domenica 26 giugno 2011

Continua la protesta degli Indignados


Hanno gremito le piazze di mezza Spagna, gli ormai famosi “indignados” che hanno fatto parlare di loro in tutta Europa, e ora sono passati alla seconda fase della loro lotta politica, sicuramente la più faticosa e dura. Questa mattina infatti una cinquantina di “indignados” ha lasciato a piedi Barcellona, munita solamente di sacco a pelo, con l’intento di raggiungere a piedi Madrid in un mese. Un viaggio durissimo nel quale i manifestanti via via accompagnati e raggiunti da altri ragazzi, con i quali convergeranno per il 24 luglio proprio a Madrid, dove è stata organizzata una grande manifestazione nazionale.

Da Barcellona a Madrid ci sono 652 chilometri, un percorso davvero difficile soprattutto perchè verrà affrontato sotto la calura estiva da quella che si preannuncia come una vera e propria marcia popolare. Altri manifestanti hanno già lasciato Valencia e Cadice, e stanno marciando a piedi a loro volta verso Madrid. Secondo uno degli organizzatori, chiamato David, questa marcia sarà «una nuova tappa per far recepire l’indignazione, perchè crediamo che camminare sia un modo per scambiarsi idee, per ascoltare, per costruire dei domani allo stesso tempo numerosi e diversi, uniti dalla stessa indignazione». Ogni sera, al termine della marcia diurna, si terrà un’assemblea, e la colonna farà tappa in più di 29 paesi e città al fine di aggregare altre persone alla marcia verso Madrid. Quello degli “indignados” è un fenomeno che dalla Spagna si è diffuso anche in Grecia, dove peraltro esistevano già movimenti di questo tipo creatosi nei duri mesi di tagli imposti dal governo, ed è stato esportato per certi versi anche in Francia. Bisognerà seguire con viva attenzione la manifestazione del 24 luglio per valutare che prospettive sociali e politiche potranno portare con sè questi “indignados” spagnoli.

lunedì 20 giugno 2011

Trovato nuovo diario del "Che"


20 giu. Tutti conoscono le gesta di uno dei personaggi più affascinanti e amati del XX secolo, stiamo parlando di Ernesto “Che” Guevara, il famosissimo medico argentino che legò il suo destino a quello di Fidèl Castro e della Rivoluzione cubana del 1959. Oggi, grazie ad alcuni appunti che si pensavano perduti e sono invece stati ritrovati e tradotti, è stato pubblicato un nuovo diario che racconta proprio degli anni della guerriglia a Cuba. I ricercatori che si sono occupati di questo lavoro hanno dovuto impiegare anni per decifrare la scrittura a mano dell’icona rivoluzionaria, ma il frutto del loro lavoro è un diario che parla dei tre anni di guerriglia contro l’allora presidente Fulgencio Batista. Il diario, per l’appunto, offre un resoconto dettagliato e ricco di particolari della guerriglia sulla Sierra Maestra e della marcia effettuata dai rivoluzionari dalla parte meridionale del paese verso L’Havana, senza trascurare anche curiosità e particolari sulla complessa relazione tra il “Che” e Fidèl Castro.

Il nuovo libro è stato edito dal ” Che Guevara Studies Centre”, brillantemente diretto dalla sua vedova, Aleida March, la quale sostiene che con questo ultimo lavoro i lettori potranno realmente affacciarsi dentro la mente del “Che”, apprendendone i timori e le speranze, e comprendendo effettivamente il suo modo di pensare e di relazionarsi con la vita. Alcune delle note contenute nel diario in questione erano state usate da Che Guevara nel suo racconto del 1963 sulla campagna della Sierra Maestra: “Episodi della guerra rivoluzionaria cubana”, ma questi diari non erano mai stati trovati e si credevano perduti. I ricercatori hanno voluto sottolineare che la pubblicazione di queste note scritte a mano è stata ritardata in quanto mancavano alcuni fogli e lo scritto era assai difficile da decifrare.

A distanza di ormai 44 anni dalla morte del “Che” in Bolivia, il suo mito e il suo ricordo sono ancora vivissimi in tutto il mondo, tanto che continua a essere uno dei personaggi più amati dai giovani e dai rivoluzionari. La speranza è che questo nuovo diario possa tenere acceso il dibattito e l’attenzione su un personaggio forse sin troppo famoso e noto per il suo carisma e il suo appeal, e troppo poco conoscuto invece per quanto riguarda il suo pensiero, il suo lavoro, e le sue teorie.

Daniele Cardetta

Venti di guerra tra le due Coree


Il mondo in questo 2011 si presenta instabile come mai lo era stato almeno da vent’anni a questa parte; le aree di instabilità aumentano sempre di più, basti pensare al Nord Africa, che fino a tutto il 2010 rientrava nelle zone considerate “stabili” del pianeta. Una delle aree maggiormente instabili che rischia continuamente di precipitare in un conflitto armato pericoloso è proprio quella delle due Coree, che restano divise ormai dal lontano 1953, data in cui venne firmato tra la Corea del Sud e quella del Nord l’armistizio di Panmunjeon, il quale smilitarizzava la penisola coreana senza però sancire un vero trattato di pace. Negli ultimi anni abbiamo assistito a continui incidenti tra i due paesi, i quali spesso hanno rischiato una vera escalation di violenza incontrollabile che però non sarebbe stata voluta da nessuno, menchemmeno dalla Cina, la quale continua a sostenere il governo di Pyongyang con forniture di vario tipo.

