giovedì 10 febbraio 2011

Perché gli israeliani preferiscono Omar Suleiman. Tratto da www.resistenze.org; di Yasser al-Zaatera





Fin da quando si profilò la possibilità di una trasmissione ereditaria del potere in Egitto, circa otto anni fa, affiancata dal persistente rifiuto del presidente Hosni Mubarak di nominare un vicepresidente, sembrò che il direttore dei servizi segreti Omar Suleiman – o il ministro Omar Suleiman, come egli ama farsi chiamare in Egitto – fosse entrato in un’aspra competizione con il figlio del presidente egiziano, Gamal, per assicurarsi il sostegno straniero – un fattore che gli avrebbe permesso di prevalere su Gamal nella corsa alla presidenza, soprattutto vista l’assenza di altri avversari.

Nel frattempo, pesanti trasformazioni stavano travolgendo gli Stati Uniti, nei quali si stava affermando l’era dei neocon, e di conseguenza dell’egemonia della lobby sionista sul Congresso americano – sia sui repubblicani che sui democratici. Il risultato fu che la politica estera americana divenne ostaggio delle ossessioni israeliane come non era mai accaduto in passato.

Il fatto è che Mustafa el-Feki, presidente della Commissione affari esteri del parlamento egiziano, e uno dei pilastri politici dell’era Mubarak, non aveva affatto travalicato la verità affermando che per definire il nuovo presidente egiziano c’era bisogno “dell’accordo di Washington e della non opposizione di Israele”. Egli aveva fatto tali affermazioni prima che si delineasse l’era delle rivoluzioni arabe preannunciata dalla Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia. E anche adesso, il fattore straniero non ha perso del tutto la sua importanza, come dimostra il fatto che esso ha contribuito all’insediamento dell’attuale governo in Tunisia, il quale senza dubbio non soddisfa gli obiettivi della rivoluzione tunisina. E non è detto che questo discorso non valga anche per l’Egitto, alla luce della frenesia israeliana che ha raggiunto un livello senza precedenti nell’esercitare pressioni su tutti i suoi alleati, e della stessa situazione negli Stati Uniti, dove i politici seguono da vicino lo sviluppo degli eventi al Cairo e nelle altre città egiziane.

In questo clima, è evidente che Washington, anche su richiesta dello stato ebraico, ha chiesto al presidente egiziano Hosni Mubarak di nominare Omar Suleiman alla vicepresidenza, in primo luogo per porre fine alle voci su una possibile trasmissione ereditaria del potere – che rappresentava una provocazione per l’opinione pubblica egiziana – e per tentare di placare la collera popolare nelle strade; ed in secondo luogo, per assicurare un passaggio dei poteri senza scossoni qualora gli sforzi per convincere Mubarak a lasciare l’Egitto fossero stati coronati dal successo (cosa non ancora verificatasi nel momento in cui scriviamo queste righe). Il fatto che i manifestanti si siano concentrati su Mubarak significa che una sua partenza potrebbe realmente portare a un declino del movimento di protesta, in attesa delle riforme che potrebbero essere portate avanti da Suleiman in qualità di nuovo presidente o di presidente di transizione (dove l’espressione “presidente di transizione” in realtà non significa nulla, poiché Suleiman potrebbe restare a tempo indeterminato, o fino a quando non verrà rovesciato da una nuova rivoluzione).

Da almeno otto anni Suleiman è entrato in competizione per la presidenza assecondando gli americani nelle questioni che maggiormente attiravano il loro interesse, in primo luogo la questione palestinese. Non vi è dubbio che la trasformazione della politica regionale americana al servizio di Israele abbia contribuito a questo. Suleiman ha ricevuto in gestione l’intera questione palestinese, e non vi era politico israeliano, di destra o di sinistra, che non avesse colloqui con lui, e che non stringesse amicizia con lui.

Per contro, Hosni Mubarak, benché avesse ottenuto il silenzio americano sulla propria campagna per mettere a tacere l’opposizione (ed in primo luogo i Fratelli Musulmani), non era in grado di opporsi al fatto che a Suleiman rimanesse il pieno controllo della questione palestinese, pur essendo egli consapevole dell’ambizione di Suleiman di giungere alla presidenza.

