mercoledì 22 dicembre 2010

Ora lo sciopero generale. E generalizzato Ora lo sciopero generale. E generalizzato di Loris Campetti su il manifesto del 22 dicembre





Sciopero generale e generalizzato. Nei cortei dei giovani e dei precari, nelle scuole e nelle facoltà occupate, sui tetti, è questa la parola d’ordine che rimbomba da Roma a Torino a Palermo. Non è un’interferenza impropria negli affari interni di un sindacato – la Cgil – ma la richiesta di continuare insieme ai lavoratori un cammino avviato il 16 ottobre alla manifestazione nazionale della Fiom. È con i metalmeccanici che gli studenti hanno una maggiore familiarità, dopo le irruzioni di giovani davanti ai cancelli delle fabbriche e grazie alla presenza di delegati e dirigenti Fiom nei dibattiti nelle università e nelle proteste contro la Gelmini in tutt’Italia, l’ultima il 14 dicembre a Roma. «Uniti contro la crisi» c’è, e c’è anche la minoranza del sindacato guidato da Susanna Camusso, «La Cgil che vogliamo», con la richiesta pressante ma finora inascoltata alla confederazione di promuovere lo sciopero generale. Ma gli studenti sono arrivati anche alla manifestazione nazionale della Cgil del 27 novembre, e in molte categorie il confronto è aperto. Naturalmente nell’Flc, il sindacato della conoscenza il cui segretario generale, Mimmo Pantaleo, ieri ha ribadito la partecipazione alla manifestazione di oggi: «La Flc è ancora una volta a fianco degli studenti per rivendicare un’altra università e fermare il ddl Gelmini. Chiediamo a tutti coloro che saranno in piazza di manifestare pacificamente, respingendo ogni forma di violenza».
Il tentativo di contrapporre le generazioni mettendo i giovani precari contro i garantiti, che con la pensione si mangerebbero il futuro di figli e nipoti, non va giù a Carla Cantone, segretaria generale dello Spi-Cgil, il potente sindacato dei pensionati. Si arrabbia ancora adesso se pensa all’ultima puntata di «Anno zero», con gli insulti di La Russa e le insinuazioni di un giornalista berlusconiano: «Gli anziani di oggi – dice Cantone – sono le persone che si sono battute nella seconda metà del Novecento per strappare quelle conquiste che oggi vengono negate ai figli e ai nipoti. La generazione a cui viene sottratto il futuro che scende nelle strade è più sfortunata e perciò più arrabbiata delle precedenti, ma sa che gli anziani sono ormai l’ultimo ammortizzatore sociale disponibile. Sa che il nemico va cercato altrove. Dobbiamo tenere unite le generazioni perché il futuro non ha età: la Cgil si batte per cambiare il paese, per questo ci incontriamo con i giovani». Sullo sciopero generale, invece, Cantone ha un’idea diversa dalla Fiom e dalla minoranza della Cgil. «Non è la panacea, lo sciopero generale non risolve tutti i problemi. Si potrà anche fare, ma quel che conta è dare continuità alle iniziative e alle battaglie unitarie perché la lotta degli studenti non è solo contro la riforma universitaria, i giovani vogliono un futuro diverso, un futuro non precario».
Andare oltre la solidarietà generica, per l’area congressuale «La Cgil che vogliamo» come per la Fiom, presuppone scelte impegnative, coraggiose. La richiesta dello sciopero generale non nasce da un rituale stanco ma dalla convinzione che la Cgil debba farsi carico di indicare una strada per uscire dalla crisi, alternativa alle ricette del governo e della Confindustria, ricette che acuiscono le disuguaglianze colpendo i più deboli, giovani e anziani, studenti e operai, migranti. La Cgil può essere un punto di riferimento contro un modello sociale fondato sullo sperpero delle risorse anche intellettuali e dei beni comuni e sulla precarietà di massa. In questo contesto nasce l’unità con gli studenti in lotta. Ieri al direttivo della Cgil sia Gianni Rinaldini che Carlo Podda della minoranza hanno denunciato le dichiarazioni «di stampo autoritario e fascista» di membri del governo contro le manifestazioni studentesche, fino a prefigurare un «clima da strategia della tensione». «La Cgil – dice Podda – difenda il diritto di manifestare di giovani e studenti».
Nella Cgil la discussione è accesa, e questo è un segno di salute. Giorgio Cremaschi, storico dirigente della Fiom, tra i promotori del gruppo «Uniti contro la crisi», non risparmia critiche alla segretaria generale Susanna Camusso, colpevole a suo avviso di sottovalutare «la portata e il valore della lotta degli studenti». E colpevole, aggiunge Cremaschi, di aver «cancellato» nella relazione introduttiva al Direttivo confederale «lo sciopero generale». Ma forse, più che alle posizioni interne ai gruppi dirigenti bisognerebbe guardare alle iniziative dal basso che crescono nei territori e vedono sempre più mescolati i lavoratori, gli studenti, gli attivisti dei movimenti per i beni comuni e ambientalisti: dal porto di Ancona a Palermo, dalle università torinesi a Mirafiori, dalla Calabria all’Emilia. In genere a promuovere questa inedita promiscuità sociale e generazionale è proprio «Uniti contro la crisi», una parola d’ordine condivisa prima ancora che una sigla.

lunedì 20 dicembre 2010

Il ritorno dei fascisti





Sono tornati, anche se per la verità qualcuno potrebbe intelligentemente arguire che non se siano mai andati. Mi riferisco alle agghiaccianti dichiarazioni di Maurizio Gasparri, discusso e discutibile personaggio che tutti conosciamo non certo per il suo acume e per la profondità delle sue analisi politiche. Il genio del PDL ha infatti pensato bene di sbraitare contro gli studenti, invocando una sorta di DASPO ad hoc per le manifestazioni di piazza; una sorta di vero e proprio arresto preventivo teso a togliere di mezzo i dissidenti dalle strade, un vero e proprio amarcord di regime fascista, un regime cui il nostro caro amico Gasparri deve senz'altro essere molto affezionato.
Gasparri ama fare rispettare le leggi, anche se evidentemente non le conosce tutte. Ad esempio deve essersi scordato la "legge Scelba": (L'apologia del fascismo è un reato previsto dalla legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente "Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione", anche detta "legge Scelba", che all'art. 4 sancisce il reato commesso da chiunque «fa propaganda per la costituzione di un'associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità» di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure da chiunque «pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche»),ma non gliene faremo una colpa, se ne sarà semplicmente dimenticato. Del resto anche da giovane, quando amava vestire la camicia nera dei fascisti, doveva avere un pò di confusione in testa. Lui e Ignazio La Russa se la prendono con gli studenti, chiamati terroristi e potenziali assassini, ma chi erano da giovani i due camerati oggi riciclatosi ministri del peggiore governo della Repubblica italiana? Non starò a dilungarmi ricordando i trascorsi del terribile Ignazio, il quale è stato addirittura implicato nei fatti di piazza che portarono alla morte di un poliziotto, oppure alla "nera" giovinezza di Gasparri, mi limiterò a dire che la nostra Costituzione è, quello si, antifascista, e non certo anti studenti. La cosa paradossale e anche un pò ributtante è che coloro i quali sono chiamati a far rispettare la legge, quella legge violentano intimamente dato che la loro fede fascista, mai ritrattata, è palese e chiara a tutti. La violenza è sempre sbagliata, ma quanto sbagliano coloro i quali si accaniscono contro gli studenti, peraltro sempre opportunamente infarciti di infiltrati che sanno cosa devono fare, quanto sbagliano nel dimenticarsi che i veri violenti non sono coloro che vomitano la loro rabbia nei moti di piazza bensì coloro i quali sbraitano al caldo delle loro case, magari con il busto del Duce vicino al camino, aspettando il Santo Natale.
Che incarichino qualcun altro dunque di richiamare all'ordine gli studenti, lo faccia Napolitano o qualche personaggio credibile, non lo facciano fare a La Russa, uno di quei personaggi che è talmente fascista che ti rendi conto di cosa pensa anche senza che parli; peccato che sia anche il Ministro della Difesa.
Fanno credere che la rivolta studentesca contro l'indegna riforma Gelmini sia unicamente in mano ai violenti, una mossa tattica effettivamente geniale dato che in questo modo si può ottenere di sviare l'attenzione pubblica dai contenuti di questa riforma, una riforma che spazzerà via l'università e la scuola pubblica, consentendo solo ai figli delle famiglie abbienti di accedere all'istruzione. Questo del resto è solo la punta dell'iceberg di un disegno più ampio, un disegno che passa per i deliri di Gasparri, che si mostra ora in tutta la sua volgare aggressività, una volgarità che si nutre di rancore di intrighi e di ignoranza, non certo di cultura.
Che valore può avere per dei fascisti la cultura? mi sembra più che normale che rifuggano da essa come il diavolo dall'acqua santa, ci mancherebbe.
E fanno ancora più pena i giornalisti, che, come segugi affamati, si sono lanciati sui blog e sui volantini degli studenti cercando di carpire ogni singolo segnale che possa essere strumentalizzato al fine di tacciare tutto il movimento come "violento", ed "eversivo", gli stessi giornalisti del resto che omettono di raccontarci molte cose che accadono in questo, ancora per poco, Bel Paese.

domenica 12 dicembre 2010

Verso il 14 dicembre, senza illusioni

Il 14 è alle porte, e in molti si affannano a immaginarsi che cosa potrà succedere nel panorama nazionale qualora Berlusconi dovesse venire sfiduciare. Mancano pochi giorni e , a oggi, è impossibile riuscire a prevedere che cosa accadrà in quanto restano aperte le possibilità più svariate.E' infatti possibile che Silvio Berlusconi riesca, con una scellerata compravendita, a comprarsi la fiducia di cui ha tanto bisogno per evitare di fare i conti la giustizia; ma è altrettanto possibile che alla fine, in qualche modo, di Berlusconi ci si riesca a liberare.
Occorre comunque non illudersi in quanto Berlusconi ricorrerà a qualsiasi mezzo per riuscire a comprarsi la fiducia, e, potete starne certi, il calciomercato dei senatori è già entrato nel vivo.
Qualora Berlusconi dovesse raggiungere la tanto ambita fiducia per un pugno di voti, si creerebbe in ogni caso una situazione di ingovernabilità che potrebbe comunque portare il governo alla caduta entro breve; sicuramente la situazione è fluida e ora come ora è importante contribuire a picconare questo governo insopportabile con ogni mezzo lecito.

Piazza Fontana, per non dimenticare





Il 12 dicembre 1969, con la bomba che esplode nella Banca Nazionale dell'Agricoltura, a Milano, gli Italiani entrarono in una fase storica che sarebbe durata per più di un decennio: il terrorismo. Tutto ad un tratto, sulla scena nazionale comparivano morti ammazzati, non dalla polizia durante le dimostrazioni (com’era avvenuto un anno prima), non dalla mafia (le cui abitudini sanguinarie erano più oggetto di interesse folcloristico che politico), ma da qualcuno che faceva parte di qualcosa che i più ebbero difficoltà ad identificare. L’anno prima c’era stato il 1968, con le rivolte studentesche in tutto il mondo; nell’autunno le idee di cambiamento rivoluzionario erano entrate in comunicazione con gli operai in lotta per il miglioramento delle condizioni di lavoro. Il Partito Comunista Italiano aveva fatto un grande balzo in avanti nelle elezioni e, soprattutto, il vecchio regime dominato da una Democrazia Cristiana che raccoglieva anche i voti della destra più reazionaria, cominciava a scricchiolare. Gli USA stavano attraversando il loro periodo più nero, con una guerra logorante e impopolare nel Vietnam e una fortissima opposizione interna che sfociava in manifestazioni violente che scuotevano il sistema che doveva essere da esempio a tutte le nazioni occidentali. In Grecia, il regime dei colonnelli instauratosi in seguito al colpo di stato fascista del 67, perdeva sempre più credibilità. Anche l’Unione Sovietica era dovuta intervenire per reprimere duramente i tentativi cecoslovacchi di rendere più democratica la loro democrazia imbrigliata nel blocco comunista, e questo ne aveva ulteriormente intaccato la credibilità come modello alternativo al sistema capitalistico. Una bella confusione! Ci fu qualcuno che credette di ripercorrere le strade sperimentate con successo da Hitler e dai nazisti con l’incendio del Reichstag : compiere attentati, attribuirne la colpa alle sinistre e utilizzare la paura e il disgusto dei cittadini per dar vita ad un governo autoritario.

