e i poveri, e con la socializzazione del debito societario lasciando intatta la ricchezza.

L'imposizione pervenuta dal capitale finanziario internazionale e dall'Unione Europea di un piano di rientro del deficit in quattro anni è stata concepita per aggirare e indebolire la volontà democratica del popolo. Il loro approccio consiste nel costruire programmi di riadeguamento strutturale per ogni tipo di politica economica e sociale che qualsiasi eventuale futuro governo irlandese possa voler attuare. Le politiche di UE e BCE mirano a promuovere e tutelare gli interessi del capitale monopolistico finanziario tedesco e francese e delle banche.

Le politiche del FMI hanno seminato una scia di distruzione in tutto il mondo costringendo i lavoratori a pagare per le politiche e le strategie economiche che le élite locali, in alleanza con il capitalismo monopolistico, hanno inflitto ai loro paesi.

La crisi ha anche evidenziato il danno provocato, sia a nord che a sud, allo sviluppo economico e sociale dall'eccessiva fiducia riposta nella finanza, nei settori assicurativo e immobiliare, e nel capitalismo transnazionale.

L'Unione Europea sta sfruttando la crisi per far passare il suo orientamento strategico volto a stabilire un maggiore controllo sopra le strategie di bilancio nazionali e sulle urgenze sociali ed economiche dei paesi membri. In tutta Europa, i lavoratori, le piccole imprese, i lavoratori autonomi, le famiglie contadine e quelle a carico dell'assistenza sociale sono costretti a pagare un prezzo molto alto a questa crisi. A questi strati sociali nei paesi periferici all'interno dell'Unione Europea viene chiesto di sopportare un peso ancora maggiore per salvare il capitale finanziario tedesco, francese e inglese, e di fatto per salvare lo stesso euro.

La resistenza a queste politiche sta crescendo in tutta Europa. In Irlanda, come altrove, il movimento dei lavoratori è fondamentale per questa opposizione. Lo sviluppo di un'alternativa chiara al suo interno e nel movimento sindacale, sulla base degli interessi delle masse popolari e non di quelli padronali e delle banche, risulta essenziale. Questo significa il rifiuto ad ogni livello da parte del movimento operaio della corrotta e ora chiaramente fallimentare strategia della "concertazione sociale". Il padronato sta già mettendo in chiaro di non aver alcuna intenzione di difendere i posti di lavoro o arrestare i tagli salariali. E' anche chiaro che il movimento sindacale e i lavoratori del settore pubblico sono stati bidonati con l'accordo di Croke Park.

Il governo e il padronato non reputano più necessaria la "concertazione sociale" per proteggere i loro interessi strategici. La leadership sindacale deve esplicitare altrettanto chiaramente di non riporre ulteriori illusioni su di essa.

E' ora necessaria una vigorosa e ferma campagna non solo per respingere la prossima finanziaria ma l'intera strategia economica del governo - ampiamente supportata dai principali partiti dell'opposizione - e per contrapporsi alla privatizzazione dei servizi pubblici e alla svendita delle aziende pubbliche.

Il movimento sindacale in Irlanda del Nord ha dimostrato nella recente mobilitazione di migliaia di lavoratori che è possibile resistere in presenza di una leadership e di istanze chiare e riconoscibili. Questa è la lezione su cui costruire il movimento operaio in tutta l'Irlanda. Il Partito Comunista d'Irlanda invita i lavoratori, i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e i disoccupati a sostenere la mobilitazione del 27 novembre, organizzata dalla ICTU [Irish Congress of Trade Unions].

Non è troppo tardi per affermare l'assoluta necessità della mobilitazione autonoma dei lavoratori. I lavoratori hanno bisogno di presentare la propria visione dell'indispensabile sviluppo economico e sociale. Un primo passo necessario è quello di respingere la costruzione del consenso ideologico, per cui tutti noi dobbiamo "condividere il dolore". Come la crisi ha rappresentato per il capitalismo monopolistico di Stato la possibilità di lanciare attacchi più profondi e sostenuti ai lavoratori, così il movimento sindacale deve rispondere con le proprie rivendicazioni e con una strategia economica alternativa. I lavoratori devono ugualmente opporsi alle politiche dell'Unione Europea e del Fondo monetario internazionale.

La profonda debolezza strutturale, di nord e sud, può essere superata solo attraverso un approccio strategico di tutta l'Irlanda rivolto a uno sviluppo economico e sociale, una strategia che politicamente, economicamente e socialmente sia trasformativa. Solo lo sviluppo dell'uso socialmente pianificato di capitali e risorse è in grado di superare l'anarchia e il caos del capitalismo.

Al centro di ogni alternativa ci devono essere:

• Il rifiuto del debito: è il loro debito, non il nostro;
• La restituzione del potere fiscale da Bruxelles al popolo irlandese;
• Il trasferimento dei pieni poteri economici e fiscali all'esecutivo dell'Irlanda del Nord;
• La creazione di una banca di investimento statale;
• L'istituzione di una agenzia di sviluppo economico di tutta l'Irlanda sotto il controllo democratico;
• Il controllo sociale di tutte le risorse naturali e marine, da sviluppare in modo sostenibile da parte del popolo.

giovedì 25 novembre 2010

CONTINUA LA PROTESTA CONTRO LA RIFORMA GELMINI





La protesta contro la Riforma Gelmini dell'Università continua in ogni città del paese. Il governo Berlusconi sta distruggendo sistematicamente il nostro futuro, con una riforma operata metodicamente che precarizza in modo maggore il sistema dell'istruzione italiano, eliminando innanzitutto la ricerca e quindi la possibilità di crescita di tutta quanta l'Italia, in ogni settore economico e sociale.
La Federazione Giovanile Comunisti Italiani di Torino esprime la piena solidarietà alle manifestazioni, occupazioni e proteste di ogni tipo ora in corso. Esprimiamo poi ulteriore sostegno ai ricercatori che da ieri si trovano sul tetto di Palazzo Nuovo in forte contestazione alla riforma del ministro alla Pubblica Distruzione Gelmini.
Le ragazze e i ragazzi della FGCI torinese sono stati presenti alle mobilitazioni di ieri e continueranno a partecipare all'occupazione e alle mobilitazioni di questi giorni, perchè riteniamo intollerabile che la crisi economica (da cui il paese non è assolutamente ancora uscito) venga fatta pagare con enormi tagli all'istruzione pubblica.

