sabato 30 ottobre 2010

L’attualità del processo di transizione socialista a Cuba.Tratto da www.resistenze.org




Documento della Rete dei Comunisti

I vari articoli su giornali e riviste dell’eurocentrismo europeo, di destra e di sinistra, sulle scelte politico-economiche, in una fase di crisi sistemica del capitale, da parte dei governi rivoluzionari di Bolivia, Venezuela e soprattutto Cuba, ci portano a riprendere quei ragionamenti politici ed economici che come Rete dei Comunisti abbiamo affrontato in molti incontri, convegni,libri sui temi della fase attuale della transizione. Si è trattato a volta di attualizzare tematiche presenti nel “gran debate” dei primi anni ‘60, di cui abbiamo scritto nel libro “Che Guevara economista”(L. Vasapollo, A. Jam, E. Echevarria, Jacabook, 2007) o di varie analisi di approfondimento sui temi dell’attualità della pianificazione socio-economica per la costruzione del socialismo oggi.

La piena disponibilità al dibattito politico che ormai da molti anni ci è stata dimostrata nei nostri frequenti viaggi a Cuba, Bolivia e Venezuela, ci ha permesso un confronto diretto con i partiti al governo, movimenti , sindacati, università e centri studi. Tale continuata interrelazione, per il modesto contributo che offriamo loro anche con la collaborazione sui temi dell’economia e pianificazione, ha permesso una particolare profondità nei temi trattati nell’interscambio di opinioni e di esperienze.
Tali frequenti incontri sono stati importanti per capire l’attuale fase della transizione al Socialismo a Cuba e la capacità del PCC di affrontare le difficoltà e quindi di affrontare con forza e chiarezza anche dei possibili aggiustamenti politico-economici a cui Cuba è chiamata necessariamente ora e nei prossimi mesi. Tutto ciò fa parte di una dinamica e attualizzazione di una pianificazione sempre e comunque tesa a migliorare le condizioni socio-economiche nel consolidamento e rafforzamento del carattere socialista.

Emerge chiaramente che a Cuba si è sviluppata una pianificazione sempre dinamica, di confronto - al tempo - con la pianificazione dell’Unione Sovietica, ma con una sua grande peculiarità e autonomia che continua ad avere a tutt’oggi la forza di cambiare ammodernandosi. Infatti, in particolare nell’ultimo anno, in diversi interventi di Raul Castro, del Ministro dell’Economia e Pianificazione Marino Murillo, di Osvaldo Martinez e nelle stesse riflessioni di Fidel Castro, si è sottolineata fortemente la necessità di un perfezionamento del processo di pianificazione dell’economia nazionale sia a breve che a medio termine, avanzando proposte di una pianificazione armonica attualizzata alla fase e coordinata attraverso le attività principali del Partito e di tutti gli organismi dell’amministrazione centrale dello Stato ,in conformità e dialogo con le istituzioni locali provinciali.

Ciò è certamente connesso alle condizioni che un paese in via di sviluppo deve sopportare in questa tremenda crisi sistemica del capitale con caratteri internazionali, all’inasprirsi del bloqueo che dura ormai da oltre 50 anni, e chiaramente a tutte le circostanze negative imposte dagli imperialismi a cui è sottoposta Cuba, che pongono al PCC e al Governo alcune scelte di aggiustamento e a noi alcune considerazioni e riflessioni. Cuba, dopo la caduta del muro di Berlino, è stata costretta, per poter avere a disposizione la necessaria valuta estera per gli scambi internazionali, a fare una grande apertura al turismo di massa per sostituire le entrate della Bilancia dei pagamenti, che in precedenza derivavamo da quell’85% del commercio estero realizzato con i paesi del Comecon, non solo con l’Unione Sovietica. Ovviamente questo rapporto di mutuo aiuto economico, di interrelazione e interscambio con i paesi del blocco socialista, ha comunque fatto sì che Cuba continuasse a sviluppare modelli di pianificazione socialista autonomi e che, nonostante il blocco, si potesse sempre ridistribuire non solo reddito ma anche forme di ricchezza sociale complessiva in un contesto di realizzazione della socializzazione dei mezzi di produzione.

Dopo la caduta del muro di Berlino la transizione socialista ha vissuto un momento molto particolaree delicato che avrebbe potuto compromettere la stessa impostazione socialista, il “periodo speciale”. Il Pil non solo non aumenta ma cade del 35%provocando lunghi e duri anni di povertà in cui il Partito e il Governo non hanno però mai rinunciato minimamente alla traiettoria del processo rivoluzionario socialista. E’ stata mantenuta la piena gratuità della sanità pubblica, dell’istruzione pubblica, nonostante il momento in cui non si poteva ridistribuire nuova ricchezza che non poteva realizzare, ma in pratica si doveva ridistribuire solo quel poco che il paese produceva; questa sorta di “ridistribuzione della povertà” è avvenuta però sempre non per settori sociali, non per classi, ma in maniera ugualitaria e uniforme per tutto il paese, senza alcuna forma di privilegi dialcuna parte della popolazione.

Lo sviluppo di nuovi processi rivoluzionari anticapitalisti, e alcuni sempre più a carattere socialista , come in Venezuela e Bolivia, e poi la nascita dell’Alleanza dell’ALBA, ha posto all’ordine del giorno una questione centrale politica prima che economica: l’applicazione, la tenuta ed il futuro dei processi di transizione socialista. Ovviamente la forma e le modalità della transizione venezuelana sono diverse dalla boliviana e quella boliviana è diversa da quella cubana, primo per come è stato costruito storicamente il processo rivoluzionario e poi per le tradizioni culturali , sociali, di classe, oltre che per le condizioni economiche oggettive. La presenza di alcune materie prime fondamentali che hanno una domanda sul mercato internazionale ( ad esempio in Venezuela il petrolio, in Bolivia il gas, metano, oro, litio e, invece, una condizione di dipendenza economica ancora più difficile per Cuba che non ha grandi risorse da immettere sui mercati internazionali), incidono fortemente sulle modalità attuative della pianificazione e quindi della stessa transizione.

La produzione e l’esportazione di zucchero, nichel e tabacco a Cuba sono diminuite a causa degli orientamenti ciclici del mercato internazionale, risentendo delle oscillazioni di mercato, più in particolare in questa fase della crisi in cui i prodotti meno protetti e appetibili risentono di maggiori aumenti e questo determina fluttuazioni forti dei prezzi. Per cui l’unica possibilità per Cuba è stata quella di rafforzare un settore turistico, anche se interrelato agli altri settori con una forte protezione ambientale, creando così le condizioni per ottimizzare le entrate di valuta, nonostante si debbano necessariamente mettere in conto le contraddizioni anche sociali connesse con l’apertura al turismo di massa.

Le pressanti forme di condizionamento provocate dall’imperialismo , con forme di terrorismo economico oltre che militare contro l’Isola, e le difficoltà a reperire valuta per una scarsa propensione all’export, hanno fatto sì che Cuba sia stata costretta proprio per agire sulla Bilancia monetario-valutaria (altrimenti sarebbe diventate insuperabili le difficoltà nelle relazioni sul mercato internazionale) ha dovuto prima emettere una doppia circolazione di moneta, peso nazionale e dollaro, e poi da qualche anno sostituire il dollaro con il Cuc, cioè il peso convertibile. Attualmente il rapporto tra peso nazionale e Cuc è 1 a 24 - 1 a 25; per cui chi vive di turismo o chi vive nel settore dei servizi dove è più facile acquisire Cuc, in maniera legale e a volte in maniera informale o anche illecita, può permettersi una vita migliore accedendo anche a merci difficilmente reperibili per la gran maggioranza dei cubani che detengono pochi pesos convertibili.

Tra il popolo cubano non ci sono assolutamente fasce di miseria, ma ci sono ovviamente necessità diversificate, e chi ha Cuc può permettersi di comprare alcuni prodotti, non quelli prima necessità che sono assolutamente garantiti a tutta la popolazione, ma prodotti di lusso o comunque di “seconda” necessità, con più facilità. Anche nella transizione socialista è sempre la materialità delle condizioni che in cui si vive che determina il livello di coscienza, quindi nonostante il grande lavoro del sindacato, del Partito, del Governo, delle istituzioni, il mantenimento forte dell’educazione di base e dell’educazione superiore e culturale, con questa doppia circolazione di moneta si sono costituite sacche e a volte ceti privilegiati, e tutto ciò ha provocato alcune condizioni socio-economiche interne negative per Cuba. Ad esempio l’abbandono delle campagne e dell’agricoltura, in particolare quelle con non ottimali macchinari e tecnologie, anche con salari non ai livelli di altri settori produttivi, la durezza e la inadeguatezza, a causa dell’impossibilità dovuta al blocco, ad effettuare gli adeguati investimenti per migliorare ottimizzando le condizioni della distribuzione, del commercio, hanno contribuito ad uno spostamento forte verso i settori dei servizi e verso il turismo.

Visto che la coscienza sociale, la coscienza di classe, non si determina per imposizione, per decreto, ma sono i processi stessi che formano nel lungo periodo la coscienza, si sta fortemente agendo culturalmente e con una corretta informazione partecipata per agire, migliorandoli sempre con una maggiore consapevolezza socialista, sui fattori soggettivi tra i lavoratori e anche nei quadri intermedi del Partito per cambiare la mentalità, per superare le forme di resistenza passiva, e forme di vera e a volte ovvie e conseguenti anche momentanee forme di propria disorganizzazione della vita lavorativa e sociale collettiva.

D’altra parte, anche per i motivi contraddittori socio-economici precedentemente esposti, si sono verificate diseguaglianze sociali con alcuni che si sono arricchiti anche indebitamente (si pensi al mercato nero dei prodotti agricoli, a piccoli traffici illegali, alle mille forme per acquisire individualmente e illecitamente valuta, si tratta in ogni caso di perdite di entrate per lo Stato che non passando chiaramente per l’economia formale, e quindi per le casse dello Stato, non possono trasformarsi in investimenti sociali, in miglioramenti sociali a carattere universale). Ciò si accompagna allo storico drammatico problema del blocco la cui soluzione non è certo in mano ai cubani, ma sempre imposto dai governi statunitensi; ovviamente non sono sufficienti le pressioni internazionali, iniziative di solidarietà , come noi con altre organizzazioni politiche comuniste insieme alle associazioni di solidarietà realizziamo nella lotta continua al fianco della rivoluzione socialista, ma la risoluzione del problema del blocco non dipende né dal popolo né dal governo cubano. Il blocco economico statunitense, la crisi internazionale, la scelta forzata di realizzare valuta attraverso il turismo, è chiaro che tutto ciò provoca difficoltà e nodi nella transizione al socialismo, delle contraddizioni nel processo rivoluzionario, poiché come tutti i processi è naturale che anche quello cubano viva le proprie contraddizioni muovendosi sul cammino sempre del loro superamento a volte difficoltoso, e che spesso appaiono quasi irrisolvibili in una dimensione in cui non esiste come ai tempi dell’URSS e del Comecon un blocco internazionale socialista di riferimento .