Dopo le bombe si cercò di accusare gli anarchici , forse perché, nell’immaginario collettivo questi rappresentavano qualcosa di oscuro, di senzadio, di intangibile e pericoloso. In realtà vennero scelti perché erano disorganizzati, ingenui, poveri e isolati dalle altre forze politiche. Uno di loro, il ferroviere Giuseppe Pinelli, volò da una finestra della questura di Milano, uno dei cui dirigenti era il commissario Calabresi (sull’omicidio del quale si sta svolgendo un interminabile vicenda giudiziaria). Un altro era un ballerino, che rimase in carcere per anni sino al punto in cui il parlamento italiano dovette votare una nuova legge per risparmiare a lui altre ingiuste sofferenze e allo stato, un’insostenibile vergogna. Un altro ancora, si professava anarchico, ma in realtà era un fascista che si era trovato in mezzo al gruppo degli accusati per uno di quei casi strani della vita: cercava di fare il provocatore (e probabilmente era stato addestrato a questo durante una visita compiuta ai colonnelli golpisti in Grecia), ma ,di fatto, si trovò coinvolto in una vicenda più grossa di lui che gli fece passare molti anni in carcere per poi ritrovarsi, anche lui, innocente. A trent’anni dalla strage, non si sa ancora chi siano i colpevoli.

Clinton ha fatto, recentemente, alcune ammissioni sul coinvolgimento della CIA in combutta con una parte dei fascisti italiani di allora. Il regime democristiano cercò di coprire tutto, così come gran parte degli apparati di sicurezza dello stato (quanti ufficiali dei servizi segreti, dei carabinieri, della polizia vennero, negli anni successivi, inquisiti e condannati per depistaggio!) ma, oggi, nessuno sa ancora esattamente chi sia stato a decidere la morte di cittadini innocenti la cui unica colpa era quella di trovarsi in una banca a cambiare un assegno, fare un versamento o pagare una cambiale.

Chi crede in una società giusta non ha bisogno di vendette per continuare a crederci, ma chiedere la verità è un diritto e un dovere!

L’umanità (o almeno una parte, forse la meno colpita nei suoi affetti più cari) già comincia a dimenticarsi i più orrendi crimini mai visti nella storia dell’umanità compiuti durante lo sterminio delle popolazioni ebraiche in Europa, durante la II Guerra Mondiale.
Dovremmo quindi anche scordarci degli assassini di Piazza Fontana ? Siamo sicuri che non siano ancora fra noi ? Siamo sicuri che non possano ancora uccidere (magari in qualche altra parte del mondo) ? E soprattutto, siamo sicuri che la violenza, la menzogna di stato, la soppressione della verità, la sottomissione ai poteri economici degli apparati dello stato, siano stati completamente eliminati salla nostra società ?

Possiamo, da ultimo, accettare di vivere in una nazione di serie B in cui ‘certi’ crimini non trovano mai un responsabile ? Ci possiamo sentire sicuri di vivere in una democrazia ?
Lo scopo di questo sito non è commemorativo: alle commemorazioni ci penserà sicuramente la politica ufficiale con le sue lacrime di coccodrillo e le promesse che non verranno mantenute per non disturbare gli interessi di quelli che ancora contano !

Quello che cercheremo di fare è:

1- Reinterpretare gli eventi
2- Raccogliere testimonianze
3- Acquisire e diffondere nuovi elementi di informazione e controinformazione
4- Dimostrare che c’è chi non accetta l’oblio

E, soprattutto

Far capire che la tentazione a seguire la strada della violenza, della sopraffazione e della menzogna necessita di cure lunghe e difficili per essere debellata, e che non bisogna mai abbassare la guardia o far finta di dimenticare: la prossima volta potrebbe toccare a noi !


Fonte: http://www.informagiovani.it/terrorismo/piazzafontana/default.htm

martedì 7 dicembre 2010

Il governo dell'Ecuador si impone sulle multinazionali petrolifere; da www.gara.net





Il governo ecuadoregno si appresta ad assumere il controllo dei campi petroliferi dell'azienda brasiliana Petrobras e di altre tre aziende minori che non hanno accettato i nuovi contratti che sono stati loro offerti, ne informa fonte ufficiale.

Martedì si è conclusa la rinegoziazione, durata tre mesi, con le multinazionali che sfruttano i grandi giacimenti petroliferi ecuadoregni: Petrobras, la coreana Canada Grande, la statunitense EDC e la cinese CNPC. Queste lasceranno il paese perché non hanno accettato le condizioni poste dal governo, desideroso di garantire maggiori benefici dallo sfruttamento di questa risorsa nazionale. Le aziende che lasceranno il paese estraevano il 14% del petrolio sfruttato da privati, lo dichiara il Ministero delle Risorse naturali non rinnovabili, che spiega pure che lo Stato vi subentrerà a breve, nell'arco di 120 giorni.

Imprese come l'ispano-argentina Repsol YPF, la cilena ENAP, l'italiana Agip e le cinesi Andes Petroleum e Petroriental hanno invece sottoscritto nuovi contratti con Quito.

In base al nuovo contratto lo Stato è il padrone di tutto il petrolio estratto dalle multinazionali private, e a ciascuna viene pagata una tariffa fissa intorno al 15%.

Il ministro delle Risorse non rinnovabili, Wilson Pástor, ha dichiarato che la rendita petrolifera statale, in virtù dei nuovi contratti, salirà dal 70% all'80%.

Il suo viceministro, Carlos Pareja Yanuzelli, ha segnalato che non ci sarà nessuna ricaduta sul personale dei giacimenti, continueranno a lavorarci gli stessi dipendenti; "cambiano soltanto le direttive". Egli ha negato che questa misura governativa possa produrre la fuga degli investimenti in Ecuador: "Credo che avverrà il contrario, giacché le regole ora sono più chiare, e sono a vantaggio nostro ma anche delle aziende, lo dimostra il fatto che vi sono imprese petrolifere che sono rimaste qui".

Ha poi aggiunto che il fatto che se ne sia andata Petrobras non avrà nessuna ricaduta nelle relazioni con il Brasile, mentre l'azienda brasiliana, da parte sua, ha fatto sapere che non intende sostituire i contratti per l'estrazione con altri per sole prestazioni di servizio e avvierà l'iter per ottenere l'indennizzo che le spetta.

Traduzione di www.resistenze.org

sabato 4 dicembre 2010

IMPARINO DAGLI AYATOLLAH, DI GIULIETTO CHIESA megachip.info/






In Iran hanno intuito per tempo che lo sbarco di Murdoch era il cavallo di Troia per cloroformizzare l’opinione pubblica e le coscienze.

La sinistra italiana, che ha regalato a Berlusconi il controllo dell’etere, invece di capire che fa più male “C’è posta per te” delle dichiarazioni di Cicchitto, continua ad inseguire le tv del Cavaliere sul terreno dei pollai televisivi.

Farebbero meglio a mandare una delegazione in Iran per imparare.
Perfino gli Āyatollāh sono più svegli della sinistra italiana. Cioè perfino loro hanno capito cosa significa l’intrattenimento per rincoglionire il colto e l’inclita. Si dà il caso che Rupert Murdoch abbia deciso di attaccare preventivamente l’Iran con i suoi incrociatori massmediatici (guai arrivare secondi!). Detto fatto ha comprato una televisione privata afghana, la “Farsi 1”, mediante un prestanome di nobile stirpe afghana e, mettendo la sua possente portaerei News Corp, insieme alla barchetta Moby Group di Saad Mohseni, ha cominciato a trasmettere via satellite verso il territorio iraniano.

“Farsi 1”, a differenza della Voice of America, o della Bbc, non trasmette informazioni: solo intrattenimento e pubblicità. Soap opera, amori, commedie, drammi sudamericani, detectives and mafia stories. Abbastanza sesso per solleticare il prurito dei voyeurs iraniani. Ma non troppo, per non suscitare reazioni puritane. Perfino baci in bocca e, ovviamente, capelli al vento per fare arrabbiare i mollah. Ma niente propaganda.

Dunque, se il governo di Teheran fosse stupido come lo sono stati tutti i governi di centro sinistra, lasciando campo libero a Berlusconi sul terreno di cui sopra, non avrebbe mosso un dito.

Avrebbe ragionato così, più o meno: se Murdoch si mette a fare politica noi chiediamo la par condicio e gliela facciamo vedere noi a quello stronzo. Ma siccome lui fa vedere solo un po’ di cosce indiano-americane, faccia pure.

Invece a Teheran hanno studiato “Divertirsi da Morire” di Neil Postman e hanno capito da tempo che vale di più una tetta scoperta, o anche allusivamente suggerita, che cento discorsi di Obama. Così come, trasferendo il discorso in Italia, vale di più una Maria De Filippi (per istupidire la gioventù italiana) di mille dichiarazioni di Fabrizio Cicchitto.

E sono partiti all’attacco. Lo hanno fatto, per altro, con tecnologie raffinate: mettendo in campo i loro hacker (ne hanno anche loro, a quanto pare) e mandando sui siti di “Farsi 1” una serie di minacce non precisamente pacifiste. «I sogni di chi cerca di distruggere le fondamenta della famiglia conducono dritti alla fossa». Meglio perfino della Chiesa cattolica.

Il fatto è che Rupert ha un’armata di “ingegneri di anime”, presumibilmente non meno abili di Fedele Confalonieri, che riescono a infilare in un normale thriller anche l’idea che i musulmani sono tutti terroristi. Del resto metà dei film hollywoodiani ormai da oltre un decennio sono pieni di terroristi musulmani come gli agnolotti di Bologna lo sono di carne tritata.

E questo, soprattutto, non piace agli Āyatollāh che, avendo una dignità nazionale da difendere e sapendo - per averlo sperimentato direttamente - che la Cia non è seconda a nessuno nell’organizzazione di attentati terroristici, non gradiscono che sugli schermi di casa propria impazzino film dove i musulmani sono invariabilmente i cattivi. Per loro sfortuna, però, non hanno una cosa paragonabile a Hollywood, per cui far muovere gli hacker non serve granché, essendo cosa solo difensiva.

Hanno capito, questo è certo, che per liquidare un paese e la sua memoria storica basta lasciare agli americani il compito di “divertirlo”.

Per cui si limitano a ripetere la sconfitta dei russi. I quali non hanno ancora capito che gli Stati Uniti hanno demolito l’Unione Sovietica conquistando le anime dei russi con le loro televisioni. E, ancora adesso, venti anni dopo essere stati colonizzati dalla Cnn, non hanno ancora realizzato che dovrebbero fare come Murdoch ma alla rovescia: comprarsi delle catene televisive in Occidente e cominciare a “narrare il mondo” (citazione da Niki Vendola) dal punto di vista di Mosca.

