venerdì 30 aprile 2010

1 MAGGIO a TORINO.





Primo maggio a Torino intitolato “Lavoro, uguaglianza, tutela e diritti”. Le tre principali sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil chiedono di scioperare agli addetti al commercio perché in occasione della Sindone e dell’arrivo del Papa i negozi resteranno aperti. La protesta è stata indetta per dire no alla tendenza alla mercificazione delle feste. Tra i temi che verranno toccati, la disoccupazione e la necessità di politiche industriali. 104mila i piemontesi in cassa integrazione. Raduno alle 9 in corso Cairoli; il corteo si chiude alle 11 in piazza Castello.

giovedì 29 aprile 2010

Bocchino: dimissioni irrevocabili. Tratto da www.nuovasocietà.it





Nuova lettera di dimissioni di Italo Bocchino al gruppo parlamentare, stavolta però «definitive», dalla carica di vicepresidente del gruppo del Pdl. È quanto ha annunciato il gruppo per sms a tutti i deputati che erano impegnati nella seduta d'aula. Alcuni finiani interpellati al riguardo hanno assicurato che le dimissioni del vicario sono «irrevocabili».
Ieri la prima lettera e l'assemblea del gruppo parlamentare del Pdl pronta a discutere. Poi la dimissioni ritirate, che diventano irrevocabili.
«Si colpisce il dissenso in un modo che non esiste in alcun partito di qualunque Paese democratico, ma conitnueremo la battaglia nel Pdl, anche al di fuori di ogni posto di responsabilità» - spiega Italo Bocchino.
«E' stato Berlusconi a chiedere la mia testa perchè c'è stata una direttiva precisa».
«Ho dato le dimissioni -spiega- per dire che i problemi che poniamo sono politici, non legati ai posti e alle persone. Non mettiamo in discussione la leadership di Berlusconi e il partito, ma dall'interno continueremo a contrastare il centralismo carismatico che governa il Pdl». Un partito che segue la linea, accusa Bocchino, di «colpirne uno per educarne cento. Ma noi veniamo da una lunga storia politica, non siamo stati chiamati da un'azienda, e siamo in grado di portare avanti un progetto politico»
«Berlusconi commette il grave errore di colpire il dissenso, colpire cioè chi è in vista per educarne cento, ma questo non porta lontano il partito», precisa il deputato finiano aggiungendo che «continuiamo la lotta dall'interno» del Pdl.
«È evidente il tentativo di Berlusconi di arrivare ad una epurazione mia per colpire l'area a me vicina, essendoci stata una sua direttiva», spiega Bocchino. «Ho confermato le mie dimissioni per far comprendere che il problema è politico e non di posti - aggiunge -. Questo permetterà di contrastare il centralismo carismatico che dà prova della sua esistenza».

il 12 e 13 maggio alle Elezioni Universitarie VOTA ALOTTO





Cos'è il CNSU:

Il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari è organo consultivo di rappresentanza degli studenti iscritti ai corsi attivati nelle università italiane, di laurea, di laurea specialistica e di specializzazione e di dottorato. Esso formula pareri e proposte al Ministro dell’istruzione,università e ricerca :

- sui progetti di riordino del sistema universitario predisposti dal Ministro;

- sui decreti ministeriali, con i quali sono definiti i criteri generali per la disciplina degli ordinamenti didattici dei corsi di dei corsi di studio universitario, nonché le modalità e gli strumenti per l’orientamento e per favorire la mobilità degli studenti;

- sui criteri per l’assegnazione e l’utilizzazione del fondo di finanziamento ordinario e della quota di riequilibrio delle università.

- Elegge nel proprio seno otto rappresentanti degli studenti nel Consiglio Universitario Nazionale;

- Può formulare proposte e può essere sentito dal Ministro su altre materie di interesse generale per l’università;

- Presenta al Ministro, entro un anno dall’insediamento, una relazione sulla condizione studentesca nell’ambito del sistema universitario;

- Può rivolgere quesiti al Ministro circa fatti o eventi di rilevanza nazionale riguardanti la didattica e la condizione studentesca, cui è data risposta entro 60 giorni.

Il C.N.S.U. è composto da ventotto componenti eletti dagli studenti iscritti ai corsi di laurea e di laurea specialistica, da un componente eletto dagli iscritti ai corsi di specializzazione e da un componente eletto dagli iscritti ai corsi di dottorato di ricerca. I componenti sono nominati con decreto del Ministro, durano in carica due anni e sono rieleggibili. Il C.N.S.U. elegge nel proprio seno il Presidente e tre membri che compongono l’Ufficio di Presidenza.

Quando si vota?

Il 12 e il 13 Maggio in tutti gli Atenei.

Come si vota?

Elio Alotto, Pirata, è candidato nel Distretto II, per le università del Piemonte, Lombardia e Liguria. Per votare bisogna barrare il simbolo Unione degli Universitari, Liste di Sinistra, Liste Democratiche e scrivere il suo nome.

Cinque decenni dopo il suo "anno" l'Africa lotta ancora contro l'imperialismo. Tratto da www.resistenze.org




da Workers' World - www.workers.org/2010/world/africa_0429/
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

di Azikiwe Abayomi
Pan-African News Wire

Nel 2010 ricorre il 50° anniversario "dell'Anno dell'Africa", quando 17 ex territori coloniali conquistarono la loro indipendenza nazionale nel corso del 1960.

I movimenti di liberazione in Africa avevano preso slancio dopo la seconda guerra mondiale, quando le potenze coloniali europee si trovavano indebolite a causa della reciproca distruzione del 1939-1945.

Il colonialismo era un sistema di oppressione nazionale e di sfruttamento, con origini nella Atlantic Slave Trade iniziata nel XV secolo. Dopo quattro secoli di schiavizzazione degli africani nei Caraibi, in America Latina, nel Nord America e nel continente africano stesso, gli imperialisti dell'Europa occidentale consolidarono il loro sistema coloniale con la Conferenza di Berlino 1884-1885.

Il popolo africano ha resistito alla rapace tratta degli schiavi e all'invasione colonialista per secoli. A partire dalla fine del XIX secolo fiorirono in tutto il continente africano e in altri territori del continente rivolte e movimenti anticoloniali.

Nonostante le due guerre interimperialiste della prima metà del XX secolo, nel 1945 il colonialismo in Africa rimaneva sostanzialmente intatto. Per legittimare i loro crimini, i colonialisti europei giustificavano la loro presenza nel continente africano con il pretesto di stimolare lo sviluppo economico e preparare gli stati africani all'eventuale indipendenza futura. L'introduzione dei sistemi di produzione e del commercio capitalista, tuttavia ottennero l'unico effetto di massimizzare i profitti e rafforzare il controllo politico degli imperialisti.

Per esempio durante il periodo coloniale il governo britannico istituì nello stato occidentale del Ghana, chiamato Costa d'Oro, un'economia basata sulla monocultura del cacao, che forniva alla classe dirigente britannica un efficace mezzo di sfruttamento del territorio africano.

Le miniere d'oro diedero l'impulso per la costruzione nel 1901 della prima ferrovia del territorio, che si estendeva dalla zona mineraria di Tarkwa a Sekondi. Dopo la costruzione della linea ferroviaria della Costa d'Oro, il saggio di profitto delle miniere d'oro crebbe rapidamente: le esportazioni aurifere salirono da £ 22.000 nel 1897 (tutte le cifre sono espresse in sterline inglesi) a £ 255.000 nel 1907 e £ 1.687.000 nel 1914 alla vigilia della prima guerra mondiale.

La ferrovia venne prolungata a Kumasi nel 1903 per garantire il dominio politico e militare sulla regione di Ashanti [odierno Ghana centrale, ndt]. Questo fattore consentì la penetrazione delle foreste che gli inglesi sfruttarono per l'estrazione della gomma. Intanto un ulteriore espansione della coltivazione del cacao conseguì profitti eccezionali per i colonialisti inglesi.

Nel 1901, il valore di cacao esportato dalla colonia era di £ 43.000, £ 515.000 nel 1907 e £ 2.194.000 nel 1914, quando il cacao costituiva il 49% di tutte le esportazioni e da solo compensava le importazioni dell'intera Costa d'Oro.

La ferrovia permise di accelerare l'esportazione di legname, del valore di £ 169.000 nel 1907. Cacao, oro e legname rendevano la Costa d'Oro, nel 1914, la più prospera di tutte le colonie africane.