Qualche giorno fa un nuovo incidente ha ulteriomente aumentato la tensione tra i due paesi; venerdì infatti un jet sudcoreano stava per atterrare all’aereoporto internazionale di Seoul, abbastanza vicino al confine con la Nord Corea, quando è stato oggetto di colpi da arma da fuoco da parte dei marines. Fortunatamente il velivolo civile, che trasportava ben 119 persone, non ha subito danneggiamenti ed è riuscito comunque ad atterrare senza avere feriti a bordo. Questo incidente, l’ennesimo, mostra come sia alta la tensione al confine tra le due Coreee, dove si trovano soldati pesantemente armati da entrambi le parti, aumentando il rischio di incidenti e di errori. Il personale di difesa militare e dell’aviazione civile non ha potuto commentare immediatamente l’accaduto di venerdì, anche se una fonte della compagnia aerea del velivolo confermerebbe che i marines avrebbero sparato con armi leggere contro uno degli aerei provenienti a Seoul dalla Cina, e che non vi sarebbero stati danneggiamenti. In base a quanto si è potuto comprendere a qualche giorno dall’incidente due marines che stazionavano nell’isola di Gyodong avrebbero sparato alla volta dell’aereo che procedeva in direzione dell’ areoporto internazionale Incheon di Seoul, scambiandolo per un aereo militare nordcoreano.

L’aereoporto di Incheon si trova a sole 25 miglia a sud dal confine con la Nord Corea, e la compagnia aerea non avrebbe riscontrato alcuna irregolarità nella rotta dell’aereo. Intanto arrivano anche notizie relative a un altro incidente, quello riguardante un gruppo di nordcoreani che aveva passato la frontiera verso la Corea del Sud in barca lo scorso week-end, sembra che la Sud Corea abbia deciso di non rimandarli indietro dicendo che tutti e nove i profughi si sarebbero rifiutati di fare ritorno a Pyongyang, forse avendo paura di eventuali probabili rappresaglie. La Nord Corea aveva ovviamente subito chiesto il rientro immediato dei nove profughi che erano sbarcati sabato scorso su un’isola sudcoreana a bordo di due piccole imbarcazioni, e preso atto del rifiuto di Seoul, ha ammonito che questo sarebbe un episodio che potrebbe aggravare le relazioni tra due Coree,il che essendo tali relazioni già ai minimi storici, può voler dire solo la possibile dichiarazione di un conflitto armato.

Si aggiunga anche il fatto che la Nord Corea all’inizio del mese si era formalmente lamentata del fatto che i soldati sudcoreani usassero fotografie del leader Kim Jong Il e della sua famiglia per le esercitazioni di tiro, e che Seoul continua ad avere rimostranze nei confronti di Pyongyang a causa dei due attacchi che avrebbero provocato almeno 50 morti tra i sudocreani lo scorso anno. La sensazione è che senza un continuo richiamo alla calma e al controllo dei nervi, prima o poi possa scoppiare un vero e proprio conflitto armato tra i due paesi, e che questo potrebbe facilmente sfuggire di mano

giovedì 16 giugno 2011

Afghanistan: continua la guerra ai civili


Di anni, da quando gli Stati Uniti hanno deciso di invadere l’Aghanistan dando avvio alla ormai famosa “guerra al terrore”, ne sono passati dieci. Eppure la guerra afghana non è ancora finita, come testimonia l’elevatissimo tributo di sangue che viene pagato dalla popolazione civile del paese. Il recente aumento di uccisioni di civili in Afghanistan solleva a questo punto alcuni interrogativi di fondo: come mai il numero di civili uccisi è aumentato nel corso del conflitto anzichè diminuire dopo le fasi più acute della guerra?. Al Pentagono, ovviamente, parlano di incidenti, di errori di guerra e di “effetti collaterali”, accusando quindi i guerriglieri afghani di ingaggiare battaglia volontariamente in aree piene di civili, costringendo gli americani a rispondere al fuoco. Infine, molti analisti americani accusano i guerriglieri di convertire al fondamentalismo islamico gli abitanti dei villaggi, costringendo la Nato a uccidere civili in modo che essi diventino poi martiri da utilizzare come dispositivo di reclutamento. Ma allora, la guerra che ci è stata descritta da Nato e Usa in Afghanistan è una guerra ben diversa da quella che effettivamente viene combattuta da dieci anni a questa parte, in quanto non sarebbe una guerra al “terrore”, cioè ad alcuni gruppi terroristici che utilizzano alcune basi logistiche in Afghanistan, bensì una guerra totale vera e propria vista la costante promiscuità tra guerriglieri e popolazione.
Del resto il modus operandi della Nato in Afghanistan prevede tranquillamente la possibilità di sacrificare anche parecchi civili al fine di uccidere un singolo o pochi sospetti combattenti, un modo di operare molto più vicino a una guerra di occupazione che a una operazione umanitaria o di polizia internazionale. La realtà sembra essere che gli americani e la Nato starebbero ormai combattendo una guerra “contro” il popolo afghano, dato che i legami personali di solidarietà tra i combattenti e la popolazione civile sono troppo profondi per essere schematizzati a tavolino nella Casa Bianca. Ecco quindi che situazioni considerate sospette, come ad esempio riunioni di famiglia (spesso confuse con riunioni di terroristi), o carovane commerciali (spesso confuse con missioni di contrabbandieri), vedono intervenire i militari americani con conseguenze drammatiche.E’ chiaro che delle forze di occupazione che hanno interessi profondamente diversi da quelli di milioni di cittadini afghani, non possono che non riuscire a relazionarsi con esse, continuando a parlare due lingue diverse che non si incontreranno mai, facendo precipitare la situazione nella violenza.
Spesso civili e combattenti dunque sono indistinguibili, anche perchè la maggior parte dei combattenti afghani possiede una famiglia, coltiva terreni agricoli, e magari alleva anche bestiame, frequentando spazi sociali come moschee e piazze cittadine, mettendo quindi a repentaglio l’incolumità di tutta la popolazione. I civili- combattenti sono purtroppo un fenomeno popolare di massa, come evidenziato dal fatto che non sono bastati dieci anni di guerra per piegare la resistenza afghana, segno evidente che i cosiddetti gruppi fondamentalisti non sono isolati dal resto della popolazione come si pensava, altrimenti sarebbero stati piegati molto prima essendo in una condizione di soverchiante inferiorità numerica e di mezzi. Vista questa difficile situazione, forse la Nato dovrebbe considerare al più presto un disimpegno dall’Afghanistan, in quanto stando così le cose sembrerebbe sempre di più una guerra impossibile da vincere, dove gli unici a cadere e a pagare il conto sarebbero civili innocenti, già peraltro duramente provati da dieci anni di sofferenze.
Daniele Cardetta