Invece lasciano in giro i loro oligarchi coglioni a comprarsi squadre di calcio e a farsi fabbricare i loro yacht più lunghi del mondo, come Roman Abramovič, che con quei soldi si poteva comprare cento canali digitali in Europa. Ma questo è un altro discorso.

Torniamo a Teheran e al centro sinistra. Il quale ultimo (in tutti i sensi) pensava che impadronendosi delle tv di Stato, avrebbe potuto contrastare quelle del caimano. L’inghippo si verificò quando Romano Prodi, salito al governo dopo che D’Alema, Veltroni, Violante and company avevano regalato a Silvio Berlusconi tutto il regalabile in termini televisivi, invece di fare programmi e palinsesti alternativi a quelli di Berlusca, fecero sui loro canali (cioè sui nostri, ma occupati da loro) le stesse cose che faceva Berlusconi per istupidire il pubblico.

Così accadde quello che tutti sappiamo. Il rincoglionimento è stato elevato al quadrato, invece di essere ridotto della metà.

Dunque permettetemi di elevare un mesto omaggio agli Āyatollāh iraniani. Si difendono come possono, ma almeno si vede che hanno individuato il pericolo. Suggeriamo a Bersani di invitare una delegazione di Guardie della Rivoluzione qui a Roma, non appena Berlusconi avrà mollato l’osso.

Con il compito preciso di spiegare a Sergio Zavoli, a Gentiloni e a Paolo Garimberti che gli animi si conquistano solo dopo averli anestetizzati.
Giulietto Chiesa
Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/5185-imparino-dagli-ayatollah.html
4.12.2010

Articolo pubblicato su www.lavocedellevoci.it di dicembre

venerdì 3 dicembre 2010

Wikileaks, il new world order e la caduta di Berlusconi





"Vogliono farmi fuori come con Mattei": queste le parole con cui Silvio Berlusconi ha deciso di commentare tutti i dati che stanno continuando a venire fuori da Wikileaks e che rendono di pubblico dominio le sue fosche relazioni internazionali con Putin &co. Hanno reso di pubblico dominio anche i suoi "wild parties" i quali avrebbero ormai da tempo seriamente minato il suo stato di salute, al punto da rendere preoccupati i suoi alleati di Washington.
Innanzitutto anche solo a ipotizzare un raffronto tra Silvio Berlusconi e il defunto Mattei viene da ridere, non fosse altro che per la diversa levatura morale dei due personaggi, imparagonabili e troppo diversi. In secondo luogo, e lo abbiamo già detto, Assange non sta rivelando nulla di incredibile, almeno in Italia sapevamo già tutto quanto sul conto di Mr. B, se non altro tutto ciò servirà a diffondere anche nel mondo un ritratto quantomai verosimile delle abitudini del "nostro" Premier.
ma alla fine chi ne ha tratto giovamento dalle dichiarazioni uscite fuori da Wikileaks? Non certo l'Iran, che, come sappiamo, è il primo nemico di Israele, paese che stranamente non viene toccato in nessun modo dalle rivelazioni si Assange. Inoltre non può davvero essere un dettaglio che il succitato Assange possa permettersi di mettere in crisi l'intera diplomazia internazionale impunemente, senza che nessuno abbia pensato di prevenire la sua azione, peraltro abbondantemente prevista e niente affatto orchestrata nell'ombra. Assange dal conto suo ha dichiarato di voler rendere pubbliche tutte le carte che dimostrano le fonti di finanziamento di Wikileaks, pensando forse che la gente sia così ingenua da credere che i servizi segreti non siano abili a costruire coperture finanziarie in giro per il mondo. Da un punto di vista pragmatico poi, è proprio Israele a trarre vantaggio dalle rivelazioni dell'hacker, in quanto si è sdoganato in modo inequivocabile il prossimo conflitto contro teheran, in modo che già ci si possa allenare a masticare il concetto, come se volesse concederci qualche mese per entrare in quell'ordine di idee. E che non sia una semplice idea di qualche scettico, viene sottolineato anche dal governo turco, il quale ha espresso in modo ufficiale il dubbio che dietro al volto cinematografico di Assange possa celarsi proprio la longa manus di Tel Aviv.

La via brasiliana; di Emir Sader - Carta Maior, da www.rebelion.org/noticia.php?id=117238





Le elite brasiliane avevano solo due orizzonti: lo stato di benessere sociale europeo o il dinamismo e l'accesso al consumo degli Stati Uniti, il primo identificato con la civilizzazione e la stabilità, il secondo col dinamismo e la modernità.

Il "getulismo" è stato il nostro modello di benessere sociale, con uno Stato che si assumeva le responsabilità dello sviluppo economico e dei diritti dei lavoratori. Questo modello è sempre stato ripudiato dalle elite, che sono state beneficiate dall'espansione industriale spinta dai governi ma che hanno mantenuto fermo il rifiuto di Getulio (Vargas), considerandolo incompatibile con le loro esigenze di rappresentabilità. Il modello di alleanza di classe che voleva Getulio, agevolato dall'espansione del mercato interno e dell'appoggio della base popolare, non fu mai digerito neppure dalla borghesia industriale.

Lo stesso Juscelino Kubitschek - dallo stile politico più moderato, oltre ad aver consegnato l'egemonia economica nelle mani del capitale straniero con lo sviluppo dell'industria automobilistica - non è mai stato gradito alla grande imprenditoria paulista (JK giunse terzo alle elezioni del 1955, dietro Adhemar de Barros e al candidato udenista Juárez Távora).

Joao Goulart ("Jango") divenne governatore quando l'impulso economico mostrava già segnali di esaurimento, con un'evidente spaccatura fra lavoratori e imprenditoria che s'impadroniva dello scenario politico riflesso in una grande bolla inflazionaria. La soluzione del conflitto avvenne per via violenta ("La borghesia preferisce un fine violento piuttosto che una violenza senza fine" diceva Marx nel XVIII Brumaio). Il modello installato tagliò drasticamente il processo di distribuzione del profitto con l'espansione del mercato internazionale, favorendo l'accumulazione del capitale basato sui consumi delle classi alte e sull'esportazione. Gli aggiustamenti salariali e l'intervento dei sindacati, produssero poi una luna di miele per il grande capitale nazionale e internazionale, che poté guadagnare come mai gli era riuscito durante la dittatura.

Il riferimento dell'élite era un modello usamericano di libero commercio con esclusione sociale e concentrazione delle rendite, un modello economico di dinamismo del capitale internazionalizzato e di depressione del mercato di consumo interno.

La democratizzazione fu impedita dalla crisi del 1979/80, quando l'economia smise di crescere - in pratica per la prima volta dal 1930 - e la crisi del debito fece in modo che l'economia girasse in funzione dell'esportazione, con l'obiettivo di ricavare le risorse per pagare i debiti - moltiplicati dalla crisi - . Lo sviluppo e il benessere sociale rimasero lettera morta.

Il decennio neoliberale finì poi col sotterrare definitivamente lo sviluppo, con l'obiettivo centrale di mantenere la stabilità monetaria. La democratizzazione non portò né il recupero dell'espansione economica né il miglioramento sociale nella maggior parte della popolazione, e il neoliberalismo istituzionalizzò questa tendenza, a fronte dell'attesa che il controllo dell'inflazione si riflettesse nelle condizioni sociali della popolazione. Ciò è stato immediatamente certo, fino a quando l'impulso è finito, l'economia ha patito la recessione degli ultimi tempi e la situazione sociale del popolo é tornata a degradarsi parecchio.

La socialdemocrazia è arrivata al governo nel momento della sua conversione al neoliberalismo cominciando in Francia e poi in Spagna, i principali referenti dei "tucani" [socialdemocratici brasiliani NdT], ma non ha portato con sé il benessere sociale, ma piuttosto il modello più mercantilista che si sia mai conosciuto.

Con il governo di Lula il superamento della crisi è arrivato attraverso un modello costruito da poco, che ha incassato il consenso nazionale per il controllo dell'inflazione ma che non ne ha fatto l'asse portante, ma una delle sue dimensioni. La specificità del nuovo modello è stato il recupero della crescita economica strutturalmente articolato con l'espansione del mercato interno del consumo popolare, che ha reso necessario delle politiche sociali come elemento induttivo della crescita e della garanzia dei diritti sociali da parte dello Stato. Il Brasile sta ora costruendo il proprio cammino di sviluppo storico.

Fonte - http://www.cartamaior.com.br/templates/postMostrar.cfm?blog_id=1&post_id=626

mercoledì 1 dicembre 2010

Alcune considerazioni sulla riforma Gelmini; di Paolo Barnard, tratto da www.paolobarnard.info





Non credo che sia chiara a tutti la finalità ultima dell’attacco all’istruzione pubblica cui da tempo assistiamo. Eppure l’intento primario è alla luce del sole e si qualifica appieno come parte del Più Grande Crimine, cioè l’ennesimo massacro delle speranze di vita per milioni di cittadini europei, noi inclusi di certo, lungo il percorso preordinato della distruzione del sistema Europa. Prima di scrivere di questo scempio, chiedo al lettore di sostare per alcune righe su un effetto collaterale che per dovere di completezza va ricordato, e che gode di un preliminare favorevole, questo: la paralisi completa inflitta agli Stati dell’Eurozona nella loro capacità di spendere a deficit per creare la piena ricchezza sociale, di cui la scuola e l’università sono una parte (sulla paralisi si legga il saggio http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=192.)

Di questo effetto collaterale dell’attacco all’istruzione, va detto qualcosa che vada oltre l’ovvia e annosa pratica dell’impoverimento di un servizio pubblico al fine poi di renderlo appetibile per una privatizzazione selvaggia per pochi spiccioli e per il giubilo degli investitori privati (pratica di cui il centrosinistra italiano è maestro eccelso). Il fatto che risulta evidente è che nell’intervallo che separa la scuola pubblica di oggi dalla sua definitiva scomparsa, non era concepibile per il settore privato non lucrarvi sopra in attesa del banchetto finale. A tal proposito, la corsa al business dell’istruzione ci dovrebbe insegnare di nuovo come lavora il Vero Potere. Sotto il naso distratto di studenti e genitori, e distratto non di rado dai falò dell’Antisistema dei falsari italiani, sono spuntate ovunque sigle come European Schoolnet, ANSAS, CoSN, Education.eu, EMINENT 2010, UNI-C, ANP, DANTE, BDEB, Consortium GARR, HEAnet, RedlRIS, RENATER, SWITCH… e una ridda di altre. Sulla facciata si tratta di impeccabili istituti per l’avanzamento delle tecnologie didattiche, non profit di rigore, che tuttavia nascondono immancabilmente le ombre onnipresenti in ogni loro mossa di Microsoft, Intel, Oracle, Pasco, Smart, eInstruction, Acer, Apple, per dirne solo alcuni. Bè, che le nascondano non è proprio il termine giusto, poiché in effetti ci sono istanze in cui mostrano una faccia tosta incredibile. Alla premiazione di Docente dell’Anno 2010, la sorridente Mariastella Gelmini accompagnata dall’amministratore delegato della Microsoft Italia Pietro Scott Jovene, premiava un progetto scolastico chiamato “Un robot che gioca a Dama è spesso avanti di un passo se utilizza Windows!”. No comment. La quantità di eventi, simposi, concorsi, summits, che costoro sono in grado di organizzare è incredibile. Il loro lavoro di lobbistica presso i ministeri competenti non lascia speranza di poter distrarre la formazione di milioni di nostri giovani da quel killer delle anime che si chiama Information Computer Technology (ITC). Cioè un sistema educativo all’esclusivo servizio di chi da una parte spera nella scomparsa dell’umanizzazione dei cittadini, e dall’altra nella trasformazione (in atto) di chiunque abbia ancora una mente ribelle in puri attivisti di tastiera per annullarli (esiste già il termine inglese di clicktivism). Naturalmente, sempre per l’esclusivo interesse del solito Vero Potere.