Nascita del nazionalismo africano

Alla fine della seconda guerra mondiale, gli stati africani indipendenti almeno nominalmente erano l'Egitto, la Liberia e la ricostituita nazione etiope. Tuttavia, nel 1945 questi stati in realtà erano saldamente sotto il giogo dell'imperialismo.

La monarchia filo-britannica di re Faruk I ha controllato l'Egitto fino al 1952, quando il movimento dei Liberi Ufficiali prese il potere in un colpo di stato popolare. Nel 1956 quando Gamal Abdel Nasser divenne presidente dell'Egitto e nazionalizzò il Canale di Suez, Gran Bretagna, Francia e lo Stato di Israele attaccarono prontamente, ma dopo il fallito tentativo di invasione imperialista, l'Egitto divenne uno dei principali promotori dei movimenti indipendentisti che dilagarono in altre aree del continente tra il 1950 e il 1960.

La Liberia divenne insediamento di ex schiavi africani provenienti dagli Stati Uniti a partire dal 1822. Le fu concessa l'indipendenza nominale nel 1847, ma rimase sotto il giogo degli Stati Uniti e dopo il 1920 venne trasformata nella piantagione di gomma privata della Firestone.

Dopo la sconfitta del fascismo italiano nel 1943, la restaurata monarchia etiope di Haile Selassie cadde sotto il dominio politico, economico e militare statunitense. Nell'Africa del sud, le tre monarchie di Bechuanaland, Basutoland e Swaziland erano sotto protettorato britannico, limitate nella sovranità politica e territoriale.

Tuttavia, a partire dalla fine degli anni Quaranta del XX secolo, sorsero movimenti anticoloniali in tutto il continente. Nel 1956 il Sudan ottenne l'indipendenza dalla Gran Bretagna, seguito nel 1957 dal Ghana.

Nel 1958, la Guinea fu il primo territorio a occupazione francese del continente africano che scelse di affrancarsi dal sistema coloniale. Nel 1954 l'Algeria ha intrapreso una lotta armata e alla fine ha vinto la libertà dall'imperialismo francese nel 1961-62.

Il 1960 fu l'anno della svolta quando un gruppo di stati, ex colonie francesi che in gran parte nel 1958 non si erano unite alla Guinea nella richiesta di liberazione, insieme con le colonie inglesi e belghe, divennero indipendenti. Tra queste: Camerun, Togo, Madagascar, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Benin, Niger, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Ciad, Repubblica Centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Senegal, Mali, Nigeria e Mauritania.

Il Ghana divenne una repubblica nel 1960 e si allontanò dall'imperialismo britannico. Nel 1961, il leader ghanese Kwame Nkrumah avviò un programma politico volto a costruire il socialismo nel paese. Nel 1960 il Ghana aveva formato un'alleanza con la Guinea di Sekou Touré e il Mali di Modibo Keita, per costruire un'unione politica che saldava legami economici e il commercio tra gli stati africani di nuova indipendenza.

Il neo-colonialismo soffoca l'indipendenza nazionale

Nonostante gli enormi risultati conseguiti dai popoli africani, gli imperialisti occidentali hanno escogitato metodi per mantenere il controllo economico e politico sui Nuovi Stati Indipendenti e per soffocare il processo di liberazione delle colonie ancora esistenti. L'esempio emblematico di questi sforzi è stata l'inversione del processo di indipendenza dell'ex Congo belga.

Il 30 giugno 1960, il popolo del Congo proclamò l'indipendenza con il primo ministro Patrice Lumumba e il Movimento nazionale congolese. Nel giro di tre mesi, tuttavia, gli stati imperialisti guidati dagli USA rioccuparono il paese sotto la bandiera delle Nazioni Unite e utilizzarono un movimento secessionista nel sud del Congo per minare la sovranità della nuova nazione.

Nel settembre 1960, le forze ONU misero Patrice Lumumba agli arresti domiciliari da cui riuscì a fuggire verso la regione orientale del paese, dove fu rapito, torturato e giustiziato da Stati Uniti, Belgio e agenti congolesi. Per i cinque decenni successivi, il Congo è rimasto un serbatoio di risorse minerali e manodopera a basso costo per i paesi imperialisti.

Nkrumah nel suo libro Neo-colonialismo: l'ultima fase dell'imperialismo, pubblicato nel 1965, ha dichiarato: "L'essenza del neo-colonialismo risiede nel fatto che lo Stato assoggettato ad esso è, in teoria, indipendente e dispone di tutti gli orpelli esteriori della sovranità internazionale. In realtà il sistema economico e quindi la sua politica è eterodiretta".

Gli stati indipendenti dell'Africa hanno subito numerose battute d'arresto tra il 1960 e il 1980. Insieme all'assassinio di Lumumba in Congo, il governo rivoluzionario di Nkrumah fu rovesciato da un golpe militare reazionario, sostenuto e orchestrato dall'imperialismo statunitense nel 1966.

Poi fu la volta della Nigeria sempre nel 1966, dove il colpo di stato determinò una guerra civile tra il 1967 e il 1970. In Mali il governo progressista di Modibo Keita fu rovesciato nel 1968. In Guinea nel 1984, dopo l'improvvisa morte del presidente Ahmed Sekou Toure, ebbe luogo l'ennesimo colpo di stato militare sostenuto dagli occidentali.

A partire dalla metà degli anni 1980, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, istituzioni finanziarie dominate dagli USA, esercitarono pressioni perché gli Stati africani avviassero programmi di aggiustamento strutturale, che indebolirono il ruolo dei governi sotto il profilo dei servizi sociali e dell'istruzione per le popolazioni.

Vittorie contro l'imperialismo

Nonostante questi sforzi da parte dell'imperialismo, guidato dalla classe dominante degli Stati Uniti, alcune vittorie in Africa offrono speranza e profonde lezioni per il futuro. Nell'Africa del Sud, dopo anni di lunga lotta, i regimi razzisti e coloniali di Rhodesia, Namibia e Sudafrica sono stati travolti dall'azione combinata della di lotta di massa, della resistenza armata e della solidarietà internazionale negli anni 1980 e 1990.

Il governo rivoluzionario di Cuba sotto la presidenza di Fidel Castro ha schierato 250mila soldati in Angola per combattere l'esercito razzista sudafricano tra il 1975-1989. In Mozambico FRELIMO e in Angola MPLA, i partiti al potere che hanno combattuto per l'indipendenza nazionale nei loro rispettivi paesi, hanno sconfitto gli sforzi compiuti dalla CIA e dal regime dell'apartheid sudafricano per rovesciarli.

In Zimbabwe e Sudan, gli imperialisti hanno tentato di avviare una politica per obbligare un cambio di regime e invertire il corso indipendente delle loro politiche interne ed estere. In Somalia, il popolo ha resistito a due occupazioni militari USA e resta saldo nella sua determinazione di sconfiggere le brame di dominazione imperialista nel Corno d'Africa e sulle vie circostanti del Golfo di Aden e dell'Oceano Indiano.

L'Africa Command statunitense o AFRICOM ha tentato negli ultimi due anni di stabilire una base militare per le operazioni nel continente. L'Unione Africana, le organizzazioni regionali e gli stati con maggior autonomia si sono opposti a questi piani, considerando AFRICOM un pericolo per l'indipendenza e la sovranità del continente.

Tuttavia, gli Stati Uniti mantengono una base militare nel paese di Gibuti nel Corno d'Africa e sono impegnati in giochi di guerra e numerosi programmi di formazione per vari stati, con il pretesto di combattere il "terrorismo" e di migliorare la sicurezza regionale. Anche se alcuni regimi fantoccio favoriscono l'appoggio militare degli Stati Uniti, le masse in Africa e le loro organizzazioni popolari continuano a sforzarsi per un'indipendenza genuina, per l'unità e la non ingerenza negli affari interni del continente.

Alla luce dell'attuale crisi economica mondiale, la disperazione dell'imperialismo degli Stati Uniti spinge la classe dirigente ad impegnarsi in nuove avventure militari in Africa. Tuttavia, se la storia degli ultimi cinque decenni presagisce gli avvenimenti a venire, gli operai e i contadini africani continueranno a lottare contro l'intervento occidentale e cercheranno di determinare il destino del popolo del continente in base ai propri interessi nazionali e di classe.

