lunedì 17 gennaio 2011

L'ennesima caduta nel baratro.





Tutti quanti gridano nuovamente allo scandalo vista la nuova vicissitudine giudiziaria che riguarderà Silvio Berlusconi. Stiamo parlando della vicenda relativa a Ruby, la ormai famosissima (escort?) marocchina che avrebbe avuto dei rapporti non meglio chiariti con il nostro premier quando aveva ancora 17 anni. Vi ricorderete che era circolata anche una voce grottesca che vedeva proprio il nostro amato premier intercedere con la polizia per riuscire a tirare fuori dai guai la "povera" ragazzina.
Inutile dire che ancora una volta la democrazia italiana fa una pessima figura, mettendoci alla berlina di mezzo mondo, ma questa ahimè non è una novità dato che i gossip sulla vita privata del nostro premier sono ormai alla ribalta da troppo tempo.
Ed è proprio qui che si innesta la mia riflessione a riguardo; siamo davvero certi che sia giusto dare tutto questo risalto alla vita privata di un personaggio come Berlusconi? non viene anche a voi il dubbio che parlando delle sue frequentazioni sessuali si mettano invece in secondo piano le condizioni disastrose del nostro paese, in grandissima parte provocate proprio dallo scellerato governo del Pdl? Se non fosse stato per la coraggiosa azione di studenti e di operai la già marciscente coscienza di questo paese sarebbe stata abbandonata al deserto di contenuti che è voluta dai predicatori di nulla della maggioranza, e il continuo gossip infarcito di illazioni piccanti non è altro che un operazione in tutto e per tutto consustanziale al mantenimento del potere da parte di Berlusconi. Meglio farsi accusare di andare a prostitute minorenni del resto,(sempre che possa essere provato, cosa improbabile) che invece essere accusato di aver ceduto una rete televisiva nazionale alla mafia, o peggio di aver fatto con essa patti che hanno inserito organizzazioni criminali all'interno della gestione della politica. Molto meglio parlare del lettone di Putin o delle mille escort di Arcore che della deriva autoritaria che sta investendo l'Italia. Ancora una volta spetta ai comunisti smascherare chi cerca con questi gossip da edicola di non parlare dei reali problemi del paese. Che Berlusconi facesse quello che vuole in casa propria, la nostra riprovazione morale è scontata riguardo alle sua dissolutezza, e non c'è nemmeno bisogno di ribadirlo. Altra cosa è per un partito o un organizzazione politica perdere tempo a discutere della moralità di un personaggio che dovrebbe essere attaccato per fatti mille e mille volte più gravi.

d.c

giovedì 13 gennaio 2011

Fiat: il bastone e la carota di Michele Michelino trtatto da www.resistenze.org




In una società in cui la maggior parte delle ricchezze e delle risorse è nelle mani di pochi, gli operai sono una classe non per scelta ma per necessità. Come tutti i proletari e i salariati non hanno modo di sfamare se stessi e le loro famiglie se non vendendo la propria forza lavoro a un capitalista, un padrone. Della ricchezza da essi prodotta si appropria una minoranza, la classe borghese la quale se ne serve per comprare istituzioni, politici, sindacalisti, mass-media e i governi.

La lotta per la sopravvivenza in periodi di crisi lascia i lavoratori completamente soli, le loro organizzazioni, influenzate dalle grandi aziende e dal governo, li lasciano in balia della classe padronale. Nel cercare di difendersi, per tentare di risolvere giornalmente i loro problemi quotidiani sono costretti a sfidare l’ordine costituito con forme di lotta individuali ai limiti dell’autolesionismo, attraverso scioperi della fame, salite sui tetti, sulle ciminiere, sulle gru, a mettersi anche contro i propri “rappresentanti” inseriti a pieno titolo nel sistema e da questi foraggiati economicamente.