Vengo allo scopo primario dell’attacco all’istruzione. Eccolo: drasticamente ridurre il numero di giovani che conseguono un titolo d’istruzione alto, per schiacciare ancora di più le rivendicazioni salariali. In altre parole, impoverirci in massa. La tendenza storica originatasi dal dopoguerra d’innalzamento delle qualifiche di studio nella popolazione media, ha portato nei decenni a reclamare redditi sempre più alti, ed è avvenuto, anche se poi il trend è stato interrotto. Questo però è un meccanismo che anche solo in sé, cioè per il solo fatto di esistere, da sempre minaccia il piano di deflazione della ricchezza pubblica e dei mercati voluto dai falchi neoliberisti, di scuola ricardiana soprattutto, i seguaci dell’eminenza grigia Francois Perroux, che nel 1933 scrisse: “Il futuro vedrà la supremazia delle nazioni capaci di imporre povertà di massa, per generare super profitti e perciò accumulo di capitale”. Costoro, cioè i nostri reali padroni, temono sempre gli altissimi pericoli di una deflagrazione sociale anche nelle classi medie, quelle che oggi vedono i propri figli laureati elemosinare lavori ignobili per stipendi ignobili quando va bene. E più cresce il numero di giovani cittadini altamente qualificati, più diviene difficile per i datori di lavoro comprimere i loro salari senza scatenare ondate di sdegno nelle opinioni pubbliche e soprattutto instabilità sociali incontrollabili. Meglio, come strategia, evitare all’origine la creazione di tali professionalità, e quindi la falcidia delle istituzioni scolastiche secondarie e universitarie diventa essenziale, con la mira di impedirvi l’accesso ai più. In Gran Bretagna, una ricerca della Ipsos Mori ha scoperto che il vertiginoso aumento dei costi universitari pianificato dal presente governo taglierà fuori dagli atenei fino ai 2/3 (sic) degli studenti meno ricchi. Come dimostrato nei dettagli nel mio Il Più Grande Crimine, la pianificazione economica/sociale del Vero Potere in Europa e negli Stati Uniti, impersonato dalle destre finanziarie e grandi industriali, punta alla creazione, in Europa soprattutto, di sacche di sottoccupazione ‘cinese’. La strategia della creazione delle moneta unica (euro) e della stagnazione degli stipendi reali negli USA sta rendendo realtà quel piano. Servono quindi masse di giovani sotto qualificati e possibilmente disoccupati per imporre il crollo dei salari, mentre pochi colletti bianchi rigorosamente figli di classi agiate (gli unici in grado di pagarsi l’università) saranno funzionali alla nuova classe dirigente.

Mariastella Gelmini è solo un’esecutrice di ordini, che come sempre vengono dall’esterno del ‘cortiletto del potere, escono cioè dalle stanze del Vero Potere. Personalmente non provo alcuno scandalo per ciò che ella sta facendo; è il suo compito di scherana e lo svolge con diligenza, forse unica nel governo Berlusconi ad aver compreso cosa si deve fare per una carriera futura di prestigio (Prodi docet). Assai più scandaloso è che nessuno dei sindacati italiani stia capendo chi sia il nemico del lavoro e dei salari, e non parlo dei patetici CGIL, CISL e UIL, ma precisamente delle formazioni cosiddette oltranziste. E chi ci rimette alla fine…

Il nostro premier per parte sua non ne capisce nulla di questa storia, ed è stato ‘suicidato’ il 10 novembre scorso quando ha versato (consapevolmente?) la goccia che ha fatto traboccare il vaso del Vero Potere finanziario internazionale con una lettera consegnata al G20 di Seul, dove il Cavaliere (o chi per lui) chiede “che il G20 adotti misure che contrastino la speculazione sui mercati finanziari e delle materie prime… e un maggiore controllo sui derivati… Le regole e la vigilanza devono riguardare anche i mercati precedentemente non regolamentati… al fine di scoraggiare operazioni esclusivamente speculative… noi, leader del G20, dobbiamo fare pressione perché siano prese azioni immediate e incisive”. Per un uomo che l’organo di stampa del Vero Potere, il Wall Street Journal, definiva nel marzo del 2008 “un nemico corporativo del Libero Mercato”, questa è la fine. Vero Fini? (salvo sorprese clamorose dall’elettorato italiano).

Ma la falcidia dell’istruzione come mezzo di emancipazione sociale non si fermerà. Masse sottoqualificate, sottoccupate, intimidite, e dunque da pagare poco. Semplice. Come ai bei vecchi tempi di David Ricardo, appunto. Questo attende tuo figlio. Smetti di farti distrarre, datti da fare.

Wikileaks, ennesima presa in giro?





Recentemente le rivelazioni del sito Wikileaks hanno fatto il giro del mondo, creando aspettative non indifferenti che hanno tenuto milioni di persone incollate alla tv o a internet in attesa. Le rivelazioni sono poi puntualmente arrivate, scatenando, specialmente tra gli addetti ai lavori, un vero e proprio putiferio.
Sicuramente però la maggior parte dei lettori avrà constatato che le rivelazioni mirabolanti di Wikileaks, promesse dal suo creatore Assange, sono state in realtà una sonora delusione. Nessuna novità rilevante è infatti emersa dal sito del pirata informatico più famoso e ricercato del mondo; nessuna rivelazione sconvolgente; solamente conferme di quanto un pò tutti già sapevano. Forse ha sorpreso qualcuno sapere che Silvio Berlusconi sarebbe nientemeno che il megafono di Vladimir Putin? o forse che sarebbe spesso impegnato da stancanti "wild parties" notturni? direi di no.Qualcuno si è forse sorpreso nel sentire che Gheddafi si contornia di infermiere rigorosamente bionde e sarebbe ipocondriaco?. Semmai le rivelazioni interessanti sono quelle di politica estera, riguardanti per esempio la Nord Korea e l'Iran. Secondo quanto riferito da Wikileaks infatti tutti i paesi arabi avrebbero fatto pressioni sugli Stati Uniti per invadere Teheran; e la Cina avrebbe invece fatto sapere di accettare l'eventualità di una Korea riunificata.Ed è proprio a questo punto che emergono alcuni dubbi in merito a tutta la vicenda:
innanzitutto sembra assai strano che tale Assange abbia potuto sfidare la burocrazia di mezzo mondo e l'intelligence del paese più potente della Terra rimanendo ancora a piede libero. Ancora più buffo che il Ministro degli Esteri italiano Frattini abbia prima gridato a un "11 settembre diplomatico", per poi richiedere in modo quasi isterico la cattura del famigerato Assange. Credono veramente che nel mondo della globalizzazione dove un ip può essere tracciato a migliaia di chilometri e dove per la Cia lavorano migliaia di hacker professionisti non possa essere possibile rintracciare un personaggio che rilascia impunemente interviste a Londra e di cui tutti conoscono il volto e la professione? Evidentemente si.
E se tutta questa vicenda di Wikileaks servisse, in qualche modo, a far accettare dalla comunità internazionale un ormai inevitabile attacco all'Iran? a pensar male si fa peccato...ma come disse qualcuno...

Università, continua la protesta - Occupazioni da nord a sud. Tratto da bellaciao.org






09:17 Cagliari, corteo notturno, continuano le occupazioni

Corteo notturno degli studenti dell’Università di Cagliari. Dopo il voto finale alla Camera che ha dato il via libera al ddl Gelmini, che ora approderà in Senato, e dopo un’assemblea organizzativa al Palazzo delle Scienze, il cui tetto è tuttora presidiato, una parte degli studenti hanno deciso di effettuare una nuova azione di protesta tra le vie cittadine. Il corteo, partito prima di mezzanotte, ha effettuato varie tappe nelle strade principali del capoluogo: tra piazza Yenne, via Roma, viale Regina Margherita, piazza Costituzione, viale Regina Elena per chiudersi alla Casa dello Studente in via Trentino. Oggi nuova assemblea di tutti gli studenti ed i ricercatori per decidere le iniziative di protesta che saranno portate avanti sino al giorno della discussione del ddl al Senato. Nel frattempo continuano le occupazioni nella Facoltà di Magistero e nel Palazzo delle Scienze.

08:58 Roma, occupato il liceo Mameli

Non si ferma la protesta degli studenti neanche nella Capitale. Questa mattina ’’contro la riforma Gelmini e contro i tagli ai fondi per la scuola pubblica e i finanziamenti alle paritarie’’ sono scesi in campo gli studenti del liceo classico Mameli di Roma, che hanno occupato l’istituto.

08:45 Milano, occupata nella notte l’Accademia di Brera

La scorsa notte studenti legati ai manifestanti che hanno protestato in corteo, ieri, contro il ddl Gelmini, hanno occupato l’Accademia di Brera. Al momento non è noto quanti siano e dove si trovino esattamente. L’azione sarebbe stata compiuta intorno alle 4.

08:17 Palermo, un centinaio di studenti occupano il Comune

Un centinaio di studenti che protestavano contro la riforma dell’istruzione approvata ieri a Montecitorio, hanno occupato la notte scorsa il Palazzo delle Aquile, sede del comune di Palermo. Nel corso di un’assemblea durata un paio d’ore, gli studenti hanno deciso di proseguire l’occupazione delle scuole e delle facoltà universitarie fino al prossimo 14 dicembre, giorno in cui alla camera è previsto il voto di fiducia al governo

Padova 30.11- 10.000 in corteo selvaggio! Paralizzata la città - Occupata la Stazione! In serata ancora 5 Facoltà Occupate

Quella di oggi è stata una giornata importante a Padova così come nel resto del Paese. Centinaia di migliaia di studenti, ricercatori, precari del mondo della formazione sono scesi nelle strade di tutta Italia con una parola d’ordine comune: se ci bloccano il futuro, noi blocchiamo le città! La pratica dei blocchi metropolitani che incidono sul regolare svolgersi dei flussi produttivi è stata messa in atto in tutte le città, con occupazioni di stazioni ferroviarie, autostrade e arterie della circolazione cittadina.

La giornata di ieri ha visto assemblee a Scienze politiche, Lettere e filosofia, Scienze MMFFNN, Ingegneria e Psicologia che si sono concluse con l’occupazione di tutte le facoltà in agitazione mentre i ricercatori hanno fatto una protesta simbolica calandosi con uno striscione dai tetti dei dipartimenti. La mattinata è cominciata con picchetti e filtri davanti alle facoltà per coinvolgere tutti gli studenti nella grande giornata di mobilitazione contro l’approvazione del DDL Gelmini prevista oggi alla Camera. Vista la larghissima partecipazione nelle scorse settimane alle iniziative contro la riforma, la scelta è stata di lanciare due concentramenti, uno che raccogliesse le facoltà scientifiche in zona Portello e uno in piazza dei Signori per le facoltà del centro a mezzogiorno. Nel frattempo alcune decine di ricercatori e dottorandi hanno dato vita ad un bike block attraversando la città e intralciando il traffico. Dai concentramenti siamo partiti in due cortei bloccando la circonvallazione esterna. Il corteo di psicologi, scienziati e ingegneri, circa 3000, ha tenuto bloccato piazzale Stanga per un’oretta mentre l’altro corteo, che contava altrettanti studenti, ha bloccato gli accessi nella parte ovest della città.

Dopo il blocco della Stanga il corteo si è diretto verso la stazione dei treni. Gli studenti hanno aggirato i poliziotti presenti all’entrata della stazione scavalcando le recinzioni laterali e sedendosi sui binari. Intanto l’altro corteo era all’altezza di Prato della Valle e all’arrivo della notizia dell’occupazione della stazione, si è mosso per ricongiungersi agli studenti sui binari. Durante il percorso che ha attraversato il centro della città il corteo ha continuato ad ingrossarsi e, all’una, gli studenti sui binari sono arrivati ad essere diecimila.