Diritti d'autore del Workers World 1995-2010. La copia letterale e la distribuzione di questo articolo nella sua integrità sono permesse con qualsiasi mezzo, a condizione che questa nota sia riprodotta.

mercoledì 28 aprile 2010

Arriva il “si” tedesco al salvataggio greco





Alla fine dopo intense e continue pressioni sulla Germania, la Merkel potrebbe aver ceduto riguardo alla questione greca. A Berlino vi sono stati colloqui ai massimi livelli tra l’entourage tedesco, la Bce, rappresentata dal presidente Trichet, e con il direttore del Fmi Strauss-Kahn. Le pressioni del Fmie della Bce dovrebbero aver convinto la Merkel a cedere riguardo al lancio di un programma di assistenza e salvataggio a favore di Atene. Entro il 3 maggio potrebbe essere preparato il disegno di legge a riguardo da presentare al Bundestag.
Intanto però la situazione sui mercati internazionali sta diventando drammatica con l’euro sceso a 1,31 sul dollaro e le borse in netta flessione. Nel corso dei colloqui del governo tedesco con il leader del Fmi, Strauss-Kahn ha addirittura messo in relazione la questione greca con un vero e proprio voto di fiducia nei confronti dell’euro. Evidentemente le minacce di Bce e Fmi hanno alla fine convinto il ministro delle finanze tedesco Schaeuble ad accettare di aiutare Atene a condizione che i suoi negoziati con Bce e Fmi abbiano successo.
Secondo i sondaggi intanto crolla la fiducia dei tedeschi nei confronti dell’Ue e solo 20 tedeschi su 100 sarebbero realmente convinti che aderire all’Ue possa loro arrecare dei vantaggi. Stando così le cose si vive in una situazione assai precaria, dove la situazione Greca potrebbe destabilizzare un ambiente già teso e per niente coeso. Intanto anche Obama segue la vicenda greca e manifesta la propria viva preoccupazione nei confronti della situazione disastrosa dei conti ellenici.

Il falso vocabolario degli zingari. Di Susanna Grego; tratto da www.nuovasocietà.it




Danni circola in Internet un vocabolario per tradurre un codice, usato dai nomadi intenzionati a derubare le abitazioni per segnalare quali sono le più interessanti e gli orari più adatti. Ora torna ad essere al centro dell'attenzione pubblica, dopo che alcuni cittadini del quartiere Santa Rita, di Torino, residenti in via Cimabue, hanno visti alcuni di questi segni incisi sullo stipite della porta di casa. Nella zona cresce sempre più in questi giorni la preoccupazione per la presenza di un gruppo di Rom, provenienti dal vicino campo nomadi di Strada del Portone, individuati come i responsabili di furti nei supermercati, risse e atti vandalici. Tanto che sono state raccolte circa 400 firme per chiedere alla Circoscrizione 2 una maggiore presenza delle forze dell'ordine sul territorio.
Un triangolo per indicare che vi vive una donna sola, tre linee ad indicare una casa già svaligiata, una croce per un'abitazione da derubare e ancora M per ricordarsi che è la mattina il momento buono per effettuare il colpo, AM il pomeriggio, N per la notte e così via. Sono questi i simboli attribuiti agli zingari ladri.
Molti elementi, però, fanno dubitare sulla veridicità di questo codice. Le forze dell'ordine ora lo hanno avvalorato, ora smentito.
Quel che è certo, è che circola da più di dieci anni, dal 1997, quando secondo il Corriere di Chieri, nel giugno di quell'anno sarebbe finito anche sul tavolo dell'allora Ministro degli Interni, Giorgio Napolitano, perché il senatore della Lega Nord Luigi Peruzzotti chiedeva di diffonderlo per garantire maggiore sicurezza ai cittadini. Ma c'è chi lo fa risalire addirittura agli anni Sessanta.
Una prima considerazione basata sul buon senso è pensare a quanto sarebbe ingenuo da parte dei ladri segnare con queste informazioni la porta di una casa da svaligiare, quando ormai il significato del codice è noto e disponibile a tutti su Internet, a vantaggio di altri ladri. Inoltre è un metodo poco pratico e macchinoso: per segnalare un'abitazione appetibile a un complice sarebbe molto più semplice portarlo direttamente sul luogo.
In ogni caso, per quanto riguarda i Rom, oltre al fatto che la loro cultura è orale e perciò sono restii ad utilizzare forme di scrittura, nei loro dialetti le iniziali non corrispondono a quelle del codice. AM per pomeriggio al massimo si può far derivare dal francese après-midi, N per notte o nuit, ma non c'è alcun legame tra la lingua francese e i Rom.
Il sociologo francese Jean-Bruno Renard pubblicò un articolo pubblicato nel 1994 intitolato "Le tract sur les signes de reconnaisance utilisés par les cambrioleurs: rumeur et réalité" (in "Le Réenchantement du monde. La métamorphose contemporaine des systèmes symboliques", a cura di Patrick Tacussel, L'Harmattan, Parigi 1994) in cui faceva risalire il codice addirittura agli anni Venti e Trenta, quando erano attribuiti ai viandanti e ai vagabondi che li avrebbero utilizzati per comunicare ad altri loro simili se sarebbero stati accolti favorevolmente o meno dai proprietari delle case a cui avevano bussato. Alcuni simboli, secondo Renard, sono rimasti identici nella forma e nel significato.
C'è da chiedersi il motivo per cui una simile leggenda metropolitana sia sopravvissuta nei decenni. Si può rispondere con le parole che Marc Bloch, famoso storico francese, scrisse nel 1921: "L'errore si propaga, si amplifica e vive solo ad una condizione: trovare nella società in cui si diffonde un brodo di cultura favorevole. In quell'errore, gli uomini esprimono inconsciamente i loro pregiudizi, odi, timori, cioè tutte le loro forti emozioni".

Rilanciare Garibaldi




Ci stiamo avvicinando ad un appuntamento importante per il nostro povero Paese, al 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Questo appuntamento così importante cade in un periodo assai delicato, forse uno dei più delicati dal '45 in avanti, sicuramente uno dei periodi in cui il tessuto sociale è più fragile. Ci troviamo di fronte a un pericolo di cesarismo più volte sbandierato e a una messa in discussione a trecentossessantagradi di tutta l'architettura costituzionale figlia dei valori esaltati dalla Resistenza.
Il 150esimo anniversario cade paradossalmente nel periodo dove più labile è l'identità unitaria del sistema-paese, un periodo questo dove non è più di moda esaltare l'impresa che portò nel 1861 Giuseppe Garibaldi a fare l'Italia, un periodo anzi dove va di moda il contrario, ovvero offendere e denigrare il nostro eroe nazionale. La Lega Nord, partito che va per la maggiore nel nord Italia, le stesse terre dove 150 anni fa i giovani del bresciano e del bergamasco offrivano le loro vite al tentativo eroico di creare dal niente il nostro paese indossando la casacca garibaldina, mette in discussione la figura di Garibaldi al punto di rimproverargli persino di aver liberato il meridione e al punto di auspicare la rimozione delle statue lui dedicate. Ciò che più mi lascia sconvolto tuttavia non è tanto il tentativo leghista di infangare i miti del nostro Risorgimento, tentativo anzi assai coerente al tipo di obiettivi che Bossi e soci si prefiggono, quanto l'assoluta indifferenza del resto del consesso politico, una indifferenza che ogni anno che passa porta a mollare sempre un pezzo in più all'incedere inesorabile del revisionismo.
Anche il PD si impasta la bocca di questo nuovo "ismo", non più comunismo o fascismo, ora ad andare per la maggiore è il federalismo, visto come panacea di tutti i mali di questo povero paese. Se poi si fa notare che il federalismo lascerà intere regioni del sud in mano al malaffare condannandole alle storture congenite nella struttura di potere ivi sedimentatasi, allora si sbandiera il campanilismo di maniera che sa tanto di egoismo e del voler scaricare su altri le colpe di un meccanismo che non funziona.
La verità è che odiano Giuseppe Garibaldi perchè Giuseppe Gairbaldi avrebbe odiato avversari politici di questo tipo; Giuseppe Garibaldi era tutto ma non era un egoista, avrebbe potuto fare l'Italia arrivando solo fino a Roma, eppure scelse di unificarla tutta l'Italia con un gesto eroico, senza badare agli effettivi profitti che si sarebbe potuto trarre da tale gesto. Era un eroe romantico Garibaldi, della pasta che ormai gli uomini hanno smarrito, un eroe di quelli capaci di sollevare la popolazione dal tuo torpore per perseguire degli obiettivi i cui profitti non sono solamente materiali.
E' sacrosanto che la Lega Nord voglia disconoscere il retaggio di Giuseppe Garibaldi, esso non spetta loro e noi non glielo lasceremo. Ci penseremo noi ad onorare Giuseppe Garibaldi, liberatore di popoli proprio come Simòn Bolivàr; ci penseremo noi a portarne avanti la memoria imparandone l'insegnamento.
Nel 2010, in Italia, c'è ancora tanto bisogno di Giuseppe Garibaldi.