Il Governo cubano si è potuto permettere in passato anche dei provvedimenti avanzatissimi di natura economico- sociale, ugualitarie e universali anche al di sopra della reali condizioni sopportabili per la struttura economico-produttiva del paese, ad esempio con forti ammortizzatori sociali, come li chiameremmo noi, o comunque di coperture universali di assicurazione sociale che hanno garantito e tuttora garantiscono un’occupazione a tutti, una casa a tutti, educazione e sanità gratuite per tutti. Il tasso di disoccupazione a Cuba è poco più dell’1%, e stiamo parlando del 2010 quindi in piena crisi; un lavoro per tutti, coperture reddituali larghe,come le indennità di disoccupazione, le assicurazioni sociali, garanzie universali, non solo sulla salute, sulla scuola, ma addirittura, per esempio, poter permettere a molti cittadini di conseguire a titolo completamente gratuito 2 o 3 lauree, rimanendo fuori dalla produzione oltre l’età dei 30 anni; e poi gli assegni alla famiglia proprio per far sì che il proprio figlio non debba andare a lavorare ad esempio nel turismo, ma possa continuare a studiare.

C’è poi il sempre più deciso e incisivo sostegno alle economie locali anche nelle zone del paese con economie povere e senza possibilità di investimento autonomo in loco; si stanno infatti incrementando gli interventi attivi intersettoriali che sostengono, con risorse destinate da una corretta ed equilibrata pianificazione centralizzata, queste forme di economie locali a forte sostenibilità socio-ambientale.

Se non si risolve la crisi internazionale – e tale soluzione non è in mano ai cubani , né agli altri paesi dell’ALBA, come i boliviani o ai venezuelani - ovviamente si creano continue contraddizioni e alcuni elementi negativi a carattere di ricaduta sociale ed economica. Ed ecco perché il Governo cubano, con il forte consenso del sindacato (CTC) dei lavoratori, della base dei cittadini attraverso le consultazioni continue con i CDR, è orientato obbligatoriamente a prendere dei provvedimenti che si muovano nel senso di una maggiore produttività ed efficienza economica interna.

Di tutto ciò si sta dibattendo molto nei posti di lavoro, nei CDR, nei quartieri e così si sta intanto preparando il congresso del Partito che, si pensa, si terrà nei primi mesi dell’anno prossimo. Uno dei temi più importanti di dibattito, è appunto quello di come e quale transizione, di come rafforzare il ruolo internazionale negli scambi economico-produttivi e commerciali, e come allargare e rafforzare i rapporti realizzati sul piano internazionale con i paesi dell’ALBA, quale prospettiva e quale economia, quale forma di pianificazione; questi temi sono stati anche dibattuti ad aprile nel congresso dell’Unione dei Giovani Comunisti e saranno oggetto del prossimo congresso del Partito.

Anche negli ultimi discorsi di Raul Castro, come qualche mese fa nella presentazione dei risultati economici del 2009 con le linee programmatiche del Piano Economico e Sociale per il prossimo periodo di pianificazione presentate dal Ministro dell’Economia Marino Murillo, si mette sempre in evidenza che, fermo rimanendo la pianificazione come strumento imprescindibile per il lavoro di direzione dei problemi economici e sociali, bisogna sempre più ricercare proposte, forme e metodi per escludere i rischi che possono derivare dall’improvvisazione e dalla mancanza di una visione integrale.

Sono stati evidenziati i risultati positivi conseguiti dall’economia cubana (come ad esempio la capacità di restituire ai partners esterni oltre un terzo di debiti accumulati e il successo di alcune attività che assicurano entrate sostituendo parte della dipendenza dalle importazioni) in una fase in cui l’economia mondiale continuerà a permanere in una crisi sistemica e strutturale in cui sempre più forti si faranno le ricadute sociali.

Dalle ipotesi di lavoro sulle tematiche dell’ammodernamento e perfezionamento del sistema economico pianificato, emerge chiaramente che uno dei fattori che provoca indebitamento estero e risultati negativi della Bilancia dei pagamenti è dovuto alle importazioni di alimenti e a problemi nell’agricoltura, nonostante alcuni risultati positivi come l’incremento della produzione delle uova, del riso, dei fagioli, degli ortofrutticoli, del latte che ha ridotto l’importazione del latte in polvere. È evidente che i maggiori incrementi di produttività realizzati sono avvenuti attraverso i processi di concessioni di terre in usufrutto e altri incentivi alla produzione agricola; non si tratta solo di assegnazioni di risorse ma anche della ricerca di nuove forme organizzative che facilitino i produttori a vender direttamente nel mercato gli eccedenti attraverso regole controllate della domanda e dell’offerta, o dando un ruolo decisivo a modelli di gestione che sappiano far compenetrare le attività delle imprese statali a quella delle cooperative, insieme a quelle degli agricoltori proprietari individuali e degli usufruttuari della terra.

Si sta anche lavorando su modalità che favoriscano lo sviluppo dell’agricoltura attraverso forme di aiuto all’investimento con finanziamenti bancari ai produttori e l’introduzione di procedimenti di redistribuzione della ricchezza, come forme di tassazione e di pagamento di imposte. Ciò significa in un paese come Cuba a vocazione agricola, ritornare ad un’agricoltura moderna meccanizzata con un uso appropriato di tecnologie ad altissima sostenibilità eco-sociale. Non è più economicamente e socialmente sopportabile che continuino ad esserci quasi il 60% di terre sottoutilizzate “oziose” forzatamente o terre incolte. Per ritornare all’agricoltura a ottimale produttività bisognerà dare anche degli incentivi, creare forme di proprietà individuale, che non è la proprietà privata, forme di controllo di pianificazione centralizzata ma con incentivi alla produzione, alla distribuzione, all’accesso al commercio per la produzione che supera gli standard di produttività media ai singoli agricoltori o anche dare un forte ruolo alle cooperative. Anche attivare le imprese individuali, in altri settori non strategici, appoggiate e corroborate dall’impresa statale e dalla struttura cooperativistica strutturata in rete, questo potrebbe essere un altro dei provvedimenti di rilancio della pianificazione.

Già nel 2008 e 2009 si sono realizzate importanti riduzioni dei costi, partendo dal presupposto che Cuba non può sopportare il costoso pagamento di importazioni che si potrebbero evitare con la produzione nazionale; in questo senso i risultati vanno ottenuti già nel breve-medio periodo ponendo al centro le problematiche del lavoro come prioritarie già nel 2010-2011, visto il basso livello di produttività esistente. Bisognerà in generale mettere mano alla produttività del lavoro; negli ultimi anni a Cuba, al contrario di quanto avviene nei paesi capitalisti da oltre 30 anni, gli incrementi salariali sono stati maggiori della produttività del lavoro;cioè si ridistribuisce in termine di salari più di quanto si ottiene in termini di produttività. Allora il primo obiettivo su cui già da mesi si sta lavorando è, sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo, intanto quello di rafforzare la coesione rivoluzionaria del mondo del lavoro, con ad esempio una maggiore occupazione a elevata produttività nelle situazioni in cui c’è più carenza; ecco spiegato semplicemente cosa significa riallocare i 500.000 lavoratori poco produttivi delle attività statali, da destinare a quei settori dove necessita maggiore produzione e produttività, e non licenziamenti come la propaganda imperialista occidentale trasmette per screditare la rivoluzione socialista cubana.

I piani di investimento dovranno essere riorientati al fine di garantire un incremento delle esportazioni e una sostituzione delle importazioni, e già il piano del 2010-2011 ammetterà solo quegli investimenti corredati da un piano di fattibilità approvato preventivamente considerando anche l’impatto ambientale e sociale complessivo. Si stanno studiando forme di perfezionamento a medio-lungo termine di tutto il processo di pianificazione dell’economia nazionale, ma al contempo si sta lavorando all’approvazione delle proiezioni della programmazione a medio termine 2011-2015, in modo tale che la pianificazione assuma sempre di più una forma contestuale e armonica e coordinata con le attività principali di forte relazione fra istituzioni centrali dello Stato e istituzioni locali.

Fra le varie ipotesi in studio ci sono quelle di coordinare processi di pianificazione centralizzata nell’economia con processi di decentralizzazione coordinata, cioè far sì che a fronte del piano centrale dell’economia ci siano dei piani che evidenzino e sviluppino al massimo le economie locali, lo sviluppo locale autodeterminato a carattere sostenibile socialmente ed economicamente. Quindi si stanno studiando le relazioni possibili equilibrate fra pianificazione centrale e decentralizzata, sempre rafforzando il carattere rivoluzionario della transizione socialista, in cui la decentralizzazione ha a che fare anche con le possibilità di sviluppo locale sostenibili eco-socialmente ed autodeterminato.

Un provvedimento urgente è rendere direttamente la cultura e l’università legata di più al mondo del lavoro, creare investimenti a carattere locale. La realizzazione di tale processo ha bisogno di far coordinare tutte le istituzioni locali non soltanto con i Ministeri sociali ed economici più direttamente orientati alla determinazione dei processi di pianificazione , ma deve avvenire ad esempio con una relazione forte con il Ministero dell’Educazione Superiore, poiché bisogna favorire competenze culturali, competenze professionali e corsi per laureati in differenti condizioni del mondo del lavoro, e questo semplicemente perché anche in un’economia socialista le condizioni economico-produttive e del mondo del lavoro, sono differenti da provincia a provincia, e allora bisogna creare competenze diverse. E’ ovvio che anche uno dei temi centrali rimane quello che per dare una maggior risposta agli sforzi produttivi bisognerà risolvere gli annosi problemi della filiera della distribuzione, in modo che i prodotti arrivino alla popolazione senza ritardi e senza che siano deteriorati.

Altri cambiamenti potrebbero riguardare il taglio di una serie di sprechi, che ormai derivano da una strutturazione economica e produttiva superata da una nuova e differente strutturazione di una società che ovviamente non è quella di 15 o 30 anni fa, società che viveva in condizioni politiche ed economiche differenti da quelli attuali, anche per le relazioni con URSS e Comecon . Da questo punto di vista per Cuba le relazioni internazionali sono estremamente importanti con i paesi dell’ALBA e vanno incentivate relazioni internazionali forti anche con altri paesi, non solo con la Cina che è storicamente un partner privilegiato, ma ci sono relazioni internazionali molto forti di interscambio commerciale anche con la Russia e con alcuni paesi che si caratterizzano non necessariamente in quanto socialisti, ma che hanno un connotato fortemente di propria autonomia, una propria identità che già da ora favoriscano scambi paritari di collaborazione con Cuba e con i paesi dell’ALBA. Rafforzare quindi tutte le relazioni internazionali che possono facilitare un interscambio che ad oggi è ancora difficile.

L’altro obiettivo è trovare modi e forme per poter arrivare prima possibile ad eliminare, per attenuare gli effetti negativi, la doppia circolazione di moneta, che non può essere tolta per decreto, senza un miglioramento dell’efficienza produttiva, perché questo creerebbe un’inflazione incredibile.Un’inflazione di questo genere genererebbe un aumento dei costi tale che dall’economia capitalista verrebbe risolto tagliando, a partire dai costi del lavoro; quindi disoccupazione, precarietà ecc. Un paese socialista come Cuba mai farà una scelta del genere, poiché snaturerebbe la transizione con forme pure di capitalismo di Stato che sono assolutamente contrarie allo spirito e alle politiche volute a tutt’oggi da Cuba socialista..