mercoledì 15 giugno 2011

Grecia: rabbia e malcontento contro i tagli del governo


Malcontento in Grecia a causa delle misure indiscriminate di austerità che il governo socialista dovrebbe varare entro la fine del mese. I trasporti e i servizi pubblici infatti nella giornata di oggi si fermeranno per uno sciopero di 24 ore proclamato dai sindacati. Saranno interessate dallo sciopero anche banche, scuole, uffici e servizi pubblici, tra cui anche gli ospedali, i quali rimarranno operativi solo per quanto riguarda le emergenze. Persino i giornalisti hanno deciso di aderire allo sciopero, promuovendo un silenzio stampa informativo a partire da questa mattina; i traghetti rimarranno fermi nei porti per tutta la giornata, anche se almeno i voli saranno operativi dato che i controllori di volo hanno scelto di non aderire allo sciopero nazionale.

Lo sciopero è stato indetto mentre il parlamento si accinge ormai ad approvare una manovra di auserity da almeno 28 miliardi di euro, una cifra enorme che porterà a tagli rilevanti alla spesa pubblica e ad aumenti di tasse consistenti almeno fino al 2015. Queste misure di austerità saranno necessarie al fine di riuscire a ricevere il prestito internazionale da 110 miliardi di dollari, prestito in grado di poter salvare l’economia greca, già duramente provata dalla crisi. Come se non bastasse, inoltre, il governo socialista avrebbe intenzione anche di varare una privatizzazione da 50 miliardi di euro.

Intanto, fin dalle prime ore del mattino, migliaia di lavoratori, studenti e pensionati si sono sistemati in attesa proprio di fronte al parlamento, dove da settimane centinaia di attivisti hanno allestito gazebi e sit-in. L’obiettivo dei manifestanti sarebbe quello di tentare di impedire ai deputati di entrare in aula per il dibattito sulle misure si austerity, e per far comprendere il clima di incertezza che si respira ad Atene, il ministro socialista dello Sport, Giorgios Liannis, si è dimesso dal suo incarico per proteste. Del resto il partito socialista di Papandreou è spaccato al suo interno riguardo a queste misure di lacrime e sangue, il deputato Alexandros Athanassiadis infatti ha annunciato che intende votare contro le nuove misure, e diversi suoi colleghi hanno condiviso le sue perplessità sul pacchetto “austerity”. La sensazione è che di fronte a questi tagli ingenti e indiscriminati, le proteste potrebbero riaccendersi mettendo in seria difficoltà il governo.

martedì 14 giugno 2011

Cina: Il Partito Comunista festeggia il novantesimo anniversario nel segno della riscoperta di Mao


Per quanto ai più sembri bizzarro, se non grottesco, che alla guida della nazione emergente più potente e con più prospettive di crescita al mondo ci sia un partito che si dichiara ancora, orgogliosamente comunista nel XXI secolo, questo corrisponde indubitabilmente alla realtà. Il Partito Comunista Cinese infatti, celebra proprio quest’anno il novantesimo anniversario della sua fondazione, e coglie l’occasione per ribadire di fronte al mondo i passi in avanti fatti dalla Cina in quest’ ultimo periodo. Con l’approssimarsi dell’anniversario della fondazione del Partito, avvenuta il 1 luglio 1921, il governo municipale di Pechino ha già cominciato a invitare i giornalisti stranieri per farli assistere all’esibizione patriottica, che sarà sicuramente uno spettacolo curato nei minimi particolari.

La celebrazione dell’anniversario della fondazione del Partito sarà comunque l’occasione per prepararsi opportunamente al cambio della guardia in seno ai quadri dirigenti, dato che tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013 , l’attuale gruppo dirigente dovrebbe andare in pensione, lasciando quindi spazio a una nuova generazione di statisti, tra i quali svetta per spessore e popolarità Bo Xilai, 62 enne figlio di Bo Yibo, uno degli esponenti più noti del Partito. Bo Xilai è riuscito a farsi apprezzare in Cina per la sua lotta aspra e spietata alla mafia e ai suoi legami sempre più stretti con la politica, ma non è questo lato che lo rende interessante alla luce del Novantesimo del Partito. Bo Xilai infatti ha coniugato da sempre alla lotta alla mafia anche la riscoperta dell’ideologia comunista, secondo molti lasciata un pò da parte dalle scelte di Pechino degli ultimi quindici anni. Bo Xilai è attivissimo nell’organizzare e guidare assemblee e convegni nei quali si cantano canzoni rivoluzionarie e “rosse”, inoltre ha anche fatto sì che venissero introdotte alcune trasmissioni considerate “patriottiche” sulle reti televisive statali. Bo Xilai infine gestisce anche numerosi microblog “rossi”, i sostituti cinesi dei social network, di quali esalta la figura di Mao Zedong, invitando a riflessioni e a discussioni sui suoi insegnamenti, ritenuti ancora attualissimi.

