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domenica 25 aprile 2010

Comandante Berlanda: "L'obbligo di fare qualcosa per tutti" ; di Davide Moffa





«Coltivo direttamente, come tutti coloro che hanno combattuto, l'obbligo di fare qualcosa per tutti».

Erano queste, e lo sono tutt'ora, le ragioni che hanno spinto alla lotta partigiana Franco Berlanda.

Professore e architetto in pensione, fu, tra il 1943 fino alla Liberazione, Capo di Stato Maggiore Divisionale delle Brigate Garibaldi impegnate nelle valli di Lanzo e nel Canavese, ovvero tra coloro che diressero e parteciparono alla liberazione di Torino, oltre che del Piemonte.

«Nel novembre del 1944 il comandante delle Forze Alleate, il generale Alexander, aveva ordinato ai partigiani di ritirarsi nei quartieri d'inverno. Ma noi avevamo disobbedito, continuando a combattere: il nostro futuro dipendeva dalla nostra lotta, ne eravamo convinti» ed hanno avuto ragione.

Certo il contributo degli Alleati è stato prezioso, soprattutto per quel che riguarda l'approvvigionamento di armi ed altro materiale (tra cui radio, indispensabili quanto gli indumenti), ma la Liberazione, almeno in Piemonte e nel nord Italia, è avvenuta grazie all'impegno ed all'organizzazione dei partigiani.

All'inizio, subito dopo l'8 settembre 1943, furono in pochi, ad "andar sulle montagne": «e durante gli inverni il numero dei partigiani diminuiva. Ma in seguito ai rastrellamenti dei nazifascisti (che colpivano tanto i partigiani quanto la popolazione civile, ndr.) molti decidevano di unirsi alla lotta».

Alla fine della guerra la 2° e la 4° divisione Garibaldi (quelle impegnate, appunto, nelle valli di Lanzo e nel Canavese) conteranno 610 caduti e 1150 feriti.

Nella primavera del 1945 la vittoria si sente vicina, imminente: gli Alleati avanzano da sud, ad ovest la Francia conduce la sua lotta di liberazione ricacciando i nazisti verso la Germania.

I partigiani piemontesi intensificano le offensive, tanto nelle Langhe e nel cuneese quanto nelle valli di Lanzo e nel Canavese: «prima Lanzo e poi Cuorgnè, e da questi lungo le strade e le ferrovie verso Torino: prima controllando la torre-serbatoio della SNIA (una fabbrica fra Torino e Settimo) e da lì puntando alla città, ai centri strategici.»

Operai organizzati occupano le fabbriche, difendendole dai sabotaggi dei nazifascisti e sostenendo quindi i partigiani.

Dalla Barriera di Milano avanzano verso il centro di Torino, occupando le caserme Valdocco e Cernaia, e infine gli Alti Comandi tedeschi di corso Oporto e la sede della STIPEL (la centrale telefonica).

Da lì a pochi giorni la Liberazione sarà compiuta ed affidata alla storia.

La retorica, così come il revisionismo o la dimenticanza, hanno rischiato e rischiano di stravolgere i fatti della storia, creando o cancellando persone, prima ancora che eroi, come sottolinea Berlanda: «le nostre vicende non erano indirizzate agli stessi obiettivi di chi pensava al traguardo della "bella morte", ma l'amore verso la Patria e per la Libertà».

Una libertà che non è quella generica tanto di moda oggi, bensì una Libertà che non poteva prescindere dagli altri principi universali quali quelli di «Uguaglianza e Fraternità», che saranno poi alla base della Costituzione repubblicana.

La Liberazione ha significato «riconquista dell'indipendenza e della dignità della Patria italiana», una dignità (altro termine pericolosamente desueto) appunto declinata secondo quei principi di libertà, uguaglianza e fraternità.

«E va ricordato a tutti coloro che magari ignorano la nostra storia e nello stesso tempo si rallegrano della loro libertà– conclude Berlanda – come se questa fosse stata concessa senza che alcuno si fosse impegnato in un tremendo scontro in cui molti sono morti, e tanti altri hanno rischiato di perdere la vita perché questo traguardo potesse essere raggiunto».

venerdì 23 aprile 2010

Aldo dice 26x1; di Daniele Cardetta


A pochi giorni dall'insurrezione di Torino gli alleati avevano stilato un rapporto militare sulle forze partigiane presenti in città che era improntato a un pesante pessimismo. I partigiani, male armati ed eterogenei nelle loro strutture di comando, lasciavano perplessi inglesi e americani sulle loro possibilità di vittoria nell'insurrezione che era ormai considerata prossima. A Torino invece i tedeschi e le truppe repubblichine erano ben armate, basti pensare che le truppe di istanza nel capoluogo torinese agli ordini del Generale Schlemmer disponevano anche dei temibilissimi carri Tiger.

Gli alleati tentarono in tutti i modi di smorzare l'entusiasmo partigiano nella città di Torino, ma contrariamente alle loro indicazioni le fila dei patrioti si ingrossavano giorno dopo giorno, coerentemente alle indicazioni del CMRP e di Togliatti. Come se non bastasse a Torino era altissimo il rischio di rappresaglia massiva da parte delle formazioni partigiane contro quelle volontarie fasciste come la Muti o la Decima Mas dopo mesi di durissimi atti di sangue e di efferate violenza da essi perpetrate contro gli antifascisti.

Mentre a est e sud di Torino iniziavano a mobilitarsi le formazioni di Barbato e degli autonomi di Tonino, i fascisti si preparavano a vendere cara la pelle iniziando ad allestire gruppi chiamati di "Arditi della morte", i quali dovevano essere composti da cecchini pronti a tutto pur di disgregare l'unità dei partigiani. A pochi giorni dall'insurrezione inoltre destò preoccupazione il fatto che le truppe naziste presenti in Piemonte avrebbero potuto ripiegare su Torino prima di cercare la fuga verso la Svizzera, e dunque avrebbero soverchiato le truppe partigiane per numero rischiando di creare una situazione senza uscita.

Il colonnello alleato Stevens, di istanza a Torino, temeva che l'insurrezione sarebbe potuta sfuggire di mano, e dunque fece di tutto per cercare di dividere e contenere i partigiani dato che era solo una questione di tempo prima che le forze americane e inglesi raggiungessero il Piemonte, anche se essendo diventata l'Italia un teatro di guerra secondario, nessuno poteva immaginare quanto presto questo sarebbe potuto accadere.

Nonostante Stevens esercitava tutta la sua influenza per cercare di rimandare o evitare l'insurrezione, alle ore 19 del 24 aprile il CMRP emanò l'ordine che prevedeva l'insurrezione e l'attacco a Torino da parte delle formazioni partigiane previsto per l'una del 26 aprile: il famoso comunicato"Aldo dice 26x1" che recitava: "Aldo dice 26 x 1. Nemico in crisi finale. Applicate piano E27. Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga. Fermate tutte le macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette. Comandi Zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strada Genova – Torino et Piacenza – Torino".

Il 25 aprile, data eletta a simbolo della Liberazione, in realtà a Torino non fu il giorno più pregnante. Il Comando del CLN ordinò la mobilitazione di tutte le formazioni cittadine come i Gap e i Sap, incaricate di difendere gomito a gomito con gli operai le fabbriche della città, che si temeva non a torto i tedeschi avrebbero cercato di minare prima di abbandonare Torino. Mentre le fabbriche venivano occupate, alle 21 i partigiani della VIII zona iniziavano a penetrare in città dalla periferia orientale, ma furono arrestati da un comando del CMRP che imponeva di "non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando Piazza". Nonostante il divieto tuttavia parecchie centinaia di partigiani si unirono comunque ai difensori delle fabbriche mentre combattimenti iniziavano a infuriare nella notte un po' dappertutto.

Nel frattempo gli alleati erano in fibrillazione perché si temeva che la 34° divisione tedesca stesse ripiegando su Torino durante la sua ritirata, e il suo arrivo era stato previsto per il 26 aprile.

Alle ore 18 del 25 aprile i tedeschi attaccavano Mirafiori con carri armati e autoblinde, ma venivano ricacciati dagli operai in armi asserragliati nello stabilimento e pronti a fare fuoco di sbarramento.

Alle 21 la SPA veniva attaccata da Corso Ferrucci ma anche qui gli operai a prezzo di gravissime perdite riescono a ricacciare le truppe fasciste della X Mas.

Si combatteva anche alla Lancia, ai Grandi Motori, alla Nebiolo e alle Ferriere Piemontesi.

Si combatteva a Porta Nuova dove il SAP dei ferrovieri a prezzo di gravi perdite ricacciava però i nazifascisti tenendo il controllo della stazione ferroviaria.

Al mattino del 26 aprile le staffette in bicicletta facevano sue giù per la città rischiando di essere spazzati dalle mitragliatrici per consegnare gli ordini alle formazioni, si combatteva in Corso Principe Oddone, nella zona di Via Peyron, e alla stazione Dora.

Alle 12 del 26 aprile il CMRP riceveva una prima proposta dai fascisti che volevano trattare per il "trapasso dei poteri" purchè si consentisse a chi lo volesse di poter seguire i tedeschi in ritirata dalla città e di far passare senza attacchi la 34° divisione di Schlemmer, diretta verso Milano. Il CLN rifiutò ogni tipo di accordo annunciando di aver assunto il controllo della città.
La lotta tra le due parti non era intanto finita, anzi dopo il rifiuto di trattare si fece più aspra, i nazifascisti si battevano disperatamente confortati dal possesso di molti carri armati. I lavoratori torinesi invece potevano contare soltanto sulle loro forze perché le unità partigiane erano sempre trattenute fuori della città dall'equivoco ordine della sera del 25, ritenuto del col. Stevens.

Alle 14 le milizie fasciste riconquistavano la questura e il municipio e iniziano a combattere presso l'Aeritalia ma l'intervento dei sappisti evitava il peggio e allontanava momentaneamente i nazifascisti.

I partigiani intanto stavano per arrivare, era solo una questione di tempo, e le prime formazioni guidate da Oscar e Trumlin (il distaccamento Lupo) già alle 12 avevano attaccato Superga sbaragliando il nemico e avevano passato lo Stura liberando il quartiere della Barca.