Quando i lavoratori si liberano dalle pastoie e dal controllo in cui li tengono istituzioni, partiti e sindacati sostenitori del sistema capitalista e si uniscono ad altri lavoratori organizzandosi autonomamente in modo indipendente nella lotta contro lo sfruttamento, la loro forza diventa rivoluzionaria e sovversiva.

Sempre più spesso sono proprio i sindacati e i partiti, che pur dicono di rappresentare i lavoratori a sostenere interessi contrari a quelli che dicono di rappresentare. Molti ex sindacalisti diventati dirigenti e funzionari d’istituzioni regolatori del mercato del lavoro, mediatori del conflitto fra capitale e lavoro non fanno altro che difendere le loro condizioni di privilegio “conquistate” difendendo chi li paga.

Il patto sociale basato su un “compromesso di classe” che riconosce ai sindacati il diritto di negoziare per i suoi iscritti è quello che oggi porta i padroni a scegliersi la “controparte” più in sintonia con i suoi interessi.

Oggi viviamo in una società in cui i valori sono capovolti; gli sfruttatori, i capitalisti e i parassiti che non hanno mai lavorato in vita loro sono insigniti con l’onorificenza di Cavalieri del Lavoro, mentre gli operai fanno la fame. La vicenda Fiat è paradigmatica.

Oggi alle multinazionali, ai padroni non basta più sfruttare i lavoratori, spogliarli dei diritti di esseri umani. Come ha affermato Marchionne se il referendum a Mirafiori voluto dalla Fiat non vince con il 51 %, l’azienda non farà investimenti spostando la produzione in altri paesi dove i diritti dei lavoratori sono inesistenti. I lavoratori dovranno esprimere un voto non libero al referendum sottoposti al ricatto della perdita del lavoro. Per i capitalisti gli operai non devono solo essere sfruttati, ma anche contenti.

In questo la Fiat é sostenuta non solo, da CISL-UIL-FISMIC-UGL (che alle ultime elezioni RSU hanno ottenuto insieme oltre il 70%), dal governo, Confindustria, e parte della CGIL, ma anche da molti politici di centrosinistra, fra cui i vari D’Alema, Fassino e molti altri. I soli contrari la FIOM e i COBAS che non hanno firmato l’accordo, sono esclusi dalla rappresentanza in fabbrica, perché il padrone sceglie lui invece degli operai chi è rappresentativo e chi no.

La FIOM-CGIL, che insieme ai Governi (di centrodestra e centrosinistra), Confindustria e gli altri sindacati collaborazionisti per anni ha ostacolato i Cobas sulla rappresentanza perché non firmatari del contratto nazionale, nel momento in cui essa stessa si trova in conflitto con le scelte padronali è esclusa dalla rappresentanza penalizzata dalle stesse regole usate contro i sindacati di base.

La storia è piena di episodi in cui organizzazioni nate dai lavoratori con dirigenti validi, una volta inseriti nelle istituzioni borghesi, assuefatti alla democrazia delegata rappresentativa, diventando frequentatori dei salotti e ambienti governativi tendono a diventare personale delle burocrazie gestite da professionisti. In questo caso anche dirigenti provenienti dal proletariato, cambiando condizioni materiali diventano a tutti gli effetti funzionari di regime.

La crisi economica ha portato licenziamenti, riduzione dei salari, aumento della precarietà e dell’instabilità economica, attacco alla contrattazione collettiva nazionale, mentre vengono progressivamente smantellate le garanzie pubbliche per i lavoratori e i diritti costituzionali. Il recente Trattato di Lisbona che ha inglobato le Costituzioni Nazionali ed Europea mette al primo posto non più il diritto, ma il Mercato cui sono subordinati i diritti. Nel mondo “globalizzato”, in cui i vari imperialismi dettano legge, l’illusione di risolvere i propri problemi attraverso strategie individuali, aziendali, o locali diventa sempre più una chimera che porta a cocenti sconfitte il movimento operaio.