Chiaramente in questo Novantesimo sarà centrale l’imponente figura di Mao Zedong, sul quale il Partito ha deciso di investire a piene mani tanto che una delle caratteristiche delle celebrazioni sarà proprio la riscoperta del “Grande Timoniere”, colui che ha legato il comunismo a doppio filo con il destino della Cina contemporanea. Dopo che negli ultimi vent’anni il pensiero e l’operato di Mao erano stati sottoposti a dure critiche, spesso costruttive, ecco che all’interno del Partito Comunista Cinese sta prendendo importanza e potere una delle fazioni piu “rosse” che si riconoscono maggiormente proprio nel Grande Timoniere. Sarà molto interessante seguire il dibattito che si animerà in occasione delle celebrazioni del novantesimo per sapere come il Partito Comunista Cinese intenderà coniguare la sua impronta marxista con la grande e sostenuta crescita dell’economia cinese, una economia che potrebbe portare il colosso cinese a superare quella degli Stati Uniti nei prossimi dieci anni.

Daniele Cardetta

lunedì 13 giugno 2011

Smascherata l’ennesima truffa, due americani dietro il blog della lesbica siriana.


13 giu. La notizia ha dell’ incredibile, eppure riceve conferme da più fonti e dunque merita un approfondimento adeguato. Sto parlando del caso di Amina Arraf, una blogger siriano-americana, una ragazza lesbica e naturalmente dissidente, dotata di un talento straordinario nella scrittura. Questa fantomatica ragazza ha fatto parlare di sè sul web e sui media internazionali, assurgendo un pò a piccolo mito, tanto che da tutto il mondo migliaia di persone cliccavano sul fortunato blog “A gay girl in Damascus” per leggerne le riflessioni e le opinioni su quanto stava accadendo in Siria.

La settimana scorsa è arrivata però la svolta, migliaia di persone si sono collegate come di consueto al blog della presunta dissidente e hanno constatato con enorme sdegno e stupore che la presunta cugina di Amina ne aveva denunciato la sparizione sul blog. Ovviamente la notizia della sparizione della ragazza ha lasciato tutti con il fiato sospeso, e migliaia di persone hanno commentato su vari forum online la vicenda, cercando di immaginare in chissà quale carcere del regime di Assad dovesse essere stata trasportata. Lo sdegno per la sparizione della povera dissidente ha raggiunto livelli altissimi, tanto che si sono creati dei gruppi spontanei su internet per ottenere la sua liberazione che hanno raggiunto anche 15mila iscritti. Come se non bastasse persino il dipartimento di Stato americano si sarebbe mosso per cercare questa fantomatica dissidente, o perlomeno la sua presunta famiglia che secondo quando riferito dal blog constava di una madre americana e di un padre siriano.

La cosa ancora più grottesca è che anche dei media importanti come il Guardian, il New York Times, e persino la Cnn, abbiano intervistato Amina tramite email, dandole un risalto da prima pagina e rendendola una star, senza però cercare in alcun modo di verificare l’esistenza e l’identità della presunta blogger. Qualcuno meno sprovveduto ha subito dubitato della vicenda, come Andy Carvin di Npr, e ha cominciato a chiedersi come mai non venisse trovato alcun riscontro nella vita reale riguardo all’esistenza di Amina, e come mai nessuno la conoscesse a Damasco. Indagini più approfondite hanno poi portato a scoprire che le presunte foto di Amina erano in realtà foto di una ignara ragazza inglese, rubate e spacciate per quelle della fantomatica lesbica siro-americana.

A questo punto le indagini sono continuate concentrandosi sugli indirizzi proxy da cui la presunta ragazza postava i blog, e hanno portato a risalire ad un unica persona: Tom MacMaster. Costui, un americano di 40 anni, sta seguendo un master in studi orientali a Edimburgo, in Scozia, confermando così le tracce cibernetiche del blog di Amina, le quali portavano proprio in Scozia. MacMaster è sposato con Britta Froelicher, un’attivista di un’associazione americana per la pace in Medio Oriente, nonchè un’attenta osservatrice delle questioni siriane.

Dunque Amina non solo non esisteva, ma non era nemmeno una donna, nè tantomento una lesbica. Amina era un uomo di quarant’anni, responsabile di aver rubato una ragazza inglese della sua foto tramite facebook e di aver risposto a decine di interviste via email fingendo di essere una persona che non esiste. Smascherato, MacMaster ha cercato di arrampicarsi sugli specchi postando un ultimo post sul blog della ragazza virtuale, chiedendo scusa ai lettori e cercando di spiegare di aver raccontato questo castello di bugie solo col nobile proposito di sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale ai problemi del Medio Oriente.

Questo ennesimo caso di bufala mediatica, una bufala che ha coinvolto media e migliaia di internauti, dovrebbe fare riflettere sull’uso sempre più sconsiderato che viene fatto dall’ informazione del mezzo di internet. Chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo del mondo, può crare con pochi gesti un blog e può gestirlo stando comodamente a casa comunicando contemporaneamente con migliaia e migliaia di persone. E’ chiaro che il rischio che possano esserci dei millantatori è altissimo, ed è grottesco che alcuni giornalisti predano per vera qualsiasi notizia di un certo tipo che compaia sulla rete; basta che vi sia una notizia che tocchi argomenti sentiti da milioni di persone che si prendono per vere le bufale più incredibili, peraltro verificabili con poche mosse.