Daniele Cardetta

martedì 27 aprile 2010

PD, BERSANI; DILIBERTO (PDCI): "SEPPELLIAMO CONTRASTI: COSTRUIAMO ALTERNATIVA"





(9Colonne) Roma, 27 apr - "Bersani, in una splendida risposta ad una lettrice de 'l'Unità', dice che occorre ripartire dalle idee, prima tra tutte l'uguaglianza. E' musica per le mie orecchie. Da più parti del centrosinistra - dallo stesso Bersani fino a Fava e ad altri ancora - viene l'invito a mettersi tutti al lavoro per l'alternativa a Berlusconi. Sono d'accordo, noi comunisti non aspettiamo altro". E' quanto scrive Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, sul suo profilo facebook.
"Berlusconi - continua Diliberto - è cotto, può sopravvivere un altro po', ma appunto sopravvivere. Intanto il popolo italiano è con l'acqua alla gola.
Salari e pensioni sono troppo bassi, non ci si vive. Le tasse colpiscono quasi esclusivamente i lavoratori, per il resto regna l'evasione. Ha ragione la Cgil, occorre una riforma fiscale vera, non quella fasulla di cui parla da 14 anni Berlusconi. E allora - conclude - dico a tutto il centrosinistra: seppelliamo i contrasti, incontriamoci, costruiamo un'alternativa per l'Italia, cacciamo Berlusconi".

Polveriera Grecia: ora la paura esiste davvero.





Se prima si parlava di Grecia con tono preoccupato ma senza la sensazione che la situazione potesse realmente degenerare, ora si è andati troppo in là e nessuno sa che cosa effettivamente potrà succedere da qui ai prossimi mesi.
Giorgos Papandreou è di fronte a un dilemma ed è contestato da ogni parte come ad esempio nel porto di Atene, dove i portuali hanno scioperato contro il premier, accusato di aver aperto questa estate le acque territoriali elleniche alle navi da crociera straniere. L’Ue e il Fondo monetario del resto non hanno lasciato adito a dubbi riguardo al fatto che se la Grecia vuole continuare a rimanere nelle organizzazioni internazionali dovrà tirare la cinghia, e tanto.
La situazione è esplosiva, i sindacalisti comunisti del PAME, molto potenti nella capitale, hanno annunciato che: “Non cederemo. Liberalizzare serve a poco, come credono di far ripartire l’economia se la gente perde il lavoro e si vede tagliare gli stipendi?”. E si parla di “solo” 22 mila posti nel settore marittimo, molti di più se si prendono in considerazione altri settori di pubblico impiego.
Serve tirare la cinghia dunque, ma l’accusa che le gente furibonda fa al governo è che a pagare saranno ancora una volta i poveri, gli impiegati, e il governo del resto non può fare marcia indietro rispetto ai tagli indiscriminati che sta progettando per rientrare in carreggiata.
I greci del resto sanno perfettamente che il PASOK di Papandreou è solo indirettamente responsabile della crisi, e quindi stanno concedendo al premier un po’ di tempo per approntare le soluzioni giuste al superamento della crisi, anche perché secondo gli ultimi sondaggi il PASOK avrebbe un vantaggio di circa l’8% sul centrodestra.
Storture nella pubblica istruzione, storture nella sanità con un buco di 5 miliardi negli ospedali dove non esiste contabilità e i costi per alcuni attrezzature sono superiori a quelli di Berlino; è chiaro che qualcosa va fatto per riportare in carreggiata il paese ellenico, anche se nessuno sa cosa. E mentre la disoccupazione schizza all’11,3% è possibile notare molte sinistre similitudini tra la situazione greca e quella italiana, per esempio basta prendere in considerazione il problema dell’economia in nero per capire che l’Italia potrebbe tra qualche tempo trovarsi in una situazione assai simile.

lunedì 26 aprile 2010

Mascalzoni????





Un giorno banditi, oggi partigiani. Amare sono le riflessioni che si possono fare a freddo dopo gli episodi di contestazione del 24 e del 25 aprile ai danni della Polverini a Roma e di Coppola del Pdl a Torino. Innanzitutto occorre sottolineare che la festa del 25 aprile è la festa di Liberazione dal Nazifascismo, e che dunque sia inevitabilmente connotata in un certo modo nonostante si cerchi ormai da almeno un decennio di annacquarla in ogni modo con un revisionismo spicciolo che parla di "festa di tutti", esattamente come l'On.Larussa cercava grottescamente di dipingerla quando ancora lo spostamento a destra del nostro paese non era inesorabile.
Occorre poi sottolineare che il PDL è si un partito formalmente di centro destra ma è un partito che non solo si dichiara apertamente "anticomunista", e dunque si dichiara contrario a un partito che ha firmato la Costituzione Italiana, ma, ricordiamolo è nato dall'unione di Forza Italia con Alleanza Nazionale. Inutile ricordare come molti esponenti di Alleanza Nazionale non si riconoscano affatto nei valori dell'Antifascismo, valori fondanti non solo della festa del 25 aprile ma anche della nostra Repubblica. Nel Pdl militano personaggi come il succitato Ignazio Larussa, il quale non nasconde la sua predilezione per Salò per quanto riguarda l'ambito della Resistenza, e come la Polverini, recentemente immortalata in virile saluto romano a braccio teso. Per non parlare a livello locale (Torino) della Montaruli, fascista acclarata (almeno a guardare le foto che circolano sulla rete) che fa parte della stessa giunta di cui fa parte Coppola e che ha vinto con i voti della Lega Nord.
I signori che hanno chiamato "mascalzoni", "imbecilli", coloro che hanno fischiato tali sinistri figuri dovrebbero forse chiedersi che cosa avrebbero fatto i partigiani che hanno l'ambizione e l'arroganza di rappresentare. Sono forse morti sacrificando se stessi nel fiore degli anni perchè un partito apertamente xenofobo governi il Piemonte? si sono forse sacrificati per rivedere nelle istituzioni dopo anni personaggi che hanno difficoltà ad appellarsi "antifascisti"?
Il 25 aprile dovrebbe essere un giorno di festa e di celebrazioni alla memoria di coloro che hanno sacrificato la propria vita per liberarci dal fascismo, la libertà è stato solo un sottoprodotto di tale liberazione, e parlare di libertà eludendo il contesto che ha portato alla sua riconquista è l'ennesimo schiaffo alla memoria dei resistenti, schiaffo che si consuma in un clima di revisionismo mai visto dal 1945.
Si è parlato molto a lungo delle presunte stragi perpetrate dai "partigiani rossi", poco o punto però si dice delle migliaia di fascisti autori di crimini nefandi e che sono stati liberati con l'amnistia Togliatti nel 1946, guardacaso un comunista; e si tace sul fatto che già nel 1947 nelle carceri italiane si potevano trovare migliaia di partigiani, spesso detenuti in forma cautelativa e poi scarcerati per assenza di prove dopo anni, e solo pochissime decine di fascisti.
In un paese in ginocchio come l'Italia i mascalzoni, almeno a me, sembrano altri.
Del resto anche nella Resistenza i partigiani erano chiamati (non da tutti ma dalla parte che oggi va per la maggiore) nientemeno che banditi.
Ieri banditi, oggi partigiani

fgci e gc chiariscono sui fischia coppola




"I fischi a Coppola sono stati sacrosanti. Più che giusto è contestare la profonda ipocrisia gli esponenti di una giunta xenofoba come quella di Cota, che si regge su voti di fascisti acclarati come Augusta Montaruli. " sostengono i Giovani Comunisti e la Federazione Giovanile Comunisti Italiani (rispettivamentele giovanili di PRC e PdCI), "troviamo però vergognoso quello che abbiamo letto sui giornali di oggi. Ci riferiamo a tutte le dichiarazioni con cui i politici di sinistra hanno espresso il proprio disappunto e la propria solidarietà a Coppola e si siano dissociati dalla protesta esattamente come gli esponenti della destra, anche dichiaratamente fascisti come Lonero. Troviamo ancora più imbarazzante," continuano le due giovanili comuniste torinesi, "che nell'elenco di presa di distanze dal fatto ci siano pure i vertici del Partito della Rifondazione Comunista. A maggior ragione dopo che lo stesso partito era sceso in piazza per il No-Lega Day per protestare contro la giunta di cui Coppola fa parte. Noi eravamo presenti sabato sera in piazza Castello, dopo aver partecipato come ogni anno alla fiaccolata," concludono, "e siamo ovviamente orgogliosi di aver contestato Coppola, ma la protesta è arrivata da parte della stragrande maggioranza delle persone presenti, non da pochi estremisti come scritto sui giornali di oggi."