Il riordinamento e la creazione di una diversa base produttiva va realizzata all’interno di una forte sostenibilità del socialismo a partire dal mantenimento della qualità della salute e dell’educazione, che continuerà ad essere garantita gratuitamente a tutti i cittadini migliorandola e riducendo, laddove sono presenti, i costi dovuti a sprechi. E visto che il socialismo si differenzia dal capitalismo perché non è basato su una semplice migliorata ridistribuzione dei redditi ma è incentrato sulla più equa ridistribuzione della ricchezza sociale, allora bisognerà giungere ad una ottimizzazione della ridistribuzione di questa ricchezza sociale, ma da subito bisognerà prima far si che tale ricchezza del paese aumenti diminuendo da subito la dipendenza dalle importazioni e rafforzando l’export. Ed infatti in tal senso lo stesso piano 2010 è elaborato partendo da cinque linee principali :

1) non incorrere in costi in divisa straniera per un ammontare superiore alle entrate;
2) considerare gli inventari e i preventivi come fonte del piano annuale;
3) limitare i nuovi investimenti favorendo quelli che generano entrate in divisa a breve termine e che sappiano sostituire le importazioni ;
4) dare le priorità alle produzioni che generano entrate da esportazioni;
5) ridurre gli sprechi nei costi della sfera sociale per quelle quantità che il livello di contesto attuale dell’economia non sostiene.

Per garantire le entrate esterne nelle attuali difficili condizioni in cui sta operando l’economia si stanno approvando dei piani di finanziamento che sicuramente andranno a favorire i settori o le produzioni centrali esportazione ( ad esempio nichel, biotecnologie, turismo , combustibili, rum, tabacco, ecc) i quali potranno disporre dei finanziamenti necessari senza che siano subordinati ad altre priorità, e su tali settori andranno occupati quella parte di lavoratori statali oggi ritenuti poco produttivi.

Tali risultati partono dal presupposto che attualmente ci sono riserve per l’incremento della produzione e dell’efficienza economica ma già per questa fine del 2010 e per il 2011 bisognerà lavorare con intensità e disciplina per potenziare al massimo tali riserve interne di efficienza in quanto si prevede che le condizioni esterne (crisi internazionale e blocco) continueranno ad essere molto difficili. Per far ciò bisognerà modernizzare da subito il mondo del lavoro anche in funzione di un “disincentivo” all’occupazione esclusivamente nel turismo, ritornare ad attività produttive per settori più atti all’export e dare impulso alla produttività settoriale, salvaguardando sempre tutte le garanzie sociali, per sempre far convivere in maniera equilibrata il lavoro produttivo e l’efficienza socialista; cioè produrre di più, con più remunerazione e migliori condizioni di lavoro per aumentare la ricchezza interna del paese e ridistribuirla socialmente e universalmente secondo i principi socialisti. Solo così si potranno costruire le condizioni di prospettiva per far sì che non ci sarà più bisogno della doppia circolazione con il Cuc, né la forte dipendenza delle valute estere, ma si potrà tornare ad un’economia più stabile solo con la moneta nazionale, togliendo così quelle sacche di privilegio rappresentate appunto dall’immissione forzosa della doppia circolazione.

La cosa estremamente importante che abbiamo potuto verificare in tutti i nostri continui rapporti di relazione politica e culturale e nei frequenti incontri, quelli con il Partito, con i sindacati, con i CDR, con le università e con i centri studi che si occupano di pianificazione è, come più volte ci fanno notare sui documenti ed interventi (scaricabili semplicemente dai siti internet come Cuba debate, Cuba socialista, Granma, e altri), che il Partito, le strutture universitarie, il Governo, i Ministeri sono assolutamente consapevoli della situazione di crisi internazionale e delle ricadute interne ,e sono altresì consapevoli del fatto che la via al socialismo cubana passa per la strada del perfezionamento, ammodernamento e quando servono delle riforme, discusse e condivise con il popolo, in una consolidata democrazia partecipativa, popolare e socialista, e rimarcandola necessità del rafforzamento di una moderna pianificazione che risolva le naturali e ovvie contraddizioni a passi più veloci e sicuri sulla strada di una più stabile transizione al socialismo.

Tutti i processi di riordinamento e perfezionamento delle attività economico produttive e della stessa modificazione e creazione di una diversa base produttiva, pur partendo dall’assunto delle gravi ricadute su Cuba del blocco e della crisi economica internazionale, rimangono sempre fortemente in mano alla volontà del popolo cubano e alle determinazioni condivise con il popolo del Partito Comunista e delle istituzioni governative rivoluzionarie, sempre decisamente orientati alla capacità di rafforzare e rendere sostenibile nell’attuale contesto internazionale la scelta irrinunciabile del Socialismo,unica garanzia insostituibile dell’indipendenza di Cuba e della sua sovranità nazionale.

Ottobre 2010

La Rete dei Comunisti
www.contropiano.org

La decadenza dell'Impero





E' arrivato l'ennesimo scandalo che vede come protagonista indiscusso il premier Silvio Berlusconi, ed è arrivato in un momento molto delicato per la maggioranza di governo, già impegnata a tirare avanti senza alcun progetto in attesa di eventuali, e sempre più concrete, elezioni.Già di per sè sarebbe molto grave che una persona maggiorenne che esercita un ruolo istituzionale di prima fascia si frequentasse con una minorenne, ma ancora più grave sarebbe telefonare alla polizia per intercedere a suo favore sfruttando la propria posizione di potere al fine di sottrarla alla giustizia; la suddetta minorenne, tale Ruby Rubacuori, era infatti stata arrestata per furto, ma a quanto pare una misteriosa telefonata da Palazzo Chigi avrebbe fatto recedere gli ubbidienti poliziotti dalla giusta esecuzione della giustizia.
Molti ragazzi, per molto meno, vedono la loro vita rovinata senza che nessuno chiami il commissariato al fine di toglierli dai guai. Molti padri di famiglia perdono il proprio posto di lavoro senza che nessuno interceda presso le loro aziende con l'intento di annullarne il licenziamento. Invece una minorenne che ha avuto la "fortuna" di conoscere Silvio Berlusconi si vede regalare macchine di lusso e un salvacondotto per le carceri, è un ritorno alla Monarchia.
Beninteso non cerchiamo di fare gli ipocriti, chiunque eserciti il potere è da sempre propenso a utilizzarlo per tirare fuori amici, amanti e parenti dal limaccioso morso della giustizia, tuttavia questo non è il primo scandalo che colpisce Berlusconi, non è la debolezza di un uomo anziano ottenebrato dalla passione o dalla pena per una persona a lui cara, è un lucido estratto di una realtà diventata quasi ordinaria, è l'ennesimo perpetrarsi di una prassi.
Umberto Bossi ha commentato la notizia fingendosi sdegnato, proprio lui che ha messo suo figlio, "il trota", senza alcun merito che non fosse la discendenza di sangue, a guadagnare 10mila e rotti euro nell'Expo di Milano.E' ormai il lucido trionfo dell'individualismo, la sfacciata affermazione del principio che ciascuno può fare quello che vuole, intercedere per questo e non per quello, portarsi a letto una minorenne, si può farlo se ne ha il potere.E' la sconfitta di ogni meritocrazia, di ogni etica, di ogni parametro di giustizia, una sorta di carnevale collettivo dove i valori si rovesciano.
E mentre l'italia va a rotoli in un periodo di decadenza ormai irreversibile la società civile cosa fa?: scherza sul Bunga Bunga, mette a punto parodie divertenti sul personaggio ormai più indegno della politica italiana e mondiale. Ma in fin dei conti a cosa servono queste parodie? possiamo dirlo con forza: a renderlo più forte, a renderlo più umano, a renderlo quasi più familiare a molte persone che vedono nelle sue debolezze un qualcosa di più vicino a sè dei discorsi altisonanti, che spesso nemmeno riescono a capire, dei politici di sinistra. Gli piace il Bunga Bunga? perfetto che lo faccia, sarà sulle sue nefandezze politiche che bisognerà puntare il dito, e il dubbio è che molti limitandosi a scherzare sulle avventure erotiche del Cavaliere sentano come esplicato il proprio "dovere". Già li vedo a commentare "eh io Berlusconi l'ho preso in giro, l'hai sentita la canzone di Elio e le Storie tese?", e poi? e poi niente. E poi la mattina dopo tutto come prima, l'ultimo scandalo di Berlusconi non è più niente altro che l'ennesimo scatch del suo nuovo film comico che ci vede tutti come attori non protagonisti.
Andare in piazza, in questo dolce regime, è particolarmente noioso per la massa di giovani che, poverini, hanno freddo a novembre e preferiscono scherzare ascoltando qualche canzonetta piuttosto che indignarsi, cosa decisamente troppo faticosa. Più comodo farlo a parole, convincendosi che le proprie azioni non servono a nulla e che tanto Berlusconi non cadrà, rimmarà li, quindi inutile fare qualsiasi cosa.
Poi ci sono i cattolici, che a questo punto dovranno una buona volta spiegarci che cosa vuol dire essere cattolici. E si perchè un cattolico che utilizza la propria fede per orientarsi nell'offerta politica in che modo puà votare per la coalizione che appoggia Silvio Berlusconi? un uomo su cui gravano accuse di ogni tipo, divorziato, che bestemmia e non ha alcun rispetto per la morale cattolica? in questo carnevale che si chiama Italia sono stati travolti un pò tutti, ma c'è ancora qualcuno che, come i giapponesi, non si decide a mollare. Sono costoro che possono salvare il nostro povero paese.

D.c

giovedì 28 ottobre 2010

L'Italia riscopre la disoccupazione. www.controlacrisi.org





I dati smentiscono l'Istat: i disoccupati non sono all'8,2%. Per Bankitalia tasso reale all'11%, a sorpresa lo ammette anche Tremonti. Cgia Mestre: oltre 2,6 milioni senza lavoro. E l'Istituto certifica il calo occupazionale nelle grandi imprese

di rassegna.it
Quanti sono i disoccupati in italia? Più di 2 milioni e 600mila. Negli ultimi due anni sono aumentati di 500mila unità, la disoccupazione vera è sopra l'11%. Sempre più soggetti rivedono i dati ufficiali sui senza lavoro nel nostro paese, ritoccandoli al rialzo e fornendo un quadro molto più grave di quello sostenuto dal governo. Oggi (28 ottobre) è la volta di Bankitalia e della Cgia di Mestre. Draghi conferma le anticipazioni del Bollettino statistico e il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ammette la situazione: su queste cifre "c'è assoluta condivisione", dice.

Si comincia proprio con la Banca d'Italia. Il tasso di disoccupazione reale supera l'11% secondo il governatore, Mario Draghi, che parla in occasione della giornata mondiale del Risparmio. Palazzo Koch già l'aveva detto qualche giorno fa, smentendo i dati Istat che davano la disoccupazione all'8,2% in agosto. Com'è possibile? Semplice: non bastano i classici "disoccupati", bisogna contare anche i lavoratori in cassa integrazione e gli scoraggiati, cioè quelli che riunciano a cercare lavoro. Draghi afferma: "Si calcola per l'Italia un tasso di sottoutilizzo superiore all'11% delle persone potenzialmente occupabili, come in Francia, più che nel Regno Unito e in Germania".