Mentre migliaia di internauti si stracciavano le vesti per la povera Amina, rinchiusa in chissà quale duro carcere di Damasco, ecco che nella realtà i soldati siriani la repressione la facevano per davvero, e questa volta non vi era nessun blog che raccontasse delle sofferenze e della prigionia patite da centinaia di dissidenti, quelli veri però. La loro vita però è forse troppo ordinaria per interessare il palato fine del pubblico occidentale, abituato con il caso della blogger lesbica a storie mirabolanti capaci di commuovere milioni di persone, e forse, in fin dei conti, preconfezionate. In un mondo in cui tutto è collegato da internet, e in cui le sofferenze e il dolore di popolazioni martoriate può raggiungere tutte le case in pochi secondi, ecco emergere una nuova patologia dell’informazione: la creazione di profili inventati che servano a canalizzare la sensibilità di milioni di persone verso una direzione precisa. In Sudan, in Africa, in altri paesi martoriati dalla guerra, dalla povertà, e dalla fame, aspettano con fiducia la loro “Amina”, per un pò di attenzione e un pò di compassione.

Daniele Cardetta

domenica 12 giugno 2011

Nasce la guerra cibernetica: Fmi sotto attacco



Tra i vari tipi di terrorismo e di guerra del XXI secolo, in molti hanno già espresso il fondato giudizio di includere anche quelli di tipo cibernetico e informatico; nella società globalizzata e informatizzata dei nostri tempi infatti, moltissimi servizi di vitale importanza vengono gestiti da sistemi informatici ramificati e complessi, e quindi gli stati devono vigilare giorno e notte sulla loro sicurezza, se non vogliono trovarsi di fronte a episodi di pirateria o sabotaggio.

Quella che sembrerebbe la trama di un film di intrighi e spie, in realtà si sta configurando come pura e semplice realtà almeno dalle prime ore di questa mattina, quando cioè è stata resa pubblica la notizia che i computer del Fondo Monetario Internazionale sarebbero sotto attacco cibernetico. A confermarlo ci ha pensato proprio un portavoce del Fmi, affidando le sue dichiarazioni al New York Times: «Il Fondo è pienamente operativo. Posso solo confermare che sull’incidente è stata aperta un’indagine». Ricordiamo che il Fmi ha acesso a informazioni sensibili di moltissime Nazioni, e quello che ha subito sembrerebbe essere un attacco cibernetico sofisticato su larga scala, non una bravata episodica dunque, ma un vero e proprio attacco pianificato e organizzato a tutto il sistema. Il New York Times ha riferito che il consiglio direttivo dell’Fmi sarebbe stato informato dell’accaduto solo mercoledì scorso.

Ovviamente l’Fbi sta indagando approfonditamente sull’accaduto, come reso noto peraltro da un portavoce del dipartimento della Difesa, secondo il quale l’obiettivo vero dell’attacco sarebbe stato quello di installare un software che desse lo status di “nazione” ad un “intruso digitale”. Queste ipotesi lasciano una sorta di cappa inquietante su tutta la vicenda, ancor più che non si sa assolutamente nulla relativamente all’identità e ai propositi di questi hackers, non si sa se hanno lavorato in qualità di indipendenti o se invece hanno eseguito ordini arrivati da qualcun’altro, sicuramente questo potrebbe essere l’inizio della prima Cyber War del XXI secolo.

Daniele Cardetta

sabato 11 giugno 2011

Un nuovo modello di sviluppo questo l'obiettivo del SI. Di Ugo Mattei, tratto da "Il Manifesto"


Siamo vicinissimi al quorum e con un ultimo sforzo possiamo farcela. Le circostanze ci sono favorevoli. L’incredibile autogol prodotto dal tentativo di scippare il referendum pesa sugli umori del fronte del no. Ma è importante che l’allargamento del perimetro del sì non faccia perdere di vista l’essenza politica di questo voto: un’inversione di rotta rispetto a un ventennio di politiche liberiste e un modello di sviluppo nuovo, fondato sulla qualità della vita e finalmente libero dalla schiavitù del Pil, del pensiero economico mainstream dei Draghi e dei poteri forti, del falso realismo conservatore. Un sì che legittima politicamente la realizzazione delle idee (sul manifesto del 7 giugno Viale ne ha esposte alcune di grande importanza) che ci possono consentire di uscire davvero dalla crisi. Tutti quei sì metteranno all’ordine del giorno la riforma del servizio idrico proposta dai Forum con la legge di iniziativa popolare mai discussa in Parlamento, e la riforma della proprietà pubblica della Commissione Rodotà, a sua volta giacente in Senato, che per prima definisce giuridicamente i beni comuni.
Il modello di sviluppo attuale ha causato Fukushima e la crisi economica che colpisce i più deboli. Un modello figlio del tatcherismo e della destra liberista degli anni ottanta e che in Italia è stato sdoganato anche a sinistra all’inizio della cosiddetta Seconda repubblica: in Toscana ed Emilia l’acqua ha subito le prime privatizzazioni, rese possibili dalla legge Galli. L’ingresso dei privati nei servizi pubblici, pur in quote minoritarie, porta sempre con sé un amministratore delegato attento solo al profitto di breve periodo. Al pubblico resta il Presidente, una figura politica scelta al di fuori di qualunque criterio di competenza specifica. Certo, il pubblico ha dei limiti, siamo i primi a riconoscerlo, ma rinunciare a individuarne la natura istituzionale al fine di correggerli è una resa al privatismo che gli italiani non possono più accettare. Il pubblico va curato insieme, con umiltà, dedizione e fantasia istituzionale. Smantellarlo a favore del privato è una scorciatoia pigra, cinica e disonesta che vogliamo sconfiggere per sempre.
Abbiamo iniziato la campagna di raccolta firme, in compagnia di migliaia di iscritti e militanti del Pd che si mobilitavano con noi nonostante i distinguo e le critiche dei D’ Alema, dei Veltroni e dei Bersani. Tutti possono oggi cambiare idea e non siamo noi a offenderci perché ai talk show invitano solo politici di professione. Ma su una cosa non possiamo transigere, quali che siano le logiche della società dello spettacolo. Non è vero che quei milioni di voti che otterremo per il sì vogliono aprire una discussione sui territori per scegliere se l’acqua vada gestita in modo pubblico, privato o misto. Il senso della scelta è chiaro fin dal 12 gennaio, quando la Corte ha ammesso i nostri due referendum. Tutti i sì che riceveremo sull’acqua bocciano senza appello e per sempre i sistemi privatistici nel governo dei beni comuni, riconoscendoli come beni da porsi fuori commercio, le cui utilità sono funzionali alla soddisfazione di diritti fondamentali della persona e che vanno governati anche nell’interesse delle generazioni future (è l’essenza della definizione che ne diede la Commisione Rodotà).
Gli elettori che voteranno sì, come quelli che hanno votato per De Magistris e Pisapia, hanno capito che il modello privatistico di gestione è fallito nel ventennio della “fine della storia” e che l’acqua (e la produzione energetica) va governata come un bene comune, inventando forme nuove nettamente decentrate di pubblico partecipato. Le privatizzazioni e le lenzuolate sono finite. Così come finita deve essere quella concorrenza al centro, con partiti della sinistra che imitano la destra, che tanto è corresponsabile della drammatica crisi che stiamo vivendo.