Austria: Fischer sbanca le Presidenziali ma l’estrema destra fa paura





Di Daniele Cardetta

E’ il giorno della vittoria di Heinz Fischer, noto capo di Stato in carica del partito socialdemocratico, il quale ha vinto con un importante 78,9% di preferenze. Il campanello d’allarme però arriva dall’ottimo piazzamento di Barbara Rosenkranz, candidata della destra radicale (FPOE) erede di Haider, che ha conseguito un preoccupante 15,62%.
La notizia dei risultati delle presidenziali arrivano subito dopo la conferma da Budapest della vittoria in Ungheria di nazionalpopulisti nelle elezioni parlamentari dello scorso 9 aprile, segno inequivocabile che all’interno dell’Unione Europea gli slogan della destra radicale riescono a trovare consensi e seguito.
In Austra queste presidenziali sono state le prime dove hanno potuto recarsi alle urne i cittadini dai sedici anni in su, dunque in parte questo potrebbe spiegare l’exploit dell’estrema destra, da cui i giovani disoccupati sono da tempo affascinati.
Bassissima l’affluenza con solo il 49,17% dei cittadini che ha deciso di recarsi alle urne contro il circa 70% del 2004, anno delle scorse elezioni presidenziali.
La Rosenkranz intanto gongola per il suo 15,62%, energica cinquantunenne che ha chiamato i suoi figli con nomi rigidamente germanici sulla falsariga delle usanze del Terzo Reich. Del resto questa simpatica signora si era presentata agli austriaci avendo l’ardire di chiedere la revisione delle leggi che proibiscono la ricostruzione del partito nazionalsocialista o la negazione dell’Olocausto. Ad aggiungere preoccupazioni valide anche per il nostro paese la Rosenkranz ha chiesto con insistenza la proibizione alla costruzione di moschee, sfondando quindi una porta da tempo aperta dai militanti della Lega Nord più radicali anche in Italia.

domenica 25 aprile 2010

Comandante Berlanda: "L'obbligo di fare qualcosa per tutti" ; di Davide Moffa





«Coltivo direttamente, come tutti coloro che hanno combattuto, l'obbligo di fare qualcosa per tutti».

Erano queste, e lo sono tutt'ora, le ragioni che hanno spinto alla lotta partigiana Franco Berlanda.

Professore e architetto in pensione, fu, tra il 1943 fino alla Liberazione, Capo di Stato Maggiore Divisionale delle Brigate Garibaldi impegnate nelle valli di Lanzo e nel Canavese, ovvero tra coloro che diressero e parteciparono alla liberazione di Torino, oltre che del Piemonte.

«Nel novembre del 1944 il comandante delle Forze Alleate, il generale Alexander, aveva ordinato ai partigiani di ritirarsi nei quartieri d'inverno. Ma noi avevamo disobbedito, continuando a combattere: il nostro futuro dipendeva dalla nostra lotta, ne eravamo convinti» ed hanno avuto ragione.

Certo il contributo degli Alleati è stato prezioso, soprattutto per quel che riguarda l'approvvigionamento di armi ed altro materiale (tra cui radio, indispensabili quanto gli indumenti), ma la Liberazione, almeno in Piemonte e nel nord Italia, è avvenuta grazie all'impegno ed all'organizzazione dei partigiani.

All'inizio, subito dopo l'8 settembre 1943, furono in pochi, ad "andar sulle montagne": «e durante gli inverni il numero dei partigiani diminuiva. Ma in seguito ai rastrellamenti dei nazifascisti (che colpivano tanto i partigiani quanto la popolazione civile, ndr.) molti decidevano di unirsi alla lotta».

Alla fine della guerra la 2° e la 4° divisione Garibaldi (quelle impegnate, appunto, nelle valli di Lanzo e nel Canavese) conteranno 610 caduti e 1150 feriti.

Nella primavera del 1945 la vittoria si sente vicina, imminente: gli Alleati avanzano da sud, ad ovest la Francia conduce la sua lotta di liberazione ricacciando i nazisti verso la Germania.

I partigiani piemontesi intensificano le offensive, tanto nelle Langhe e nel cuneese quanto nelle valli di Lanzo e nel Canavese: «prima Lanzo e poi Cuorgnè, e da questi lungo le strade e le ferrovie verso Torino: prima controllando la torre-serbatoio della SNIA (una fabbrica fra Torino e Settimo) e da lì puntando alla città, ai centri strategici.»

Operai organizzati occupano le fabbriche, difendendole dai sabotaggi dei nazifascisti e sostenendo quindi i partigiani.

Dalla Barriera di Milano avanzano verso il centro di Torino, occupando le caserme Valdocco e Cernaia, e infine gli Alti Comandi tedeschi di corso Oporto e la sede della STIPEL (la centrale telefonica).

Da lì a pochi giorni la Liberazione sarà compiuta ed affidata alla storia.

La retorica, così come il revisionismo o la dimenticanza, hanno rischiato e rischiano di stravolgere i fatti della storia, creando o cancellando persone, prima ancora che eroi, come sottolinea Berlanda: «le nostre vicende non erano indirizzate agli stessi obiettivi di chi pensava al traguardo della "bella morte", ma l'amore verso la Patria e per la Libertà».

Una libertà che non è quella generica tanto di moda oggi, bensì una Libertà che non poteva prescindere dagli altri principi universali quali quelli di «Uguaglianza e Fraternità», che saranno poi alla base della Costituzione repubblicana.

La Liberazione ha significato «riconquista dell'indipendenza e della dignità della Patria italiana», una dignità (altro termine pericolosamente desueto) appunto declinata secondo quei principi di libertà, uguaglianza e fraternità.

«E va ricordato a tutti coloro che magari ignorano la nostra storia e nello stesso tempo si rallegrano della loro libertà– conclude Berlanda – come se questa fosse stata concessa senza che alcuno si fosse impegnato in un tremendo scontro in cui molti sono morti, e tanti altri hanno rischiato di perdere la vita perché questo traguardo potesse essere raggiunto».

venerdì 23 aprile 2010

Aldo dice 26x1; di Daniele Cardetta


A pochi giorni dall'insurrezione di Torino gli alleati avevano stilato un rapporto militare sulle forze partigiane presenti in città che era improntato a un pesante pessimismo. I partigiani, male armati ed eterogenei nelle loro strutture di comando, lasciavano perplessi inglesi e americani sulle loro possibilità di vittoria nell'insurrezione che era ormai considerata prossima. A Torino invece i tedeschi e le truppe repubblichine erano ben armate, basti pensare che le truppe di istanza nel capoluogo torinese agli ordini del Generale Schlemmer disponevano anche dei temibilissimi carri Tiger.

Gli alleati tentarono in tutti i modi di smorzare l'entusiasmo partigiano nella città di Torino, ma contrariamente alle loro indicazioni le fila dei patrioti si ingrossavano giorno dopo giorno, coerentemente alle indicazioni del CMRP e di Togliatti. Come se non bastasse a Torino era altissimo il rischio di rappresaglia massiva da parte delle formazioni partigiane contro quelle volontarie fasciste come la Muti o la Decima Mas dopo mesi di durissimi atti di sangue e di efferate violenza da essi perpetrate contro gli antifascisti.

Mentre a est e sud di Torino iniziavano a mobilitarsi le formazioni di Barbato e degli autonomi di Tonino, i fascisti si preparavano a vendere cara la pelle iniziando ad allestire gruppi chiamati di "Arditi della morte", i quali dovevano essere composti da cecchini pronti a tutto pur di disgregare l'unità dei partigiani. A pochi giorni dall'insurrezione inoltre destò preoccupazione il fatto che le truppe naziste presenti in Piemonte avrebbero potuto ripiegare su Torino prima di cercare la fuga verso la Svizzera, e dunque avrebbero soverchiato le truppe partigiane per numero rischiando di creare una situazione senza uscita.