I disoccupati reali in Italia sono 2.621.000, oltre mezzo persone in più rispetto al numero calcolato dall'Istat. A rafforzare il concetto arriva la Cgia di Mestre. In Campania la disoccupazione reale è al 20,1% (5,8 punti in più rispetto al dato ufficiale), spiega l'associazione artigiani delle pmi, in Puglia al 17,5% (+4), in Calabria al 17,3% (+ 5,7) e in Sicilia al 16,8% (+1,8). Al Sud il dato medio si attesta al 17,2%. A livello nazionale invece si colloca al 10,2%, quasi due punti in più rispetto al dato Istat.

Brutte notizie arrivano dall'Istat stesso. Riguardano l'occupazione nelle grandi imprese: nel mese di agosto, secondo l'Istituto, in termini tendenziali l'indice ha evidenziato una variazione negativa dell'1,45% al lordo della cig e dello 0,8% al netto, rispetto allo stesso mese del 2009. Depurata dagli effetti stagionali, l'occupazione è scesa dello 0,1% lordo e variazione nulla al netto. Nel confronto tra la media degli ultimi tre mesi (giugno-agosto) e quella del trimestre precedente (marzo-maggio), poi, si è registrato un calo dello 0,3% sia lordo che netto. Nei primi otto mesi 2010 l'occupazione è calata dell'1,8%, che arriva all'1% al netto della cig.

Anche Tremonti, a sorpresa, ammette la gravità della situazione. Chiamato a commentare le parole di Draghi, il ministro stavolta non si tira indietro, non smentisce ma condivide: con la disoccupazione all'11%, dichiara, il governatore "ha rimosso alcuni equivoci. Nell'accezione di oggi c'è assoluta condivisione. Insieme possiamo condividere anche altri punti di vista".

Tremonti "dà ragione a Draghi e quindi anche alla Cgil". E' il commento del segretario generale, Guglielmo Epifani. "C'è un allarme lavoro e occupazione", torna a ribadire. Per questo bisogna ripartire dal piano per il lavoro: un progetto "dovrebbe essere il vero obiettivo del governo ed è questa la grande questione".

Perchè il signoraggio bancario è il primo dei problemi; di Vito Zuccato; Fonte: http://www.mentereale.com



Oggigiorno in tutto il mondo, risultato legalizzato di una continua evoluzione durata molti secoli, tutta la massa monetaria viene creata da un unico ente emittente: il Sistema Bancario, ovvero l’insieme delle Banche Centrali e delle Banche Commerciali e d’ Affari concatenate secondo uno schema piramidale.

Tale moneta viene emessa esclusivamente con le seguenti caratteristiche contemporanee:

- come un debito, ovvero in contropartita a titoli di debito emessi dal richiedente, cioè PRESTANDO;

- senza alcuna contropartita economica, ovvero semplicemente STAMPANDOLA su carta filigranata o DIGITANDOLA al computer (moneta nominale), quindi creandola letteralmente DAL NULLA e perciò diventando una falsa cambiale;

- pretesa di GARANZIE REALI (beni, stipendi, rendite, prelievo fiscale, ecc.) dal debitore SOLTANTO, chiunque esso sia (privati, imprese, Stati e altre Pubbliche Amministrazioni), anziché dall’ ente emittente-prestatore stesso;

- pretesa di pagamento di un interesse e di restituzione del valore nominale del debito monetario contratto;

- distruzione del valore nominale della moneta restituita in quota capitale - moneta-debito dissipativa - e percepimento dell’ interesse restituito (solo esso verrà poi eventualmente tassato), a conferma del fatto che la massa monetaria per il prestito era stata creata dal nulla;

- vincolata metodologicamente e quantitativamente a nessun dato oggettivo se non alle decisioni segrete, inappellabili, autoreferenziali e antidemocratiche prese dal Sistema Bancario che esso solo detiene la sovranità monetaria.

Da siffatta modalità di emissione monetaria si deducono pesanti illeciti e/o conseguenze sul Sistema Uomo + Mondo.

1) Truffa. Si pretende la restituzione NON DOVUTA di un falso debito - a prescindere dal fatto che successivamente si distrugge la moneta restituita sul valore nominale del falso prestito - sul quale si fanno pagare pure gli interessi: essendo tutta la moneta-debito creata dal nulla, il sistema economico reale è obbligato a restituire a un FALSARIO moneta ottenuta lavorando sul mercato dei beni e dei servizi reali, quindi il guadagno - il SIGNORAGGIO - del Sistema Bancario è INFINITO. Il Sistema Bancario si AUTOCREA POTERE D’ ACQUISTO poiché compra a costo zero beni e servizi con gli interessi truffati e con i pignoramenti in caso di insolvenza del falso debitore, senza mai dimenticare che quest’ ultimo restituisce in ogni caso moneta frutto del suo lavoro a un falsario che poi ne procede alla distruzione (debito dissipativo).

2) Usura. Siccome all’ atto dell’ emissione il Sistema Bancario crea una moneta NOMINALE (valore intrinseco pressoché nullo) e la ADDEBITA, così facendo esso si appropria del valore della misura monetario senza fare alcunché poiché l’ atto del prestare è prerogativa del proprietario e contemporaneamente si contravviene al principio logico per cui chi dà valore indotto a una moneta nominale è chi la accetta e NON chi la emette: quindi il costo del denaro è del 200% all’ origine senza nemmeno contare gli interessi poiché si addebita la moneta emessa che invece dovrebbe essere al contrario data in proprietà al portatore-accettatore - moneta-proprietà - accreditandola o a titolo gratuito (reddito di cittadinanza) o contro cessione di beni/servizi; infine il pagamento degli interessi è la seconda usura applicata alla prima già enorme.

3) Falso in bilancio legalizzato. L’ appropriazione monetaria viene occultata postando la moneta emessa al passivo dello stato patrimoniale del bilancio bancario annullando in partita doppia il valore nominale del credito maturato verso il falso debitore e postato all’ attivo.

4) Istigazione al suicidio da insolvenza. E’ ovvio che, essendo la moneta-debito bancaria una moneta con le caratteristiche intrinseche della rarità a causa del debito dissipativo e del controllo unilaterale, dittatoriale e autoreferenziale da parte del Sistema Bancario (anemia monetaria programmata), è matematicamente impossibile per la gran parte dei debitori onorare le scadenze per insufficienza di moneta nel sistema economico: questi sono costretti a scegliere tra l’ indigenza, la disperazione e il suicidio per onorare un debito pure non dovuto al 100%.

5) Incostituzionalità del Sistema Bancario e della moneta solo come debito. Violazione della Costituzione Italiana negli Articoli 1, 42, 43 e 47, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e del Trattato di Maastricht insieme alla precedente consuetudine della riserva in oro.

6) Non si muove foglia che il Sistema Bancario non voglia. E’ paradossale che l’ economia reale sia ferma o precipiti con danni sociali incalcolabili per la sola mancanza di elettroni o di carta filigranata gestiti dittatorialmente dalle banche: è come dire con parole del poeta Ezra Pound che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri.

7) Aumento continuo dei costi economici reali: moneta-debito-costo. Poiché tutta la moneta nasce solo come debito, ogni sua emissione inietta nell’ economia reale un costo aggiuntivo di pari valore - la TASSA DA RESTITUZIONE MONETARIA - e aggravato dalla quota interessi - la TASSA SULLA TASSA DA RESTITUZIONE - che obbliga tutto il sistema economico ad AUMENTARE i prezzi e/o a TAGLIARE tutti gli altri costi, cioè salari, forniture, investimenti, misure antinquinamento, stato sociale, ecc., generando inoltre inflazione per natura poiché viene regolarmente falcidiato il potere d’ acquisto dei redditi.
Di conseguenza avere ampie zone del Pianeta a costo economico quasi zero per materie prime, lavoro, salute umana e preservamento ambientale diventa OBBLIGATORIO e i regimi autoritari e le dittature militari fantoccio che controllano tali territori – il c.d. Terzo Mondo e i c.d. Paesi in via di sviluppo - sono NECESSARI a mantenere tali queste gigantesche discariche di costi su scala mondiale e per garantire una parvenza di benessere ai c.d. Paesi sviluppati in quanto si presenta quasi come il benessere dei polli in batteria.

Infatti il debito verso il Sistema Bancario è tra tutte le passività quella a massima esigibilità e a minima negoziabilità.


8) Fisco. Gli Stati Nazionali e le altre Pubbliche Amministrazioni essendo quindi privi di sovranità monetaria si vedono costretti a imporre tasse di ogni tipo in quanto SOLO riciclando la poca moneta già circolante nel sistema economico si garantiscono i servizi di pubblica utilità, anziché procedere a creare moneta a costo zero per sé e senza alcuna formazione di Debito Pubblico. Viene da secoli fatta passare l’ idea che le tasse servono a finanziare la spesa pubblica senza contemporaneamente dire che… sono assolutamente inutili in quanto basterebbe copiare quello che già fa il Sistema Bancario: creare moneta sovrana a costo zero. L’ imposizione fiscale statale è pura conseguenza della presenza del Sistema Bancario come unico sovrano sulla moneta oltre che garanzia di solvibilità sullo stesso Debito Pubblico e diventa una delle principali forme coercitive di controllo sociale: indirizzamento economico-ideologico e stress e classizzazione del tessuto sociale.

Inoltre il sistema fiscale è deleterio anche perché è inflattivo in tutti i casi in cui aumenta il suo prelievo, imponendo un costo monetario.
Infine una parte delle entrate pubbliche ordinarie (circa il 10% nel caso dell’ Italia) serve a pagare interessi di continuo ed estinzioni di titoli saltuarie al Sistema Bancario che è il principale proprietario del Debito Pubblico. Questa è una delle fonti di lucro a costo zero del Sistema Bancario e funge da garanzia in caso di insolvenza generalizzata del settore privato o peggio di tragicomici salvataggi delle stesse banche prestatrici. Infatti il portafoglio delle Banche Centrali è composto generalmente da titoli di debito statali vista la loro alta solvibilità.
Lo Stato così concepito è un semplice fantasma giuridico utilizzato per servirSI anziché per serviRE.

9) Crisi economiche e fallimenti INELUTTABILI. E’ ovvio che la moneta-debito-costo dissipativa somiglia nel complesso a un osso lanciato in un canile pieno di cani affamati e arrabbiati che si azzannano solo per l’ idea di avere quell’ unico osso, una riedizione moderna della rarità aurea. Infatti il sistema economico nel complesso è costretto a barcamenarsi avendo a disposizione la poca moneta circolante e mantenuta rara nella media attraverso le continue operazioni di iniezione (creazione) e ritiro (distruzione) monetario attuate dal Sistema Bancario: perciò le crisi NON sono causate dalla mancanza di beni e servizi ma dalla mancanza di moneta per comprarli.