Colombia: Finalmente aperto il dialogo con le Farc


In Colombia è in atto, ormai da parecchi anni, quella che avrebbe tutti i connotati per essere definita una vera e propria guerra civile, anche se fortunatamente è circoscritta solo ad alcune determinate aree del paese, e negli ultimi anni la situazione è andata leggermente migliorando. Ora invece, sembra finalmente esserci l’opportunità per una vera e propria svolta nei rapporti tra il governo di Bogotà e le Farc, il gruppo guerrigliero di impronta marxista che in un modo o nell’altro riesce a resistere alla repressione governativa ed è riuscito a radicarsi in alcune aree consistenti della Colombia.

«Ho sempre detto che la porta non è chiusa al dialogo con le Farc, ma devono cessare ogni attività terroristica e presentarsi in piena buona fede»: queste le dichiarazioni rilasciate dal presidente colombiano Juan Manuel Santos al Washington Post all’indomani dell’importantissimo gesto da lui compiuto, ovvero l’aver firmato la legge che compenserà 4 milioni di colombiani vittime del lungo e ancora irrisolto conflitto civile che ha insanguinato il paese Mesoamericano. Tale legge è stata firmata alla presenza del segretario generale dell’Onu, Ban ki Moon, e rappresenta una vera e propria svolta nei rapporti tra il governo e le Farc, perchè viene considerata una legge storica nei confronti di tutte le famiglie che hanno perso beni e familiari a partire dal 1985.

La guerra civile colombiana negli ultimi decenni ha causato la morte di qualcosa come 200mila persone, una cifra enorme che è spesso passata inosservata ai media di tutto il mondo, attratti forse da teatri ritenuti strategicamente maggiormente interessanti. Questa legge firmata dal presidente Santos ha l’ambizione di affrontare alla radice le cause del conflitto, restituendo migliaia di ettari di terra ai contadini poveri, costretti fino a questo momento a vedersela espropriare da veri e propri squadroni della morte e boss locali. Inoltre lo sforzo che sta compiendo Santos si pone in completa antitesi rispetto all’operato del suo predecessore, Alvaro Uribe, il quale era arrivato persino a negare che in Colombia esistesse un confronto civile armato, non essendo disposto a dare dignità ai guerriglieri delle Farc. Lo stesso Uribe si era sempre dimostrato contrario a una legge di questo tipo in quanto sosteneva in modo grottesco che tale legge avrebbe penalizzato ingiustamente esercito e polizia per crimini di guerra.

Il riconoscere che migliaia di colombiani sono stati danneggiati nel corso degli anni e che quindi dovrebbero aver diritto a un risarcimento, potrebbe essere un primo passo verso una pacificazione generale che possa consentire al paese colombiano una lenta e difficile transizione verso la pace.

Daniele Cardetta

giovedì 9 giugno 2011

Ollanta: un nuovo Chàvez in Perù?


La vittoria alle recenti elezioni di Ollanta Humala permette al Perù di virare verso sinistra, facendo spirare ancora più forte il vento di rinnovamento su tutta l’America Latina. In realtà la vittoria di Ollanta parte da lontano, almeno dal tentato colpo di stato che aveva portato alla fuga precipitosa del discusso e discutibile Fujimori, accusato tra le altre cose di aver proceduto alla sterilizzazione forzata di almeno 300mila donne indigene, oltre che reo di aver sciolto unilateralmente il Parlamento; tutti reati per i quali dovrebbe scontare 225 anni di carcere. Ollanta in quel tentato colpo di stato era un tenente colonnello dell’esercito, e in questo presenta grandi analogie con un altro protagonista della politica dell’America Latina di inizio secolo, Hugo Chàvez. Ollanta ha vito le elezioni contro la figlia di Fujimori, Keiko, e ha quindi appalesato la volontà di cambiamento richiesta a gran voce dal popolo peruviano, tuttavia dovrà affrontare non poche difficoltà per riuscire a incidere con la sua politica in uno scenario che si fa molto complicato.