Ivano Osella
Coordinatore Provinciale Fgci Torino

"La nostra Patria non deve morir": iniziativa organizzata dai Gc2.0 e dalla rivista Indipendenza







Giovani Comunisti Torino 2.0 e Rivista Indipendenza presentano:
La nostra Patria non deve morir

Mercoledi 24 novembre 2010
Via Millio 64 - Torino
...
Ore 18: Commemorazione di Dante di Nanni (per tutti gli interessati contattateci gc-torino@libero.it)
Ore 19:30 Aperitivo Popolare
Ore 20:30 Dibattito - Resistenza: una linea spezzata

Ne discutiamo con
Valerio Gentili (autore del libro: la legione romana degli arditi del popolo)
Bruno Dal Bo (coautore del libro: Il Martinetto e dintorni 1943-45)
Eros Ricotti (Anpi)
Francesco Labonia (Rivista Indipendenza)
Dario Romeo (Rivista Indipendenza)
Daniele Cardetta (Fgci Torino)

Introduce e modera
Luca Mezzacappa (resp. rievocazione storica dei Giovani Comunisti Torino 2.0)

Garibaldi, brigate d'assalto, tu che sorgi dall'italo cuore,
per la patria, la fede e l'onore contro chi maledetto tradì.
Partigiano di tutte le valli, pronto il mitra, le bombe e cammina;
la tua patria travolta in rovina, la tua patria non deve morir.
Giù dai monti discendi alle valli se il nemico distrugge il tuo tetto; partigiano, impugna il moschetto, partigiano non devi morir.





Un tema spinoso e per certi versi totalizzante quale quello del concetto di “patria” all’interno del fenomeno resistenziale italiano non può non partire dalla considerazione di quella che si venne a configurare quale la realtà dei fatti nell’Italia nel periodo che va dal 25 luglio 1943, data in cui il Re Vittorio Emanuele III esautorò Mussolini, fino approssimativamente al 25 aprile 1945; approssimativamente perché in realtà il concetto di “patria” e le sue elaborazioni hanno in realtà lasciato strascichi molto importanti fino ai giorni nostri.
L’Italia venne inghiottita a partire dall’8 settembre 1943 in quella che è stata giustamente soprannominata come “guerra civile europea”, ovvero in quel dilaniante conflitto civile che ha contraddistinto gran parte dei paesi vittime dell’occupazione da parte delle truppe nazifasciste. Ovunque in Europa ma soprattutto in Francia e in Italia infatti la popolazione civile si trovò letteralmente da un giorno all’altra inghiottita dal conflitto e messa di fronte alla esiziale scelta tra invasori e resistenti, tra collaborazionisti dell’invasore e partigiani. Per quanto una semplificazione di questo tipo possa sembrare banalizzante, in quanto non tiene conto della scelta della stragrande maggioranza della popolazione che preferì mantenersi nella cosiddetta “zona grigia”, ben guardandosi dal prendere posizione in attesa dell’evolversi degli eventi, penso che sia utile a rendere l’idea della divisione netta e senza ritorno che si venne a creare in ciascuno dei paesi coinvolti. Dopo l’8 settembre 1943 fu il concetto stesso di “patria”, su cui la pletorica propaganda fascista aveva battuto la grancassa per un ventennio a venire sgretolato dall’oggi al domani, per almeno una gran parte degli italiani. Ci fu chi, è vero, decise di combattere fino all’ultimo per glorificare i resti fumanti della patria fascista, ma ci fu anche chi prese la decisione opposta, ribellandosi al concetto stesso di Patria imposto da coloro che hanno portato l’Italia allo sfascio.
Nella lotta resistenziale all’invasore tedesco e ai repubblichini si è forgiato e temprato un nuovo concetto di patria, un concetto molto diverso da quella che era stata la patria fin a quel momento per milioni di italiani. Fu in quel momento, come ricorda Battaglia nella sua opera sul Significato nazionale della Resistenza, che gli italiani iniziarono a concepire la patria come un “bene comune da conquistarsi quotidianamente, noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro") . Il concetto di patria è sempre rimasto un qualcosa di estraneo alle fasce popolari italiane, e questa fu una sorta di piaga che il nostro paese si è portato avanti sin dal Risorgimento, esplodendo in tutta la sua dirompenza con il collasso delle strutture statuali avvenuto nel corso del conflitto bellico. Le masse che erano state escluse dal primo risorgimento si sono trovate coinvolte nell’elaborazione di un nuovo concetto di patria, forgiato con il fuoco dei fucili e dal sangue dei caduti. Ho parlato di primo risorgimento perché per certi versi ritengo che sia opportuno e corretto parlare della guerra civile italiana avvenuta tra il settembre ’43 e l’aprile 1944, come di un vero e proprio secondo risorgimento che avrebbe interessato con il fenomeno della Resistenza le fasce popolari, permettendo che lasciassero un segno indelebile nella storia.
La patria dunque non più come un insieme di costumi e di tradizioni da imparare sui libri e glorificare con pletoriche manifestazioni celebrative, ma come quella pratica quotidiana che portava individui diversi, ma accomunati dallo stesso fine, a costruirla con atti concreti e tangibili. Dopo l’8 settembre furono moltissimi i soldati sradicati che si trovarono sbandati in territori lontanissimi dalla loro casa; siciliani, pugliesi, campani spesso decisero di mettersi al servizio di un nuovo concetto di patria decidendo di salire in montagna a combattere contro il nazifascismo accanto a piemontesi, lombardi, romagnoli che condividevano con loro la stessa medesima aspirazione. Costoro avrebbero potuto imboscarsi, come alcuni comprensibilmente fecero, avrebbero anche potuto decidere di servire il nemico, cosa anche questa verificatesi, ma in molti altri casi li portò a combattere non per se stessi ma per la Patria, e decisero di fare questo rinnegando la sedicente repubblica di Salò e decidendo di mettersi in gioco per la costruzione di qualcosa di diverso, qualcosa di completamente diverso dai dogmi fascisti. Il fascismo per troppo tempo ha pensato di aver plasmato a piacimento le menti degli italiani, e quando lo stato è collassato ed è venuto meno nelle sue strutture vitali anche la costruzione ideologica del fascismo si è quindi mostrata in tutta la sua pochezza, permettendo quindi alle forze realmente patriottiche e popolari, per troppo tempo represse, di guadagnare la ribalta.
Coloro che sono andati alla macchia per vendicare la vergogna della guerra al fianco dell’Asse non erano certo tutti letterati o fini teorici, erano spesso e volentieri soldati o lavoratori che hanno sentito dentro di sé il richiamo per la Patria, “sentimmo l’amor per patria nostra” recitava una canzone partigiana, a indicare che se la Patria tratteggiata dal fascismo repubblichino era un ideale di cupa e atavica devozione verso un ideale nazionalistico ormai desueto e distaccato dal popolo, la nuova Patria dei resistenti era invece un qualcosa che si sentiva nel profondo del cuore, un qualcosa ancora da costruirsi nella pratica comune, nel lavoro, e nella lotta all’invasore che proprio quella Patria stava annichilendo.
Oggi l’Italia si appresta a celebrare, un po’ in sordina visto l’esplodere della crisi economica, il centocinquantesimo anniversario dell’unificazione. Mai come oggi il sentimento patrio è ai minimi termini, e quindi torna di attualità tutto quanto abbiamo sinora detto
.Certo dal 1943 è cambiato tutto, lo Stato esiste anche se malato e non c’è fortunatamente alcuna guerra combattuta che rischi di far collassare le strutture statuali come nella Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia il concetto di patria torna prepotentemente alla ribalta nel momento in cui assistiamo ai tentativi di una destra aggressiva e razzista di disconoscere il concetto stesso della Patria che ci è stata consegnata dai nostri nonni al termine della guerra combattuta contro il nazifascismo. La Resistenza come abbiamo detto ha consentito alle classi popolari, escluse dal Risorgimento, di lasciare una propria traccia; non è casuale, a parer mio, che una certa parte politica miri al collasso del paese che si è incardinato anche sulla Resistenza per demolirne i residui concetti di una patria comune intorno ai quali milioni di italiani in qualche modo, quasi inconsciamente ancora si riconoscono. Per fugare ogni dubbio sto parlando della Lega Nord, quello stesso partito che offendendo le radici stesse della fondazione dell’Italia, e offendendo anche la tradizione di Garibaldi cui non casualmente guardarono i resistenti, cerca di delegittimarne gli ideali al fine di innestane al loro posto dei nuovi miti, questa volta inventati e ancora una volta artefatti, che possano servire al conseguimento dei loro obiettivi, antitetici rispetto al concetto di Patria di cui, fin qui, abbiamo parlato.