10) Monopoli, Mafie e Mangiatoie pubbliche e private. Siccome la moneta-debito-costo dissipativa emessa dal Sistema Bancario è inesorabile nelle sue caratteristiche poc’ anzi descritte, come sono fisiologiche le discariche di costi globali così pure diventa fisiologica la formazione di Monopoli privati o pubblici, di sistemi corruttivo-clientelar-familistici e di associazioni a delinquere nazionali e sovrannazionali: infatti, siccome la rarità monetaria viene fatta passare SOLO attraverso i canali della produzione di beni e servizi, l’ accesso al potere d’ acquisto monetario diventa raro di conseguenza e perciò in tali condizioni di alto stress competitivo economico chi arriva per primo sulle informazioni non può che puntare sulla creazione di un’ oligarchia ben organizzata - cartelli e monopoli - in ogni settore produttivo poiché solo essa consente in condizioni di anemia monetaria di ottimizzare i profitti, minimizzare i costi e stabilizzare nel tempo un dato profitto (eliminazione della concorrenza). In tale sistema monetario e sociale si alimentano bisogni e paure a circolo vizioso e funzionali al mantenimento in anestesia totale o menomazione della mente umana e chi ottiene il controllo di settori di business come quello dei media e degli stupefacenti (completamente sovvenzionati e supportati dal Sistema Bancario e dalla classe dirigente) si ritrova in una condizione di privilegio monetario praticamente permanente in termini di copertura di mercato e di abbattimento/ottimizzazione di costi/profitti tipico dei Monopoli legalizzati.

La scorciatoia monetaria di arricchimento del Sistema Bancario alimenta col debito-costo e con l’ anemia monetaria tutte le altre scorciatoie al miglioramento del potere d’ acquisto contro la fatica competitiva e contro l’ aumento dei costi: monopoli, corruzione istituzionale endemica (tangenti e clientelismi), grandi organizzazioni malavitose e illegalità diffusa già a basso livello. In definitiva si creano a cascata altre forme di signoraggio, cioè ottenere il massimo con la minima spesa emulando il Sistema Bancario.
Inoltre il Sistema Bancario ha interesse a prestare moneta proprio a chi dà le massime garanzie di restituzione del debito e/o di remunerazione di interessi e a chi se non a enti e società pubbliche o private che gestiscono monopoli naturali e artificiali e cartelli industriali in settori economici strategici? Come per esempio quelli bellico, chimico, farmaceutico, agroalimentare, energetico o dei trasporti… senza contare l’ opzione per le stesse banche di entrare direttamente al controllo dei cartelli multinazionali.

11) Moneta come massima forma di droga per il controllo sociale a livello planetario. Chi stenta alla competizione economico-sociale data dallo scannamento sull’ osso monetario viene considerato dal gregge inconsapevole un outcast, un reietto, un fannullone, un parassita, un indegno di vivere anche solo perché mette in dubbio le “certezze” della massa inquadrata e chi magari una volta tentata la competizione non riesce in qualche modo a posizionarsi secondo le aspettative viene pubblicamente deriso e umiliato. Da secoli infatti il concetto di dare denaro SOLO in cambio di lavoro è imposto come IGNOBILE DOGMA (anziché concepire il lavoro come semplice attitudine spontanea deideologizzata) che impedisce al pubblico di capire che la moneta acquista valore per convenzione sociale SENZA LAVORARE e ha la SOLA funzione di misurare il valore dei beni/servizi misurabili senza veicolare valore intrinseco e senza alcuna riserva depositata.

Nel Sistema del Debito Dissipativo il lavoro diventa un concetto ideologico imposto dalla NECESSITA’ di reperire moneta pena la propria esistenza fisica: ogni mansione diventa speculazione difensiva. In tale girone infernale lo stress sociale è ineliminabile perché BANALMENTE e TRAGICAMENTE creato all’ origine a livello monetario. Ogni altro male sociale è un semplice cascame dello stress economico-monetario.

12) Moneta come massima forma di divisione classista della società. Da quanto precedentemente rilevato, risulta che nel Sistema Piramidale del Debito Dissipativo implementato dittatorialmente dal Sistema Bancario la divisione della società in classi è intrinseca e ingessata: i pochi che raggiungono i piani intermedi e i pochissimi che stanno al vertice della piramide monetaria tendono a rimanervi perché vedono il parassitismo finanziario corporativo o verticistico che li caratterizza come la miglior forma di autosostentamento e di speculazione economica in quanto la ricaduta sugli stessi con gli interessi di tutti i danni umani e ambientali causati dal Sistema ha tempistiche molto più lunghe rispetto alla massa che vive ai piani bassi della stessa piramide e che ambisce a salire di livello. Il motivo per continuare così diventa mors tua vita mea: l’ Umanità non può che diventare cattiva con se stessa non avendo altra alternativa che la guerra economico-monetaria permanente.

Mediamente nella quasi totalità dei casi si perde ma la gente continua imperterrita, perché obbligata, a giocare alla Roulette del Debito in cui, ironia delle parole, il Banco vince sempre: è ovvio che il Banco vince perché… produce letteralmente le situazioni e le informazioni.

Il trucco psicologico del Banco sta nel creare la generica aspettativa di un futuro roseo attraverso copiose elargizioni monetarie iniziali, riproducendo dopo ogni disastro l’ allucinazione di un nuovo Far West da predare spostando artatamente più a Ovest la costa del Pacifico

www.comedonchisciotte.org
Fonte: http://www.mentereale.com/articoli/perche-il-signoraggio-bancario-e-il-primo-dei-problemi

mercoledì 27 ottobre 2010

Piccolo contributo alla discussione per la costruzione di un unico Partito Comunista





Care compagne e cari compagni,



vista la fase politica complicata vorrei provare con queste poche righe a dare un contributo alla discussione in corso.

Innanzitutto io credo che mai più che ora sia necessaria la costruzione di un unico partito comunista, che superi le vecchie divisioni e fratture e ridia forza, credibilità e quindi consenso, all’analisi marxista.

Questo autunno di lotte sociali ha visto e continua a vedere una forte presenza dei comunisti nelle mobilitazioni, presenza sia in piazza sia nell’organizzazione di queste. Partecipiamo caratterizzandoci con i nostri contenuti, con le nostre bandiere e i nostri simboli mentre la nostra dignità politica viene riconosciuta anche da quelle componenti del movimento che negli scorsi anni si sono contrapposte in ogni modo ai comunisti. Siamo stati presenti nelle grandi manifestazioni del mondo della scuola (penso all’8 ottobre) e in quelle del mondo del lavoro (penso il 9 ottobre a Torino e il 16 ottobre a Roma) e continueremo ad esserlo ad esempio lavorando fin da ora per costruire la massima partecipazione studentesca alla Giornata Mondiale per il Diritto allo Studio, il prossimo 17 novembre. Lavoreremo anche e soprattutto nell’ottica di ricostruire la coscienza di classe andata distrutta in questo paese dopo le sconfitte subite dalla classe operaia a partire dagli anni ’80. Sicuramente questo sarà il compito più arduo che ci spetta ma le mobilitazioni di questo autunno di lotte stanno creando tutte le basi ad un risveglio di coscienza che fino a poco tempo fa sembrava impossibile.

L’onda lunga della crisi economica sta ulteriormente dimostrando la necessità di ricostruire un forte partito di classe, ovviamente comunista, che sappia rappresentare i bisogni delle masse di proletariato crescente nel paese. Scusate se uso parole “antiche” ma ritengo che le condizioni economiche internazionali le rendano attuali. Basti vedere cosa sta succedendo nel resto della liberalissima Unione Europea: in Grecia, come in Francia, le forze politiche e sindacali, comuniste e di classe, hanno saputo favorire le lotte e coordinarle in ogni loro livello sociale, mi spiego meglio, hanno saputo unire le rivendicazioni dei lavoratori alle battaglie degli studenti, alla difesa dei diritti acquisiti, alla tutela della stato sociale. Purtroppo in Italia i comunisti non sono ancora adeguati ad essere il perno centrale delle lotte di classe, pur, come dicevo prima, essendo sempre più radicati all’interno di esse.

Principalmente per questi motivi io ritengo che la costruzione di un unico partito comunista sia oggi più che necessaria e che anzi occorra velocizzare il processo per evitare di perdere ulteriore tempo.

La Federazione della Sinistra terrà il suo primo congresso nazionale il 20 e 21 novembre prossimi: questa struttura è sicuramente il primo passo di unificazione di alcune tra le più importanti forze politiche della sinistra italiana che ritengono necessario il superamento del capitalismo, ma ad oggi è poco più che un contenitore che funge da cartello elettorale. La Fds potrà diventare un utile strumento di confronto per costruire la coscienza e la lotta di classe in Italia ma solo a condizione che si ricostruisca un unico partito comunista.

Io auspico quindi che venga dato nuovo vigore alla linea del nostro partito e che il congresso che si terrà l’anno prossimo lanci, come il segretario nazionale Diliberto ha più volte sostenuto, il processo unificativo. La necessità di ciò è data anche dal fatto che la manifestazione nazionale della FIOM dello scorso 16 ottobre ha lanciato degli importanti temi politici con cui non ci possiamo non confrontare. Il più grande sindacato dei metalmeccanici, classe sociale rivoluzionaria per eccellenza nell’analisi marxista, non ha al momento alcuna rappresentanza politica è né il PdCI da solo, né l’Fds né tantomeno il PRC o Sel si possono candidare a questo difficile scopo.

E’ dunque necessario che si avvii al più presto il processo unificativo dei comunisti, in modo da ricostruire un unico partito comunista che aggiorni la propria analisi della società, il marxismo-lenismo è a mio avviso un modello più che valido di analisi ma non lo si può più prendere come assunto , bensì è necessario declinarlo nelle trasformazioni economiche e sociali in corso. E’ necessario che le compagne e i compagni tornino a studiare e a capire la realtà.

Un unico partito comunista che, nel compito gravoso di provare a rappresentare le istanze politiche dei lavoratori, abbia dei riferimenti sindacali ben chiari, guardi alla FIOM sicuramente ma anche alle altre componenti più avanzate della CGIL, che non trascuri in alcun modo le istanze che arrivano dal sindacalismo di base, penso innanzitutto all’USB come soggetto sindacale che nella nostra attività politica non debba essere tralasciato e che, soprattutto si opponga senza se e senza ma all’attacco ai diritti dei lavoratori operato da Marchionne, dalla Confindustria e dai sindacati conniventi.

Un unico partito comunista infine che non miri alle istituzioni per qualche rendita di posizione o rimborso elettorale, ma per portare in esse le proprie battaglie e renderle un importante luogo di conflitto sociale. Ci tengo a sottolineare questo punto perché in questi giorni si parla moltissimo di possibili elezioni anticipate e di primarie di coalizione. Intanto credo sia necessario costruire un’ampia alleanza elettorale con il centro-sinistra per battere Berlusconi e la Lega, ma, nel caso di vittoria non andare al governo del paese: infatti in queste condizioni non possiamo più pensare di poter spostare a sinistra l’asse del governo come credevamo di fare con Prodi. Dobbiamo individuare alcuni punti programmatici quando si sigla l’alleanza elettorale e su questi dare battaglia finchè non li avremo ottenuti. Sul resto valutare di volta in volta e preventivare pure una dura opposizione. Le discussioni sulle primarie invece non mi appassionano per nulla, sono infatti una pura riduzione personalistica della politica. Non credo inoltre che ci sia particolare differenza tra Bersani e Vendola (anche se quest’ultimo è percepito come il candidato della sinistra radicale), entrambi infatti arrivano dal PCI, entrambi sono post-comunisti, entrambi puntano ai salotti buoni dei poteri forti italiani. A scanso di equivoci, basti sentire le dichiarazioni di Vendola durante il primo congresso di Sel svoltosi lo scorso fine settimana: ad esempio, pur avendo partecipato alla manifestazione nazionale della FIOM (e avendola fatta da padrone sui media) ha detto di voler dialogare anche con CISL e UIL, ha difeso inoltre il fatto di essere un cattolico e ha quindi attaccato l’anticlericalismo. Su una questione poi come l’abbattimento della legge 30 non ha una posizione per nulla chiara. Su quest’ultimo argomento io ritengo dunque che un partito comunista non debba perdersi nei meandri dei politicismi personalistici, ma portare dei contenuti politici e su questi dare battaglia con le altre forze politiche.