Mentre i ritardi sulle linee si accumulavano, gli studenti hanno comunicato a pendolari e viaggiatori le ragioni della protesta ottenendo una comunicazione ufficiale attraverso l’impianto della stazione e il consenso dei tanti che affollavano i binari. Intorno alle 14.30 il corteo è ripartito in direzione del Rettorato bloccando ancora una volta la circolazione della città. In attesa della votazione alla Camera abbiamo deciso di tornare nelle rispettive facoltà occupate.

La giornata di oggi, mentre arrivavano le comunicazioni di quanto stava accadendo nelle altre città italiane, è stata una delle più importanti che il mondo della formazione e la città di Padova abbia visto. La determinazione, la capacità di mobilitarsi dimostrata dagli studenti e dai ricercatori di tutta Italia in queste ultime settimane dimostra che possiamo farcela, che questa riforma, come ogni altro provvedimento che prova a distruggere il nostro futuro, verrà respinta al mittente!

A partire dalla giornata straordinaria di oggi rilanciamo la mobilitazione per i prossimi giorni!

Nella situazione politica in cui si trova il Paese, con un Governo in bilico, con una riforma che da due anni, tra le proteste degli studenti, viene fatta slittare, le variabili che ci troviamo davanti sono molte, ora tocca a noi e alla nostra capacità di agire all’interno dei conflitti reali che ci sono e che stiamo aprendo. Il DDL non è ancora stato approvato, la mobilitazione continua, per riprenderci il futuro!

Studenti Indisponibili - Padova

martedì 30 novembre 2010

Il movimento sta vincendo





"Il movimento grande, unitario, pacifico che sta urlando la sua rabbia in tutto il Paese sta vincendo: lo dimostra chiaramente l'isteria scomposta di Berlusconi. Un Governo 'a scadenza' non può approvare questa riforma." Lo affermano in una nota i Gc e la Fgci, le organizzazioni giovanili della Federazione della sinistra che in tutto il Paese hanno partecipato alle proteste. Sulle tensioni nel corteo di Roma aggiungono "E' responsabilità esclusiva di chi oggi ha gestito l'ordine pubblico: se si rende inaccessibile e si blinda un'intera città, e si impedisce di raggiungere Montecitorio, in un'atmosfera carica di tensione da "stato di Polizia", non si possono accusare gli studenti. La situazione è stata resa volutamente ingestibile. Maroni e il Governo devono risponderne." Infine rilanciano "Gli emendamenti approvati costringono la riforma a tornare al Senato; nei prossimi giorni Berlusconi e la Gelmin i saranno definitivamente sconfitti: nelle aule parlamentari e nelle piazze del Paese."

Lotta fino all'ultimo contro il ddl Gelmini




Gli studenti nella giornata di oggi hanno manifestato il loro sdegno e la loro rabbia nei confronti di una riforma dell'università incompresibile e culturicida. A Roma, Milano, Palermo, Udine, Torino, Bologna, ovunque gli studenti hanno bloccato il traffico al fine di rendere palese la contrarietà della maggioranza del mondo della scuola alla proposta del "ministro"(?) Gelmini.
Nel mentre continua la discussione interna alla Camera dove il DDL verrà votato nella giornata di oggi, con un Berlusconi vergognoso che parla di studenti per bene che stanno a casa a studiare e di piazze strumentalizzate dai centri sociali. Innanzitutto se i centri sociali disponessero di un tale dispiegamento di forze non ci troveremmo certamente in questa situazione, secondo Berlusconi ignora, o finge di farlo, che in piazza si trovavano centinaia di ricercatori e dottorandi, dunque non certo studenti fuori corso come ha sbraitato in modo ridicolo.
Anche Fini cala la maschera mostrando il volto autoritario dell'uomo d'ordine, schifato e disgustato dalla protesta di piazza. La speranza è che l'ennesima porcheria del governo aiuti la massa indefinita degli indifferenti ad aprire gli occhi e a scendere in piazza insieme agli studenti contro un governo infame e improponibile.
Questo governo ha sottovalutato troppo a lungo una intera generazione, che ora non tollera di vedere il proprio futuro sgretolato sotto il tacco dei profitti. L'università deve rimanere pubblica e non deve essere un azienda al servizio del mercato; questo è un punto su cui non si deve recedere e non si può transigere.

domenica 28 novembre 2010

Lo Stato o è sociale o non è





Il governo Berlusconi risponde alla crisi con la politica dei tagli al sociale

Mentre la crisi fa aumentare disoccupati, povertà e disuguaglianze, il governo risponde con lo smantellamento dello stato sociale attraverso tagli e misure che promuovono un welfare mercantile e caritatevole dove il pubblico si ritrae facendo venir meno il rispetto dei principi costituzionali, quelli che vedono lo Stato impegnato a rimuovere ogni ostacolo all’uguaglianza sociale (art. 3).
I fondi sul sociale passano da 2 miliardi e mezzo del 2008 ad appena 500 milioni nel 2011. In particolare, il fondo nazionale per le politiche sociali passa da 930 a 275 milioni. Quello per le politiche della famiglia da 345 a 52,5. Il Fondo per la non autosufficienza non avrà neanche 1 euro nel 2011.
I trasferimenti a regioni, province e comuni si riducono di 18 miliardi in due anni. Tagli che determinano la riduzione, quando non la chiusura, di servizi sociali, socio sanitari ed educativi, dagli asili nido ai centri diurni. A subirne le conseguenze sono disabili, anziani, minori, ex detenuti e tutte quelle categorie svantaggiate che vengono letteralmente lasciate sole.
Si vuol far pagare la crisi a chi non l’ha causata e ne subisce gli effetti più drammatici.

Gli operatori sociali non sono lavoratori di serie B. Garantire maggiore stabilità e migliori salari

I tagli colpiscono gli utenti, ma anche i lavoratori sociali, che già vivono condizioni contrattuali precarie e malpagate. Il rischio concreto è quello di non vedere rinnovato il proprio contratto o di dover accettare condizioni di lavoro ancora peggiori. E in questa situazione drammatica, risulta inaccettabile l’atteggiamento delle tre principali centrali cooperative, che propongono il rinnovo del contratto per gli oltre 250mila operatori sociali con soli 38 euro di aumento medio per tre anni. Un’offesa alla dignità di tutte quelle persone che ogni giorno, nonostante le difficoltà, garantiscono la sopravvivenza dei servizi sociali.

Noi non ci stiamo e siamo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori sociali nelle loro battaglie per avere maggiore stabilità e migliori salari. Siamo impegnati a promuovere e sostenere un modello di welfare fondato sui diritti sia delle persone che beneficiano dei servizi che di quelle che vi lavorano. Perché non può funzionare un sistema di welfare che contrappone i diritti degli utenti a quelli degli operatori sociali; perché non può esistere un buon servizio senza un buon lavoro. Un modello che contempla la presenza pubblica come l’unica forma di garanzia universalistica dei diritti sociali.

Serve un vero confronto tra sindacati, istituzioni e associazioni di categoria finalizzato ad ottenere un contratto dignitoso e rispettoso dei diritti dei lavoratori sociali, ad eliminare il ricorso a gare d’appalto al massimo ribasso che compromettono la qualità dei servizi e la tutela contrattuale degli operatori. Per queste ragioni, il 3 dicembre saremo in piazza al fianco di quelle sigle sindacali che hanno proclamato manifestazioni in tutta Italia contro il silenzio assordante di cooperative e istituzioni e per avere un nuovo e serio contratto di lavoro.

Federazione della Sinistra

venerdì 26 novembre 2010

Combattere Unione Europea, BCE e FMI Dichiarazione politica del Partito Comunista d'Irlanda





L'aggravarsi della crisi del sistema capitalista monopolistico - l'imperialismo - ha mostrato la profonda crisi strutturale che ne è alla base. La crisi ha anche reso palese come il sistema sia incapace di risolvere le sue profonde contraddizioni senza ricorrere a un massiccio attacco alle condizioni di lavoro, agli standard di vita dei lavoratori e alle conquiste realizzate nel corso di decenni di lotta di classe di massa.

Il sistema stesso è incapace di risolvere e trovare soluzioni ai molti e sempre più numerosi problemi che l'umanità deve affrontare, comprese la povertà di massa, la fame e scarsità di cibo, e l'impellente necessità di contrastare il surriscaldamento globale.

La politica perseguita è quella dell'imposizione della disoccupazione di massa, di una crescente disuguaglianza, di una maggiore concentrazione della ricchezza, più monopolizzazione e un maggiore sfruttamento dei lavoratori e dei poveri, della distruzione di comunità, dell'aumento della militarizzazione e delle guerre.

Il popolo irlandese, sia a nord che a sud, è ora costretto a pagare un pesante prezzo per le politiche fallimentari di entrambi i governi irlandese e britannico. Questi attacchi raggiungono un livello qualitativamente nuovo, costruiti su politiche di bilancio che prevedono una deliberata riduzione della spesa pubblica, attacchi organizzati al servizio pubblico, al sistema del welfare, con aumento delle imposte dirette e indirette sui lavoratori e i poveri, e con la socializzazione del debito societario lasciando intatta la ricchezza.

L'imposizione pervenuta dal capitale finanziario internazionale e dall'Unione Europea di un piano di rientro del deficit in quattro anni è stata concepita per aggirare e indebolire la volontà democratica del popolo. Il loro approccio consiste nel costruire programmi di riadeguamento strutturale per ogni tipo di politica economica e sociale che qualsiasi eventuale futuro governo irlandese possa voler attuare. Le politiche di UE e BCE mirano a promuovere e tutelare gli interessi del capitale monopolistico finanziario tedesco e francese e delle banche.

Le politiche del FMI hanno seminato una scia di distruzione in tutto il mondo costringendo i lavoratori a pagare per le politiche e le strategie economiche che le élite locali, in alleanza con il capitalismo monopolistico, hanno inflitto ai loro paesi.

La crisi ha anche evidenziato il danno provocato, sia a nord che a sud, allo sviluppo economico e sociale dall'eccessiva fiducia riposta nella finanza, nei settori assicurativo e immobiliare, e nel capitalismo transnazionale.

L'Unione Europea sta sfruttando la crisi per far passare il suo orientamento strategico volto a stabilire un maggiore controllo sopra le strategie di bilancio nazionali e sulle urgenze sociali ed economiche dei paesi membri. In tutta Europa, i lavoratori, le piccole imprese, i lavoratori autonomi, le famiglie contadine e quelle a carico dell'assistenza sociale sono costretti a pagare un prezzo molto alto a questa crisi. A questi strati sociali nei paesi periferici all'interno dell'Unione Europea viene chiesto di sopportare un peso ancora maggiore per salvare il capitale finanziario tedesco, francese e inglese, e di fatto per salvare lo stesso euro.

La resistenza a queste politiche sta crescendo in tutta Europa. In Irlanda, come altrove, il movimento dei lavoratori è fondamentale per questa opposizione. Lo sviluppo di un'alternativa chiara al suo interno e nel movimento sindacale, sulla base degli interessi delle masse popolari e non di quelli padronali e delle banche, risulta essenziale. Questo significa il rifiuto ad ogni livello da parte del movimento operaio della corrotta e ora chiaramente fallimentare strategia della "concertazione sociale". Il padronato sta già mettendo in chiaro di non aver alcuna intenzione di difendere i posti di lavoro o arrestare i tagli salariali. E' anche chiaro che il movimento sindacale e i lavoratori del settore pubblico sono stati bidonati con l'accordo di Croke Park.