Daniele Cardetta

mercoledì 24 novembre 2010

Diliberto a "Nuova Spazio Radio"





Stamane sono stato intervistato da “Nuova Spazio Radio”. Ad una domanda specifica su un possibile accordo con Vendola, ho risposto di aver semplicemente avanzato una proposta di buon senso: tutti insieme, noi, Sel e chi ci vorrà stare, possiamo rappresentare la seconda gamba del centro-sinistra. Io voglio allearmi con il Pd ma non esserne succube. Su molti temi noi siamo più in sintonia con il popolo della sinistra di quanto lo sia il Pd e sui temi del lavoro e della conoscenza abbiamo argomenti più forti del Pd. E lo si è visto in tutte le primarie. Perché, allora, non provare ad unire le nostre forze per portare finalmente un po’ di risultati alle persone? Ieri Migliore ha fatto uno sbarramento, ma con un’analisi tutta politicista in cui la lotta degli studenti, il lavoro, i diritti non avevano alcuno spazio.

E' tornato l'autunno caldo





Contro questo governo impresentabile e contro il "ministro" Gelmini e la sua riforma che attenta all'università pubblica in tutta Italia è esplosa la protesta di studenti e ricercatori. Ormai il Governo prende acqua da tutte le parti e questa ennesima farsa del DDL Gelmini rappresenta una vera e propria goccia che fa traboccare il vaso, peraltro già stracolmo. A Roma gli studenti hanno cercato di fare irruzione nel Senato, a Torino i ricercatori sono saliti sopra i tetti di Palazzo Nuovo decisi a rimanervi a oltranza, questo mentre in Parlamento si discute della riforma immonda succitata. Per questo occorre proprio in questi giorni dare manforte agli studenti in tutti i modi possibili, in modo da mostrare a questo governo impresentabile che ormai la società civile si è svegliata ed è disposta a incalzarli fino all'ultimo. Uniti nella lotta con i ricercatori e con gli studenti, contro la Gelmini, contro il Governo.
Al posto di parlare di riforme, la Gelmini ci spieghi come è diventata ministro.

lunedì 22 novembre 2010

FDS al Primo Congresso. Ecco il nuovo simbolo






La Federazione della Sinistra è il nuovo soggetto politico che riunisce tutti i comunisti italiani, o quasi visto che Nichi Vendola è altrove. A sancire la riunione tra Prc e Pdci è il congresso fondativo della Federazione della Sinistra che ha eletto nuovo portavoce Oliviero Diliberto e chiuso una pagina apertasi nell'ottobre 1998 da un dilemma politico fortemente condizionato da una pregiudiziale ideologica: convivere con il governo Prodi o farlo cadere? Al partito di Bertinotti questo dubbio irrisolto costò una scissione con la nascita del Pdci guidato da Oliviero Diliberto.
Dodici anni dopo i rancori tra i neocomunisti si sono prima sopiti, poi addolciti anche grazie a Silvio Berlusconi. Il nuovo dilemma è diventato infatti come cacciarlo dal Governo e chiudere la sua «era», ovviamente nefasta per la Fds. La sinistra finalmente federata ha un avversario da battere a tutti i costi, ma anche un alleato «impossibile»: Nichi Vendola, forse competitore alle primarie nel Pd, ma anche interlocutore «distaccato» dei neocomunisti.
Dal congresso fondativo della Federazione della Sinistra è emersa con forza la necessità di un dialogo con il «cugino pugliese». La visibilità mediatica di Vendola è un invidiabile trampolino di lancio per la Fds che ha l'obiettivo di ritornare in parlamento, come ha detto Ferrero, «non per occupare poltrone ma per testimoniare politicamente la battaglia per i diritti dei lavoratori e la lotta delle classi subalterne».
L'assise della Federazione della Sinistra ha lanciato qualche mayday a Sinistra e Libertà, tutti rivolti al salvataggio elettorale unitario. Fds e Sel potrebbero tornare insieme in Parlamento con un cartello elettorale, con la quasi certezza di superare lo sbarramento del 4%. Ma la neonata Federazione della Sinistra non si fida del governatore delle Puglie e cerca un'alternativa: il ritorno in parlamento potrebbe essere garantito da un'alleanza elettorale con il Pd. Di assumere responsabilità di governo per la Fds non se ne parla nemmeno, ma il confronto potrebbe essere interamente dedicato ai programmi con un possibile appoggio esterno a un governo di centrosinistra. (ANSA).
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giovedì 18 novembre 2010