Ivano Osella, Coordiantore Provinciale FGCI Torino

martedì 26 ottobre 2010

Un paese allo sbando





Un paese allo sbando quello che si appresta a "festeggiare" il suo centocinquantesimo anno di età. Allo sbando per molti motivi, a cominciare dalle barricate fumanti di Terzigno, dove un popolo disperato lotta per il proprio diritto alla salute e al benessere. Proprio negli ultimi giorni tra i disperati di Terzigno che lottano contro la polizia qualcuno ha dato alle fiamme una bandiera italiana, ennesima riprova di quanto fragile è ormai il legame che tiene insieme gli italiani, sempre più atomizzati e ridottti a un insieme di comunità che nemmeno più si riconoscono come facenti parti della stessa realtà statuale.
Ci aveva pensato la Lega Nord a porre a seminare la discordia all'interno della nostra amata Italia, ma evidentemente un malessere pià profondo è alla base di questa sfiducia nei confronti delle istituzioni e dello Stato in sè; una sfiducia che sta trascinando l'intero Paese verso il baratro. E mentre il Paese va a rotoli i mass media bombardano giorno e notte con le vicende della Scazzi, la ragazzina assassinata dallo zio o dalla cugina,il solito giallo che lascia gli italiani incollati di fronte alla televisione, finalmente consentendo loro di dare soddisfazione alla propria morbosa curiosità. E si perchè mentre centinaia di idioti si recano in pellegrinaggio nella casa dove la Scazzi è stata uccisa accadono cose molto più importanti, che evidentemente però annoiano la maggior parte dei nostri compatrioti, adusi a interessarsi da sempre solo a ciò che riguarda il proprio orticello, e nulla più.
Accade che Gianfranco Fini e Futuro e Libertà dopo aver lanciato strali contro Berlusconi e la sua Maggioranza, continua a minacciare il rischio di una crisi,una crisi che a ben vedere non sembra più così' vicina come si è vociferato fino a poco tempo fa. Del resto se si andasse nuovamente alle elezioni con ogni probabilità sarebbe nuovamente il PDL insieme alla Lega ad aggiudicarsi la vittoria, stanti le enormi e insanabili contraddizioni che allignano dentro la coalizione del centrosinistra. Accade che Roberto Cota dopo aver vinto grazie a liste a dir poco truccate, riceve una misteriosa lettera di non meglio specificate minacce, e il giorno dopo accade che il Consiglio di Stato altrettanto misteriosamente annulla il riconteggio che stava in modo inclemente stabilendo la vittoria della Bresso, candidata della coalizione di centrosinistra. Accade che a Terzigno e a Cagliari scoppia la rivolta per le strade, con la polizia che carica e manganella. Accade anche che il 16 ottobre la Fiom scende in piazza insieme a migliaia di bandiere della Federazione della Sinistra, con i simboli della falce e del martello in prima linea, e che il giorno dopo i giornali oscurino del tutto il fatto, parlando di piazza "tutta per Vendola". Accadono tutte queste cose in Italia, ma non sembra in fin dei conti che per gli italiani tutto questo sia importante. Non è importante la disoccupazione galoppante, non è importante il razzismo, non è importante più nessun discorso generale che riguardi la collettività, per gli italiani ormai è importante solo ciò che riguarda se stessi. E' la sconfitta dello Stato, la sconfitta della solidarietà e della società, la sconfitta di quei valori che hanno costruito quel poco che c'è di buono in questo martoriato paese.
Tante volte questo Paese si è trovato di fronte a situazioni apparentemente senza uscita, e in qualche modo ha sempre trovato dentro di sè quelle energie capaci di consentire una reazione e di riuscire a rialzarsi. Anche questa volta se l'Italia avrà il coraggio di affidarsi a quelle forze che cerca di tarpare, come i giovani che si sono visti privare del futuro, avrà qualche possibilità di farcela, ma occorre fare in fretta, prima che i barbari leghisti e gli uomini del sultanato berlusconiano completino l'opera di atomizzazione della società.
la sinistra in Italia ha avuto per anni un arma invincibile: l'Unità. Quest'arma è stata sgretolata a partire dalla Bolognina, e da allora il regresso è stato irreversibile. E' chiaro che Berlusconi e soci preferiscono avere a che fare con un gruppo di individui, ognuno con le sue richieste, piuttosto che con una massa organizzata di cittadini che si mettono insieme per cercare risposte collettive ai problemi. Questo a ben vedere è stato il capolavoro della destra, un capolavoro preparato nei minimi dettagli da anni che oggi sta raggiungendo una delle fasi più avanzate di applicazione.
Noi però abbiamo ancora una grande arma: esistiamo. Dopo tutto quello che è successo non solo continuamo a esistere, mantenendo in piedi delle strutture bene o male operanti in tutto il territiorio, ma ci siamo anche stabilizzati, iniziando anche a intraprendere delle manovre che potrebbero portare a un rilancio, o comunque a un reinserimento delle nostre istanze sul tavolo della politica che conta. Tutto questo di per sè dovrebbe rappresentare una iniezione di fiducia per tutti i militanti, anche perchè il sistema che abbiamo sempre combattuto, quello capitalista, si mostra ora pieno di crepe che ne minano, forse per sempre, la stabilità. Lottare per una società più giusta, dove lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo venga per sempre abolito, è quello che noi vogliamo fare, ed è anche il motivo per cui possiamo a testa alta dichiararci ancora, nel XXI secolo, comunisti. La differenza tra noi e gli altri che fanno politica in questo paese è proprio questa: noi abbiamo gli ideali, gli altri i profitti. Alla lunga la diversa qualità dell'offerta politica non potrà che emergere.


Daniele Cardetta

Blogger filocubano aggredito a Miami






Tutti quanti ormai sono a conoscenza dell’identità di Yoani Sanchèz, dissidente cubana che si è apertamente schierata contro il governo di L’Havana scrivendo vibranti pamphlet dal suo blog negli Stati Uniti. Pochi o nessuno conoscono o conoscevano Josè Varela, anche lui un dissidente, però residente a Miami. Varela infatti è si un dissidente, ma nei confronti degli Stati Uniti, e per mezzo del suo blog denuncia tutti i giorni il pesante embargo statunitense contro Cuba. Varela è stato molto attivo relativamente alla vicende dei Cinque antiterroristi cubani arrestati dagli americani, e non ha lesinato salaci battute contro i blogger cosiddetti mercenari al soldo di Washington.
Evidentemente le cose che Varela comunicava per mezzo del suo blog non sono piaciute a Miami, tanto che aveva ricevuto pesanti minacce per essersi recato a Cuba, e una volta ritornato in Florida queste sono state mantenute. Varela infatti nel corso di un suo viaggio nell’isola aveva denunciato senza peli sulla lingua una lunga serie di minacce ricevute dall’estrema destra di Miami. Non appena tornato a Miami Varela è stato aggredito e picchiato a sangue, nel silenzio più totale dei mass media.Le foto degli effetti del pestaggio da lui subito stanno facendo il giro del mondo, e i blog di Miami gestiti dai gruppi di estrema destra già si beano della perfetta riuscita dell’aggressione.
A questo punto Varela si chiede cosa diranno ora i media di Miami e delle altre nazioni, subito pronte a uscire con titoli in prima pagina alla prima dichiarazione che getta discredito sul governo castrista. Il blogger aggredito si chiede ora cosa dirà Yoani Sanchèz, paladina della libertà, a commento della vergognosa aggressione da lui subita. La realtà è che essere filocubani a Miami è diventato tremendamente pericoloso, e che le notizie di queste aggressioni sono costrette a circolare per blog e vie informali, essendo completamente ignorate dai media e dai giornalisti di tutto il mondo.

Giù le mani dalla Cina: ve la raccontiamo noi Pechino. Tratto da www.resistenze.org






Il gruppo pro-RPC in esclusiva per Agenzia Stampa Italia

L'Associazione Hands Off China è nata nel 2008 a Londra grazie al lavoro di alcuni simpatizzanti della Repubblica Popolare Cinese. Giù le Mani dalla Cina, ne è la branca ticinese, nata ad opera di alcuni giovani volenterosi. Roberto De Tullio, Massimiliano Arif Ay e Mattia Tagliaferri hanno intrapreso la non semplice iniziativa di diffondere il maggior numero di novità e analisi in merito alla realtà orientale e alla sua azione politica sia in ambito interno sia in campo internazionale. Spesso male interpretata, a volte non attendibile, l'informazione relativa alla Cina in Occidente, risente di un clima generale, purtroppo non di rado condizionato da un pesante pregiudizio retrograde e ingiustificato, che vede purtroppo molti occidentali individuare nell'Est in generale, la fonte di presunti pericoli fantomatici e artefatti. L'euro-centrismo, oggi rapidamente trasformatosi in occidento-centrismo, senza troppe riserve nemmeno sulla legittimità di tale passaggio storico, pare tornare, su termini nuovi e odierni, e condizionare l'opinione pubblica dei Paesi occidentali. Eppure, la storia della Cina in genere, e della Repubblica Popolare Cinese nello specifico, racchiude talmente tanti secoli di cultura, letteratura, scienza, saghe, battaglie, vicende nazionali e trasformazioni politiche, che pare assurdo poter liquidare anche l'analisi più seria con conclusioni pregiudizievoli di tale entità. Se a questo, aggiungiamo anche i terribili decenni di dominazione e di colonizzazione della Cina da parte britannica, il quadro xenofobico dipinto dall'Europa e dagli Stati Uniti, diventa perfino grottesco. Abbiamo raggiunto Roberto De Tullio, Segretario dell'Associazione, per qualche domanda.

Salve, Dott. De Tullio. Recentemente avete pubblicato un nota, criticando in maniera molto netta, la decisione di assegnare il premio nobel per la pace a Liu Xiaobo, un dissidente cinese, da alcuni anni rinchiuso in carcere, ricollegando direttamente questa vicenda al momento di tensione in campo internazionale, sempre più aspro, tra Cina e Stati Uniti. Possiamo dire che il nobel per la pace, come ha ricordato il Professor Losurdo in un suo recente scritto, si conferma sempre di più come un’arma dal forte connotato geopolitico?