Ollanta comunque non ha alcuna intenzione di imitare Chavèz in modo acritico, bensì ha ribadito di voler portare avanti un modello di sviluppo indipendente non basato sulla nazionalizzazione massiccia del mercato, e cercando di tutelare l’indipendenza dei mass media. Intanto però i mercati sono spaventati dalla vittoria di Ollanta, la Borsa di Lima è crollata del 6% dopo l’annuncio della sua vittoria contro Keiko Fujimori, e la società americana Blackrock ha preso la repentina decisione di liquidare un fondo peruviano a New York, segnali questi di una diffidenza nemmeno troppo velata nei suoi confronti. Dopo il voto Ollanta ha anche voluto dire la sua sulla politica estera che cercherà di praticare per il bene del Perù, una politica che vede più vicina agli Stati Uniti, i più importanti partner commerciali del paese andino.

Infine il quadro per Ollanta è complicato ulteriormente dalla diffidenza della Colombia, i cui principali giornali hanno appoggiato la Fujimori in modo nemmeno troppo velato. In sostanza Ollanta Humala e Hugo Chavèz sono due personaggi molto diversi, tuttavia sono accomunati da alcuni aspetti, a cominciare dal fatto che entrambi in un modo o nell’altro stanno contribuendo a cambiare gli assetti geopolitici di un continente, quello Latinoamericano, che è da sempre stato considerato dai vicini statunitensi a guisa di un “cortile di casa”. A Bolivia, Ecuador e Venezuela che portano avanti un’alternativa e un progetto bolivariano, e al Brasile che ha un governo di sinistra stabilmente al potere, si aggiunge ora anche il Perù, aumentando il peso specifico di un cambiamento che sta rendendo il Sudamerica un vero laboratorio di questo XXI secolo.

Daniele Cardetta

La Cina valuta l’invio di aiuti umanitari a Tripoli



«La Cina sta esaminando le attuali condizioni umanitarie della Libia e valuterà se fornire ulteriori aiuti al Paese»: con queste parole Chen Xiaodong, il direttore generale del Dipartimento per l’Asia occidentale e il Nord Africa del ministero degli Esteri di Pechino, ha voluto sottolineare l’attenzione con cui la Cina guarda alle recenti vicende libiche. Le parole di Chen Xiaodong sono arrivate subito dopo l’incontro avvenuto a Pechino tra Yangh Jiechi, il capo della diplomazia cinese, e il suo omologo libico Abdul Ati al-Obeidi, mandato in Cina dal Colonnello Gheddafi in persona. Questo incontro è molto importante in quanto rende palese quella che è una strategia a breve e lungo termine della Repubblica Popolare, ovvero inserirsi nelle dinamiche sociali ed economiche del continente africano.

Ma se fino a questo momento la Repubblica Popolare ha cercato la penetrazione economica nell’Africa subsahariana, negli ultimi mesi ha approfittato delle rivolte che hanno reso instabile il Nord Africa per inserirsi anche in questo contesto. La Cina sostiene infatti l’Egitto con un milione di dollari e la Tunisia con due milioni di dollari e con aiuti umanitari tesi a far fronte all’arrivo di rifugiati libici nei due Paesi. Il ministro Yang ha poi esortato le due parti in guerra, ribelli e lealisti, ad «avviare un processo politico per risolvere presto la crisi in atto, in modo da tutelare la pace e la stabilità nella regione»; la priorità secondo la Cina insomma dovrebbe essere il raggiungimento di un cessate il fuoco teso a evitare grandi disastri umanitari e a risolvere la crisi politicamente.

Ricordiamo infine che la Repubblica Popolare, allo stesso modo che la Russia, si è astenuta dal voto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di marzo, voto che sanciva la no-fly zone sulla Libia e che ha preluso all’intervento militare alleato nel paese di Gheddafi. La Cina intrattiene relazioni diplomatiche continuativamente con la Libia sin dal 1978, e dallo scoppio della guerra ha evacuato da Tripoli almeno 40mila cinesi, quasi tutti impiegati in aziende edili, petrolifere, di telecomunicazioni e infrastrutture. Questo a testimoniare lo stretto legame strettosi nel tempo tra Pechino e Tripoli, un legame che non è stato incrinato nemmeno dal deflagrare della crisi.

Daniele Cardetta

martedì 7 giugno 2011

Spira vento di sinistra nell'America Latina



Spira vento di rinnovamento nel Sudamerica, come testimoniato dalla vittoria di Ollanta Humala in Perù contro la sua avversaria della destra Keiko Fujimori, la quale ha riconosciuto la vittoria del rivale dopo il ballottaggio di domenica. Ollanta Humala, ex militare, era il candidato della sinistra peruviana, e ha ottenuto consensi decisivi nelle aree rurali del paese andino. La Fujimori dal conto suo portava su di sè l’eredità ingombrante del padre e quindi non partiva da una posizione vantaggiosa nella sfida contro il suo rivale politico. Alla stampa di Lima la Fujimori ha voluto riconoscere la vittoria di Ollanta, congrutalandosi con lui per la vittoria elettorale. Con la vittoria di Ollanta anche il Perù dunque vira a sinistra dopo la Bolivia, il Venezuela e il Brasile, aumentando dunque le possibilità dell’affermazione di un nuovo blocco antimperialista e autonomo nel continente dell’America Latina.