comunisti nel XXI secolo

La situazione politica estremamente problematica che sta attraversando il nostro paese deve indurre tutti coloro che sono interessati alle sue sorti a una profonda riflessione su quella che dovrebbe essere una prospettiva comunista proiettata nel XXI secolo; una prospettiva che in sostanza si attagli al presente e che guardi al futuro e che non sia intrisa di un passato che però ha assimilato introiettandone i valori e i successi. Innanzitutto, e non sono certo il primo a dirlo, la realtà dei fatti ha smentito tutti coloro che hanno urlato alla fine di una alternativa al capitalismo imperante. Mai come oggi le contraddizioni del capitalismo si mostrano in tutta la loro cruda realtà, una realtà che forse ci è stata edulcorata negli anni passati, facendocela sembrare ben diversa da quella che è. I problemi sollevati da un autorevole economista del XIX secolo come Karl Marx sono attuali mai come oggi, e i progressi fatti dai paesi sudamericani ci mostrano in modo inequivocabile che una prospettiva socialista e comunista non è solo possibile, ma è anche auspicabile al fine di una riorganizzazione della vita umana. Che il capitalismo non sia immortale ne abbiamo la riprova considerando il fatto che se tutta la terra consumasse la stessa energia degli Stati Uniti, non basterebbero cinque pianeti come la Terra per soddisfare il fabbisogno energetico dell'umanità. Chiunque sia dotato di un cervello funzionante vedrebbe in modo lapalissiano che questo sistema-mondo è dunque profondamente sbagliato vista la situazione pragmatica in cui, come umanità, ci troviamo. Questo però dal nostro punto di vista, se cioè pensassimo che le risorse debbano essere suddivise in modo equo e sostenibile con l'ambiente; ma purtroppo il problema è che coloro che tengono in mano il destino dei paesi più sviluppati hanno un'idea completamente agli antipodi. Per quale motivo il 10% più ricco della terra dovrebbe rinunciare ai suoi privilegi in virtù di un concetto astratto come la giustizia? il profitto è l'unico Dio del capitalismo e del sistema economico da esso generato, e finora si è dimostrato un Dio invicibile e vendicativo. Mai come oggi i diritti dei lavoratori nei paesi più sviluppati vengono messi in discussione, e come in tutti i momenti di crisi si assiste a uno spostamento preoccupante verso destra dell'opinione pubblica.
Si è già detto che il comunismo è crollato e ha lasciato il suo storico ruolo di argine alla prepotenza del capitale,e soprattutto si è già detto del significato simbolico deflagrante rappresentato dal crollo dell'unica alternativa concretatasi nella storia dell'uomo contemporaneo. Nessuno vuole più credere in qualcosa che, si dice, è stato sconfitto dalla storia.Ma se ben guardiamo il comunismo non è un movimento personalistico, nato cioè intorno alla figura di un personaggio eroico morto il quale tale movimento non ha più alcun motivo di esistere; bensì è un movimento che si prepone degli obiettivi che non sono stati ancora assolutamente conseguiti; da qui la sua attualità. Non sto affatto dicendo che il comunismo è solamente un ideale, un fine, da raggiungere nei mezzi più disparati; altrimenti non vi sarebbe motivo di dichiararsi comunisti dato che credo che un mondo più giusto dove non esista più sfruttamento dell'uomo sull'uomo non sia unicamente il sogno di un comunista. I comunisti sono però coloro che sono realmente determinati a innestare nella società un cambiamento concreto che possa portare alla realizzazione di tali obiettivi; sono perciò coloro che organizzano la propia azione col fine di ottenere dei risultati, adattandosi alla realtà in cui vivono, alla cultura del paese ove si trovano e soprattutto ai tempi. Quello che è mancato, a mio modesto parere, al comunismo del XXI secolo è stato proprio questo insistere sugli obiettivi senza rimodellare i mezzi per conseguirli. Una pigrizia questa che è stata letale in quanto la società mai come negli ultimi vent'anni è cambiata, creando una vera e propria discrasia tra gli obiettivi (che sono rimasti gli stessi), e la concretezza della realtà.
I valori rappresentati dal movimento comunista, e soprattutto i fini che esso si prepone sono immortali, non potranno mai essere definiti desueti fintanto che essi rimarranno irrealizzati. Mai come oggi dunque il comunismo è attuale. Che lo si intenda come il movimento atto a modificare lo stato di cose presenti, o come un sistema di valori che ponga al suo centro la cooperazione tra gli uomini e non la competizione, il comunismo è, come tutte le alternative, un cantiere aperto; e lo è ancora di più proprio perchè ora esiste solamente sulla carta in molti paesi e dunque potrà prendere forme e contenuti differenti a seconda delle diverse culture mondiali.

Non si può però chiedere, e questo mi sembra il punto fondamentale, ai cittadini di un paese occidentale di fare un salto nel buio, perchè avrebbero ancora troppo da perdere vivendo noi in una sorta di "belle epoque" dove, pur germinando la crisi,i frutti del benessere sono ancora abbastanza diffusi e irradiati all'interno delle società europee. Sostenere che bisogna abbattere il sistema vigente spaventa, per forza di cose, la stragrande maggioranza della popolazione in quanto li pone di fronte alla possibilità di perdere tutto senza sapere che cosa guadagnare. Di fronte a questo sarà inutile cercare di convincerli mettendoli di fronte all'iniquità del sistema che si intende distruggere, in quanto essi pur riconoscendo l'iniquità del sistema si guarderanno bene dal volerlo distruggere se non saranno certi di ottenere in cambio un sistema migliore.La gente si abbandona ad idee rivoluzionarie solo quando la sua esistenza diventa davvero grama e difficile, ma anche questo fattore da solo può non bastare in quanto per intraprendere realmente un processo rivoluzionario occorrono anche dei fattori esogeni che sono imprevedibili e che si saldino alle condizioni di vita della popolazione rendendo la situazione ingovernabile. Solo quando un sistema cioè appare per fattori che vengono percepiti come incontrollabili sull'orlo del collasso, la popolazione decide di compiere un salto nel vuoto percependo di non avere più nulla da perdere. Io credo che coloro che si vogliono ancora definire come comunisti ormai nel XXI secolo debbano spiegare, anche in modo dettagliato, che cosa effettivamente vogliono fare della società. E questo si esplica non con semplici elaborazioni teoriche ma con esempi fattuali che possano far capire alla gente che in realtà la costruzione di una società alternativa non è una mera utopia ma può essere concretata mediante la prassi quotidiana nella realtà.
Applicando quando sto sostenendo alla società italiana emerge con nettezza come siano completamente fuori luogo i discorsi fin qui fatti relativi a un rilancio dei comunisti nel nostro paese senza cominciare a dire con chiarezza che le divisioni lancinanti del movimento comunista italiano pongono un limite invalicabile alla costruzione di un soggetto coerente e coeso. Le idee, inutile nasconderlo, sono molto diverse, tuttavia la situazione non sembra essere così grave se si continua a sparare a zero contro i partiti "cugini" o "fratelli" e si fatica a trovare una unità di intenti di fronte a un nemico improponibile e aggressivo. Questo significa che il fondo del barile è ancora molto lontano se esistono ancora gruppi di persone che trovano le energie per screditare coloro i quali cercano di rilanciarsi esperendo soluzioni differenti da quelle date per scontate. Bisogna ripartire dai fatti, senza vergognarsi o avere paura di assumersi responsabilità di governo in qualsiasi sede e in qualsiasi frangente. La Federazione della Sinistra che ha fatto il suo Congresso fondativo in questi giorni vuole proprio essere un contenitore e uno strumento per coloro i quali, fedeli a una impostazione marxista, vogliono cercare di costruire una alternativa coerente a quella del sistema capitalistico imperante. Sarà però un percorso molto difficile e frastagliato dove, non lo nascondiamo, si potrà nuovamente sbagliare. In molti per esempio già storcono il naso alle dichiarazioni di Diliberto di voler partecipare all'eventuale governo del paese da parte del PD, urlando e sbraitando all'ennesimo tradimento. Costoro dovrebbero ricordarsi che i bolscevichi nel lontano 1917 erano disposti ad allearsi con altre realtà politiche se questo poteva arrecare un beneficio concreto al movimento comunista. Per questo stesso motivo non bisogna vergognarsi, a mio giudizio, di rischiare di andare incontro alle ennesime figuracce accettando eventuali impegni di governo; occorre portare le istanze dei comunisti sin dentro le istituzioni continuando parallelamente a lavorare fuori dalle istituzioni, un lavoro questo ben più prezioso e che non deve nel modo più assoluto andare in contraddizione con quanto invece viene portato avanti a un livello istituzionale.
D.C