La linea impostata dall'Occidente imperialista è chiara. L'uso incontrollato di qualsiasi arma "non convenzionale" come il Nobel per il mantenimento della pace ha lo scopo di controllare in maniera capillare l'opinione pubblica, sostenuta poi da varie organizzazioni umanitarie che ne amplificano poi l'impatto mediatico. Sempre di più quindi il Nobel viene dato da gruppi di potere politico-economico ai politici per influenzarne la propria politica interna ed estera. Ricordiamo Michail Gorbačëv le cui azioni hanno portato al crollo dell'URSS con gravi ripercussioni che hanno pesato e pesano ancora gravemente sulla popolazione russa, recentemente Barack Obama, la cui onorificenza è stato un chiaro segnale di come doveva essere impostata la sua linea politica ancora prima di iniziarla. Siamo quindi perfettamente d'accordo con quanto scritto dal Prof. Losurdo.

Quali sono, secondo voi, le strategie implicitamente riposte in seno all’ormai decennale boicottaggio della Repubblica Popolare, spesso bersagliata dalle accuse delle associazioni umanitarie per i diritti individuali, dalle associazioni ecologiste e da diverse altre sigle non di rado riconducibili al Partito Radicale, notoriamente sostenitore degli indipendentismi tibetano e uiguro?

La RPC si sta profilando sempre di più come alternativa al capitalismo ad al liberalismo incontrollato. Dati quindi i suoi enormi successi, la grandezza economica, la forza del suo apparato militare e la capacità dei suoi politici fin dai tempi di Mao, l'unica breccia con cui l'imperialismo occidentale può concentrare i suoi attacchi è l'utilizzo di una propaganda deviante con lo scopo di unificare l'opinione pubblica dei paesi liberisti in un unico fronte contro la Cina, visto come emergente "paese del Male", per poi sobillare i cittadini cinesi facendo credere loro di essere dominati da una società brutale in contrapposizione al modello occidentale. Una strategia simile l'abbiamo vista durante la Guerra Fredda, dove gli abitanti della Germania dell'Est sono stati "sedotti" da un modello sociale ed economico creato ad arte nella Germania ovest, facendo credere che la società liberale fosse perfetta. Ovviamente, noi che ci viviamo, sappiamo che così non è. Si sta quindi creando un fronte politico per frenare l'avanzata cinese ed abbatterne il sistema politico, come in URSS. I promotori di questo progetto, ovviamente, oltre gli USA, sono il Partito Radicale Transnazionale e il Vaticano, che ostacola l'associazione patriottica cattolica cinese al fine di "sbrecciare" all'interno per imporre la propria influenza. Se solo uno di questi riuscisse nei propri intenti, tutte le altre forze anti-cinesi avrebbero campo libero per decretare la caduta della Cina. Riguardo invece le accuse delle associazioni ecologiste, esse stanno diventando sempre più infondate, trasformandosi solo in luoghi comuni. La Cina è leader mondiale delle energie rinnovabili. La Cina si è data obiettivi chiari per l'investimento di energia pulita, come l'eolico, l'energia solare e le biomasse.

A più di sessanta anni dall’affermazione della Rivoluzione guidata da Mao Tse Tung, e a trenta anni dall’inizio della cosiddetta “riforma” di Deng Xiaoping, la Cina è passata in pochi decenni dalle secche del feudalesimo e del colonialismo, al gradino di potenza mondiale, e pare in procinto di poter affermarsi quale vero e principale competitore globale degli Stati Uniti, prendendo in mano il testimone lasciato per strada venti anni fa dall’Unione Sovietica. Qual è il segreto politico-economico di questo incredibile cammino?

Il Socialismo con caratteristiche cinesi è il segreto. Sul modello dell'URSS di Stalin, si è voluta seguire la linea del "Socialismo in un solo Paese", sfruttando quindi le ampie risorse del proprio Paese. Dopo Mao, alla dirigenza della nazione è salita una nuova generazione di politici forti e capaci. Mentre il mondo era concentrato sulla Guerra Fredda, la Cina, volutamente, ne è rimasta in disparte, creando intorno all'apparato statale tutte le condizioni necessarie per poter un giorno diventare il paese egemone in Asia. Azzardiamo quindi a credere che la Cina avesse previsto già in anticipo la caduta dell'URSS. Il segreto di questa ascesa è stato in primis la coesione sociale che il Partito Comunista ha voluto mantenere dopo la morte di Mao. Mentre Kruschev aveva rinnegato Stalin, Deng Xiaoping non fece questo sbaglio, rinnegando Mao. Mao aveva aperto la strada, la nuova generazione politica ora si preoccupava di spianarla nei pieni principi del Socialismo, senza tuttavia fermandosi al dogmatismo. Le riforme di Deng sono state le premesse dell'ascesa. Esse non permettevano che le linee di condotta del Partito fossero scartate solo perchè non perfettamente in linea con i principi di Mao. La modernizzazione del Paese poteva avvenire solo con un massiccio incremento dei commerci esteri, allo scopo di porre in primo piano nell'agenda politica nazionale una delle riforme più importanti di Deng, "le Quattro modernizzazioni" (agricoltura, scienza, difesa nazionale, industria).

Perché ancora oggi molti settori della sinistra e delle forze che si richiamano al Comunismo in Occidente, guardano con diffidenza alla Cina, sino addirittura, in alcune circostanze, a boicottarne il Governo e la sovranità statale, appoggiando le più svariate cause anti-cinesi? Si nasconde, forse, dietro questo atteggiamento, un senso di inferiorità repressa dinnanzi alla vittoria del Socialismo con caratteristiche Cinesi, da parte di certi comunisti occidentali, che preferiscono fermarsi ad una sterile lettura dogmatica, statica e stereotipata di Marx ed Engels, condannando, de facto, sé stessi all’astrazione e all’alienazione sociale e politica?

Il dogmatismo è il peggior nemico del Comunismo e della sinistra in generale. Con l'accusa sterile di "revisionismo" e "riformismo" si rimane impantanati in concetti ideologici non più funzionali al giorno d'oggi. Il Partito Comunista Cinese l'ha capito già con Deng Xiaoping ed il risultato lo vediamo oggi. Per quanto le riflessioni di Marx, di Engels e di Mao siano importanti per comprendere il socialismo scientifico, non è possibile considerare le loro parole alla stregua di un "vangelo", questo perchè il tempo è così mutevole che se non si è pronti a considerare il socialismo come qualcosa di modificabile, si rimane incollati al passato. Non si può essere conservatori, se ci si ritiene comunisti, quindi progressisti e materialisti dialettici. Dobbiamo capire che il Socialismo non è suddito del tempo, ma protagonista del mutare degli eventi. La Cina lo ha compreso e se solo la sinistra occidentale non fosse così poco incline al cambiamento, l'Occidente non sarebbe così fermo all’interno di posizioni reazionarie, come sta accadendo oggi.

Associazione "Giù le mani dalla Cina" - http://giulemanidallacina.wordpress.com

domenica 24 ottobre 2010

La destra si riorganizza. L'alternativa è a sinistra di Oliviero Diliberto






Tempi tristi per chi ha fermamente creduto che nessuna mediazione fosse possibile tra Berlusconi e Fini. E invece la mediazione sembra essere in atto e, di conseguenza, comincia a cambiare il clima politico. Non a caso il Consiglio di Stato ha bocciato il ricorso di Mercedes Bresso. Lo dico con dispiacere: l’inadeguatezza del Pd è grande. Invece di prendere il toro per le corna e capire che non era più aria di giocare di fioretto; invece di inventarsi governi tecnici o “di scopo”, come dicono quelli più chic; invece di dividersi tra chi punta al centro (numerosissimi e rumorosissimi), chi vuole fare il nuovo Ulivo e chi sogna Montezemolo, occorreva cogliere al volo l’opportunità data dalla crisi profonda del berlusconismo e stare con le mani, i piedi e la testa dentro la manifestazione dei metalmeccanici assumendone la portata generale di cambiamento. E invece, mentre il Pd gioca ai quattro cantoni, il centrodestra riorganizza le sue truppe. Con difficoltà, con lacerazioni che persistono, con dissensi che possono nuovamente scoppiare. Ma se riescono a risistemare le caselle del potere interno, ridando a Fini quel che è di Fini, potrebbero anche farcela. Eppure non tutto è perduto. La crisi del berlusconismo – in senso politico e culturale – non è da poco e credo senza via di uscita. Il punto drammaticamente scoperto è l’alternativa: una coalizione vera, con contenuti veri, con punti programmatici prioritari. Non c’è e quando si apre l’occasione, come nel caso della manifestazione dei metalmeccanici, quella possibile alternativa si sbriciola. Ma in politica gli spazi vuoti non esistono. Nella straordinaria manifestazione sindacale del 16 la voglia di politica e di organizzazione politica era un’esplosione che tracimava lo stato di cose esistenti. Poneva due obiettivi tremendamenti seri : tenere in piedi i comitati che hanno lavorato per rendere possibile la manifestazione ed arrivare allo sciopero generale. Non c’era spazio per Grillo in quella piazza seria. Ce n’era poco persino per Di Pietro. Ce n’era parecchio di più per la Federazione della Sinistra e per Sel che mescolavano bandiere e militanti aquelli della Fiom. E allora se la destra si riorganizza e il centrosinistra resta nel pallone, sta a noi, con le nostre poche forze, ed ai metalmeccanici, con la loro forza straordinaria, riempire lo spazio politico, drammaticamente vuoto, dell'alternativa.

mercoledì 20 ottobre 2010

Afghanistan: Aperte le trattative per la pace





Dopo 9 anni di una guerra che ha arrecato danni incalcolabili all'Afghanistan e ai suoi abitanti e innumerevoli morti tra i soldati dei paesi occidentali, pare intravedersi una possibilità alla fine del conflitto. La notizia di oggi, 20 ottobre, è che sarebbero in corso trattative segrete ad alti livelli tra i leader dei talebani e gli esponenti del governo afghano, accompagnati da uomini Nato. La fonte che ha riferito di queste trattative è il "New York Times", e secondo quanto sta pian piano emergendo si starebbe cercando di coinvolgere tutti i gruppi di talebani, anche quelli presenti in Pakistan.

La sede scelta per ospitare le trattative segrete dovrebbe essere Kabul, dove da qualche giorno i collaboratori più stretti di Hamid Karzai, presidente afghano, stanno febbrilmente cercando di creare dei tavoli a tutti i livelli per la discussione, coinvolgendo anche i leader della cosiddetta rete Haqqani, una delle fazioni più estremiste e oltranziste dei ribelli. I talebani presenti in Pakistan avrebbero accettato di lasciare le loro roccaforti e di recarsi in Afghanistan per trattare solo dopo aver ricevuto ampie assicurazioni che la Nato non li avrebbe né attaccati né arrestati.

Sull'identità di chi deciderà nelle prossime ore il futuro dell'Afghanistan è calato l'anonimato assoluto, così come rimane assolutamente segreta la località nei pressi della Capitale ove fisicamente avverranno le trattative. Non è da escludersi che questa volta le trattative possano portare a qualche risultato fattivo, o perlomeno ad una tregua, di cui il popolo afghano ha un disperato bisogno. Chiaramente anche se la Nato svolge un ruolo in questo caso secondario nelle trattative, sicuramente l'opinione dei suoi rappresentanti potrebbe avere un certo peso nell'influenzarne l'esito in un senso o nell'altro.

16 e 17 ottobre il futuro è oggi!