Nonostante piovesse a dirotto i primi reparti di partigiani iniziavano a dirigersi verso Corso Regina Margherita e alle 14 e 30 unità garibaldine e autonomi della"Monferrato" avanzavano da Corso Casale verso il centro ingaggiando conflitti a fuoco con i fascisti trincerati nelle caserme. Una colonna di GL occupava Porta Susa e alcuni reparti garibaldini sfidavano la morte facendo capolino sino in Piazza Castello.

Alle ore 18 la svolta: il Comando della VIIIa zona riceveva il seguente messaggio: "L'ordine da voi ricevuto ieri sera è falso. Arrestate chiunque lo abbia portato, chiunque esso sia. Non può essere altro che una provocazione. Il CMRP ordinò a tutte le formazioni dell'VIIIa Zona di entrare immediatamente in città con tutte le forze disponibili". Era l'inizio dell'attacco vero e proprio dei partigiani ma nella notte del 26 si consumava il dramma di un gruppo di partigiani garibaldini che sacrificavano la loro vita contro i carri Tigre delle SS per evitare che la brigata partigiana venisse presa di sorpresa.

All'alba del 27 la brigata GL "Giaime Pintor" avanzava fino al ponte Umberto I, e insieme alla brigata Garibaldi "Gardoncini" attaccavano il palazzo della Propaganda Staffel.

Alle 10 e 30 i repubblichini venivano ricacciati nelle Carceri Nuove le quali caddero in mano partigiana solo poche ore dopo. Intanto carri tedeschi continuano a girare per la città sparando a vista e seminando lutti e panico tra la popolazione.

Alle 11 don Garneri si presentava al CLN latore di una terza richiesta dei tedeschi che insistevano per ottenere che le loro due divisioni potessero attraversare una parte della città, non chiedevano più 48, ma soltanto alcune ore di tempo; in caso di rifiuto minacciavano di fare di Torino una seconda Varsavia.

Il generale Schlemmer alla testa della 34a Panzerdivisionen e della Va Alpenjager "Gambus", 35 mila uomini e 60 carri armati "Tigre", che aveva posto la sede del suo Comando nel Castello di Stupinigi, dopo aver tentato invano di riprendere in mano la situazione, facendo fare delle puntate in città a reparti corazzati, comunicò di essere disposto a capitolare purché gli fosse lasciata via libera per Milano. Cosciente del grave pericolo che una concessione del genere avrebbe potuto rappresentare per le altre città insorte che si sarebbero viste piombare alle spalle le divisioni tedesche, il CMRP ancora una volta respinse senza esitazione la richiesta.

Alle 13 i tedeschi attaccavano in forze le fabbriche torinesi tra cui la Siomat in Corso Peschiera e i Grandi Motori, ma la reazione partigiana fu aspra e in molti trovarono la morte nella battaglia.

Alle 15 le forze nazifasciste tenevano ancora la linea piazza Statuto, corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita (piazza Emanuele Filiberto esclusa), Giardini Reali, piazza Cavour, piazza Carlo Felice, corso Oporto, corso Mediterraneo.

Resisteva ancora la caserma di Via Asti che i fascisti utilizzavano come luogo di tortura, nonostante i sappisti l'avessero attaccata sin dal primo pomeriggio del 26 aprile.

Nella notte i fascisti si vedevano perduti e tentarono una sortita all'esterno, respinti dopo aver ucciso alcuni prigionieri cercarono di fuggire a gruppi con abiti civili da un cunicolo sotto la caserma.

Nella notte del 27 i tedeschi riuscivano a sfondare alcuni posti di blocco per fuggire dalla città in direzione Chivasso.

La mattina seguente la resistenza fascista e tedesca a Torino era quasi cessata, rimanevano i cecchini a seminare morte spesso tra poveri innocenti scesi in strada traboccanti di gioia, e qualche fortilizio dove si sparava ancora.




Il pericolo era ormai solo più rappresentato dalle forze tedesche a occidente della città con Schlemmer che raccoglieva le sue forze residue tra Rivoli e Pinerolo "nella folle illusione di raggiungere per la sinistra del Po il Veneto prima degli Alleati e di qui la sua patria". Si arrivò alla situazione paradossale che Torino era libera ma minacciata dalle truppe tedesche asserragliate nella cintura, che minacciavano perdipiù di bombardarla.

La sera del 29 aprile si consumò l'ultima atrocità dei nazisti. I sappisti di Grugliasco concessero il passaggio nella città ai nazisti in cambio della garanzia che non venissero commesse rappresaglie sulla popolazione, ma i tedeschi non appena entrati nella città li attaccarono a tradimento e fucilarono 58 sappisti e 7 civili per la strada. Presto però Schlemmer capì che dal Piemonte ogni via per lasciare l'Italia era chiusa dai partigiani, quindi ripiegò verso Venaria per poi firmare la resa alle 17 del 3 maggio nelle mani di un colonnello americano dopo che due giorni prima gli alleati erano arrivati a Torino trovandola ormai liberata.

Torino e il Piemonte erano liberi, e la guerra finita.

giovedì 22 aprile 2010

Giornata del Prigioniero. Dal '67 a oggi, 750 mila palestinesi arrestati da Israele. [tratto da www.resistenze.org]






Gaza - Infopal. Un nuovo rapporto pubblicato dall'ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi 'Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.

Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata del prigioniero palestinese, che cade ogni anno il 17 aprile, evidenzia che vi sono circa 70.000 prigionieri messi in carcere da Israele a partire dall'Intifada di al-Aqsa (scoppiata il 28 settembre 2000), tra cui si contano circa 850 donne e 8.000 ragazzini.

Farwana chiarisce che gli arresti non si limitano ai membri di una specifica parte politica o di un settore della società, ma interessano tutti, indistintamente, comprendendo bambini, ragazzi, vecchi, ragazze, madri e mogli, malati e invalidi, operai e accademici, parlamentari ed ex ministri, leader politici, sindacali, professionali eccetera.

Farwana osserva perciò che quello di "prigioniero" è, nello specifico lessico palestinese, il termine più chiaro e stabile, essendo ormai entrato a far parte della cultura palestinese, poiché non vi è famiglia palestinese in cui uno o più membri non siano stati arrestati. Pertanto la questione dei prigionieri è diventata una questione centrale per il popolo palestinese, interessando ogni famiglia palestinese.

Farwana rivela nel suo rapporto che il totale dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, al 15 aprile 2010, è di circa 7.000, tra cui 35 donne e 337 ragazzini, oltre a 257 "detenuti amministrativi". Tra costoro, vi sono anche ben 15 parlamentari ed ex ministri, nonché leader politici. Tutti sono distribuiti in circa venti carceri, istituti penitenziari e centri di detenzione, i più noti dei quali sono quelli di Nafha, Rimon, Ashqelon, Beersheba (Bi'r as-Sab'), Hedarim, Jalbu', Shatta, ar-Ramla, ad-Damon, Hisharun, più i penitenziari del Negev, di Ofer, di Megiddo...

Circa 5.110 detenuti (il 73% del totale) scontano pene di diversa durata: 791 prigionieri scontano uno o più ergastoli, 579 sono i prigionieri condannati a pene superiori ai vent'anni e 1.065 scontano pene comprese tra i dieci e i vent'anni.

Ve ne sono poi 1.633 (il 23,3% del totale) in attesa di giudizio, con i "detenuti amministrativi" che sono 257 (il 3,7% del totale), mentre otto sono agli arresti in base alla legge sui combattenti illegali.

Da quando è scoppiata l'Intifada di al-Aqsa, le autorità d'occupazione hanno emesso a carico di palestinesi circa 20.000 condanne alla "detenzione amministrativa", tra nuovi arresti e rinnovi di precedenti arresti, così 257 palestinesi sono ancora in carcere in base a questo tipo di detenzione.

Per quanto riguarda i ragazzini, il curatore del rapporto evidenzia che gli occupanti israeliani, dall'inizio dell'Intifada di al-Aqsa, ne hanno arrestati circa 8.000, di cui 337 sono ancora in carcere, rappresentando oggi una percentuale del 4,8% del totale dei prigionieri. Tra costoro, 298 hanno un'età compresa tra sedici e diciotto anni e 39 hanno meno di sedici anni, ma sono egualmente esposti a tutti i maltrattamenti, le punizioni, i diritti negati ecc. che devono sopportare gli adulti, pertanto il loro futuro è fortemente a rischio e la loro situazione è in contrasto senz'altro con tutte le norme e i patti internazionali sui diritti dell'infanzia.

Il 97% dei ragazzini arrestati sono stati sottoposti a torture: sacchetti in testa, terrore, botte. Vi sono tra coloro circa 400 prigionieri che hanno compiuto diciott'anni in galera e continuano ad essere in galera; altri invece sono stati arrestati che erano ragazzini, ma poi hanno passato in carcere più anni di quelli che ne avevano passati fuori.

Per quanto riguarda le prigioniere, Farwana riferisce che le forze d'occupazione israeliane, a partire dall'Intifada di al-Aqsa, hanno arrestato circa 850 donne. Oggi in carcere ve ne sono 35: una è di Gaza (Wafa' al-Bus), in isolamento nel carcere di ar-Ramla da alcuni mesi; quattro sono di al-Quds (Gerusalemme), tre della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e le altre di varie località della Cisgiordania. Tutte si trovano in luoghi inadatti per delle donne, senza alcuna attenzione al fatto che sono donne, ai loro bisogni, quindi senza alcun rispetto dei loro diritti sanciti nei trattati internazionali. Cinque di queste prigioniere scontano pene all'ergastolo: Ahlam at-Tamimi, Qahira as-Sa'di, Sana' Shahadeh, Du'a' al-Jayyusi e Amina Muna.

Quattro di queste prigioniere hanno partorito in carcere, senza poter godere di condizioni adeguate a livello medico e senza che i familiari potessero star loro accanto durante il parto in ospedale. Queste 'madri in carcere' sono: Mirfat Taha, di al-Quds (Gerusalemme), il cui bambino è nato l'8 febbraio 2003; Manal Ghanim, che ha partorito il 10 ottobre 2003; Samar Subayh, del campo profughi di Jabaliya (Gaza), che ha messo al mondo un figlio il 30 aprile 2006; Fatima Az-Zaqq, il cui figlio Yusuf ha visto la luce il 17 gennaio 2008. Tutte, adesso, sono state liberate.

Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica dei prigionieri, Farwana osserva che la stragrande maggioranza (5.873, ovvero l'83,9%) è della Cisgiordania, mentre quelli della Striscia di Gaza sono 735 (il 10,5% del totale); invece, quelli di al-Quds (Gerusalemme) e della Palestina occupata nel '48 [Israele, ndr] sono 392 e rappresentano il 5,6% del totale, per non parlare poi delle decine di detenuti di vari Paesi arabi.

Per quanto concerne gli aspetti sociali, il rapporto sottolinea che la maggioranza dei prigionieri sono ragazzi non sposati tra i diciotto e i trent'anni: 4.760 (il 68% del totale) sono per l'appunto non sposati.

Vi sono poi 313 detenuti in carcere da prima degli "Accordi di Oslo" e dell'edificazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (4 maggio 1994): 126 sono della Cisgiordania, 125 della Striscia di Gaza, 41 di al-Quds (Gerusalemme), 20 della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e uno del Golan [al-Julan, ndr] siriano occupato.

Tra i "veterani" ve ne sono 115 che sono in carcere da più di vent'anni di fila. Essi sono noti come "i decani della prigionia". Tra questi vi sono i cosiddetti "Generali della perseveranza" che comprende quattordici prigionieri, e sono quelli che hanno trascorso in carcere più di un quarto di secolo consecutivamente: questa denominazione gli è stata attribuita in virtù della loro pazienza e perseveranza dimostrate nel sopportare ogni difficoltà. Si tratta di Na'il al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 4 aprile 1978), Fakhri al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 23 giugno 1978), Akram Mansour (di Qalqiliya, agli arresti dal 2 agosto 1979), Fu'ad ar-Razim (di al-Quds/Gerusalemme, in carcere dal 30 gennaio 1981), Ibrahim Jaber (di al-Khalil/Hebron, arrestato l'8 gennaio 1982), Hasan Salama (di Ramallah, in prigione dall'8 agosto 1982), 'Uthman Maslah (di Salfit, arrestato il 15 ottobre 1982), Sami, Karim e Maher Younis (della Palestina del '48/Israele), in carcere dal gennaio del 1983, Salim al-Kayyal (in carcere dal 30 maggio 1983), Hafid Qandas (di Yafa/Giaffa, arrestato il 15 maggio 1984, 'Isa 'Abd Rabbo (di Betlemme, in carcere dal 20 ottobre 1984), Ahmad Farid Shahadeh (di Ramallah, agli arresti dal 16 febbraio 1985). È degno di nota che tre di questi "Generali della perseveranza" sono nelle carceri di Israele da oltre trent'anni.

Per ciò che attiene alle condizioni sanitarie dei prigionieri, il rapporto, senza timore d'esagerare, consente di affermare che tutti costoro soffrono di varie malattie causate dalle dure condizioni in cui versano le prigioni (incuria sanitaria, cure vietate ecc.). Alcuni di questi malati soffrono di patologie gravissime, ed alcuni sono addirittura in stato terminale, come quelli che, e sono decine, sono malati di cancro.

Farwana, nel suo rapporto, fa riflettere sul fatto che Israele è l'Unico Stato al mondo che ha reso le torture fisiche e psicologiche, proibite in ogni loro forma a livello internazionale, una cosa legale tra i suoi apparati di sicurezza e giudiziari, fornendo loro addirittura copertura. Gli apparati di sicurezza israeliani praticano la tortura contro i prigionieri palestinesi in circa settanta modi diversi, a livello corporale e psicologico: percosse, congelamento, terrore, scosse, stare in piedi a oltranza, privazione del sonno e del cibo, isolamento, pressioni sui testicoli, rottura delle costole, percosse sulle ferite, imprigionamento dei parenti (puniti anche davanti al prigioniero), sputi in faccia, incaprettamento, botte allo stomaco e alla testa eccetera.

Farwana ha dichiarato che nel periodo per il quale esistono statistiche ufficiali si può dire che vi sia una stretta relazione tra l'arresto e le torture, poiché tutti quelli che sono stati arrestati sono stati in qualche modo torturati, psicologicamente o corporalmente, oppure sono stati sottoposti a danneggiamenti morali e ad umiliazioni di fronte ad un pubblico o a membri della loro famiglia.

Nel suo rapporto Farwana ricorda che, in base alla documentazione a sua disposizione, dal 1967 i martiri tra i prigionieri sono 197, l'ultimo dei quali è stato 'Ubayda Maher al-Qudsi ad-Duweyk (25 anni, di al-Khalil/Hebron), arrestato e ferito il 26 agosto 2009, ma deceduto il 13 settembre 2009 perché rimasto senza le cure necessarie.

Tra i prigionieri che hanno trovato il martirio in carcere se ne contano 49 a causa dell'incuria sanitaria, 70 a causa delle torture, 71, intenzionalmente, dopo l'arresto e 7 a causa di un eccessivo utilizzo della forza o ammazzati con una revolverata dentro il carcere.

Berlusconi contro Fini...atto finale?





Vi ricorderete la notte dei lunghi coltelli in cui Adolf Hitler decise il giro di vite contro le SA di Rohm,ecco il dramma che si sta svolgendo tra Berlusconi e Gianfranco Fini all'interno del PDL nè è la grottesca riedizione tragicomica in salsa italiana.
Paradossale che proprio Gianfranco Fini abbia messo in discussione il dominio dell'Imperatore Silvio, ancor più paradossale il sacro furore di Berlusconi nel rispondergli. Nel suo intervento Fini ha messo molta carne al fuoco, a cominciare dall'attacco alla Lega, il quale sarebbe diventato il Senior Partner della coalizione di governo. Il presidente della Camera ha poi attaccato la Lega per aver messo in discussione la liceità dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, ritenendo inaccettabile tale modus verbandi. Critiche di Fini anche all'atteggiamento di Berlusconi nei confronti della crisi economica, contro la quale non sarebbero state approntate le giuste contromisure.
Toni alti, discussione tirata e facce lunghe a seguito della bagarre, ora non resta che vedere dove approderà questa crisi istituzionale anche se non sembrano esserci i margini per una rottura. Certo è che Fini è stato duramente attaccato da Berlusconi nel corso della replica alle sue accuse, e che sicuramente il loro rapporto si è incrinato, forse per sempre.
Difficile che si decida di andare alle urne a seguito di una crisi di governo, anche perchè per la sinistra vista la potenza espressa dalla Lega potrebbe essere l'ennesima disfatta. Berlusconi si mostra in tutto il suo volto aggressivo e soprattutto sostiene che la Lega abbia in realtà la stessa posizione sull'immigrazione che era di Alleanza Nazionale. Staremo a vedere


I pistoleri dell’estrema destra in marcia su Washington





Il Secondo Emendamento della Costituzione americana prevede il diritto dei cittadini americani ad armarsi, un diritto che a ben vedere non appare in pericolo vista la diffusione capillare di armi da fuoco in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Eppure le "milizie" dell'estrema destra americana proprio non sopportano Obama e il suo entourage, tanto che si sono dati appuntamento, armi alla mano, proprio a ridosso della Casa Bianca, con il proposito di urlare tutta la loro contrarietà nei confronti di un governo che definiscono sprezzantemente composto da "socialisti".

Aldilà della facile e salace constatazione che tali militanti di "socialismo" devono avere una visione perlomeno un po' troppo superficiale, rimane il fatto che questi personaggi hanno fatto sentire la propria voce mostrando come l'opposizione a Obama non sia solamente virtuale.

Tutta la mobilitazione dell'estrema destra americana si basa in realtà su un fraintendimento, sulla convinzione cioè che Obama sia lì lì per decidere una limitazione della vendita libera di armi. Nulla di più lontano dal vero in realtà, anche perché la vendita di fucili è aumentata esponenzialmente negli ultimi due anni, tuttavia l'isteria delle associazioni è alle stelle. Contrari non solo a limitare la vendita di armi ma anche a limitarne l'esposizione in pubblico, i militanti dell'estrema destra americana difendono il loro diritto a sparare e vomitano tutte le loro offese contro l'"africano socialista" Obama.

Rifiutano in modo radicale la riforma sanitaria, bollata proprio come socialista, e ammoniscono in modo sinistro che i loro diritti vengono da Dio e non dal governo.

Inquietanti le parole di Paul Braun, repubblicano georgiano: "Dobbiamo fare la rivoluzione, la rivoluzione elettorale a novembre. Quando voterete ci riprenderemo questo governo e lo toglieremo ai socialisti di Obama. Voi sarete l'avanguardia della rivoluzione".

Se il buongiorno si vede dal mattino...

I COMUNISTI AL NO LEGA DAY





Dopo la disfatta elettorale e l'attacco su larga scala della Lega Nord che ha attecchito anche nella nostra regione, occorre quanto prima riorganizzarsi per dimostrare l'estraneità di Torino e dei torinesi a questa deriva reazionaria e xenofoba.
Apertamente razzisti i leghisti non si nascondono, nemmeno i comunisti. Chi vuole dividere l'Italia dichiarando di volersi pulire il sedere con il tricolore non merita poi di sedersi in Parlamento rappresentando lo stesso paese che sta umiliando di fronte a tutto il mondo.
Per questo il 24 aprile alle 16 in Piazza Castello i comunisti saranno presenti con la cittadinanza per festeggiare al meglio la vigilia della Liberazione.

la Lega contro Bella Ciao





Polemiche a Mogliano, nel Trevigiano, in vista dei festeggiamenti per il prossimo 25 aprile. Come scrive oggi la Tribuna di Treviso il neo sindaco leghista Giovanni Azzolini vorrebbe eliminare la tradizionale canzone partigiana "Bella ciao" dalla scaletta della banda che dovrà suonare durante la parata in ricordo della festa della liberazione.
"Meglio cantare la canzone del Piave", ha detto il primo cittadino, scatenando le proteste della locale sezione dell'Associazione nazionale dei partigiani.

Il presidente dell'Anpi moglianese, Maurizio Beggio, ha infatti commentato con disappunto la proposta: "Non mi da fastidio che suonino il Piave, o "la bella Gigogin" ma si faccia anche Bella Ciao; è una canzone di tutti" - commenta Beggio

domenica 21 marzo 2010

Russia: in migliaia contro Putin





Il 20 marzo 2010 è stato, in Russia, il giorno dell'ira. Il giorno dell'ira nei confronti del primo ministro Vladimir Putin, ritenuto colpevole della situazione terribile provocata dalla crisi economica, una crisi che sta colpendo duramente proprio la gente comune dato che è andata a intaccare la capacità di acquisto della povera gente e ha prodotto rincari di beni di prima necessità e di tariffe.