martedì 16 novembre 2010

Adesione alle iniziative del 17 novembre





Il 17 novembre è una data di grande valore simbolico per gli studenti e non solo: in quel giorno del 1939, infatti, centinaia di studenti cecoslovacchi che si opponevano alla guerra furono arrestati e uccisi dai nazisti.
Nel 1941 alcuni gruppi di studenti in esilio decisero che il 17 novembre sarebbe diventato l’International Students Day, la giornata internazionale di mobilitazione studentesca.
Contro l’attacco al sapere portato avanti dal governo delle destre, il 17 novembre di quest’anno si svolgeranno in tutta Italia manifestazioni degli studenti e la FLC CGIL ha proclamato uno sciopero generale per tutti isettori della conoscenza, anche in previsione della ripresa del dibattito parlamentare sul DdL “Gelmini” sull’università.
Per lo stesso giorno, l’Osservatorio della Ricerca, dopo avere raccolto in pochi giorni moltissime firme di ricercatori e docenti contro l’attacco agli Enti pubblici di ricerca che il governo, tramite i nuovi “statuti”, tenta di trasformare in colonie dei ministeri, ha organizzato una manifestazione a Montecitorio contro questi statuti e per una ricerca di qualità.
Il 17 novembre si prospetta perciò come una giornata cruciale per il mondo della conoscenza che vedrà uniti docenti, studenti, precari e ricercatori pubblici. Garantiamo quindi a tutte queste iniziative la nostra adesione ed il nostro più completo appoggio.

p. la Federazione della Sinistra

Eeonora Forenza (PRC-SE)
Maria Rosaria Marella (Socialismo 2000)
Vito Francesco Polcaro (PdCI)

domenica 14 novembre 2010

La maggioranza dei rumeni preferisce il comunismo al capitalismo






L'organizzazione denominata "Istituto per l'investigazione dei crimini del comunismo e della memoria dell'esilio rumeno (IICMER)" ha patrocinato un'inchiesta che però ha fornito risultati contrari agli interessi dell'Istituto, che aveva finanziato questo studio per mostrare alla popolazione i mali del comunismo.

L'inchiesta realizzata dall'Istituto rumeno di sondaggi d'opinione (CSOP), su istanza dell'IICMER, ha rivelato che più del 60% degli intervistati definiscono il comunismo come "una buona idea" e che il 49% considera che la sua vita era migliore quando governava il comunista Nicolae Ceausescu, mentre solo il 23% preferisce vivere sotto le bandiere del capitalismo.

Fra coloro che hanno dichiarato di vivere meglio sotto il comunismo, il 62% lo motiva affermando che sotto il governo rivoluzionario esisteva una disponibilità di posti di lavoro molto buona, il 26% ha fatto riferimento alle condizioni di vita dignitose ed il 19% ha indicato la garanzia universale dell'abitazione come motivo per cui il comunismo è preferito al capitalismo. Solo il 7% degli intervistati ha dichiarato di avere sofferto sotto il comunismo, con un altro 6% che, pur non avendo subito un danno personale, affermava che ciò era accaduto a qualche membro della sua famiglia. Anche in questo caso, le ragioni addotte erano soprattutto economiche: la maggioranza si riferiva alla penuria prodottasi negli anni 80, quando la Romania mise in moto un programma di austerità con lo scopo di ripagare il debito estero del paese. Una piccola parte della minoranza che ha sofferto durante il periodo comunista riteneva di essere stata danneggiata dalla nazionalizzazione delle sue proprietà, ed un numero trascurabile (il 6% di coloro che ricordavano brutte esperienze sotto il comunismo) diceva che mentre i comunisti erano al potere, loro, o qualche membro della famiglia, in un qualche momento erano stati detenuti.

Ritorcendo arbitrariamente il risultato dell'inchiesta, l'IICMER ha comunicato che i numerosi intervistati (il 41% ed il 42%, rispettivamente) erano d'accordo con l'affermazione che il regime comunista era o criminale o illegittimo. Alcune minoranze importanti (37% e 31%) era esplicitamente in disaccordo con quelle affermazioni, ed i restanti si mostravano neutrali o non si pronunciavano.

Inoltre, benché la maggior parte dei partecipanti valutasse positivamente il comunismo - solo il 27% dichiarava di essere in disaccordo sui principi -, la maggioranza di coloro che offrivano un'opinione definita pensava anche che le idee comnuniste non erano giunte ad una messa in opera ottimale prima del cambio di regime nel 1989. Il 14% dava la risposta inequivocabile che il comunismo era una buona idea e che in Romania era stata messa in pratica nella maniera migliore.

Perciò, una cospicua parte dei rumeni indecisi sul fatto che il comunismo fosse o meno una forma legale e legittima di governo ed una grande maggioranza di quelli che dicevano che il comunismo fu realizzato nella forma scorretta erano, tuttavia, inequivocabili quando pensavano che il sistema posto in opera dal Partito Comunista Romeno, con tutti i suoi difetti, offriva una vita migliore alla gente rispetto a quella che offre il capitalismo dei nostri giorni.

Successi comunisti

Prima che i comunisti prendessero il potere in Romania, la maggior parte della popolazione era analfabeta e non aveva accesso all'assistenza sanitaria. Unicamente una minoranza della popolazione rurale, che era la parte dominante, aveva accesso alla sanità o disponeva di corrente elettrica. I tassi di mortalità infantile erano tra i peggiori d'Europa e l'aspettativa di vita era inferiore ai 40 anni a causa dell'inanizione e di altre malattie. Il regime di destra rumeno si alleò con Hitler durante la Seconda guerra mondiale, e nel quadro di quell'alleanza capitalista si mandò la maggioranza della popolazione ebraica del paese ai campi di sterminio nazisti.