Quest’ultimo ha gestito la questione palestinese in una delle fasi più delicate degli ultimi decenni. Fu lui a fornire agli israeliani la possibilità di assassinare Yasser Arafat senza clamore (è opinione pressoché unanime nel mondo arabo che la morte di Arafat, avvenuta in circostanze misteriose e mai chiarite del tutto, sia stata “provocata”; inoltre l’intelligence egiziana ha storicamente avuto notevoli capacità di infiltrarsi nei territori palestinesi, soprattutto a Gaza, prima che Hamas si impadronisse della Striscia (N.d.T.) ), e successivamente a garantire una transizione del potere senza scossoni nelle mani di coloro che in precedenza avevano cercato di ribellarsi ad Arafat – la fazione di Mahmoud Abbas e di Mohammed Dahlan. Non vi è dubbio che ciò avvenne a seguito degli sforzi di schiacciare la seconda Intifada, cosa che rappresentava una priorità per lo stato ebraico.

Dopo di ciò, Suleiman supervisionò le fasi successive – dalle elezioni legislative palestinesi ai successivi provvedimenti volti a boicottare Hamas e ad assediare il suo governo, fino alla guerra di Gaza in occasione della quale Suleiman compì ogni sforzo affinché il conflitto si concludesse con la disfatta totale di Hamas. Egli esercitò enormi pressioni sui negoziatori di Hamas affinché annunciassero un cessate il fuoco unilaterale, al fine di farli apparire sconfitti e di far accettare loro le condizioni israeliane – cosa che fallì, come tutti sanno, visto che furono gli israeliani ad annunciare un cessate il fuoco.

Nel frattempo Omar Suleiman sovrintendeva al percorso sul quale concordano tutti gli israeliani, ovvero il programma dello stato palestinese dai confini provvisori – una soluzione “temporanea” a tempo indeterminato – ed esercitava pressioni sui palestinesi affinché tenessero fede agli impegni sulla collaborazione di sicurezza con Israele, continuando intanto a lavorare quotidianamente per soffocare la Striscia di Gaza e addomesticare Hamas attraverso pressioni e varie forme di ricatto, in particolare riguardo all’unico valico della Striscia che dà sul mondo esterno (il valico di Rafah al confine con l’Egitto (N.d.T.) ). Non vi è poi bisogno di ricordare qui il ruolo di Suleiman nel raggiungimento dell’accordo per la fornitura di gas a Israele, sebbene alcuni abbiano attribuito questo accordo ad Ahmed Ezz, membro di spicco del Partito Nazionale Democratico al governo.

Alla luce di tutto questo, è possibile dire che gli israeliani attendono col fiato sospeso i futuri sviluppi. Essi preferirebbero senza alcun dubbio che la crisi si risolvesse con la presidenza di Omar Suleiman, tanto più che essi sanno bene che Hosni Mubarak, a causa del suo precario stato di salute, non potrà resistere alla presidenza per più di un anno o due. Per gli israeliani, Omar Suleiman è certamente preferibile a Gamal Mubarak poiché Suleiman è senza dubbio maggiormente in grado di controllare la situazione interna del paese.

Se la rivolta egiziana dovesse tradursi nella presidenza di Suleiman, sarebbero gli israeliani ad emergere come i principali vincitori, non solo sul piano egiziano che a loro interessa più di qualsiasi altra cosa, ma anche sul piano della possibilità di fermare il propagarsi delle rivolte arabe, le quali certamente entrerebbero in una fase di delusione e frustrazione qualora dovessero essere questi i risultati. Tuttavia non possiamo essere certi di quest’ultimo esito, ed anzi tendiamo a ritenere che le masse, che hanno ormai scoperto il segreto della loro forza, non si sottometteranno a nessuno.

Il popolo egiziano – che si è ribellato non solo per il pane, come sostengono molti, ma per la libertà, il pluralismo, la dignità e la salvaguardia della sicurezza nazionale – questo grande popolo non accetterà di scambiare Hosni Mubarak con Omar Suleiman, tanto più che quest’ultimo è un elemento essenziale del regime che ha rovinato il paese e impoverito i suoi abitanti.

In questi giorni il popolo egiziano non difende solo se stesso e i suoi diritti, ma difende noi tutti, dall’Oceano Atlantico al Golfo Persico. Difende il nostro diritto a vivere liberi e ad essere padroni delle nostre decisioni. Quando questo accadrà, la fine del progetto sionista sarà solo questione di tempo. Allora finalmente la nazione araba avrà diritto ad avere un posto sotto il sole adeguato alla sua storia, alla sua religione ed alla sua civiltà.

Yasser al-Zaatera è un commentatore ed analista politico giordano di origine palestinese; scrive abitualmente sul quotidiano giordano al-Dustour; è autore di diversi libri, fra cui “Il fenomeno islamista prima e dopo l’11 settembre”, pubblicato in Libano nel 2004

Versione originale: http://www.aljazeera.net/NR/exeres/74002B45-09CE-444D-9AC1-95934EEDB1EA.htm

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