I russi sono scesi in piazza a Vladivostok, San Pietroburgo e a Mosca, dove la polizia ha effettuato alcune cariche e ha operato una sessantina di fermi tra cui il leader del Fronte della Sinistra Sergei Udaltsov, reo di aver preso parte all'organizzazione della protesta.

I manifestanti paragonano la situazione della Russia a quella dell'Iran, lamentando le continue restrizioni di libertà operate ai danni nell'opposizione nell'ex paese sovietico. Se prima del 1991 infatti la condanna alla mancanza di libertà dell'Urss era unanime, almeno in Occidente, oggi la situazione non è affatto migliorata, eppure sembra quasi essere calato un silenzio di assenso sull'operato del Cremlino.

A partecipare al "giorno dell'ira" il forte Partito comunista, Soldarnost, e i liberali di Labloko. Migliaia anche i manifestanti della gente comune, scesi in piazza per manifestare il proprio sdegno nei confronti delle istituzioni, ree di aver tollerato che con la crisi la gente si impoverisse sempre di più mentre il numero di miliardari stava raddoppiando.

A Kaliningrad le autorità hanno addirittura goffamente cercato di lanciare una fiera di prodotti agricoli per cercare di coprire la manifestazione antigovernativa, ma ogni tentativo in tal senso si è rivelato vano.

Per capire quanto la popolazione russa sia arrivata allo stremo della sopportazione basti ricordare che il PIL è crollato dell'8% nel 2009, e la disoccupazione è salita del 9%, dati allucinanti che mettono la parola fine a carattere maiuscoli al termine di 10 anni di crescita.

sabato 20 marzo 2010

100 euro per andare in piazza per Silvio




Il popolo viola denuncia: «100 euro ai disoccupati per andare in piazza per Silvio»

Disoccupati ingaggiati a 100 euro per partecipare alla manifestazione del Pdl a Roma: è quanto afferma sul proprio blog Gianfranco Mascia, uno dei leader del «Popolo viola». «100 euro per andare alla manifestazione di Roma - inizia il 'post' di Mascia - con la maglietta con la scritta 'Meno male che Silvio c'e». «Agenzie interinali specializzate - prosegue Mascia - stanno
facendo chiamate a tappeto ai disoccupati offrendo il gruzzoletto a chi sarà presente con la maglietta, il tutto per tentare di riempire la piazza».

«Sono alla frutta - commenta il post - ma hanno i soldi e ce la faranno». Mascia conclude con «un consiglio»: «Se ricevete la telefonata dite di sì e poi andate fuori, non prima di essere stati alla manifestazione del Forum dell'acqua», che si svolgerà domani anch'essa a Roma. Il post sul suo blog, dice ancora Mascia, «si chiude con 'sono alla frutta, ma hanno i soldi e ce la faranno'. Un consiglio? «Se ricevete la telefonata dite di sì e poi andate fuori, non prima di essere stati alla manifestazione del forum dell'acqua».

venerdì 19 marzo 2010

In Francia è arrivata la riscossa socialista





I socialisti hanno sorpassato l'Ump, il partito guidato da Sarkozy. Nel complesso in queste elezioni municipali francesi, la sinistra ha conquistato il 29,1% dei suffragi contro il 27,3% della destra.

Si è già parlato oltre che della sconfitta di Sarkò anche dell'ondata di astensioni che ha caratterizzato questa tornata elettorale, un astensionismo che ha interessato un numero incredibile di francesi: meno della metà, infatti, si sarebbe recata alle urne per esprimere la propria preferenza.

Europe Ecologie, il partito ambientalista che fa capo all'ex mito sessantottino Daniele Cohn-Bendit, si propone con un dignitoso 11,5% come terza forza del paese insieme al partito di estrema destra di Jean Marie Le Pen, il quale si è invece attestato sull'11%.

Sarkozy e i suoi tentativi di sviare l'attenzione dell'opinione pubblica francese dai problemi del paese hanno dunque fallito nell'intento tanto che gli esiti delle elezioni francesi potrebbero quasi suonare come campanello d'allarme nelle orecchie di Silvio Berlusconi, il quale come Sarkò dovrà a breve affrontare le elezioni regionali in Italia.

In Francia la sconfitta di Sarkozy a qualche giorno dall'esito delle elezioni appare sempre più netta. L'Ump infatti è apparso in regresso un po' in tutte le regioni e i socialisti appaiono finalmente in grado di rovesciare i rapporti di forza palesemente sbilanciati a favore della destra da troppo tempo.

Il secondo turno avverrà domenica prossima, e in quella occasione si dovranno decidere quali coalizioni saranno chiamate a guidare le 26 regioni francesi (24 delle quali appartenevano già alla gauche).

Ma chi sono gli astensionisti medi che hanno disertato le urne? Tendenzialmente sono elettori dell'Ump, elettori delusi che hanno deciso di non recarsi a votare probabilmente per un deciso calo di motivazioni. Basti pensare che nel 2004 gli astensionisti erano circa il 39%; nel 2010 sono almeno il 50%.

Preoccupa del resto oltre all'astensionismo anche il successo di Le Pen e del suo partito il Fronte Nazionale. Le Pen è alla guida di un partito fortemente schierato a destra e potrebbe emergere come uno dei veri vincitori di questa tornata elettorale. Sarkozy intanto non se la passa di certo bene. Ha riunito i principali esponenti della maggioranza all'Eliseo già subito dopo i primi risultati delle elezioni, e i primi a raggiungerlo sono stati Fillon (segretario generale dell'Eliseo) e il ministro degli Interni Hortefux. Fillon del resto ha voluto rincuorare gli elettori dell'Ump dichiarando che "nulla è deciso per il secondo turno" ed ha lanciato un appello "alla mobilitazione degli elettori della maggioranza presidenziale". Fillon ha poi rincarato la dose dichiarando:" Dobbiamo combattere insieme tutte le forme di delinquenza che indeboliscono il nostro patto repubblicano... dobbiamo respingere coloro che chiedono di fare delle regioni dei contropoteri".

Gli risponde Martine Aubry, segretario socialista, la quale ha affermato che "Gli elettori hanno espresso oggi il loro rifiuto di una Francia divisa e indebolita, hanno detto di volere una Francia più giusta e più forte....Il voto di rappresenta l'adesione ad un progetto, che è quello di proteggere i francesi e preparare il loro futuro. E' un incoraggiamento per noi, e la dimostrazione che quando il Partito socialista è unito e rivolto ai francesi, ritrova la loro fiducia..... Per noi si tratta soprattutto del segnale di un dovere da rispettare, quello di unire la sinistra. Siamo il primo partito, dobbiamo radunare i nostri alleati, nella chiarezza degli impegni e nel rispetto di ognuno...".

Tra gli sconfitti oltre a Sarkozy troviamo però anche Bayrou, leader dei centristi del MoDem, il quale esce del tutto con le ossa rotte da questo primo turno di elezioni regionali, non riuscendo nemmeno a raggiungere il 5% dei voti. Ancor più che lo stesso Bayrou si era proposto come la terza forza del paese, come l'alternativa centrista a una possibile polarizzazione, utilizzando accenti e slogan molto simili a quelli dell'Udc di Casini.

Dopo l'ottimo risultato conseguito da Bayrou nelle presidenziali del 2007 con il 18,5% delle preferenze dunque, il credito del politico francese con i suoi concittadini sembra del tutto estinto.

Il MoDem finisce lontanissimo dalla posizione di "terza forza" che è l'ambizione dichiarata del suo leader. Rispetto alle regionali del 2004 dell'antenato del partito, l'Udf (11,95%), i voti sono diventati quasi un terzo. Già nelle europee dell'anno scorso, il MoDem era precipitato all'8,4% dopo l'exploit di Bayrou alle presidenziali del 2007 (18,57%).

martedì 16 marzo 2010

L'Orson Welles nel XXI secolo parla georgiano




Tutti si ricorderanno di Orson Welles, il burlone che nel 1938 negli Stati Uniti aveva proclamato in diretta radiofonica che era in atto un invasione extraterrestre.

Quello di Welles è passato alla storia come uno degli "scherzi" meglio riusciti della storia, almeno per quanto riguarda il XX secolo. E il XXI?

Bhe è iniziato bene anche il XXI secolo, almeno per i cittadini della Georgia. E' di qualche giorno fa infatti la grottesca trovata di una televisione georgiana di annunciare in diretta che "I russi ci invadono". La trasmissione è poi sfuggita di mano causando reazioni di isteria e panico negli spettatori, tanto che è dovuto intervenire proprio il conduttore a spiegare che le immagini che venivano mandate in onda non erano in diretta bensì erano immagini di repertorio. Ha dovuto poi convincere tutti che quello della sua trasmissione non era altro che un gioco, uno scherzo avente come oggetto degli eventi possibili nell'immediato futuro.

E si che una possibile invasione della Russia viene ritenuta dagli analisti internazionali, almeno entro i prossimi vent'anno, abbastanza probabile, o comunque un ipotesi possibile.

Le autorità di Tbilisi comunque non hanno per niente apprezzato la messinscena del burlesco conduttore e hanno fortemente redarguito la trasmissione seguiti a ruota da Mosca. Dalla Russia infatti è arrivato pronto e salace il commento di Konstantin Kosachev, presidente della commissione esteri della Duma, il quale avrebbe dichiarato: "basta vedere chi ne può aver tratto vantaggio. In questo caso la sola persone che possa averne beneficiato è il presidente Saakashvili, il cui unico modo di avere un qualunque posto nella storia è di far credere alla popolazione che il Paese sia in pericolo".
Daniele Cardetta

Disordini a Gerusalemme tra israeliani e palestinesi.