Innalzati al potere dopo la vittoria sovietica contro la Germania nazista nel 1945, i comunisti rumeni, fino a quel momento un gruppo illegale di lotta clandestina contro il governo rumeno filo-fascista e nazista, raggiungevano le poche migliaia di persone. Nonostante ciò riuscirono a mobilitare l'entusiasmo della popolazione per ricostruire il paese devastato dalla guerra. Posero praticamente termine all'analfabetismo, il servizio sanitario migliorò e si ampliò massicciamente, e - come rivelano gli intervistati dallo CSOP - i posti di lavoro, l'abitazione e livelli decenti di vita diventarono accessibili per tutti.

Incoraggiato da questi successi, il governo comunista diretto da Nicolae Ceausescu si indebitò durante gli anni 70 con l'acquisto di costose forniture industriali dall'Occidente, al fine di aumentare il tasso di crescita economica del paese e nella speranza che i paesi occidentali avrebbero incrementato le loro importazioni di prodotti rumeni. Questa strategia fallì ed il programma di austerità predisposto per potere pagare il debito nazionale diede luogo ad un crescente risentimento. Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena vennero fucilati da un plotone d'esecuzione il giorno di Natale del 1989. La loro sentenza di morte giunse dopo un processo sommario ordinato dai nuovi dirigenti riformisti del paese: furono dichiarati colpevoli di crimini contro il popolo rumeno. Ma nonostante quella condanna, e benché l'opinione generale che si riflette nei risultati dell'inchiesta dello CSOP sia che il sistema comunista, per come si applicò in Romania, fallì, solo una piccola minoranza degli interpellati (15%) afferma che l'ex capo comunista Nicolae Ceausescu era un cattivo dirigente. La maggioranza si mostra neutrale o indecisa al riguardo, ed il 25% afferma che la leadership di Ceausescu è stata buona per il paese. Nella valutazione dei risultati, l'IICMER osserva che i rumeni non sono gli unici ad avere una valutazione positiva del comunismo del secolo appena trascorso. Secondo un'inchiesta realizzata in vari paesi del centro e dell'est Europa nel 2009, da parte del Centro di investigazione statunitense Pew, la percentuale di popolazione nei paesi ex-socialisti che considera la vita sotto il capitalismo peggiore di quella durante il periodo comunista è la seguente:

Polonia: 35%
Repubblica Ceca: 39%
Slovacchia: 42%
Lituania: 42%
Russia: 45%
Bulgaria: 62%
Ucraina: 62%
Ungheria: 72%

Particolarmente significativo nei risultati dell'inchiesta CSOP/IICMER del 2010 in Romania è che, man mano che acquisiscono maggiore esperienza nella vita sotto "l'economia di mercato", le persone divengono sempre di più negative rispetto al capitalismo e più positive rispetto al comunismo. Nell'inchiesta precedente, realizzata nel 2006, il 53% esprimeva un'opinione favorevole verso il comunismo; in quella del 2010 la percentuale sale fino al 61%.

Le conclusioni dell'inchiesta del CSOP non sorprendono se si ricorda quanto è accaduto da quando è stato reintrodotto il capitalismo: una povertà crescente, un aumento del tasso di disoccupazione e dell'insicurezza. Il sistema sanitario rumeno è attualmente in crisi ed i lavoratori del settore pubblico hanno visto il loro stipendio ridursi del 25%.

Informazioni tecniche su questa inchiesta: 1.133 persone di età superiore ai 15 anni sono state intervistate tra il 27 agosto e 2 settembre 2010. Le interviste sono state realizzate sulla base di un questionario standardizzato, faccia a faccia e nella loro casa. Il margine di errore è del 2,9%.

Fonte: http://21stcenturysocialism.com/article/romanians_say_communism_was_better_than_capitalism_02030.html

sabato 13 novembre 2010

La Cina "all'assalto" del Portogallo

Recentemente è avvenuta una importante visita di Hu Jintao, il presidente cinese, in Portogallo. Al termine del viaggio nel paese lusitano Hu Jintao ha dichiarato di voler intraprendere misure concrete al fine di aiutare Lisbona, in difficoltà per via dell’ingente debito pubblico che sta strangolando il paese. Pechino in sostanza sarebbe pronta a sostenere gli sforzi del Portogallo per ridurre l’impatto della crisi, il che vorrebbe dire che i cinesi si impegnerebbero a breve nell’acquisto del debito pubblico portoghese.
La situazione economica del paese iberico, effettivamente, non è delle più rosee, tanto che gli oneri finanziari sono in aumento e il rischio è che Lisbona possa tra breve ripercorrere lo stesso percorso di Atene e cercare il sostegno finanziario dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale al fine di arginare la crisi del debito.
La maggior parte degli investitori infatti, almeno stando a quanto riferito dal ministro dell’Economia portoghese Josè Vieira da Silva, sarebbe concentrata in Europa e Stati Uniti, e quindi un ingresso di capitali cinesi sarebbe propedeutico a diversificare la base di investitori facendone così giovare l’economia di Lisbona. Tralaltro un alto funzionario portoghese, che ha preferito celare la sua identità, ha riferito che gli investitori cinesi avrebbero già messo le mani sul 5% del debito lusitano nel febbraio 2010, e su un altro 19,5% a marzo. La situazione ora emerge in tutta la sua chiarezza dato che Pechino aveva già comprato titoli di Stato spagnoli e avanzato un’ offerta dello stesso tenore al governo ellenico.
Considerato che Pechino tiene letteralmente per le mani i cordoni della borsa statunitense, detenendo oltre 900 miliardi di dollari del debito di Washington, ora i cinesi stanno pensando a insediarsi anche in Europa.
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giovedì 11 novembre 2010

Riflessioni su la Fds e Sel.