Il colonnello alleato Stevens, di istanza a Torino, temeva che l'insurrezione sarebbe potuta sfuggire di mano, e dunque fece di tutto per cercare di dividere e contenere i partigiani dato che era solo una questione di tempo prima che le forze americane e inglesi raggiungessero il Piemonte, anche se essendo diventata l'Italia un teatro di guerra secondario, nessuno poteva immaginare quanto presto questo sarebbe potuto accadere.

Nonostante Stevens esercitava tutta la sua influenza per cercare di rimandare o evitare l'insurrezione, alle ore 19 del 24 aprile il CMRP emanò l'ordine che prevedeva l'insurrezione e l'attacco a Torino da parte delle formazioni partigiane previsto per l'una del 26 aprile: il famoso comunicato"Aldo dice 26x1" che recitava: "Aldo dice 26 x 1. Nemico in crisi finale. Applicate piano E27. Capi nemici et dirigenti fascisti in fuga. Fermate tutte le macchine et controllate rigorosamente passeggeri trattenendo persone sospette. Comandi Zona interessati abbiano massima cura assicurare viabilità forze alleate su strada Genova – Torino et Piacenza – Torino".

Il 25 aprile, data eletta a simbolo della Liberazione, in realtà a Torino non fu il giorno più pregnante. Il Comando del CLN ordinò la mobilitazione di tutte le formazioni cittadine come i Gap e i Sap, incaricate di difendere gomito a gomito con gli operai le fabbriche della città, che si temeva non a torto i tedeschi avrebbero cercato di minare prima di abbandonare Torino. Mentre le fabbriche venivano occupate, alle 21 i partigiani della VIII zona iniziavano a penetrare in città dalla periferia orientale, ma furono arrestati da un comando del CMRP che imponeva di "non procedere verso gli obiettivi in città se non dietro specifico ordine del Comando Piazza". Nonostante il divieto tuttavia parecchie centinaia di partigiani si unirono comunque ai difensori delle fabbriche mentre combattimenti iniziavano a infuriare nella notte un po' dappertutto.

Nel frattempo gli alleati erano in fibrillazione perché si temeva che la 34° divisione tedesca stesse ripiegando su Torino durante la sua ritirata, e il suo arrivo era stato previsto per il 26 aprile.

Alle ore 18 del 25 aprile i tedeschi attaccavano Mirafiori con carri armati e autoblinde, ma venivano ricacciati dagli operai in armi asserragliati nello stabilimento e pronti a fare fuoco di sbarramento.

Alle 21 la SPA veniva attaccata da Corso Ferrucci ma anche qui gli operai a prezzo di gravissime perdite riescono a ricacciare le truppe fasciste della X Mas.

Si combatteva anche alla Lancia, ai Grandi Motori, alla Nebiolo e alle Ferriere Piemontesi.

Si combatteva a Porta Nuova dove il SAP dei ferrovieri a prezzo di gravi perdite ricacciava però i nazifascisti tenendo il controllo della stazione ferroviaria.

Al mattino del 26 aprile le staffette in bicicletta facevano sue giù per la città rischiando di essere spazzati dalle mitragliatrici per consegnare gli ordini alle formazioni, si combatteva in Corso Principe Oddone, nella zona di Via Peyron, e alla stazione Dora.

Alle 12 del 26 aprile il CMRP riceveva una prima proposta dai fascisti che volevano trattare per il "trapasso dei poteri" purchè si consentisse a chi lo volesse di poter seguire i tedeschi in ritirata dalla città e di far passare senza attacchi la 34° divisione di Schlemmer, diretta verso Milano. Il CLN rifiutò ogni tipo di accordo annunciando di aver assunto il controllo della città.
La lotta tra le due parti non era intanto finita, anzi dopo il rifiuto di trattare si fece più aspra, i nazifascisti si battevano disperatamente confortati dal possesso di molti carri armati. I lavoratori torinesi invece potevano contare soltanto sulle loro forze perché le unità partigiane erano sempre trattenute fuori della città dall'equivoco ordine della sera del 25, ritenuto del col. Stevens.

Alle 14 le milizie fasciste riconquistavano la questura e il municipio e iniziano a combattere presso l'Aeritalia ma l'intervento dei sappisti evitava il peggio e allontanava momentaneamente i nazifascisti.

I partigiani intanto stavano per arrivare, era solo una questione di tempo, e le prime formazioni guidate da Oscar e Trumlin (il distaccamento Lupo) già alle 12 avevano attaccato Superga sbaragliando il nemico e avevano passato lo Stura liberando il quartiere della Barca.

Nonostante piovesse a dirotto i primi reparti di partigiani iniziavano a dirigersi verso Corso Regina Margherita e alle 14 e 30 unità garibaldine e autonomi della"Monferrato" avanzavano da Corso Casale verso il centro ingaggiando conflitti a fuoco con i fascisti trincerati nelle caserme. Una colonna di GL occupava Porta Susa e alcuni reparti garibaldini sfidavano la morte facendo capolino sino in Piazza Castello.

Alle ore 18 la svolta: il Comando della VIIIa zona riceveva il seguente messaggio: "L'ordine da voi ricevuto ieri sera è falso. Arrestate chiunque lo abbia portato, chiunque esso sia. Non può essere altro che una provocazione. Il CMRP ordinò a tutte le formazioni dell'VIIIa Zona di entrare immediatamente in città con tutte le forze disponibili". Era l'inizio dell'attacco vero e proprio dei partigiani ma nella notte del 26 si consumava il dramma di un gruppo di partigiani garibaldini che sacrificavano la loro vita contro i carri Tigre delle SS per evitare che la brigata partigiana venisse presa di sorpresa.

All'alba del 27 la brigata GL "Giaime Pintor" avanzava fino al ponte Umberto I, e insieme alla brigata Garibaldi "Gardoncini" attaccavano il palazzo della Propaganda Staffel.

Alle 10 e 30 i repubblichini venivano ricacciati nelle Carceri Nuove le quali caddero in mano partigiana solo poche ore dopo. Intanto carri tedeschi continuano a girare per la città sparando a vista e seminando lutti e panico tra la popolazione.

Alle 11 don Garneri si presentava al CLN latore di una terza richiesta dei tedeschi che insistevano per ottenere che le loro due divisioni potessero attraversare una parte della città, non chiedevano più 48, ma soltanto alcune ore di tempo; in caso di rifiuto minacciavano di fare di Torino una seconda Varsavia.

Il generale Schlemmer alla testa della 34a Panzerdivisionen e della Va Alpenjager "Gambus", 35 mila uomini e 60 carri armati "Tigre", che aveva posto la sede del suo Comando nel Castello di Stupinigi, dopo aver tentato invano di riprendere in mano la situazione, facendo fare delle puntate in città a reparti corazzati, comunicò di essere disposto a capitolare purché gli fosse lasciata via libera per Milano. Cosciente del grave pericolo che una concessione del genere avrebbe potuto rappresentare per le altre città insorte che si sarebbero viste piombare alle spalle le divisioni tedesche, il CMRP ancora una volta respinse senza esitazione la richiesta.

Alle 13 i tedeschi attaccavano in forze le fabbriche torinesi tra cui la Siomat in Corso Peschiera e i Grandi Motori, ma la reazione partigiana fu aspra e in molti trovarono la morte nella battaglia.

Alle 15 le forze nazifasciste tenevano ancora la linea piazza Statuto, corso Principe Eugenio, corso Regina Margherita (piazza Emanuele Filiberto esclusa), Giardini Reali, piazza Cavour, piazza Carlo Felice, corso Oporto, corso Mediterraneo.

Resisteva ancora la caserma di Via Asti che i fascisti utilizzavano come luogo di tortura, nonostante i sappisti l'avessero attaccata sin dal primo pomeriggio del 26 aprile.

Nella notte i fascisti si vedevano perduti e tentarono una sortita all'esterno, respinti dopo aver ucciso alcuni prigionieri cercarono di fuggire a gruppi con abiti civili da un cunicolo sotto la caserma.

Nella notte del 27 i tedeschi riuscivano a sfondare alcuni posti di blocco per fuggire dalla città in direzione Chivasso.

La mattina seguente la resistenza fascista e tedesca a Torino era quasi cessata, rimanevano i cecchini a seminare morte spesso tra poveri innocenti scesi in strada traboccanti di gioia, e qualche fortilizio dove si sparava ancora.