La notizia non è nuova, nel senso che siamo ormai tristemente abituati agli scontri tra palestinesi e forze dell’ordine israeliane. Questa volta sono avvenuti a Gerusalemme est tra giovani palestinesi e forze di sicurezza di Tel Aviv. La scintilla a scatenare il putiferio è stata accesa dai progetti del governo Nethanyahu, il quale ha deciso di costruire 1600 nuovi stabilimenti abitativi nel settore orientale della città.
La decisione di Tel Aviv non ha lasciato contento nessuno né a Washington né ovviamente in Palestina, e sono gli stessi palestinesi ad aver indetto nella giornata di oggi una “giornata della collera” il cui nome non abbisogna di chiosa alcuna.
Israele dal conto suo ha reagito in un modo già visto, allertando cioè servizi di emergenza e polizia e schierando a Gerusalemme ben 2500 agenti in antisommossa più un numero imprecisato di soldati.
Gli scontri si sono verificati in più quartieri della città con i palestinesi che dal campo di Shuafat hanno lanciato pietre e oggetti contro la polizia, la quale ha reagito con granate stordenti e proiettili di gomma.
Ma la “giornata della collera” non è stata indetta solamente per protestare contro gli insediamenti, infatti ad aumentare la rabbia e la frustrazione dei palestinesi è subentrata anche l’inaugurazione nella giornata di ieri nella Città Vecchia di Gerusalemme di una sinagoga, posta topograficamente a sovrastare la spianata delle Moschee. La paura che si è diffusa nella comunità islamica è che l’inaugurazione della sinagoga possa ascriversi all’interno di un progetto più ampio teso a “invadere” gradualmente la spianata.

Chavez e internet. Tratto da Informare per resistere


Internet va regolata: non è possibile che chiunque possa dire e fare qualsiasi cosa sulla Rete . Lo ha dichiarato il presidente venezuelano Hugo Chavez, che ha concentrato gran parte del suo fuoco verbale su Twitter e Facebook, colpevoli a su parere di amplificare notizie infondate "che avvelenano la mente".

Chavez, che già aveva lanciato anatemi i videogame, dice di voler allineare il suo pensiero a quello di tanti altri leader mondiali come Angela Merkel, cancelliere tedesco, che compongono il coro di chi invoca le briglie per la Rete: "Ogni stato deve imporre delle proprie regole - ha proseguito il presidente - come già fa adesso il Venezuela nel controllare i canali televisivi satellitari".

Quello del controllo della Rete è un sentiero che molti governi sembrano intenzionati ad esplorare e Chavez non sembra volersi discostare da questa linea di pensiero. Niente tecnofobia, però: il Venezuela sta espandendo i propri confini virtuali grazie a un cavo di fibra ottica che connetterà il paese a Cuba.

lunedì 15 marzo 2010

Francia: battuto Sarkozy





Sarkozy sarebbe stato battuto. Queste le notizie che trapelano dalla Francia, dove dopo le prime proiezioni il partito socialista sarebbe dato come quello vincente con il 29,1% dei consensi contro il 27,3% di quello di Sarkozy dell'Ump. Elevatissima l'astensione ha raggiunto un livello altissimo con circa il 50% degli aventi di diritto che hanno rinunciato al voto. Un dato questo allarmante che potrebbe riguardare da vicino anche la situazione italiana in vista delle imminenti elezioni regionali.
Per quanto riguarda gli altri partiti, lusinghiera affermazione dei Verdi con l'11% e la sinistra radicale con il 5,5% (il partito Trozkysta avrebbe il 4%). All'11% anche il partito di estrema destra del Fronte Nazionale, mentre i centristi di Bayrou avrebbero avuto un deludente 4,5%.
Se confermata, come sembra, questa sarebbe una grossa sconfitta per Sarkozy.

domenica 14 marzo 2010

Il vincitore del premio Nobel per la Pace si riserva il diritto dell'attacco nucleare preventivo. Tratto da www.resistenze.org





L'approvazione della nuova dottrina nucleare degli Stati Uniti è stata rinviata di un altro mese. I militari avevano speso quasi un anno per prepararla. La formulazione iniziale, in cui l'America rinuncia ad ogni attacco preventivo, consentendo invece di usare le armi nucleari solo come risposta agli attacchi, è stata respinta dal Presidente Barack Obama.

Il progetto mostra che l'accento viene posto sulle armi non-nucleari, inclusa la difesa anti-missile nel Golfo Persico, in diretta prossimità dell'Iran. La Quadrennial Defense Review, presentata il mese scorso, prevede lo sviluppo di una nuova classe di missili non-nucleari in grado di raggiungere un obiettivo in qualsiasi parte del mondo in meno di un'ora.

Secondo le fonti di Kommersant, questo tipo di sistema di difesa, chiamato Prompt Global Strike, sarà dislocato sul territorio statunitense. I siti di lancio sarebbero aperti agli ispettori internazionali, compresi quelli provenienti dalla Russia, che sarebbero in grado di constatare come i missili non trasportino testate nucleari. Come concepite dai militari statunitensi, tali armi sarebbero in grado di assestare un massiccio attacco contro le postazioni di Al-Qaeda in Afghanistan o di prevenire il lancio di un missile nord-coreano.

Al Pentagono, i sostenitori di questo nuovo sistema di difesa sono fiduciosi che questi missili
avranno la stessa efficacia delle armi nucleari, evitando l'escalation da guerra convenzionale a nucleare su vasta scala. L'amministrazione statunitense, di conseguenza, si appresta a promuovere un nuovo concetto di deterrenza che consenta agli stati di sviluppare vari tipi di armi di distruzione di massa, che vanno dal chimico al batteriologico, da tenere sotto controllo, senza ricorrere alle armi nucleari.

Ma il punto fondamentale a cui il Presidente Obama dovrà rispondere alla presentazione della versione definitiva della dottrina è: perché l'America avrebbe bisogno di armi nucleari?

Gli esperti pensano che questa è ben lungi dall'essere una questione priva di fondamento.

Daryl Kimball, direttore della Arms Control Association, afferma che presentare la deterrenza come lo scopo pricipale dell'arsenale nucleare statunitense, indica l'esistenza anche di altri obiettivi. E questo, aggiunge, non è in sintonia con il discorso pronunciato dal Presidente Obama a Praga un anno fa, dove ha proposto un piano per la distruzione globale delle armi nucleari.

sabato 13 marzo 2010

Opposizione in piazza a Roma contro il governo.






L'opposizione è tornato in piazza a Roma per manifestare contro il governo e per la difesa delle regole. Non solo proteste contro l'inaccettabile elusione delle regole operata dal PDL e dal governo, ma anche proposte in vista delle regionali di fine marzo. In piazza c'erano proprio tutti, alle 14 si sono dati appuntamento a Piazza del Popolo migliaia di persone con la presenza di Pd,Federazione della Sinistra, Verdi, Idv e associazioni con il Popolo viola in testa.
200.000 persone in piazza secondo gli organizzatori (25000 per la questura) hanno ascoltato vari esponenti dei partiti tra cui Emma Bonino, Ferrero, Di Pietro,Vendola e Bersani.Ferrero ha auspicato di voler giungere a un unione contro Berlusconi per il bene del paese, lo stesso Berlsconi che ha commentato la manifestazione etichettandola come un "aggregato stravagante e conraddittorio".
Presenti anche Cossutta ed Epifani in una giornata importante che segna un punto di partenza per una opposizione di cui l'Italia ha un disperato bisogno. Assente Casini con l'Udc che non apprezza questo genere di inziative con buona pace della sinistra.

Resoconto dello sciopero cgil. Tratto da cgil.it




Un milione di lavoratori ha invaso le piazze del nostro paese. Sono questi i numeri di una grande giornata di partecipazione di cui sono stati protagonisti le tante donne e i tanti uomini che stanno pagando il prezzo più alto della crisi economica. Quello di oggi è stato uno sciopero generale indetto dalla CGIL su tre parole d’ordine ‘Lavoro, Fisco e Cittadinanza’, ma anche sulle recenti norme in materia di processo del lavoro, che, secondo il sindacato di Corso d’Italia, privano i lavoratori del diritto di rivolgersi al giudice, ed essere tutelati dalla legge, in caso di controversia con datore di lavoro.

Il Segretario Generale della CGIL, Guglielmo Epifani, intervenendo da Padova, durante un corteo con più di 40mila persone, non usa mezzi termini, “questo è un paese che è alle pezze. I lavoratori stanno male, la disoccupazione aumenta, soprattutto nelle aree più industrializzate. Il governo non fa nulla. Il fisco lo pagano solo i lavoratori e i pensionati”, per poi puntare il dito proprio sulla riforma del processo del lavoro accusando il governo di “abbassare i diritti attraverso anche una specie di arbitrato che costringe il lavoratore a rinunciare al giudice del lavoro”, vicenda sulla quella ieri il sindacato ha deciso di non firmare un avviso comune, proposto durante un incontro al Ministero del Lavoro convocato su altri temi.“Tutto questo non è possibile” aggiunge Epifani “nel momento in cui il paese sta sprofondando”.

Parlando dal palco, alla fine del corteo, il Segretario Generale della CGIL, ha ribadito la necessità di una riforma fiscale, ma con precise caratteristiche: “facciamola questa riforma fiscale che però deve avere un cuore: meno tasse sul lavoro, meno tasse sugli investimenti, meno tasse sulle imprese che creano occupazione e meno tasse sulle pensioni”. ”La risalita è lenta – ha aggiunto Epifani – e quello che rimprovero al Governo è di non fare ciò che è necessario per dare una mano agli investimenti ed all’occupazione”. Il Segretario della CGIL ha quindi ricordato il problema dei lavoratori immigrati, per i quali è necessario costruire politiche di accoglienza e percorsi di lotta alle nuove schiavitù, oltre alla sospensione della Bossi-Fini, all’abolizione del reato di clandestinità, al riconoscimento della cittadinanza alla nascita nel nostro Paese e l’equiparazione del reato di caporalato a quello di tratta sugli esseri umani. Secondo Epifani con questa crisi un lavoratore straniero ”che viene messo fuori dal mondo del lavoro è costretto a tornare a casa perché non ha il tempo necessario per trovar un altro lavoro”

La giornata di oggi è stata caratterizzata anche dalla presenza, negli oltre i cento cortei ed iniziative della CGIL, di molti giovani e studenti, 200mila secondo le associazioni Rete degli studenti Medi, Unione degli Studenti, Link coordinamento universitario e Unione degli universitari, che hanno aderito allo Sciopero Generale chiedendo a gran voce al governo la sospensione dei provvedimenti e dei tagli che penalizzano l’istruzione pubblica ed il diritto allo studio.