Nella società imperialista gli operai, i proletari, i lavoratori salariati non sono cittadini liberi ed eguali ma schiavi salariati che vivono solo lavorando per qualcun altro, e costretti a fare la fame e lasciati in mezzo ad una strada se disoccupati. Ecco perché i lavoratori contano sempre meno e sono sempre meno influenti eppure c’è chi continua a spacciare illusioni sui cambiamenti pacifici della società chiamando i lavoratori alle urne. Contro la classe borghese, contro il capitale si può lottare solo con lo sciopero generale nazionale e internazionale di tutti i proletari, gli sfruttati, non solo per limitare lo sfruttamento, ma per abolirlo insieme al sistema del lavoro salariato.

Il problema del potere operaio, “dell’assalto al cielo” che in passato si è reso concreto se pur brevemente nella Comune di Parigi e nella Rivoluzione d’Ottobre in Russia e altre parti del mondo col passare degli anni è andato scemando diventando un labile ricordo. La conquista del potere proletario in Europa negli ultimi decenni per alcuni era possibile solo con il voto per il proprio partito o sindacato, le rivolte locali o settoriali o con forme di lotta armata di piccoli gruppi, strategie che si sono dimostrate tutte fallimentari. La lotta di classe, politica, economica e in tutti gli aspetti, finora più latente che diretta, è oggi da porsi nuovamente all’ordine del giorno. Nell’epoca dell’imperialismo ancor più che nel passato non è possibile migliorare e difendere la condizione di un settore della classe operaia se contemporaneamente non si migliorano le condizioni di tutti gli altri lavoratori.

L’esperienza ha dimostrato che non esiste un capitalismo buono, dal volto umano, che rispetta i diritti dei lavoratori e uno cattivo che li calpesta. Se durante i periodi di ripresa in cui tutti i padroni fanno lauti affari i capitalisti e i loro rappresentanti politici nei governi di centro destra o centrosinistra, possono permettersi di fingersi “democratici”, nella crisi l’aumento della concorrenza rende i padroni più “cattivi”. La contrattazione fra le parti sociali e la concertazione, frutto del patto sociale fra padroni-governi e sindacati, figlia della “democrazia industriale”, nella crisi è accantonata a favore del più rigido comando di fabbrica che mostra il vero volto, l’altra faccia della medaglia, la brutalità del modo di produzione capitalista. La volontà del padrone diventa legge senza mediazioni; imponendo alla forza-lavoro la violenza di un sistema che si appropria della ricchezza prodotta da milioni di esseri umani calpestando e reprimendo ogni diritto che ostacola l’accumulazione dei profitti.

Le istituzioni capitaliste-imperialiste a cominciare dai governi che difendono gli interessi degli sfruttatori e degli oppressori cercano di governare mediando e moderando i conflitti sociali per impedire che il malcontento diffuso diventi esplosivo, reprimendo ogni protesta che ostacola o metta in discussione il loro potere. Oggi non basta più cercare di difendersi. Come proletari, lavoratori, non possiamo lasciarci trascinare in questa guerriglia quotidiana limitandoci a resistere agli attacchi continui del capitale e ai mutamenti del mercato. L’attuale sistema che continua a produrre miseria e lutti per la classe operaia ha in se le condizioni materiali per il suo sovvertimento.

E’ giunto il momento in cui gli operai non subiscano soltanto, ma riprendano in mano il loro destino lottando apertamente per una società senza padroni, che non produce per il profitto ma per soddisfare i bisogni dell’umanità. Bisogna ritornare a lottare per un altro sistema economico e sociale che abolisca la società che legittima il sistema del lavoro salariato, considerando lo sfruttamento degli esseri umani, un crimine contro l’umanità.