Il pericolo era ormai solo più rappresentato dalle forze tedesche a occidente della città con Schlemmer che raccoglieva le sue forze residue tra Rivoli e Pinerolo "nella folle illusione di raggiungere per la sinistra del Po il Veneto prima degli Alleati e di qui la sua patria". Si arrivò alla situazione paradossale che Torino era libera ma minacciata dalle truppe tedesche asserragliate nella cintura, che minacciavano perdipiù di bombardarla.

La sera del 29 aprile si consumò l'ultima atrocità dei nazisti. I sappisti di Grugliasco concessero il passaggio nella città ai nazisti in cambio della garanzia che non venissero commesse rappresaglie sulla popolazione, ma i tedeschi non appena entrati nella città li attaccarono a tradimento e fucilarono 58 sappisti e 7 civili per la strada. Presto però Schlemmer capì che dal Piemonte ogni via per lasciare l'Italia era chiusa dai partigiani, quindi ripiegò verso Venaria per poi firmare la resa alle 17 del 3 maggio nelle mani di un colonnello americano dopo che due giorni prima gli alleati erano arrivati a Torino trovandola ormai liberata.

Torino e il Piemonte erano liberi, e la guerra finita.

giovedì 22 aprile 2010

Giornata del Prigioniero. Dal '67 a oggi, 750 mila palestinesi arrestati da Israele. [tratto da www.resistenze.org]






Gaza - Infopal. Un nuovo rapporto pubblicato dall'ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi 'Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.

Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata del prigioniero palestinese, che cade ogni anno il 17 aprile, evidenzia che vi sono circa 70.000 prigionieri messi in carcere da Israele a partire dall'Intifada di al-Aqsa (scoppiata il 28 settembre 2000), tra cui si contano circa 850 donne e 8.000 ragazzini.

Farwana chiarisce che gli arresti non si limitano ai membri di una specifica parte politica o di un settore della società, ma interessano tutti, indistintamente, comprendendo bambini, ragazzi, vecchi, ragazze, madri e mogli, malati e invalidi, operai e accademici, parlamentari ed ex ministri, leader politici, sindacali, professionali eccetera.

Farwana osserva perciò che quello di "prigioniero" è, nello specifico lessico palestinese, il termine più chiaro e stabile, essendo ormai entrato a far parte della cultura palestinese, poiché non vi è famiglia palestinese in cui uno o più membri non siano stati arrestati. Pertanto la questione dei prigionieri è diventata una questione centrale per il popolo palestinese, interessando ogni famiglia palestinese.

Farwana rivela nel suo rapporto che il totale dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, al 15 aprile 2010, è di circa 7.000, tra cui 35 donne e 337 ragazzini, oltre a 257 "detenuti amministrativi". Tra costoro, vi sono anche ben 15 parlamentari ed ex ministri, nonché leader politici. Tutti sono distribuiti in circa venti carceri, istituti penitenziari e centri di detenzione, i più noti dei quali sono quelli di Nafha, Rimon, Ashqelon, Beersheba (Bi'r as-Sab'), Hedarim, Jalbu', Shatta, ar-Ramla, ad-Damon, Hisharun, più i penitenziari del Negev, di Ofer, di Megiddo...

Circa 5.110 detenuti (il 73% del totale) scontano pene di diversa durata: 791 prigionieri scontano uno o più ergastoli, 579 sono i prigionieri condannati a pene superiori ai vent'anni e 1.065 scontano pene comprese tra i dieci e i vent'anni.

Ve ne sono poi 1.633 (il 23,3% del totale) in attesa di giudizio, con i "detenuti amministrativi" che sono 257 (il 3,7% del totale), mentre otto sono agli arresti in base alla legge sui combattenti illegali.

Da quando è scoppiata l'Intifada di al-Aqsa, le autorità d'occupazione hanno emesso a carico di palestinesi circa 20.000 condanne alla "detenzione amministrativa", tra nuovi arresti e rinnovi di precedenti arresti, così 257 palestinesi sono ancora in carcere in base a questo tipo di detenzione.

Per quanto riguarda i ragazzini, il curatore del rapporto evidenzia che gli occupanti israeliani, dall'inizio dell'Intifada di al-Aqsa, ne hanno arrestati circa 8.000, di cui 337 sono ancora in carcere, rappresentando oggi una percentuale del 4,8% del totale dei prigionieri. Tra costoro, 298 hanno un'età compresa tra sedici e diciotto anni e 39 hanno meno di sedici anni, ma sono egualmente esposti a tutti i maltrattamenti, le punizioni, i diritti negati ecc. che devono sopportare gli adulti, pertanto il loro futuro è fortemente a rischio e la loro situazione è in contrasto senz'altro con tutte le norme e i patti internazionali sui diritti dell'infanzia.

Il 97% dei ragazzini arrestati sono stati sottoposti a torture: sacchetti in testa, terrore, botte. Vi sono tra coloro circa 400 prigionieri che hanno compiuto diciott'anni in galera e continuano ad essere in galera; altri invece sono stati arrestati che erano ragazzini, ma poi hanno passato in carcere più anni di quelli che ne avevano passati fuori.

Per quanto riguarda le prigioniere, Farwana riferisce che le forze d'occupazione israeliane, a partire dall'Intifada di al-Aqsa, hanno arrestato circa 850 donne. Oggi in carcere ve ne sono 35: una è di Gaza (Wafa' al-Bus), in isolamento nel carcere di ar-Ramla da alcuni mesi; quattro sono di al-Quds (Gerusalemme), tre della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e le altre di varie località della Cisgiordania. Tutte si trovano in luoghi inadatti per delle donne, senza alcuna attenzione al fatto che sono donne, ai loro bisogni, quindi senza alcun rispetto dei loro diritti sanciti nei trattati internazionali. Cinque di queste prigioniere scontano pene all'ergastolo: Ahlam at-Tamimi, Qahira as-Sa'di, Sana' Shahadeh, Du'a' al-Jayyusi e Amina Muna.

Quattro di queste prigioniere hanno partorito in carcere, senza poter godere di condizioni adeguate a livello medico e senza che i familiari potessero star loro accanto durante il parto in ospedale. Queste 'madri in carcere' sono: Mirfat Taha, di al-Quds (Gerusalemme), il cui bambino è nato l'8 febbraio 2003; Manal Ghanim, che ha partorito il 10 ottobre 2003; Samar Subayh, del campo profughi di Jabaliya (Gaza), che ha messo al mondo un figlio il 30 aprile 2006; Fatima Az-Zaqq, il cui figlio Yusuf ha visto la luce il 17 gennaio 2008. Tutte, adesso, sono state liberate.

Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica dei prigionieri, Farwana osserva che la stragrande maggioranza (5.873, ovvero l'83,9%) è della Cisgiordania, mentre quelli della Striscia di Gaza sono 735 (il 10,5% del totale); invece, quelli di al-Quds (Gerusalemme) e della Palestina occupata nel '48 [Israele, ndr] sono 392 e rappresentano il 5,6% del totale, per non parlare poi delle decine di detenuti di vari Paesi arabi.

Per quanto concerne gli aspetti sociali, il rapporto sottolinea che la maggioranza dei prigionieri sono ragazzi non sposati tra i diciotto e i trent'anni: 4.760 (il 68% del totale) sono per l'appunto non sposati.

Vi sono poi 313 detenuti in carcere da prima degli "Accordi di Oslo" e dell'edificazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (4 maggio 1994): 126 sono della Cisgiordania, 125 della Striscia di Gaza, 41 di al-Quds (Gerusalemme), 20 della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e uno del Golan [al-Julan, ndr] siriano occupato.

Tra i "veterani" ve ne sono 115 che sono in carcere da più di vent'anni di fila. Essi sono noti come "i decani della prigionia". Tra questi vi sono i cosiddetti "Generali della perseveranza" che comprende quattordici prigionieri, e sono quelli che hanno trascorso in carcere più di un quarto di secolo consecutivamente: questa denominazione gli è stata attribuita in virtù della loro pazienza e perseveranza dimostrate nel sopportare ogni difficoltà. Si tratta di Na'il al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 4 aprile 1978), Fakhri al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 23 giugno 1978), Akram Mansour (di Qalqiliya, agli arresti dal 2 agosto 1979), Fu'ad ar-Razim (di al-Quds/Gerusalemme, in carcere dal 30 gennaio 1981), Ibrahim Jaber (di al-Khalil/Hebron, arrestato l'8 gennaio 1982), Hasan Salama (di Ramallah, in prigione dall'8 agosto 1982), 'Uthman Maslah (di Salfit, arrestato il 15 ottobre 1982), Sami, Karim e Maher Younis (della Palestina del '48/Israele), in carcere dal gennaio del 1983, Salim al-Kayyal (in carcere dal 30 maggio 1983), Hafid Qandas (di Yafa/Giaffa, arrestato il 15 maggio 1984, 'Isa 'Abd Rabbo (di Betlemme, in carcere dal 20 ottobre 1984), Ahmad Farid Shahadeh (di Ramallah, agli arresti dal 16 febbraio 1985). È degno di nota che tre di questi "Generali della perseveranza" sono nelle carceri di Israele da oltre trent'anni.