Il governo e il padronato non reputano più necessaria la "concertazione sociale" per proteggere i loro interessi strategici. La leadership sindacale deve esplicitare altrettanto chiaramente di non riporre ulteriori illusioni su di essa.

E' ora necessaria una vigorosa e ferma campagna non solo per respingere la prossima finanziaria ma l'intera strategia economica del governo - ampiamente supportata dai principali partiti dell'opposizione - e per contrapporsi alla privatizzazione dei servizi pubblici e alla svendita delle aziende pubbliche.

Il movimento sindacale in Irlanda del Nord ha dimostrato nella recente mobilitazione di migliaia di lavoratori che è possibile resistere in presenza di una leadership e di istanze chiare e riconoscibili. Questa è la lezione su cui costruire il movimento operaio in tutta l'Irlanda. Il Partito Comunista d'Irlanda invita i lavoratori, i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e i disoccupati a sostenere la mobilitazione del 27 novembre, organizzata dalla ICTU [Irish Congress of Trade Unions].

Non è troppo tardi per affermare l'assoluta necessità della mobilitazione autonoma dei lavoratori. I lavoratori hanno bisogno di presentare la propria visione dell'indispensabile sviluppo economico e sociale. Un primo passo necessario è quello di respingere la costruzione del consenso ideologico, per cui tutti noi dobbiamo "condividere il dolore". Come la crisi ha rappresentato per il capitalismo monopolistico di Stato la possibilità di lanciare attacchi più profondi e sostenuti ai lavoratori, così il movimento sindacale deve rispondere con le proprie rivendicazioni e con una strategia economica alternativa. I lavoratori devono ugualmente opporsi alle politiche dell'Unione Europea e del Fondo monetario internazionale.

La profonda debolezza strutturale, di nord e sud, può essere superata solo attraverso un approccio strategico di tutta l'Irlanda rivolto a uno sviluppo economico e sociale, una strategia che politicamente, economicamente e socialmente sia trasformativa. Solo lo sviluppo dell'uso socialmente pianificato di capitali e risorse è in grado di superare l'anarchia e il caos del capitalismo.

Al centro di ogni alternativa ci devono essere:

• Il rifiuto del debito: è il loro debito, non il nostro;
• La restituzione del potere fiscale da Bruxelles al popolo irlandese;
• Il trasferimento dei pieni poteri economici e fiscali all'esecutivo dell'Irlanda del Nord;
• La creazione di una banca di investimento statale;
• L'istituzione di una agenzia di sviluppo economico di tutta l'Irlanda sotto il controllo democratico;
• Il controllo sociale di tutte le risorse naturali e marine, da sviluppare in modo sostenibile da parte del popolo.

giovedì 25 novembre 2010

CONTINUA LA PROTESTA CONTRO LA RIFORMA GELMINI





La protesta contro la Riforma Gelmini dell'Università continua in ogni città del paese. Il governo Berlusconi sta distruggendo sistematicamente il nostro futuro, con una riforma operata metodicamente che precarizza in modo maggore il sistema dell'istruzione italiano, eliminando innanzitutto la ricerca e quindi la possibilità di crescita di tutta quanta l'Italia, in ogni settore economico e sociale.
La Federazione Giovanile Comunisti Italiani di Torino esprime la piena solidarietà alle manifestazioni, occupazioni e proteste di ogni tipo ora in corso. Esprimiamo poi ulteriore sostegno ai ricercatori che da ieri si trovano sul tetto di Palazzo Nuovo in forte contestazione alla riforma del ministro alla Pubblica Distruzione Gelmini.
Le ragazze e i ragazzi della FGCI torinese sono stati presenti alle mobilitazioni di ieri e continueranno a partecipare all'occupazione e alle mobilitazioni di questi giorni, perchè riteniamo intollerabile che la crisi economica (da cui il paese non è assolutamente ancora uscito) venga fatta pagare con enormi tagli all'istruzione pubblica.

Ivano Osella
Coordinatore Provinciale Fgci Torino

"La nostra Patria non deve morir": iniziativa organizzata dai Gc2.0 e dalla rivista Indipendenza







Giovani Comunisti Torino 2.0 e Rivista Indipendenza presentano:
La nostra Patria non deve morir

Mercoledi 24 novembre 2010
Via Millio 64 - Torino
...
Ore 18: Commemorazione di Dante di Nanni (per tutti gli interessati contattateci gc-torino@libero.it)
Ore 19:30 Aperitivo Popolare
Ore 20:30 Dibattito - Resistenza: una linea spezzata

Ne discutiamo con
Valerio Gentili (autore del libro: la legione romana degli arditi del popolo)
Bruno Dal Bo (coautore del libro: Il Martinetto e dintorni 1943-45)
Eros Ricotti (Anpi)
Francesco Labonia (Rivista Indipendenza)
Dario Romeo (Rivista Indipendenza)
Daniele Cardetta (Fgci Torino)

Introduce e modera
Luca Mezzacappa (resp. rievocazione storica dei Giovani Comunisti Torino 2.0)

Garibaldi, brigate d'assalto, tu che sorgi dall'italo cuore,
per la patria, la fede e l'onore contro chi maledetto tradì.
Partigiano di tutte le valli, pronto il mitra, le bombe e cammina;
la tua patria travolta in rovina, la tua patria non deve morir.
Giù dai monti discendi alle valli se il nemico distrugge il tuo tetto; partigiano, impugna il moschetto, partigiano non devi morir.





Un tema spinoso e per certi versi totalizzante quale quello del concetto di “patria” all’interno del fenomeno resistenziale italiano non può non partire dalla considerazione di quella che si venne a configurare quale la realtà dei fatti nell’Italia nel periodo che va dal 25 luglio 1943, data in cui il Re Vittorio Emanuele III esautorò Mussolini, fino approssimativamente al 25 aprile 1945; approssimativamente perché in realtà il concetto di “patria” e le sue elaborazioni hanno in realtà lasciato strascichi molto importanti fino ai giorni nostri.
L’Italia venne inghiottita a partire dall’8 settembre 1943 in quella che è stata giustamente soprannominata come “guerra civile europea”, ovvero in quel dilaniante conflitto civile che ha contraddistinto gran parte dei paesi vittime dell’occupazione da parte delle truppe nazifasciste. Ovunque in Europa ma soprattutto in Francia e in Italia infatti la popolazione civile si trovò letteralmente da un giorno all’altra inghiottita dal conflitto e messa di fronte alla esiziale scelta tra invasori e resistenti, tra collaborazionisti dell’invasore e partigiani. Per quanto una semplificazione di questo tipo possa sembrare banalizzante, in quanto non tiene conto della scelta della stragrande maggioranza della popolazione che preferì mantenersi nella cosiddetta “zona grigia”, ben guardandosi dal prendere posizione in attesa dell’evolversi degli eventi, penso che sia utile a rendere l’idea della divisione netta e senza ritorno che si venne a creare in ciascuno dei paesi coinvolti. Dopo l’8 settembre 1943 fu il concetto stesso di “patria”, su cui la pletorica propaganda fascista aveva battuto la grancassa per un ventennio a venire sgretolato dall’oggi al domani, per almeno una gran parte degli italiani. Ci fu chi, è vero, decise di combattere fino all’ultimo per glorificare i resti fumanti della patria fascista, ma ci fu anche chi prese la decisione opposta, ribellandosi al concetto stesso di Patria imposto da coloro che hanno portato l’Italia allo sfascio.
Nella lotta resistenziale all’invasore tedesco e ai repubblichini si è forgiato e temprato un nuovo concetto di patria, un concetto molto diverso da quella che era stata la patria fin a quel momento per milioni di italiani. Fu in quel momento, come ricorda Battaglia nella sua opera sul Significato nazionale della Resistenza, che gli italiani iniziarono a concepire la patria come un “bene comune da conquistarsi quotidianamente, noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro") . Il concetto di patria è sempre rimasto un qualcosa di estraneo alle fasce popolari italiane, e questa fu una sorta di piaga che il nostro paese si è portato avanti sin dal Risorgimento, esplodendo in tutta la sua dirompenza con il collasso delle strutture statuali avvenuto nel corso del conflitto bellico. Le masse che erano state escluse dal primo risorgimento si sono trovate coinvolte nell’elaborazione di un nuovo concetto di patria, forgiato con il fuoco dei fucili e dal sangue dei caduti. Ho parlato di primo risorgimento perché per certi versi ritengo che sia opportuno e corretto parlare della guerra civile italiana avvenuta tra il settembre ’43 e l’aprile 1944, come di un vero e proprio secondo risorgimento che avrebbe interessato con il fenomeno della Resistenza le fasce popolari, permettendo che lasciassero un segno indelebile nella storia.
La patria dunque non più come un insieme di costumi e di tradizioni da imparare sui libri e glorificare con pletoriche manifestazioni celebrative, ma come quella pratica quotidiana che portava individui diversi, ma accomunati dallo stesso fine, a costruirla con atti concreti e tangibili. Dopo l’8 settembre furono moltissimi i soldati sradicati che si trovarono sbandati in territori lontanissimi dalla loro casa; siciliani, pugliesi, campani spesso decisero di mettersi al servizio di un nuovo concetto di patria decidendo di salire in montagna a combattere contro il nazifascismo accanto a piemontesi, lombardi, romagnoli che condividevano con loro la stessa medesima aspirazione. Costoro avrebbero potuto imboscarsi, come alcuni comprensibilmente fecero, avrebbero anche potuto decidere di servire il nemico, cosa anche questa verificatesi, ma in molti altri casi li portò a combattere non per se stessi ma per la Patria, e decisero di fare questo rinnegando la sedicente repubblica di Salò e decidendo di mettersi in gioco per la costruzione di qualcosa di diverso, qualcosa di completamente diverso dai dogmi fascisti. Il fascismo per troppo tempo ha pensato di aver plasmato a piacimento le menti degli italiani, e quando lo stato è collassato ed è venuto meno nelle sue strutture vitali anche la costruzione ideologica del fascismo si è quindi mostrata in tutta la sua pochezza, permettendo quindi alle forze realmente patriottiche e popolari, per troppo tempo represse, di guadagnare la ribalta.
Coloro che sono andati alla macchia per vendicare la vergogna della guerra al fianco dell’Asse non erano certo tutti letterati o fini teorici, erano spesso e volentieri soldati o lavoratori che hanno sentito dentro di sé il richiamo per la Patria, “sentimmo l’amor per patria nostra” recitava una canzone partigiana, a indicare che se la Patria tratteggiata dal fascismo repubblichino era un ideale di cupa e atavica devozione verso un ideale nazionalistico ormai desueto e distaccato dal popolo, la nuova Patria dei resistenti era invece un qualcosa che si sentiva nel profondo del cuore, un qualcosa ancora da costruirsi nella pratica comune, nel lavoro, e nella lotta all’invasore che proprio quella Patria stava annichilendo.
Oggi l’Italia si appresta a celebrare, un po’ in sordina visto l’esplodere della crisi economica, il centocinquantesimo anniversario dell’unificazione. Mai come oggi il sentimento patrio è ai minimi termini, e quindi torna di attualità tutto quanto abbiamo sinora detto
.Certo dal 1943 è cambiato tutto, lo Stato esiste anche se malato e non c’è fortunatamente alcuna guerra combattuta che rischi di far collassare le strutture statuali come nella Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia il concetto di patria torna prepotentemente alla ribalta nel momento in cui assistiamo ai tentativi di una destra aggressiva e razzista di disconoscere il concetto stesso della Patria che ci è stata consegnata dai nostri nonni al termine della guerra combattuta contro il nazifascismo. La Resistenza come abbiamo detto ha consentito alle classi popolari, escluse dal Risorgimento, di lasciare una propria traccia; non è casuale, a parer mio, che una certa parte politica miri al collasso del paese che si è incardinato anche sulla Resistenza per demolirne i residui concetti di una patria comune intorno ai quali milioni di italiani in qualche modo, quasi inconsciamente ancora si riconoscono. Per fugare ogni dubbio sto parlando della Lega Nord, quello stesso partito che offendendo le radici stesse della fondazione dell’Italia, e offendendo anche la tradizione di Garibaldi cui non casualmente guardarono i resistenti, cerca di delegittimarne gli ideali al fine di innestane al loro posto dei nuovi miti, questa volta inventati e ancora una volta artefatti, che possano servire al conseguimento dei loro obiettivi, antitetici rispetto al concetto di Patria di cui, fin qui, abbiamo parlato.