Dalla Calabria è giunta anche la notizia che la manifestazione nazionale per il primo maggio di CGIL, CISL e UIL si svolgerà a Rosarno. Un’iniziativa che sarà incentrata, oltre che sui tradizionali temi del lavoro e dello sviluppo economico, anche su integrazione e accoglienza, alla luce degli episodi di violenza, ai danni di immigrati, accaduti lo scorso gennaio.

Ancora guai su Berlusconi





I guai per Silvio Berlusconi sembrano non finire mai. Dopo le ultime vicende sulle liste della Polverini e di Formigoni in Lazio e Lombardia, ecco un altro scandalo che fa traballare l'entourage del PDL. Nell'occhio del ciclone questa volta proprio il Cavaliere assieme al fidato direttore del TG1 Minzolini, indagati entrambi per concussione insieme al presidente dell'AGCOM Innocenzi.
"Oggi stesso invierò gli ispettori a Trani per andare a verificare cosa è successo. Ovviamente senza interferire nell'indagine, potere che non mi compete ma solo per capire come possano verificarsi queste gravi patologie": queste le parole di un piccato Angelino Alfano a commento della vicenda.
Sotto i riflettori le telefonate che Berlusconi avrebbe fatto all'AGCOM per eliminare le trasmissioni a lui indigeste, ma il Cavaliere non vuole nemmeno commentare quelle che per lui non sono altro che baggianate; al fidato amico Emilio Fede ha infatti subito dichiarato: "Mi occupo di cose serie, non di cose ridicole e addirittura grottesche".

venerdì 12 marzo 2010

Il Tar toglie il bavaglio alle televisioni. Tratto da www.nuovasocietà.it




Il Tar del Lazio ha accolto la richiesta di Sky e Telecom Italia Media (editore per La7) a favore della sospensione del regolamento, esattamente all'art. 6 comma 2, varato dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni che disciplina la par condicio in vista delle Regionali. L'Autorità potrebbe riunirsi già oggi per valutare gli effetti del pronunciamento del tribunale amministrativo. E la decisione potrebbe riaprire indirettamente la partita anche per la Rai: «Se il Tar dovesse bocciare in qualche modo i regolamenti - aveva detto ieri, il presidente Paolo Garimberti - si riaprirà il consiglio di amministrazione».

Le richieste sono state discusse davanti alla III sezione del Tribunale amministrativo regionale, presieduta da Maria Luisa De Leoni.
Il Tar ha accolto la richiesta di sospensiva di Sky e Ti Media «considerato che a conclusione di una prima delibazione - spiegano i giudici nella motivazione - propria della fase cautelare, risultano non sprovviste di profili di fondatezza del ricorso le censure dedotte avverso la delibera impugnata», nella parte in cui è prevista la normativa relativa ai talk show in periodo elettorale, che ha di fatto ha portato alla sospensione dei programmi di approfondimento.

«Si comincia smantellare il castello di illegalità». Così Michele Santoro commenta la decisione del Tar del Lazio sul regolamento Agcom per la par condicio.
«Aspettiamo ora di capire le motivazioni - aggiunge il giornalista - per vedere quanto il Tar intervenga anche se indirettamente sul regolamento della Commissione di Vigilanza». Ora Santoro attende dalla Rai un comportamento consequenziale e ricorda di aver sempre sostenuto l'illeggittimità delle disposizioni sulla par condicio.

«Sky Italia accoglie con grande soddisfazione la decisione del Tar del Lazio che sospende il provvedimento dell'Agcom con cui veniva esteso ai media privati il regolamento sulla Par Condicio predisposto per la Rai dalla commissione parlamentare di Vigilanza. Sky Italia - si legge in un comunicato - ha da subito contestato la legittimità di questo provvedimento e, come dimostra il dibattito andato in onda il 9 marzo scorso su Sky Tg 24 che ha coinvolto tutti i candidati alla presidenza della Regione Puglia, ha scelto da subito di prescindere dalle regole irragionevoli e inapplicabili previste dal regolamento della Par Condicio. Certa che i »faccia a faccia« rappresentino una componente fondamentale dell'informazione del cittadino, Sky Tg24 - si legge nella nota - continuerà a proporre nei prossimi giorni appuntamenti tra i candidati alla presidenza delle altre Regioni chiamate alla consultazione elettorale. La decisione del Tar di oggi ristabilisce il principio della libertà di espressione e tutela anche quello del libero mercato, previsti entrambi dalla Costituzione Italiana. Presupposti necessari per poter garantire ai cittadini di questo Paese il loro diritto ad un'informazione libera ed indipendente».

«Finalmente una buona notizia, non avevamo dubbi. Il Tar del Lazio ha deciso di levare il bavaglio alle trasmissioni soppresse accogliendo il ricorso presentato da Sky e Telecom Italia Media»: è questo il commento del portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti. «L'Agcom si era vista costretta, almeno questa era la loro tesi, ad estendere l'assurdo regolamento al privato per non creare disparità con il settore pubblico - aggiunge -. La decisione del Tar non può che comportare una immediata decadenza del regolamento anche per il servizio pubblico. Siamo sicuri che le Autorità di garanzia e il Cda Rai vorranno immediatamente recepire questa decisione e in particolare la Rai vorrà comunicare l'immediata riapertura di tutte le trasmissioni arbitrariamente soppresse. Soppressione - conclude Giulietti - che ha creato forte indignazione e che ha fatto sì che l'esposto presentato da Articolo21 abbia raccolto oltre 20 mila firme in poche ore»

Le porcherie che disturbano l'Imperatore




Ci risiamo, rieccoci al complotto dei bolscevichi. Silvio Berlusconi, che evidentemente non ha digerito la mazzata del TAR, urla nuovamente le sue accuse contro la magistratura e contro la sinistra italiana, non lesinando niente del suo repertorio che abbiamo ormai imparato fin troppo bene a conoscere.
Secondo il premier infatti, dietro l'esclusione delle liste del Lazio ci sarebbe "un disegno ben pensato", teso evidentemente a fare l'ennesimo sgambetto al PDL e al suo leader. Poco importa se vi erano delle regole che evidentemente qualcuno non ha rispettato, Berlusconi sembra addossare le colpe ai suoi avversari politici, ma anche questa ormai non è di certo una novità.
"Sabato 20 saremo noi in piazza per dar una lezione alla sinistra. Se loro ritornassero al potere l'Italia sarebbe meno libera": queste le sue parole riguardo i suoi oppositori politici, un opinione peraltro ribadita in ogni circostanza manco fosse un martello pneumatico.
C'è tensione comunque nello schieramento del Cavaliere, come se si fossero accorti che qualcosa si sta incrinando nella dorata vallata di consenso sognata, e lo conferma Bondi, il quale ha nuovamente parlato di clima invelenito voluto da una certa parte politica che fa dell'odio il proprio modus vivendi.
Che dire siamo nell'epoca dei paradossi, un partito come quello di Berlusconi si configura sempre di più come il partito dell'Amore...normale che tutti quelli che non la pensano come lui vengano accusati di nutrirsi d'odio. Tutte parole già sentite tralaltro, ma come disse Antonio Gramsci la storia insegna, sono gli scolari però che mancano

Israele vuole l'Iran fuori dalle Nazioni Unite





Shimon Peres, capo di Stato di Israele, ha recentemente fatto sapere di desiderare che l'Iran venga espulso dalle Nazioni Unite. Il contesto in cui Peres a reso noto questo suo auspicio è quello della visita del vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden in Israele e nei territori palestinesi.

Peres è stato dunque estremamente chiaro relativamente alla sua posizione nei confronti dell'Iran, e ha anzi rincarato la dose: "sanzioni di carattere morale sono non meno importanti che le sanzioni economiche... Ahmadinejad non può al tempo stesso essere membro delle Nazioni Unite ed invocare la distruzione di Israele. Bisogna metterlo al suo posto. Non può continuare ad andare in giro come un eroe".

Peres ha avuto anche modo di aggiungere che non trova corretto che Ahmadinejad cerchi in tutti i modi di delegittimare Israele e Stati Uniti agli occhi del mondo.

Biden nel corso della sua visita ha avuto modo anche di incontrare il premier Benyamin Netanyahu e non è da escludersi che nel corso di queste ore verranno fatte altre dichiarazioni significative sulla questione iraniana che interessa da vicino Israele.

giovedì 11 marzo 2010

Cgil verso lo sciopero generale.





Si va verso lo sciopero generale, indetto nella giornata di venerdì 12 marzo. “Come si può rimanere indifferenti?”: recita uno degli slogan scanditi dalla base in vista della mobilitazione di venerdì. E in effetti di cose ne sono successe negli ultimi tempi tali da rendere necessaria una mossa ad effetto capace di catturare l’attenzione dei media sulla gravità di una situazione che non accenna a uscire dal tunnel.
In base alle rivendicazioni espresse dalla Cgil il governo starebbe negando impunemente la crisi in atto, promettendo in modo grottesco che “nessuno verrà lasciato indietro”. Intanto però indietro sono già rimasti in tanti, con una disoccupazione che sta salendo alle stelle e con i precari che vengono licenziati senza complimenti dalla scuola e dalla pubblica amministrazione nel silenzio rumoroso degli organi di informazione. Si moltiplicano inoltre le vertenze sull’occupazione e le risposte del governo continuano colpevolmente a latitare.
Ma quali sono le rivendicazioni e le richieste elaborate dalla Cgil in vista dello sciopero generale?
Innanzitutto la Cgil chiede a Governo, Confindustria, e a tutte le imprese di fermare immediatamente i licenziamenti, raddoppiare la durata dell’indennità di disoccupazione e aumentare i massimali CIG senza trascurare gli ammortizzatori sociali per i precari. In secondo luogo si richiede di affrontare le vertenze e impedire la chiusura delle aziende cercando di definire nuovi strumenti di politica industriale. Si richiede anche un piano per la ricerca e uno per il Mezzogiorno, finora settori completamente dimenticati dal Governo. La Cgil in particolare propone una prima restituzione di 500 euro per il 2010 di quanto lavoratori e pensionati hanno pagato in più di tasca propria. Terzo: rivendicare una riduzione di tasse per lavoratori e pensionati in risposta alla durissima crisi che sta toccando le borse degli italiani; lotta all’evasione fiscale, e tassazione come in Europa di stock option e grandi redditi da conseguirsi con l’abbassamento della prima aliquota al 20%. Ultima, ma non ultima, la richiesta di costruire un futuro per l’Italia da conseguirsi attraverso la lotta alla schiavitù e con il perseguire una politica di accoglienza (e quindi con l’abolizione della Bossi-Fini e del reato di clandestinità).
Lo sciopero generale avrà la durata di quattro ore, anche se per alcune categorie di lavoratori non è da escludersi che la durata possa essere maggiore. La sensazione è che sarà uno sciopero intenso e partecipato, e la speranza è che possa lanciare un segnale forte al Governo che finora si è dimostrato sordo e cieco nei confronti dei lavoratori.