Per ciò che attiene alle condizioni sanitarie dei prigionieri, il rapporto, senza timore d'esagerare, consente di affermare che tutti costoro soffrono di varie malattie causate dalle dure condizioni in cui versano le prigioni (incuria sanitaria, cure vietate ecc.). Alcuni di questi malati soffrono di patologie gravissime, ed alcuni sono addirittura in stato terminale, come quelli che, e sono decine, sono malati di cancro.

Farwana, nel suo rapporto, fa riflettere sul fatto che Israele è l'Unico Stato al mondo che ha reso le torture fisiche e psicologiche, proibite in ogni loro forma a livello internazionale, una cosa legale tra i suoi apparati di sicurezza e giudiziari, fornendo loro addirittura copertura. Gli apparati di sicurezza israeliani praticano la tortura contro i prigionieri palestinesi in circa settanta modi diversi, a livello corporale e psicologico: percosse, congelamento, terrore, scosse, stare in piedi a oltranza, privazione del sonno e del cibo, isolamento, pressioni sui testicoli, rottura delle costole, percosse sulle ferite, imprigionamento dei parenti (puniti anche davanti al prigioniero), sputi in faccia, incaprettamento, botte allo stomaco e alla testa eccetera.

Farwana ha dichiarato che nel periodo per il quale esistono statistiche ufficiali si può dire che vi sia una stretta relazione tra l'arresto e le torture, poiché tutti quelli che sono stati arrestati sono stati in qualche modo torturati, psicologicamente o corporalmente, oppure sono stati sottoposti a danneggiamenti morali e ad umiliazioni di fronte ad un pubblico o a membri della loro famiglia.

Nel suo rapporto Farwana ricorda che, in base alla documentazione a sua disposizione, dal 1967 i martiri tra i prigionieri sono 197, l'ultimo dei quali è stato 'Ubayda Maher al-Qudsi ad-Duweyk (25 anni, di al-Khalil/Hebron), arrestato e ferito il 26 agosto 2009, ma deceduto il 13 settembre 2009 perché rimasto senza le cure necessarie.

Tra i prigionieri che hanno trovato il martirio in carcere se ne contano 49 a causa dell'incuria sanitaria, 70 a causa delle torture, 71, intenzionalmente, dopo l'arresto e 7 a causa di un eccessivo utilizzo della forza o ammazzati con una revolverata dentro il carcere.

Berlusconi contro Fini...atto finale?





Vi ricorderete la notte dei lunghi coltelli in cui Adolf Hitler decise il giro di vite contro le SA di Rohm,ecco il dramma che si sta svolgendo tra Berlusconi e Gianfranco Fini all'interno del PDL nè è la grottesca riedizione tragicomica in salsa italiana.
Paradossale che proprio Gianfranco Fini abbia messo in discussione il dominio dell'Imperatore Silvio, ancor più paradossale il sacro furore di Berlusconi nel rispondergli. Nel suo intervento Fini ha messo molta carne al fuoco, a cominciare dall'attacco alla Lega, il quale sarebbe diventato il Senior Partner della coalizione di governo. Il presidente della Camera ha poi attaccato la Lega per aver messo in discussione la liceità dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, ritenendo inaccettabile tale modus verbandi. Critiche di Fini anche all'atteggiamento di Berlusconi nei confronti della crisi economica, contro la quale non sarebbero state approntate le giuste contromisure.
Toni alti, discussione tirata e facce lunghe a seguito della bagarre, ora non resta che vedere dove approderà questa crisi istituzionale anche se non sembrano esserci i margini per una rottura. Certo è che Fini è stato duramente attaccato da Berlusconi nel corso della replica alle sue accuse, e che sicuramente il loro rapporto si è incrinato, forse per sempre.
Difficile che si decida di andare alle urne a seguito di una crisi di governo, anche perchè per la sinistra vista la potenza espressa dalla Lega potrebbe essere l'ennesima disfatta. Berlusconi si mostra in tutto il suo volto aggressivo e soprattutto sostiene che la Lega abbia in realtà la stessa posizione sull'immigrazione che era di Alleanza Nazionale. Staremo a vedere


I pistoleri dell’estrema destra in marcia su Washington





Il Secondo Emendamento della Costituzione americana prevede il diritto dei cittadini americani ad armarsi, un diritto che a ben vedere non appare in pericolo vista la diffusione capillare di armi da fuoco in tutto il territorio degli Stati Uniti.

Eppure le "milizie" dell'estrema destra americana proprio non sopportano Obama e il suo entourage, tanto che si sono dati appuntamento, armi alla mano, proprio a ridosso della Casa Bianca, con il proposito di urlare tutta la loro contrarietà nei confronti di un governo che definiscono sprezzantemente composto da "socialisti".

Aldilà della facile e salace constatazione che tali militanti di "socialismo" devono avere una visione perlomeno un po' troppo superficiale, rimane il fatto che questi personaggi hanno fatto sentire la propria voce mostrando come l'opposizione a Obama non sia solamente virtuale.

Tutta la mobilitazione dell'estrema destra americana si basa in realtà su un fraintendimento, sulla convinzione cioè che Obama sia lì lì per decidere una limitazione della vendita libera di armi. Nulla di più lontano dal vero in realtà, anche perché la vendita di fucili è aumentata esponenzialmente negli ultimi due anni, tuttavia l'isteria delle associazioni è alle stelle. Contrari non solo a limitare la vendita di armi ma anche a limitarne l'esposizione in pubblico, i militanti dell'estrema destra americana difendono il loro diritto a sparare e vomitano tutte le loro offese contro l'"africano socialista" Obama.

Rifiutano in modo radicale la riforma sanitaria, bollata proprio come socialista, e ammoniscono in modo sinistro che i loro diritti vengono da Dio e non dal governo.

Inquietanti le parole di Paul Braun, repubblicano georgiano: "Dobbiamo fare la rivoluzione, la rivoluzione elettorale a novembre. Quando voterete ci riprenderemo questo governo e lo toglieremo ai socialisti di Obama. Voi sarete l'avanguardia della rivoluzione".

Se il buongiorno si vede dal mattino...

I COMUNISTI AL NO LEGA DAY





Dopo la disfatta elettorale e l'attacco su larga scala della Lega Nord che ha attecchito anche nella nostra regione, occorre quanto prima riorganizzarsi per dimostrare l'estraneità di Torino e dei torinesi a questa deriva reazionaria e xenofoba.
Apertamente razzisti i leghisti non si nascondono, nemmeno i comunisti. Chi vuole dividere l'Italia dichiarando di volersi pulire il sedere con il tricolore non merita poi di sedersi in Parlamento rappresentando lo stesso paese che sta umiliando di fronte a tutto il mondo.
Per questo il 24 aprile alle 16 in Piazza Castello i comunisti saranno presenti con la cittadinanza per festeggiare al meglio la vigilia della Liberazione.

la Lega contro Bella Ciao





Polemiche a Mogliano, nel Trevigiano, in vista dei festeggiamenti per il prossimo 25 aprile. Come scrive oggi la Tribuna di Treviso il neo sindaco leghista Giovanni Azzolini vorrebbe eliminare la tradizionale canzone partigiana "Bella ciao" dalla scaletta della banda che dovrà suonare durante la parata in ricordo della festa della liberazione.
"Meglio cantare la canzone del Piave", ha detto il primo cittadino, scatenando le proteste della locale sezione dell'Associazione nazionale dei partigiani.

Il presidente dell'Anpi moglianese, Maurizio Beggio, ha infatti commentato con disappunto la proposta: "Non mi da fastidio che suonino il Piave, o "la bella Gigogin" ma si faccia anche Bella Ciao; è una canzone di tutti" - commenta Beggio