Siamo arrivati al capolinea?? gli editoriali sulla fine dell'impero di Berlusconi si sprecano un pò dappertutto, e già è cominciato il conto alla rovescia per riuscire a determinare quando cadrà il governo. La situazione del Paese è ormai drammatica, la disoccupazione ha raggiunto un livello preoccupante e il capitalismo nel suo insieme è stato messo di fronte alle sue inevitabili contraddizioni che, ora private di qualsiasi argine, hanno travolto la società nel suo insieme. Ho già parlato dell'individualizzazione della società che lascia gli individui da soli contro il capitale, e ho già parlato anche della crisi di valori che ha visto l'Italia regredire sotto ogni punto di vista. Nulla di nuovo, senz'altro, tuttavia la gravità della situazione merita, secondo me,un approfondimento ulteriore.
Ora sembra che sia il partito di Sinistra e Libertà di Niki Vendola ad accendere le speranze della sinistra italiana,ma da comunista non riesco a vedere in tutto ciò un processo positivo. Mi spiego meglio: indubbiamente Vendola rappresenta un personaggio positivo se lo rapportiamo al PD, quello che dovrebbe essere il principale partito di opposizione, ma se lo guardiamo dall'occhio della sinistra le cose non sono poi così rosee. Ci troviamo in un epoca dove , non mi stancherò mai di ripeterlo, non c'è più da riformare un sistema bensì da accrescerne le crepe per farlo collassare ed edificarne un altro, alternativo, che ne possa consentire il superamento. Chiaramente si può non essere daccordo con tutto ciò, eppure Vendola ha scoperto solamente due anni fa di non esserlo, si è riscoperto socialdemocratico sulla via di Damasco. Certo, in molti, giustamente, diranno che il comunismo non è altro che un bel sogno, una utopia appunto, e in quanto tale Vendola rappresenterebbe la sua maturazione in un progetto concreto. Anche questa obiezione tuttavia non mi convince, credo che per proteggere i diritti dei lavoratori, dei giovani e delle persone in difficoltà occorra tornare a parlare di lotta di classe e non cercare larghe intese con confindustria, imprenditoria e Udc di turno. Con il suo nuovismo Vendola non fa altro che riproporre un film già visto, certo abbellito da una capacità dialettica che tutti gli riconoscono, ma in realtà privo di elaborazioni innovative. Vendola non ha la mimima intenzione di sovvertire lo stato di cose presenti, non ha alcuna intenzione di predere il toro per le corna; giustamente dal suo punto di vista vuole pèortare avanti un discorso di larghe intese, il che sarebbe comunque indubbiamente un risultato positivo se dovesse consetire di mandare a casa questo governo indegno, ma non sarebbe un reale passo in avanti in assoluto, in quanto non credo che riformandolo il sistema Italia possa tornare a funzionare. Diciamoci le cose come stanno: se in Italia si vogliono cambiare seriamente le cose si devono fare cose che Vendola non ha la minima intenzione di fare e di dire, e comprensibilmente, perchè nessuno guadagnerebbe voti nel dire che la mafia è giunta al governo e bisognerebbe realizzare una vera rivoluzione per invertire la rotta. In venti lunghi anni di Berlusconismo hanno propagandato nella società un idea di rivoluzione come ormai passata e utopistica, avendo infatti tutto l'interesse a spazzare via ogni possibilità di sovvertimento dello stato di cose presenti a favore di un più controllabile, e comprabile riformismo.
Vendola parla di rivoluzione culturale, ma quale? la sua forse. Appare perlomeno bizzarro e curioso che i sostenitori di Sel si riconoscano nell'appoggio incondizionato e quasi fanatico nel loro leader e non nel programma e nelle idee della loro reraltà politica. E si perchè per il 99% il programma di SEL è uguale in tutto e per tutto alla Federazione della Sinistra, basta inserire un paio di volte l'aggettivo comunista però per far trasalire i poveri vendoliani.La cosa più divertente di tutti poi è osservare come gli elettori e i militanti di Sel si considerino il movimento del futuro di questo paese, come se fossero una setta di eletti che ha avuto la fortuna di stringersi intorno al suo mentore di turno.Il fatto che il loro programma sia uguale a quello di un altro partito evidentemente non li sfiora, loro votano il "valore aggiunto" Vendola, e anzi sono disgustati dai comunisti cattivi che continuano a sbandierare i "simboli del passato", quando non vengono direttamente definiti "zombie". Ora è chiaro che io non mi sento assolutamente un nemico di Niki Vendola, ed è chiarissimo come lui cerchi in tutti i modi di distruggere la Federazione della Sinistra per fagocitarne il residuo consenso elettorale, si chiama politica questa; quello che mi lascia sconcertato è la miopia di migliaia di giovani che si sono da sempre disinteressati della politica e non appena hanno visto un personaggio buttare nel fango la falce e martello, ma in sostanza sostenere le STESSE IDENTICHE cose, si sono di colpo emozionati e hanno riscoperto la speranza.Tutto questo non fa che farci capire che siamo nel giusto e darci la forza di continuare. Siamo nel giusto perchè i veri ossessionati da un simbolo non siamo noi, che non abbiamo nessun motivo per vergognarci della falce e del martello i simboli del lavoro,bensì coloro che con isteria hanno gettato fango su tutta la cultura comunista e il passato glorioso che il PCI ha costruito in questo ingrato paese. Frose perchè quel simbolo, come tutti i simboli, porta con sè delle emozioni, dei sentimenti, quella rabbia contro le ingiustizie che tanto fa tremare i signori che ci governano. Abiurando un simbolo spesso, non si rinuncia solamente a un segno del passato, spesso si rinuncia a un'anima. Continuino i giovani di belle speranze ad emozionarsi ai discorsi di Niki, continui Niki a fare politica, male non farà ne sono convinto; magari farà anche del bene in questo paese, ma non credo che potrà risolvere i problemi dell'Italia. Non lo potrà fare perchè non è con i compromessi che si risolvono le tare genetiche di questo paese malandato, non è con la mediazione che si potrà costruire un futuro di giustizia reale e di equità; non lo è perchè esistono poteri forti nemmeno troppo nascosti che non lo vogliono, e loro non si commuoveranno di fronte ai discorsi di Niki ma ci schiacceranno come hanno sempre fatto sotto il tacco del loro stivale.Sarà allora che forse la gente riuscirà a capire a cosa servono e chi sono i comunisti.

di Daniele Cardetta

l'11 DICEMBRE DIVENGA MANIFESTAZIONE UNITARIA DELLE OPPOSIZIONI. Di Cesare Salvi






La precipitazione della crisi politica richiede un salto di qualità nell’iniziativa dell’opposizione.
Riunire le forze disponibili a costruire l’alleanza democratica per la Costituzione, secondo la proposta del PD anche da noi condivisa; indicare le linee di fondo della proposta da formulare agli italiani; stabilire una consultazione permanente per seguire gli sviluppi della crisi, definire le regole delle ipotizzate primarie. Questi compiti sono urgenti e le forze politiche dell’opposizione debbono individuare subito gli elementi della possibile convergenza, facendo prevalere le ragioni dell’unità sulla legittima diversità di prospettiva.
Penso che spetti al PD, maggior partito dell’opposizione, assumere al più presto questa iniziativa, anche per essere pronti all’ipotesi di elezioni politiche ravvicinate.
In questo quadro, sarebbe anche utile che il Partito Democratico trasformasse la manifestazione prevista per l’11 dicembre in una manifestazione comune delle opposizioni per chiedere le dimissioni del Governo e per la difesa e il rilancio della Costituzione e dei suoi principi fondativi.