Daniele Cardetta

mercoledì 24 novembre 2010

Diliberto a "Nuova Spazio Radio"





Stamane sono stato intervistato da “Nuova Spazio Radio”. Ad una domanda specifica su un possibile accordo con Vendola, ho risposto di aver semplicemente avanzato una proposta di buon senso: tutti insieme, noi, Sel e chi ci vorrà stare, possiamo rappresentare la seconda gamba del centro-sinistra. Io voglio allearmi con il Pd ma non esserne succube. Su molti temi noi siamo più in sintonia con il popolo della sinistra di quanto lo sia il Pd e sui temi del lavoro e della conoscenza abbiamo argomenti più forti del Pd. E lo si è visto in tutte le primarie. Perché, allora, non provare ad unire le nostre forze per portare finalmente un po’ di risultati alle persone? Ieri Migliore ha fatto uno sbarramento, ma con un’analisi tutta politicista in cui la lotta degli studenti, il lavoro, i diritti non avevano alcuno spazio.

E' tornato l'autunno caldo





Contro questo governo impresentabile e contro il "ministro" Gelmini e la sua riforma che attenta all'università pubblica in tutta Italia è esplosa la protesta di studenti e ricercatori. Ormai il Governo prende acqua da tutte le parti e questa ennesima farsa del DDL Gelmini rappresenta una vera e propria goccia che fa traboccare il vaso, peraltro già stracolmo. A Roma gli studenti hanno cercato di fare irruzione nel Senato, a Torino i ricercatori sono saliti sopra i tetti di Palazzo Nuovo decisi a rimanervi a oltranza, questo mentre in Parlamento si discute della riforma immonda succitata. Per questo occorre proprio in questi giorni dare manforte agli studenti in tutti i modi possibili, in modo da mostrare a questo governo impresentabile che ormai la società civile si è svegliata ed è disposta a incalzarli fino all'ultimo. Uniti nella lotta con i ricercatori e con gli studenti, contro la Gelmini, contro il Governo.
Al posto di parlare di riforme, la Gelmini ci spieghi come è diventata ministro.

lunedì 22 novembre 2010

FDS al Primo Congresso. Ecco il nuovo simbolo






La Federazione della Sinistra è il nuovo soggetto politico che riunisce tutti i comunisti italiani, o quasi visto che Nichi Vendola è altrove. A sancire la riunione tra Prc e Pdci è il congresso fondativo della Federazione della Sinistra che ha eletto nuovo portavoce Oliviero Diliberto e chiuso una pagina apertasi nell'ottobre 1998 da un dilemma politico fortemente condizionato da una pregiudiziale ideologica: convivere con il governo Prodi o farlo cadere? Al partito di Bertinotti questo dubbio irrisolto costò una scissione con la nascita del Pdci guidato da Oliviero Diliberto.
Dodici anni dopo i rancori tra i neocomunisti si sono prima sopiti, poi addolciti anche grazie a Silvio Berlusconi. Il nuovo dilemma è diventato infatti come cacciarlo dal Governo e chiudere la sua «era», ovviamente nefasta per la Fds. La sinistra finalmente federata ha un avversario da battere a tutti i costi, ma anche un alleato «impossibile»: Nichi Vendola, forse competitore alle primarie nel Pd, ma anche interlocutore «distaccato» dei neocomunisti.
Dal congresso fondativo della Federazione della Sinistra è emersa con forza la necessità di un dialogo con il «cugino pugliese». La visibilità mediatica di Vendola è un invidiabile trampolino di lancio per la Fds che ha l'obiettivo di ritornare in parlamento, come ha detto Ferrero, «non per occupare poltrone ma per testimoniare politicamente la battaglia per i diritti dei lavoratori e la lotta delle classi subalterne».
L'assise della Federazione della Sinistra ha lanciato qualche mayday a Sinistra e Libertà, tutti rivolti al salvataggio elettorale unitario. Fds e Sel potrebbero tornare insieme in Parlamento con un cartello elettorale, con la quasi certezza di superare lo sbarramento del 4%. Ma la neonata Federazione della Sinistra non si fida del governatore delle Puglie e cerca un'alternativa: il ritorno in parlamento potrebbe essere garantito da un'alleanza elettorale con il Pd. Di assumere responsabilità di governo per la Fds non se ne parla nemmeno, ma il confronto potrebbe essere interamente dedicato ai programmi con un possibile appoggio esterno a un governo di centrosinistra. (ANSA).
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giovedì 18 novembre 2010

comunisti nel XXI secolo

La situazione politica estremamente problematica che sta attraversando il nostro paese deve indurre tutti coloro che sono interessati alle sue sorti a una profonda riflessione su quella che dovrebbe essere una prospettiva comunista proiettata nel XXI secolo; una prospettiva che in sostanza si attagli al presente e che guardi al futuro e che non sia intrisa di un passato che però ha assimilato introiettandone i valori e i successi. Innanzitutto, e non sono certo il primo a dirlo, la realtà dei fatti ha smentito tutti coloro che hanno urlato alla fine di una alternativa al capitalismo imperante. Mai come oggi le contraddizioni del capitalismo si mostrano in tutta la loro cruda realtà, una realtà che forse ci è stata edulcorata negli anni passati, facendocela sembrare ben diversa da quella che è. I problemi sollevati da un autorevole economista del XIX secolo come Karl Marx sono attuali mai come oggi, e i progressi fatti dai paesi sudamericani ci mostrano in modo inequivocabile che una prospettiva socialista e comunista non è solo possibile, ma è anche auspicabile al fine di una riorganizzazione della vita umana. Che il capitalismo non sia immortale ne abbiamo la riprova considerando il fatto che se tutta la terra consumasse la stessa energia degli Stati Uniti, non basterebbero cinque pianeti come la Terra per soddisfare il fabbisogno energetico dell'umanità. Chiunque sia dotato di un cervello funzionante vedrebbe in modo lapalissiano che questo sistema-mondo è dunque profondamente sbagliato vista la situazione pragmatica in cui, come umanità, ci troviamo. Questo però dal nostro punto di vista, se cioè pensassimo che le risorse debbano essere suddivise in modo equo e sostenibile con l'ambiente; ma purtroppo il problema è che coloro che tengono in mano il destino dei paesi più sviluppati hanno un'idea completamente agli antipodi. Per quale motivo il 10% più ricco della terra dovrebbe rinunciare ai suoi privilegi in virtù di un concetto astratto come la giustizia? il profitto è l'unico Dio del capitalismo e del sistema economico da esso generato, e finora si è dimostrato un Dio invicibile e vendicativo. Mai come oggi i diritti dei lavoratori nei paesi più sviluppati vengono messi in discussione, e come in tutti i momenti di crisi si assiste a uno spostamento preoccupante verso destra dell'opinione pubblica.
Si è già detto che il comunismo è crollato e ha lasciato il suo storico ruolo di argine alla prepotenza del capitale,e soprattutto si è già detto del significato simbolico deflagrante rappresentato dal crollo dell'unica alternativa concretatasi nella storia dell'uomo contemporaneo. Nessuno vuole più credere in qualcosa che, si dice, è stato sconfitto dalla storia.Ma se ben guardiamo il comunismo non è un movimento personalistico, nato cioè intorno alla figura di un personaggio eroico morto il quale tale movimento non ha più alcun motivo di esistere; bensì è un movimento che si prepone degli obiettivi che non sono stati ancora assolutamente conseguiti; da qui la sua attualità. Non sto affatto dicendo che il comunismo è solamente un ideale, un fine, da raggiungere nei mezzi più disparati; altrimenti non vi sarebbe motivo di dichiararsi comunisti dato che credo che un mondo più giusto dove non esista più sfruttamento dell'uomo sull'uomo non sia unicamente il sogno di un comunista. I comunisti sono però coloro che sono realmente determinati a innestare nella società un cambiamento concreto che possa portare alla realizzazione di tali obiettivi; sono perciò coloro che organizzano la propia azione col fine di ottenere dei risultati, adattandosi alla realtà in cui vivono, alla cultura del paese ove si trovano e soprattutto ai tempi. Quello che è mancato, a mio modesto parere, al comunismo del XXI secolo è stato proprio questo insistere sugli obiettivi senza rimodellare i mezzi per conseguirli. Una pigrizia questa che è stata letale in quanto la società mai come negli ultimi vent'anni è cambiata, creando una vera e propria discrasia tra gli obiettivi (che sono rimasti gli stessi), e la concretezza della realtà.
I valori rappresentati dal movimento comunista, e soprattutto i fini che esso si prepone sono immortali, non potranno mai essere definiti desueti fintanto che essi rimarranno irrealizzati. Mai come oggi dunque il comunismo è attuale. Che lo si intenda come il movimento atto a modificare lo stato di cose presenti, o come un sistema di valori che ponga al suo centro la cooperazione tra gli uomini e non la competizione, il comunismo è, come tutte le alternative, un cantiere aperto; e lo è ancora di più proprio perchè ora esiste solamente sulla carta in molti paesi e dunque potrà prendere forme e contenuti differenti a seconda delle diverse culture mondiali.