A Roma nasce “RibAlta-Alternativa Ribelle”



6 giu. Nella quiete e tranquillità dell’ex Lavanderia di Roma, situata nel parco dell’ex Manicomio in Piazza Santa Maria della Pietà, si è svolto il 4 e il 5 giugno un interessante incontro organizzato dalle giovanili di Rifondazione Comunista (GC: Giovani Comunisti), e dei Comunisti Italiani (Fgci: Federazione giovanile Comunisti italiani). L’incontro era orientato all’apertura di un nuovo percorso condiviso tra le due organizzazioni giovanili, le quali ovviamente si trovano a cooperare attivamente visto l’avvicinamento in atto tra i due partiti, che dopo essere rimasti divisi per più di dieci anni hanno finalmente trovato nella Federazione della Sinistra delle modalità nuove di aggregazione e cooperazione. RibAlta-Alternativa Ribelle è una nuova associazione nata appunto dal confronto attivo e proficuo tra le due organizzazioni, e sarà una associazione che dovrà porre le basi per la riorganizzazione di una presenza attiva dei due partiti all’interno della società civile, con un particolare occhio di riguardo al mondo dei giovani. Le due giornate di assemblea che hanno certificato il lancio dell’associazione sono state molto intense con workshop tematici che hanno coinvolto decine di giovani arrivati da tutta Italia per prendere parte a questo processo nuovo, un processo su cui le due organizzazioni giovanili hanno deciso di puntare con decisione al fine di innovare e rilanciare i rispettivi partiti e la Federazione della Sinistra. Questa associazione permetterà ai giovani dei Gc e della Fgci di ricostruire un tessuto connettivo con le lotte sociali e con il mondo giovanile, permettendo di costruire dal basso dei movimenti che offrirebbero luoghi di discussione senza l’opprimente cappa partitica di contorno.



Daniele Cardetta

giovedì 2 giugno 2011

Svolta in Honduras: Zelaya è tornato a casa



2 giu. Mel Zelaya è finalmente atterrato a Tegucicalpa. Nel periodo di tempo in cui il legittimo presidente rovesciato del popolo honduregno è rimasto fuori dal suo paese, i media hanno taciuto in merito alla violenta repressione che i golpisti hanno scatenato contro la società civile rea di averlo supportato. Il ritorno di Zelaya a casa è una vittoria sotto diversi punti di vista, da un lato infatti è la dimostrazione della vittoria del popolo dell’Honduras contro gli interessi di parte dei golpisti che lo rovesciarono con un golpe vergognoso, un golpe che ha visto l’indignazione generale dei primi giorni lentamente scemare fino a diventare una omertà vergognosa. Nel periodo in cui Mel Zelaya ha abbandonato l’Honduras, a Tegucicalpa sono avvenuti fatti gravissimi come l’assassinio di molti leader contadini e della resistenza ai golpisti, e ora forse si potrebbe aprire una nuova fase politica in cui potrebbe essere messa in discussione anche l’impunità ai limiti dello scandaloso di cui si sono giovati Micheletti e i golpisti per instaurare il proprio controllo nelle istituzioni.

Probabile che dietro il ritorno a casa di Zelaya ci siano anche delle pressioni esercitate da Hugo Chàvez, il presidente del Venezuela bolivariano, il quale sta dimostrando sempre più con il passare del tempo di voler esercitare un ruolo sempre più rilevante e attivo nel disegnare gli scenari del continente Mesoamericano. Il fatto che Zelaya sia potuto ritornare in Honduras, e possa ricominciare nuovamente la lotta politica nel suo paese, sta a testimoniare una raggiunta maturità del blocco per così dire “antimperialista” nel continente dell’America Latina.

Cina: la moratoria sulla pena di morte è realtà



02 giu- Si parla ormai da sempre della Cina come una delle grandi potenze proiettate a estendere il proprio controllo economico e politico su gran parte del mondo nel giro dei prossimi decenni. In molti però hanno da sempre criticato la Cina non vedendo progredire i diritti umani di quel paese parallelamente ai progressi, indiscutibili, ottenuti nel settore economico e industriale. Nel 2011 sono purtroppo ancora troppi i paesi che praticano abitualmente la pena di morte, Stati Uniti e Cina ovviamente non sono da meno, anche se è proprio di questi giorni la notizia, colpevolmente trascurata dalla maggior parte dei media, che la Corte suprema cinese avrebbe dichiarato una moratoria di due anni sulla pena di morte. Questa a ben vedere è una splendida notizia, che meriterebbe ben altri approfondimenti e meriterebbe di essere nelle prime pagine di tutti i giornali. A questo punto subentra una domanda: come mai dopo anni e anni in cui l’occidente ha fatto una giusta e sacrosanta campagna contro l’uso della pena di morte in Cina, oggi questa notizia non viene quasi commentata?. Gli Stati Uniti ad esempio non hanno ancora deciso di mettere in pratica nessuna moratoria, tuttavia ormai sembra quasi che la questione non interessi più quasi nessuno, come se ci si fosse ormai rassegnati a questa pratica nel paese più importante, per il momento, del mondo. Secondo quanto riferito dall’agenzia “Nuova Cina” infatti, la Suprema corte del popolo cinese, la massima istanza giudiziaria del paese, ha chiesto esplicitamente a tutti i tribunali operanti in Cina di applicare una moratoria di due anni alle esecuzioni con pena capitale attualmente previste. La pena di morte verrà prevista solamente ad “un piccolo numero di criminali responsabili di reati estremamente gravi”. Alla luce di questi fatti è facile comprendere la portata che per il progresso del popolo cinese potrebbe venire assunta da questa notizia straordinaria. La speranza è che l’opinione pubblica mondiale possa riflettere lungamente su questa moratoria, magari riportando d’attualità il tema della pena di morte e inserendola in un contesto più ampio che non rinunci a fare pressioni anche sugli Stati Uniti, i quali continuano senza problemi a usare tale pratica.