lunedì 8 marzo 2010

Egemonia Culturale e Collasso di Valori





Napolitano dichiara che gli italiani credono ancora nella Costituzione, eppure ad oggi sembra una tesi piuttosto ardua da sotenere: sembra infatti che i valori che hanno retto la nostra repubblica per anni siano sprofondati in un baratro lasciando il campo libero all'individualismo più sfrenato e alla prevaricazione del più forte sul più debole. Così è successo con i vari "Lodi" salva processi, dal Salva-Previti al Lodo Alfano, così è successo dagli anni '80 in poi, con un sistema di Governanti che pensavano tendenzialmente solo a se stessi. Quella classe politica fu sradicata da Tangentopoli e le immagini del lancio di monetine su Craxi all'hotel Raphael furono la dichiarazione di una forte rivolta popolare contro la corruzione, per ridare forza ai valori costituzionali. Eppure dalla metà degli anni novanta in poi poco alla volta l'egemonia culturale della nostra Costituzione venne a poco a poco sradicata. La scorsa settimana abbiamo assistito all'ennesima scena vergognosa da parte di questo governo: Il Decreto Legge "Interpretativo" con cui Berlusconi e soci stanno tentando la riammissione delle loro liste. Le leggi possono essere superate in base alle proprie necessità, si possono cambiare, interpretare in maniera diversa, l'impunità è comunque garantita. Una lista (se è del PDL, ovviamente) può essere ammessa se alla scadenza dei termini il presentatore è presente fisicamente nella Corte d'Appello, anche se sti mangaindo un panino o bevendo un caffè.
Caro presidente delle Repubblica, se tale decreto legge non fosse stato controfirmato, si sarebbe potuto iniziare a ristabilire i valori Costituzionali e a sradicare l'egemonia culturale delle destre. Così le si è soltanto assecondate.

domenica 7 marzo 2010

In Somalia è bandito l’inglese: “lingua delle spie”




L'inglese è stato bandito dalle scuole della città di Afmadow. Non è fantasia ma realtà, e il teatro della strana trovata è la martoriata Somalia. I ribelli islamici di Shabab infatti hanno preso questa decisione con la grottesca scusante che l'inglese sarebbe niente di meno che la "lingua delle spie occidentali".

A riferirlo gli stessi abitanti della città, vicina al confine con il Kenya, i quali avrebbero lamentato l'intromissione dell'amministrazione islamica all'interno delle dinamiche dell'istruzione.

Vi sarebbero stati anche alcuni docenti licenziati perché accusati di non aver ricevuto una preparazione in linea con i principi dell'Islam.

La recrudescenza degli scontri tra clan e l'insorgenza dell'Islam più conservatore e intransigente sta ferendo a morte un territorio già provato, e l'assenza completa di un potere centralizzato non rende ottimisti gli analisti internazionali riguardo al futuro. Se portata avanti, questa scelta di bandire l'inglese dalle scuole potrebbe avere l'effetto di isolare un paese già ai margini dal mondo, condannandolo a un clima di isolamento e povertà. Non bisogna però fare l'errore di addossare tutte le colpe alla recrudescenza islamica in quanto è innegabile che le potenze occidentali hanno speculato sull'anarchia somala nel corso degli anni alimentando colpevolmente un sensibile e comprensibile clima di isteria e sfiducia.

Nigeria: continuano i massacri, 200 i morti per scontri di religione.


di Daniele Cardetta





Non si parlava da qualche tempo di Nigeria, il che forse poteva ingannare i lettori più ottimisti facendo loro intendere una possibile pacificazione in atto nell’area; purtroppo nulla di più sbagliato.
Ammontano a circa duecento i morti a seguito dei violentissimi scontri armati avvenuti il 7 marzo tra nomadi musulmani e cristiani abitanti nei sobborghi della città di Jos, sul cui carattere multietnico e multireligioso avevamo attirato l’attenzione tempo addietro.
A dare l’allarme alcuni testimoni sopravvissuti alla furia della battaglia i quali hanno raccontato che i nomadi sarebbero arrivati nella notte sparando a vista nel quartiere. I nomadi autori dell’aggressione sarebbero appartenenti all’etnia Fulani e avrebbero avuto l’intento manifesto di infierire un duro colpo alla popolazione di etnia Berom (di natura non nomade ma sedentaria).
Anche donne e bambini sono rimasti vittime incolpevoli della furia omicida e moltissimi abitanti del villaggio di Dogo Nagawa avrebbero già lasciato le proprie case. Da quando è stato eletto come presidente provvisorio il cristiano Goodluck Jonathan in vista delle elezioni del 2011 la situazione è degenerata con scontri tra musulmani e cristiani che nel 2010 hanno già provocato la morte di almeno cinquecento persone.
Il presidente Jonathan ha intanto allertato l’esercito nella speranza di riuscire a contenere una violenza che appare ben radicata anche nella conflittualità tra differenti etnie che hanno accumulato motivi di risentimento nel corso degli anni che minacciano di saldarsi ai contrasti religiosi creando un mix devastante

Napolitano ha firmato. 5 marzo 2010: è golpe?





In molti, preoccupati e forse non a torto, stanno paragonando questo il 5 marzo 2010 ai ben più tristi e noti eventi di qualche anno fa, quando il Re Vittorio Emanuele III autorizzava pilatescamente Mussolini a formare il governo fascista.
Ebbene ci sono ancora per fortuna alcune differenze tra questo regime strisciante e mediatico e quello degli anni Venti, tuttavia le analogie, che non sono poche, ci mettono i brividi. La totale mancanza di rispetto per le regole dimostrata da questi individui che si trovano al governo dell'Italia deve tenere accesi i campanelli di allarme in tutti i cittadini rispettosi di legalità che perseguono sempre con maggior forza la giustizia.
Napolitano, il Presidente della Repubblica che dovrebbe ergersi come ultimo guardiano della Costituzione e della democrazia, si è ancora una volta piegato alla prepotenza dei potenti, facendo ormai capire a tutti che si potrebbero aprire dinamiche inimmaginabili fino a qualche mese prima. Andare in piazza, vigilare, informare, ricordare a tutti che il 5 marzo qualcosa è cambiato in questo paese deve essere un imperativo di tutti, non solo dei militanti politici.
La speranza è che dopo il golpe, arrivi poi anche la liberazione, un giorno.

sabato 6 marzo 2010

Decreto salva-liste, è il caos politico. Tratto da www.nuovasociet.it

L'approvazione del dl salva-liste e la firma di Napolitano hanno scatenato l'ira delle opposizioni.
L'ufficio di presidenza dell'Italia dei Valori ha già dato mandato alle strutture del partito di organizzare una grande manifestazione di protesta, da tenersi a Roma, a difesa della Costituzione e contro il «decreto criminale salvaliste Pdl, varato dal Governo».
Lo fa sapere il leader del partito Antonio Di Pietro, riferendo anche che «nelle prossime ore sono previste riunioni con esponenti di altri partiti del Lazio al fine di convergere tutti insieme in un'unica manifestazione a difesa della legalità e delle regole del gioco». Di Pietro ritiene necessario «capire bene il ruolo di Napolitano» sul dl "salvaliste", una «sporca faccenda», per «valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l'impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni».
Il Partito dei Comunisti Italiani sta intando organizzando vari presidi contro il decreto del governo e sta facendo circolare dei fint "necrologi" che datano al 5 marzo la morte della democrazia.

mercoledì 3 marzo 2010

Iran: arrestato il regista Jafar Panahi




Arrestate diciassette persone in quel di Teheran dalle autorità iraniane. Tra queste persone vi era nientemeno che Jafar Panahi, vincitore nel 2000 del Leone d’Oro di Venezia, prelevato insieme alla figlia direttamente dalla sua abitazione.
Tra i film di Panahi, convinto detrattore di Ahmadinejad, ricordiamo “Il Cerchio” e “Oro rosso”, due film di denuncia sulla situazione iraniana. Panahi sarebbe stato arrestato dopo aver fatto richiesta alle autorità di un visto per partecipare ad aprile a una conferenza sul cinema iraniano in Germania.
Dal conto loro le fonti governative sostengono di avere arrestato il regista perché si sarebbe impegnato nella realizzazione di un documentario sulle recenti manifestazioni di piazza dopo le elezioni di giugno senza aver ricevuto il permesso dalle autorità di Teheran.
Panahi è stato arrestato in casa sua insieme alla moglie alla figlia, e la polizia nell’effettuare l’arresto si è premurata anche di far sparire il computer del regista e alcuni affetti personali.
Tra i premi della lunga e brillante carriera di Panahi ricordiamo oltre al Leone d’Oro succitato anche l’Orso d’argento al Festival di Berlino per il film “Offside. Panahi sarebbe stato portato dalle autorità in una località sconosciuta e lo stesso arresto non è stato reso noto dalle autorità bensì’ dal figlio, il quale ha subito denunciato l’accaduto su un sito di opposizione.

La nuova campagna d'Africa passa dalle dighe in Etiopia . Articolo tratto da www.nuovasocieta.it







di Luigi Nervo

Un altro paradiso naturale potrebbe venire calpestato da ditte occidentali senza scrupoli. Questa volta si tratta della Valle dell'Omo in Etiopia, la culla degli esseri umani: una terra antica dove sono stati ritrovati scheletri degli antenati dell'uomo vecchi 2,4 milioni di anni e che nel 1980 è stata riconosciuta dall'Unesco patrimonio dell'umanità. E questa volta c'è di mezzo l'Italia con una ditta, la romana Salini Costruttori, come principale appaltatrice e la Farnesina, tra i finanziatori.