Non si può però chiedere, e questo mi sembra il punto fondamentale, ai cittadini di un paese occidentale di fare un salto nel buio, perchè avrebbero ancora troppo da perdere vivendo noi in una sorta di "belle epoque" dove, pur germinando la crisi,i frutti del benessere sono ancora abbastanza diffusi e irradiati all'interno delle società europee. Sostenere che bisogna abbattere il sistema vigente spaventa, per forza di cose, la stragrande maggioranza della popolazione in quanto li pone di fronte alla possibilità di perdere tutto senza sapere che cosa guadagnare. Di fronte a questo sarà inutile cercare di convincerli mettendoli di fronte all'iniquità del sistema che si intende distruggere, in quanto essi pur riconoscendo l'iniquità del sistema si guarderanno bene dal volerlo distruggere se non saranno certi di ottenere in cambio un sistema migliore.La gente si abbandona ad idee rivoluzionarie solo quando la sua esistenza diventa davvero grama e difficile, ma anche questo fattore da solo può non bastare in quanto per intraprendere realmente un processo rivoluzionario occorrono anche dei fattori esogeni che sono imprevedibili e che si saldino alle condizioni di vita della popolazione rendendo la situazione ingovernabile. Solo quando un sistema cioè appare per fattori che vengono percepiti come incontrollabili sull'orlo del collasso, la popolazione decide di compiere un salto nel vuoto percependo di non avere più nulla da perdere. Io credo che coloro che si vogliono ancora definire come comunisti ormai nel XXI secolo debbano spiegare, anche in modo dettagliato, che cosa effettivamente vogliono fare della società. E questo si esplica non con semplici elaborazioni teoriche ma con esempi fattuali che possano far capire alla gente che in realtà la costruzione di una società alternativa non è una mera utopia ma può essere concretata mediante la prassi quotidiana nella realtà.
Applicando quando sto sostenendo alla società italiana emerge con nettezza come siano completamente fuori luogo i discorsi fin qui fatti relativi a un rilancio dei comunisti nel nostro paese senza cominciare a dire con chiarezza che le divisioni lancinanti del movimento comunista italiano pongono un limite invalicabile alla costruzione di un soggetto coerente e coeso. Le idee, inutile nasconderlo, sono molto diverse, tuttavia la situazione non sembra essere così grave se si continua a sparare a zero contro i partiti "cugini" o "fratelli" e si fatica a trovare una unità di intenti di fronte a un nemico improponibile e aggressivo. Questo significa che il fondo del barile è ancora molto lontano se esistono ancora gruppi di persone che trovano le energie per screditare coloro i quali cercano di rilanciarsi esperendo soluzioni differenti da quelle date per scontate. Bisogna ripartire dai fatti, senza vergognarsi o avere paura di assumersi responsabilità di governo in qualsiasi sede e in qualsiasi frangente. La Federazione della Sinistra che ha fatto il suo Congresso fondativo in questi giorni vuole proprio essere un contenitore e uno strumento per coloro i quali, fedeli a una impostazione marxista, vogliono cercare di costruire una alternativa coerente a quella del sistema capitalistico imperante. Sarà però un percorso molto difficile e frastagliato dove, non lo nascondiamo, si potrà nuovamente sbagliare. In molti per esempio già storcono il naso alle dichiarazioni di Diliberto di voler partecipare all'eventuale governo del paese da parte del PD, urlando e sbraitando all'ennesimo tradimento. Costoro dovrebbero ricordarsi che i bolscevichi nel lontano 1917 erano disposti ad allearsi con altre realtà politiche se questo poteva arrecare un beneficio concreto al movimento comunista. Per questo stesso motivo non bisogna vergognarsi, a mio giudizio, di rischiare di andare incontro alle ennesime figuracce accettando eventuali impegni di governo; occorre portare le istanze dei comunisti sin dentro le istituzioni continuando parallelamente a lavorare fuori dalle istituzioni, un lavoro questo ben più prezioso e che non deve nel modo più assoluto andare in contraddizione con quanto invece viene portato avanti a un livello istituzionale.
D.C

martedì 16 novembre 2010

Adesione alle iniziative del 17 novembre





Il 17 novembre è una data di grande valore simbolico per gli studenti e non solo: in quel giorno del 1939, infatti, centinaia di studenti cecoslovacchi che si opponevano alla guerra furono arrestati e uccisi dai nazisti.
Nel 1941 alcuni gruppi di studenti in esilio decisero che il 17 novembre sarebbe diventato l’International Students Day, la giornata internazionale di mobilitazione studentesca.
Contro l’attacco al sapere portato avanti dal governo delle destre, il 17 novembre di quest’anno si svolgeranno in tutta Italia manifestazioni degli studenti e la FLC CGIL ha proclamato uno sciopero generale per tutti isettori della conoscenza, anche in previsione della ripresa del dibattito parlamentare sul DdL “Gelmini” sull’università.
Per lo stesso giorno, l’Osservatorio della Ricerca, dopo avere raccolto in pochi giorni moltissime firme di ricercatori e docenti contro l’attacco agli Enti pubblici di ricerca che il governo, tramite i nuovi “statuti”, tenta di trasformare in colonie dei ministeri, ha organizzato una manifestazione a Montecitorio contro questi statuti e per una ricerca di qualità.
Il 17 novembre si prospetta perciò come una giornata cruciale per il mondo della conoscenza che vedrà uniti docenti, studenti, precari e ricercatori pubblici. Garantiamo quindi a tutte queste iniziative la nostra adesione ed il nostro più completo appoggio.

p. la Federazione della Sinistra

Eeonora Forenza (PRC-SE)
Maria Rosaria Marella (Socialismo 2000)
Vito Francesco Polcaro (PdCI)

domenica 14 novembre 2010

La maggioranza dei rumeni preferisce il comunismo al capitalismo






L'organizzazione denominata "Istituto per l'investigazione dei crimini del comunismo e della memoria dell'esilio rumeno (IICMER)" ha patrocinato un'inchiesta che però ha fornito risultati contrari agli interessi dell'Istituto, che aveva finanziato questo studio per mostrare alla popolazione i mali del comunismo.

L'inchiesta realizzata dall'Istituto rumeno di sondaggi d'opinione (CSOP), su istanza dell'IICMER, ha rivelato che più del 60% degli intervistati definiscono il comunismo come "una buona idea" e che il 49% considera che la sua vita era migliore quando governava il comunista Nicolae Ceausescu, mentre solo il 23% preferisce vivere sotto le bandiere del capitalismo.

Fra coloro che hanno dichiarato di vivere meglio sotto il comunismo, il 62% lo motiva affermando che sotto il governo rivoluzionario esisteva una disponibilità di posti di lavoro molto buona, il 26% ha fatto riferimento alle condizioni di vita dignitose ed il 19% ha indicato la garanzia universale dell'abitazione come motivo per cui il comunismo è preferito al capitalismo. Solo il 7% degli intervistati ha dichiarato di avere sofferto sotto il comunismo, con un altro 6% che, pur non avendo subito un danno personale, affermava che ciò era accaduto a qualche membro della sua famiglia. Anche in questo caso, le ragioni addotte erano soprattutto economiche: la maggioranza si riferiva alla penuria prodottasi negli anni 80, quando la Romania mise in moto un programma di austerità con lo scopo di ripagare il debito estero del paese. Una piccola parte della minoranza che ha sofferto durante il periodo comunista riteneva di essere stata danneggiata dalla nazionalizzazione delle sue proprietà, ed un numero trascurabile (il 6% di coloro che ricordavano brutte esperienze sotto il comunismo) diceva che mentre i comunisti erano al potere, loro, o qualche membro della famiglia, in un qualche momento erano stati detenuti.

Ritorcendo arbitrariamente il risultato dell'inchiesta, l'IICMER ha comunicato che i numerosi intervistati (il 41% ed il 42%, rispettivamente) erano d'accordo con l'affermazione che il regime comunista era o criminale o illegittimo. Alcune minoranze importanti (37% e 31%) era esplicitamente in disaccordo con quelle affermazioni, ed i restanti si mostravano neutrali o non si pronunciavano.

Inoltre, benché la maggior parte dei partecipanti valutasse positivamente il comunismo - solo il 27% dichiarava di essere in disaccordo sui principi -, la maggioranza di coloro che offrivano un'opinione definita pensava anche che le idee comnuniste non erano giunte ad una messa in opera ottimale prima del cambio di regime nel 1989. Il 14% dava la risposta inequivocabile che il comunismo era una buona idea e che in Romania era stata messa in pratica nella maniera migliore.

Perciò, una cospicua parte dei rumeni indecisi sul fatto che il comunismo fosse o meno una forma legale e legittima di governo ed una grande maggioranza di quelli che dicevano che il comunismo fu realizzato nella forma scorretta erano, tuttavia, inequivocabili quando pensavano che il sistema posto in opera dal Partito Comunista Romeno, con tutti i suoi difetti, offriva una vita migliore alla gente rispetto a quella che offre il capitalismo dei nostri giorni.

Successi comunisti

Prima che i comunisti prendessero il potere in Romania, la maggior parte della popolazione era analfabeta e non aveva accesso all'assistenza sanitaria. Unicamente una minoranza della popolazione rurale, che era la parte dominante, aveva accesso alla sanità o disponeva di corrente elettrica. I tassi di mortalità infantile erano tra i peggiori d'Europa e l'aspettativa di vita era inferiore ai 40 anni a causa dell'inanizione e di altre malattie. Il regime di destra rumeno si alleò con Hitler durante la Seconda guerra mondiale, e nel quadro di quell'alleanza capitalista si mandò la maggioranza della popolazione ebraica del paese ai campi di sterminio nazisti.

Innalzati al potere dopo la vittoria sovietica contro la Germania nazista nel 1945, i comunisti rumeni, fino a quel momento un gruppo illegale di lotta clandestina contro il governo rumeno filo-fascista e nazista, raggiungevano le poche migliaia di persone. Nonostante ciò riuscirono a mobilitare l'entusiasmo della popolazione per ricostruire il paese devastato dalla guerra. Posero praticamente termine all'analfabetismo, il servizio sanitario migliorò e si ampliò massicciamente, e - come rivelano gli intervistati dallo CSOP - i posti di lavoro, l'abitazione e livelli decenti di vita diventarono accessibili per tutti.

Incoraggiato da questi successi, il governo comunista diretto da Nicolae Ceausescu si indebitò durante gli anni 70 con l'acquisto di costose forniture industriali dall'Occidente, al fine di aumentare il tasso di crescita economica del paese e nella speranza che i paesi occidentali avrebbero incrementato le loro importazioni di prodotti rumeni. Questa strategia fallì ed il programma di austerità predisposto per potere pagare il debito nazionale diede luogo ad un crescente risentimento. Nicolae Ceausescu e sua moglie Elena vennero fucilati da un plotone d'esecuzione il giorno di Natale del 1989. La loro sentenza di morte giunse dopo un processo sommario ordinato dai nuovi dirigenti riformisti del paese: furono dichiarati colpevoli di crimini contro il popolo rumeno. Ma nonostante quella condanna, e benché l'opinione generale che si riflette nei risultati dell'inchiesta dello CSOP sia che il sistema comunista, per come si applicò in Romania, fallì, solo una piccola minoranza degli interpellati (15%) afferma che l'ex capo comunista Nicolae Ceausescu era un cattivo dirigente. La maggioranza si mostra neutrale o indecisa al riguardo, ed il 25% afferma che la leadership di Ceausescu è stata buona per il paese. Nella valutazione dei risultati, l'IICMER osserva che i rumeni non sono gli unici ad avere una valutazione positiva del comunismo del secolo appena trascorso. Secondo un'inchiesta realizzata in vari paesi del centro e dell'est Europa nel 2009, da parte del Centro di investigazione statunitense Pew, la percentuale di popolazione nei paesi ex-socialisti che considera la vita sotto il capitalismo peggiore di quella durante il periodo comunista è la seguente:

Polonia: 35%
Repubblica Ceca: 39%
Slovacchia: 42%
Lituania: 42%
Russia: 45%
Bulgaria: 62%
Ucraina: 62%
Ungheria: 72%

Particolarmente significativo nei risultati dell'inchiesta CSOP/IICMER del 2010 in Romania è che, man mano che acquisiscono maggiore esperienza nella vita sotto "l'economia di mercato", le persone divengono sempre di più negative rispetto al capitalismo e più positive rispetto al comunismo. Nell'inchiesta precedente, realizzata nel 2006, il 53% esprimeva un'opinione favorevole verso il comunismo; in quella del 2010 la percentuale sale fino al 61%.

Le conclusioni dell'inchiesta del CSOP non sorprendono se si ricorda quanto è accaduto da quando è stato reintrodotto il capitalismo: una povertà crescente, un aumento del tasso di disoccupazione e dell'insicurezza. Il sistema sanitario rumeno è attualmente in crisi ed i lavoratori del settore pubblico hanno visto il loro stipendio ridursi del 25%.

Informazioni tecniche su questa inchiesta: 1.133 persone di età superiore ai 15 anni sono state intervistate tra il 27 agosto e 2 settembre 2010. Le interviste sono state realizzate sulla base di un questionario standardizzato, faccia a faccia e nella loro casa. Il margine di errore è del 2,9%.

Fonte: http://21stcenturysocialism.com/article/romanians_say_communism_was_better_than_capitalism_02030.html