Abbiamo alle spalle un weekend straordinario. Una due giorni in grado di invertire la rotta, che dimostra l'esistenza nel nostro Paese un popolo che non si rassegna, che non si piega ai ricatti, che difende la democrazia, il mondo del lavoro e dei saperi.
La manifestazione della Fiom - e tutto il percorso che l'ha preceduta - ha risvegliato le coscienze, rimesso in moto energie, riappassionato un popolo di sinistra che, in questi anni, ha vissuto pesanti sconfitte e difficilissimi momenti.
Una grande mobilitazione unitaria, dal punto di vista sociale prima di tutto: la Fiom ha avuto il merito e la capacità di connettere la battaglia per la dignità del lavoro, a partire dal ricatto di Pomigliano, con le altre esperienze di lotta in campo oggi nel Paese, dal movimento degli studenti e dei ricercatori, al movimento per la difesa dei beni comuni, che nei mesi scorsi ha raccolto più di 1 milione di firme si è battuto per il referendum sull'acqua.

Un popolo, quello della sinistra, che si è ritrovato unito su grandi battaglie, che ha ricostruito una connessione sentimentale che sembrava smarrita per sempre.
Possiamo affermare con nettezza e anche con un pelo di orgoglio di aver avuto ragione ad aver investito in modo massiccio, come Federazione della sinistra e, forse ancora di più, come organizzazioni giovanili in quest'appuntamento.
Costruire il soggetto generazionale unitario dentro il conflitto, dentro quest'autunno di lotta, individuando il 16 ottobre come data 'costituente', ci ha permesso di coltivare relazioni, di riscoprire la nostra utilità e anche la nostra capacità organizzativa: lo spezzone unitario è stata una grande prova di forza, ma anche un grande fatto politico, che dimostra la nostra piena internità alle lotte, dimostra che siamo una realtà che si batte con generosità e puntualità: siamo stati presenti e attivi in tutti gli appuntamenti, dal ‘No B day’ del 2 ottobre, al quale abbiamo contribuito con un profilo più sociale, fino alla straordinaria giornata di mobilitazione dei saperi dell'8 ottobre, che abbiamo organizzato, insieme a tutto il movimento, in ogni angolo del Paese.
La sfida oggi è non disperdere questo patrimonio, dispiegato a partire dai territori: dobbiamo lavorare affinché i comitati costruiti per organizzare il 16 ottobre rimangano attivi, siano 'propulsori unitari di conflitto'. In questa direzione l'assemblea di domenica alla Sapienza rappresenta un fatto di grande rilevanza: il movimento studentesco con grande maturità - frutto certamente della sconfitta e anche degli errori dell'Onda - ha avuto la capacità di connettersi e fare fronte comune con le altre realtà di lotta, il mondo del lavoro prima di tutto: è un fatto politicamente straordinario e plasticamente significativo che il Segretario generale della Fiom sia stato tra gli attori principali dell'assemblea. Un'assemblea che segna un cambio di passo: i tagli, la riforma universitaria, l'attacco al diritto di sciopero come al contratto nazionale, il restringimento degli spazi di democrazia vengono letti come la risposta autoritaria del Governo alla crisi economica, che viene definita strutturale e non transitoria. Dentro la crisi, che ha inasprito le condizioni che l'hanno causata invece di aver facilitato la messa in discussione del modello di sviluppo, viene individuata come determinante la questione generazionale: la lotta contro la precarietà viene definita come priorità assoluta.
Sull'attualità, inoltre, viene assunta, anche grazie all'impegno delle nostre compagne e dei nostri compagni in tutte le strutture del movimento, la parola d'ordine dello sciopero generale e generalizzato.
Ad un anno dalla nostra Conferenza nazionale, nella quale abbiamo criticato l'Onda per una mancanza di connessione con gli altri segmenti sociali e posto con forza il tema della riconnessione delle scintille di lotta, e a qualche mese da un campeggio estivo unitario che ha posto in modo sostanziale questi temi, vivo oggi tutto questo come un fatto politicamente nuovo e straordinario.
Il punto, da oggi, è tradurre tutto questo in mobilitazione e organizzazione: abbiamo di fronte a noi un'agenda già ricca, dal 30 ottobre dei precari della scuola, al 17 novembre degli studenti, al 27 novembre della Cgil, al 4 dicembre dei movimenti per l'acqua, all'11 dicembre contro la crisi.
Gli obiettivi di tutte e tutti credo siano tre: il primo, banale, è che questo percorso contribuisca in modo determinante a cacciare il Governo, il secondo che il movimento cresca nel ventre del Paese, e per far sì che questo avvenga è necessario in ogni territorio allargare la base dei promotori, intrecciando la rete Uniti contro la crisi ai comitati locali per il 16 ottobre, alle tante Reti locali contro la crisi attive da più di un anno, penso ad esempio alla realtà romana, ai comitati promotori del referendum sull'acqua pubblica. Su questa strada dobbiamo compiere uno sforzo straordinario di democrazia e partecipazione: tutte le realtà del movimento devono essere e sentirsi parte attiva e propositiva. Un'altra partita centrale si gioca sui processi decisionali, nei quali l'Onda ha fallito: l'esperienza di questi mesi può dare una lezione alla politica, avvitata spesso in personalismi lontanissimi dai contenuti, se riscopre, dal basso, il valore della democrazia partecipata.
La terza questione, è che questo patrimonio non evapori con la fine dell'anno, ma si traduca in elemento permanente.
Su questo aspetto credo che noi, proprio nel percorso di costruzione del soggetto generazionale possiamo dare un contributo determinante: è prioritario, infatti, costruire spazi, luoghi fisici di discussione, di aggregazione, di organizzazione delle lotte e del conflitto, delle 'casematte di resistenza', aperte a tutte e tutti gli attori del movimento, di chi si batte ogni giorno nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro, che ci aiutino a ricostruire una socialità disgregata dalla barbarie del capitalismo e, più banalmente, un consenso di massa. Dobbiamo produrre uno scatto, concretizzare entro l'anno il nostro percorso, per mettere a disposizione delle nostre organizzazioni uno strumento in grado di intercettare la voglia di cambiamento che si sta dispiegando in ogni angolo del Paese.

Flavio Arzarello - Coordinatore nazionale FGCI

lunedì 18 ottobre 2010

Fgci: nelle piazze c'è un risveglio della coscienza


Riforma Gelmini slittata e il Governo mostra le sue debolezze. Da una parte si scontra con programmi e decisioni che sembrano troppo fragili, dall'altro con un movimento che mostra la sua rabbia nelle piazze italiane. Ai cortei si sono viste molte bandiere della Fgci, Federazione Giovani Comunisti Italiani. Abbiamo parlato con Ivano Osella, il coordinatore di Torino.

«Il decreto è un'operazione terribile di distruzione della scuola pubblica. Ciò che non hanno fatto la Moratti e il governo Prodi prima, lo stanno facendo la Gelmini e Tremonti. Gli effetti sono la riduzione delle ore soprattutto nelle scuole primarie e il peggioramento dell'istruzione nelle superiori perché sono state tolte delle materie importanti. Lo scopo dichiarato è quello di fare cassa in un periodo di crisi economica. Invece di recuperare i soldi dall'evasione fiscale, è stata tagliata l'istruzione. In ballo c'è la riforma del sistema universitario. Questa cosa è stata fermata da questo Governo che non ha retto alle proteste. 30.000 persone sono scese in piazza l'8 ottobre, 4.500 studenti hanno occupato il rettorato venerdì. Tutto questo ha fatto traballare il Governo».

Di questo ci sono segnali?

«Secondo me, è il segno che qualcosa in questo paese sta cambiando. Sabato abbiamo notato che c'è un risveglio di coscienza enorme che rischia di intaccare la scarsa stabilità del Governo».

La riforma è slittata a novembre. È una vittoria del movimento?

«Non è una vittoria definitiva ma un primo passo. Il testo della riforma è stato scritto e il Governo ha un numero spropositato di deputati ma abbiamo visto in passato che queste situazioni hanno la tendenza a perdere. Di fronte a questo clima di forte mobilitazione potrà essere bloccata».

Qual è stato il coinvolgimento dell'opposizione?

«Nell'opposizione c'è un problema molto forte. Le uniche forze politiche che stanno cercando di fare opposizione di piazza sono quelle della sinistra extraparlamentare. Ci troviamo davanti ad un Pd che dovrebbe fare opposizione ma non è presente e all'Italia dei Valori che fa grandi proclami ma a questi proclami non fa seguire i fatti. Fa solo antiberlusconismo e giustizialismo che sono giusti ma non bastano».

Il popolo ignorato del 16 ottobre





Il 16 ottobre la manifestazione nazionale della Fiom è terminata in Piazza San Giovanni in un caleidoscopio di colori, emozioni e umanità. In piazza c'erano davvero tutti: migliaia di lavoratori con la bandiera della Fiom, migliaia di giovani con tutta la loro speranza e buona volontà, e migliaia di anziani che hanno voluto ancora una volta scendere a manifestare, come ai vecchi tempi. C'era un filo conduttore che univa queste persone: il colore rosso.
Rosse erano infatti quasi tutte le bandiere presenti tra le strade della Capitale, e rosso era il colore che ha dominato per tutta la giornata di sabato. I giornali di domenica non hanno dato molto peso a questo aspetto, segno di un passato che evidentemente si è voluto cercare di cancellare troppo frettolosamente, ma che sabato 16 è tornato improvvisamente e inaspettatamente a reclamare un ruolo anche nel futuro.

A mancare per le strade di Roma era il Pd, segno di un incredibile mancanza di quello che dovrebbe essere il principale partito dell'opposizione, e che invece dimostra ancora una volta la sua inadeguatezza nel saper cogliere gli umori di un popolo, quello della Fiom sceso in piazza, che reclama a gran voce una rappresentanza istituzionale. Migliaia erano anche le bandiere della Federazione della Sinistra, sparse un po' per tutti i due cortei, a significare una voglia della militanza di base di tornare a incidere e a contare nella politica italiana. Anche loro sono stati bellamente ignorati dai giornali del giorno successivo, abilissimi nell'individuare le bandiere di Sinistra e Libertà, ed evidentemente un po' confusi dal troppo rosso, al punto di preferire far finta di niente.

Guglielmo Epifani, leader della Cgil, non è certo stato accolto da un tripudio della folla. Al contrario sono stati in molti a contestarlo e fischiarlo, tanto che evidentemente il leader della Cgil è stato anche trascinato dalla folla nel dichiarare la volontà di lavorare in vista di uno sciopero generale. Forse erano tutti un po' distratti, al punto che soltanto Giorgio Cremaschi per la Fiom si è azzardato nel dare qualche cifra, ipotizzando una cifra di partecipanti vicina al milione di persone. La questura, prevedibilmente, ha parlato di ottantamila persone, una cifra del tutto grottesca e lontana dalla verità dato che Piazza San Giovanni, che ha una capienza di 256 mila perdsone, da sola risultava gremita in ogni suo metro quadro. Evidentemente il troppo rosso ha dato alla testa un po' a tutti, e qualcuno ha preferito far finta di non vedere tra le tante bandiere le numerose con la falce e martello, il simbolo dei lavoratori, un simbolo che si vuole, appunto, passato.
Ma ora la manifestazione del 16 ottobre lancia un interrogativo: e se non fosse così passato?