I Congresso della Federazione della Sinistra






Nei prossimi giorni si darà finalmente l'avvio al primo congresso della Federazione della Sinistra, un congresso tanto più importante in quanto darà l'avvio a quello che sembra attualmente essere l'unico processo aggregativo e non di divisione a sinistra del PD. Sarà questa l'occasione per risolvere alcuni nodi rimasti ancora aperti: la linea politica e le modalità di funzionamento della Federazione.
Vi è infatti ancora un pò troppa confusione nel funzionamento di questo contenitore, che deve tenere insieme anime diverse con le proprie caratteristiche e che si propone un obiettivo molto ambizioso.
Cerchiamo comunque di vedere anche i lati positivi, finalmente esiste un margine di manovra per riuscire a realizzare nei fatti una maggiore unità dei comunisti in questo paese, e anche la possibilità di interessare associazioni e realrtà che pur non essendo comuniste sono interessate alla costruzione di un soggetto di classe.
La sfida che la Federazione vuole lanciare è proprio quello di un contenitore dove la sinistra dispersa possa trovare una casa comune all'interno della quale riconoscersi e dove possa dare l'avvio a un processo aggregativo in grado di dare una forte spinta a questo paese che sta affondando inesorabilmente.
Chiaramente questo Congresso dovrà essere solamente un punto di avvio,un inizio da cui trarre chiare indicazioni e da cui ricavare una progettualità che possa poi esplicarsi in ogni realtà regionale in modo da lavorare per un unico obiettivo.

mercoledì 10 novembre 2010

Grande affermazione del Partito Comunista di Grecia nelle elezioni regionali. tratto da www.lernesto.it



Salutiamo la grande affermazione del Partito Comunista di Grecia (KKE) nelle elezioni del 7 novembre per la scelta dei rappresentanti delle 13 regioni e di 325 municipalità. I primi risultati confermano lo straordinario radicamento di massa di un partito che non ha mai inteso rinunciare alla propria identità comunista e che ha dimostrato, nel corso degli ultimi mesi, di saper stare alla testa delle poderose lotte di massa contro le politiche antipopolari sostenute sia dal governo “socialdemocratico” di Papandreu che da “Nuova Democrazia”, il principale partito dell' “opposizione” di centro-destra, entrambi in linea con le direttive delle strutture del potere finanziario europeo e mondiale. Secondo i primi dati pervenuti, ovunque, le liste di “Raggruppamento popolare” del KKE otterrebbero l'11% dei voti, con punte del 15% nella principale regione, l'Attica, e nelle isole dell'Egeo. I comunisti sono così i veri vincitori di questa importante tornata elettorale. L'unico partito che ha saputo con chiarezza indicare nella natura imperialista dell'Unione Europea e nei ricatti che essa esercita sulla Grecia i principali responsabili delle drastiche misure che hanno drammaticamente colpito le condizioni di vita delle masse popolari, viene premiato, in ogni angolo del paese, con una crescita della sua forza elettorale che supera le più ottimistiche previsioni.

martedì 9 novembre 2010

Sacconi via dall'Università!





La Fgci di Torino ha preso parte al presidio indetto per la giornata del 9 novembre al rettorato dell'Università. Era presente infatti il ministro del lavoro Maurizio Sacconi, invitato a parlare degli interventi in materia di lavoro del Governo dalla Fondazione Ugo la Malfa. All'esterno un gruppo di precari, studenti, e cittadini che hanno voluto dimostrare tutta la propria contrarietà alla presenza del ministro. Sacconi ha evitato il contatto con la gente e così come è arrivato silenziosamente e di nascosto se è anche andato. Studenti, precari e i ragazzi della Fgci chiedevano intanto a gran voce a Sacconi di non presentarsi nella loro università in quanto ospite assolutamente non gradito. Sacconi, ribattezzato ministro "della precarietà" è stato giustamente accusato di aver annichilito i diritti collettivi di lavoro e di aver proposto un Patto sociale con il consenso solo di sindacalisti prezzolati e venduti al padronato.
La Fgci di Torino ha voluto con forza segnalare la sua presenza dimostrando di essere da sempre al fianco di chi lotta per la giustizia in tutte le sedi del vivere civile.

domenica 7 novembre 2010

7 novembre 1917, 7 novembre 2010, buon compleanno Rivoluzione!






....[Per quanto fossero le sei del mattino, la notte era ancora spessa e fredda. Ma già una strana schiarita livida si diffondeva nelle strade mute, indebolendo lo splendore dei fuochi, messaggera dell'alba terribile che si levava sulla Russia...

Erano esattamente le cinque e diciassette del mattino, quando Krilenko, barcollante di fatica, sali alla tribuna con un telegramma in mano:

— Compagni! il fronte nord telegrafa: «La XII Armata saluta il Congresso dei Soviet e gli annuncia la formazione di un Comitato militare rivoluzionario che ha preso il comando del Fronte nord...

Delirio indescrivibile: pianti, abbracci.

— ...Il generale Ceremissov ha riconosciuto il Comitato. Il commissario del governo provvisorio, Voitinski ha dato le dimissioni...».

Così Lenin e gli operai di Pietrogrado avevano deciso l'insurrezione, il Soviet di Pietrogrado aveva rovesciato il governo provvisorio e messo il Congresso dei Soviet davanti al fatto compiuto del colpo di stato. Si trattava adesso di conquistare tutta l'immensa Russia, e poi il mondo! La Russia avrebbe seguito e si sarebbe sollevata? E il mondo che farà? I popoli accoglieranno l'appello e la marea rossa inonderà il mondo?...]


I dieci giorni che sconvolsero il mondo
John Reed (1919)

Ripartire dal basso: Incontro pubblico di disoccupati, lavoratori e precari a Torino





Sabato 6 novembre a Palazzo Nuovo, Torino, siamo andati a sentire l'Assemblea pubblica indetta da varie realtà impegnate dal basso a costruire un opposizione a questo stato di cose. Stiamo parlando di realtà come la "Disoccupati organizzati Banchi Nuovi" di Napoli, e di una delegazione di Terzigno, giunti fino a Torino proprio con il dichiarato intento di cercare una unione interregionale al fine di invertire la tendenza al frazionamento che sta regalando alle classi dei potentati economici un vantaggio tattico esiziale in questo paese.
“Per l’unificazione di tutte le lotte sociali, del lavoro e del territorio”: questo è stato uno dei punti intorno al quale si è articolato il dibattito, un dibattito molto interessante e partecipato che ha permesso di fare chiarezza intorno a teatri di lotta dal basso molto importanti. Le lotte sui luoghi di lavoro si stanno infatti proponendo come un punto di partenza notevole e un bacino di potenziale da cui partire per costruire un fronte di lotta più unitario.
La delegazione partenopea ci ha reso partecipi della difficoltà della lotta quotidiana in una realtà, come quella campana, dove opporsi alle scelte dall'alto non è così semplice come può apparire guardando media e giornali.
E' stato un modo per vedere più da vicino chi sono coloro che si mettono in gioco per realizzare una unità di intenti che possa arrecare benefici alla costruzione di una nuova lotta di classe, riprendendo quindi un concetto, quello della lotta di classe, ormai passato di moda senza un motivo valido.
La speranza è possa essere solo il primo di una lunga serie di incontri sul territorio.