Inizialmente il progetto prevedeva la costruzione di tre dighe, Gibe I, II e III, poi ne è stata aggiunta un'altra. Lo scopo è quello di incrementare la produzione di energia elettrica in un paese che ne è privo. Le prime tre dighe sono costate rispettivamente 200 e 400 milioni di euro e la cifra record per l'Etiopia di 1,4 miliardi. E, ironia della sorte, proprio la terza, la più grande, è crollato meno di due settimane dopo l'inaugurazione in pompa magna alla quale era presente il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. In origine si diceva che si tratta di una risorsa per la popolazione etiope, ma in realtà solo il 6% degli etiopi possiede un allacciamento alla rete elettrica nazionale, con una richiesta totale di 600 MW ben sostenuta dalla capacità di erogare 767 MW; tutto lascia pensare che invece sarà il contrario: già nel 2006 era stata concessa la distribuzione di 500 MW di elettricità provenienti da Gibe III al Kenya e altri paesi limitrofi hanno iniziato ad affacciarsi sulla Valle dell'Omo, primi fra tutti Sudan e Djibouti che dovrebbero importarne ulteriori 400 MW, e a seguire Egitto, Eritrea, Yemen e altri paesi del Sud e Est dell'Africa, i quali verrebbero collegati attraverso una rete. Insomma, l'energia prodotta da queste enormi dighe, verrà quasi tutta esportata all'estero e i villaggi etiopi che avrebbero dovuto ricevere l'elettricità sono ancora al buio.

Se le popolazioni non sono state toccate dai benefici di queste enormi costruzioni, ne hanno subito gli effetti negativi. Ad essere colpite sono state soprattutto le tribù che vivono lungo le sponde del fiume Omo, un corso d'acqua che con le sue piene stagionali detta i ritmi della produzione: è sulle sponde del fiume che gli agricoltori piantano le loro colture dopo ogni piena, i pascoli vengono rivitalizzati dalle esondazioni e questi ritmi naturali segnano quelli relativi alla migrazione dei pesci. Secondo un rapporto dell'Autorità etiope per la protezione dell'ambiente, la ESIA, verrebbero colpiti 100 mila agricoltori della bassa Valle dell'Omo, 100 mila allevatori della stessa area, 500 mila abitanti della zona dell'Omo meridionale, in gran parte rurale, e anche 300 mila unità delle tribù del lago Turkana in Kenya. È proprio questa l'altra zona colpita, un bacino che con un afflusso d'acqua minore si è quasi prosciugato e ha raggiunto alti livelli di salinità, con effetti devastanti sull'intero ecosistema che ormai è stato compromesso. Gli amministratori hanno promesso di produrre piene artificiali della durata di 10 giorni, ma la portata di queste esondazioni non potrà mai essere pari a quelle naturali che durano diversi mesi. Questi stravolgimenti rischiano di portare a crisi e carestie che potrebbero scatenare scontri armati tra le tribù. Oltre a subire il danno, queste popolazioni non possono nemmeno levare la loro voce a causa dell'alto livello di analfabetismo e della non conoscenza dell'aramaico. In più, non possono fare affidamento sulle organizzazioni umanitarie perché un provvedimento del governo etiope, il decreto 621/2009, impedisce l'attività a qualsiasi associazione o Ong locale che riceva più del 10% dei suoi finanziamenti da fondi esteri, in pratica la totalità di quelle operanti nel paese.

La vicenda assume contorni ancora più torbidi se pensiamo agli attori e alle loro modalità di intervento. Oltre ad autorità e aziende africane, sono coinvolti soggetti italiani e europei. Il made in Italy è evidente leggendo il marchio posto su queste dighe, è quello della ditta Salini Costruttori. La società è nella mani della famiglia Salini che la fondò nel 1940 e il nome del presidente del CdA, l'ingegner Simonpietro Salini, compare nell'elenco dei presunti appartenenti alla Loggia P2 sequestrata nel 1981 a Licio Gelli. Vincitrice anche dell'appalto per la linea C della metropolitana di Roma, l'azienda non è nuova a imprese in Africa: basti ricordare l'avventura in Uganda del 2000 a stretto contatto con un governo dispotico che ha fatto incarcerare i contestatori, o in Sierra Leone dal 1980, con una marea di finanziamenti ingiustificata, o sempre in Etiopia, a Beles, negli stessi anni con il craxiano Fondo Aiuti Italiano poi finito al centro dell'inchiesta su Tangentopoli. Anche il governo italiano ha preso parte all'impresa Gibe: contro i pareri negativi del Nucleo Tecnico di Valutazione della DGCS e del Ministero dell'Economia, è stato elargito un credito d'aiuto di 220 milioni di euro in favore dell'Etiopia per la realizzazione del progetto. Nel 2007 la Procura di Roma ha aperto un'indagine per presunta corruzione nei confronti della DGCS, ma nel luglio del 2007 il ministro Massimo D'Alema ha permesso il finanziamento di 250 milioni di euro per la realizzazione di Gibe III, linea per ora mantenuta anche dal governo che lo ha succeduto. Sul fronte internazionale è invece la posizione della Banca Europea per gli Investimenti, l'analogo della Banca Mondiale nel Vecchio Continente, a destare qualche sospetto: nel 2005 promuove un finanziamento di 50 milioni di euro in seguito ad una trattativa diretta con la Salini in violazione alle norme comunitarie e ripete l'operazione l'anno successivo con il benestare del Parlamento Europeo.

martedì 2 marzo 2010

Il Cile è in ginocchio.







I morti attualmente certificati sono 723, anche se dare le cifre in queste situazioni tragiche è sempre un compito tanto inutile quanto frustrante. Il Cile è in ginocchio e piange i suoi morti, anche se il timore è che visto l’elevato numero di dispersi questi possano ancora aumentare.
In molte zone manca la luce elettrica e comincia anche a scarseggiare il cibo con fenomeni diffusi di sciacallaggio con la popolazione vittima di isteria collettiva che cerca di accaparrarsi ogni genere di merce in vista di un futuro che si vede senza speranza.
I soccorsi offerti dal governo sono stati insufficienti sin dal primo momento tanto che il governo ha dovuto richiedere all’ONU l’intervento della comunità internazionale. Contro lo sciacallaggio è intanto stato imposto il coprifuoco nelle città di Concepciòn, Talca, Cauquenes e Constitutiòn.
Hilary Clinton è intanto atterrata a Santiago del Cile per manifestare al governo e ai cittadini cileni la vicinanza degli Stati Uniti in questo tragico momento di lutto. Con la Clinton anche qualche aiuto made in USA consistente soprattutto in attrezzature per la comunicazione.
Tra le richieste cilene soprattutto quella di attrezzature mediche e di ospedali da campo, oltre che di attrezzature per purificare l’acqua.
Intanto pare che l’UE sia disposta a stanziare ben 4 milioni di dollari, il Giappone circa 3 e la Cina un milione, per un terremoto, quello cileno, circa 800 volte superiore per potenza rispetto a quello che ha flagellato l’isola di Haiti. Questo terremoto sarebbe stato talmente potente da spostare impercettibilmente, ma permanentemente l’asse terrestre, comportando quindi un alterazione della massa planetaria.
Vista la potenza immane del sisma il Cile se non può dire di essere stato fortunato può almeno consolarsi di averla nonostante tutto scampata.

lunedì 1 marzo 2010

Esclusa la lista Formigoni




Dopo la vicenda Polverini ancora bufera nel PDL, questa volta è la Lombardia a essere nell'occhio del ciclone. E' arrivata infatti la decisione della Corte d'Appello della Lombardia di escludere dalle elezioni la lista "Per la Lombardia" di Roberto Formigoni per la non validità di 517 firme. E' stato dunque accolto il ricorso presentato dalla lista dei radicali. La legge infatti prevede la raccolta di non meno di 3500 firme e non più di 5000 firme e dunque le irregolarità riscontrate hanno portato all'esclusione della lista.

Riciclaggio, si dimette Di Girolamo "Ho sbagliato ma non sono mafioso"


Il soldatino Di Girolamo evita di mettere in crisi il PDL e si dimette




Con una lettera al presidente del Senato Nicola Di Girolamo ha presentato le dimissioni da senatore. Toccherà ora all’aula valutare se accettarle oppure no (con voto segreto).

Non ci dovrebbero essere sorprese nella votazione visto che sia il Pd che il Pdl si sono già espressi a favore della decadenza del senatore accusato di essere il referente in Parlamento di una cosca della 'ndrangheta e finito nell'inchiesta sul riciclaggio che ha portato in carcere 56 persone fra cui Silvio Scaglia ex amministratore delegato di Fastweb.
Il PDL, evita così di dover concedere nuovamente l’impunità parlamentare a un suo eletto facendogli presentare le dimissioni, mentre porta avanti la legge bluff sulle “candidature pulite” in cui non è presente nemmeno l’ombra di un controllo sulla fedina penale dei candidati da farsi nella preparazione delle liste prima delle competizioni elettorali.

La Legge è uguale per tutti.




Fa sicuramente discutere il caso della mancata presentazione delle liste del PDL nella provincia di Roma per le prossime elezioni regionali. Eppure in questi casi la legge è chiara: tutte le liste andavano presentate entro le ore 12 di sabato 27 febbraio 2010 corredate di tutta quanta la documentazione necessaria, pena l’esclusione dalla competizione elettorale. Questa norma inoltre è valida da sempre, non è quindi neppure un’invenzione di qualche magistrato talebano o comunista per fare in modo che la Polverini non venisse eletta. In uno stato diritto, non ci dovrebbe nemmeno essere la possibilità di vincere ricorsi o di appellarsi al Capo dello Stato. Nemmeno il Padre Eterno in teoria potrebbe fare nulla. D’altronde di tempo per la presentazione, le liste ne hanno eccome: era infatti già possibile depositarle dalle 8 di mattina del giorno prima evitando così di recarsi in Tribunale all’ultimo minuto. Il problema posto è quello della democrazia contro la burocrazia: è vero certo che il PDL rappresenta il 40% circa dell’elettorato nella provincia di Roma, eppure se ad arrivare in ritardo fosse stata un’altra lista, che rappresentasse magari solo lo 0,001 dell’elettorato, non si sarebbe sicuramente sollevato nessun polverone, probabilmente non sarebbe apparso neppure un trafiletto su qualche giornale locale, ma non sarebbe in questo caso anche una mancanza di democrazia perché sarebbe negato ad alcuni elettori di esprimere le proprie idee?
Aspettando gli ulteriori sviluppi dei vari ricorsi, ricordiamo che la legge è uguale per tutti, anche per le liste. La prossima volta si scelgano meglio i delegati di lista.