Oggi chiunque critica l’attuale modo di produzione è bollato come Comunista. A rafforzare il coro dei politici di centrodestra si aggiungono i sindacalisti e gli intellettuali di sinistra inseriti nella società e nelle istituzioni borghesi da cui traggono vantaggi economici e sociali, che fanno a gara nel predicare i sacrifici per gli operai e nel ripudiare e denigrare il comunismo. E’ arrivato il momento in cui il movimento operaio si riappropri delle teorie proprie della sua classe. La lotta di classe non può lasciarla fare solo ai padroni.

In questi anni chiunque si opponeva alle guerre imperialiste, alla miseria, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo o ha semplicemente contrastato il potere dei monopoli e dei potenti di turno chiedendo l’applicazione delle stesse leggi borghesi per tutti è stato bollato di comunismo. E’ ormai tempo che gli operai, i proletari, i lavoratori coscienti, rivoluzionari che vogliono costruire una nuova società libera dallo sfruttamento non siano più solo una testimonianza.

Gli operai coscienti non possono essere solo uno spettro che aggira per l’Europa, una favola dei tempi passati, ma una realtà che comincia a scuotere dalle fondamenta il sistema capitalista agitando i sonni finora tranquilli degli sfruttatori, trasformandoli in incubi

Diliberto sul referendum Fiom





"Il fatto che il governo non abbia stoppato un referendum illegittimo, perché anticostituzionale nella sostanza, dimostra la sua natura classista. Siamo ad un bivio della nostra civiltà. Opporsi al modello Marchionne non è solo un dovere civile ma un'esigenza democratica. Se passa quel modello, che produce uno scivolamento verso la barbarie, lo stesso concetto di democrazia rischia di svuotarsi, con conseguenze pesanti nella vita di tutti i giorni. Quel referendum è un passpartout pericolosissimo". Lo dichiara Oliviero Diliberto, portavoce nazionale della Federazione della Sinistra, al quotidiano on line quinews.it

martedì 11 gennaio 2011

Fiat: O la Borsa o la Vita RICATTI DA XXI SECOLO

Siamo arrivati al punto di non ritorno. In un paese alla deriva dove la democrazia è in pericolo e dove ormai le istituzioni sono completamente allo sbando, arriva all'ordine del giorno il vitale nodo della Fiat Mirafiori, il braccio di ferro tra Marchionne e la Fiom che sta tenendo con il fiato sospeso migliaia di lavoratori.
I lavoratori di Mirafiori non sono felici, si rendono conto della situazione esiziale che si sta configurando davanti a loro nel futuro immediato, si rendono conto anche che votare eventualmente "si" al referendum non sarebbe affatto una assicurazione sul loro futuro lavorativo e su quello della FIAT.
Marchionne con le sue affermazioni sta cercando di scaricare sulla FIOM tutto il peso di scelte che probabilmente sono a lungo termine inevitabili, e soprattutto non fa assolutamente niente per cercare di mostrarsi con un volto diverso da quello che sta cercando di conculcare dei diritti che sono stati guadagnati col sudore e il sangue di lotte ora sbiadite, e che nessuno riesce più a ricordare. Ancor più che il discorso tirato in ballo da Marchionne non riguarda solamente la questione FIAT, ma si estende giocoforza ad abbracciare tutto l'ambito della contrattazione sul posto di lavoro, e quindi tutti i rapporti tra lavoratori e aziende nel nostro paese. Ammettiamo per un attimo la buonafede di Marchionne, cosa cui io personalmente non credo, siamo davvero certi che votare "si" in massa al suo referendum/ricatto non possa creare un mostruoso precedente capace di ricacciare indietro i diritti dei lavoratori a decenni fa? Il rischio a ben guardare è troppo alto, ancor più che gli operai italiani guadagnano molto meno di quasi tutti i loro omologhi europei, e che il nostro paese non mostra alcun tipo di possibilità di ripresa industriale, nonostante quello che viene dichiarato da Tremonti e soci.
Ma torniamo al discorso FIAT e analizziamo nel dettaglio quello che è a tutti gli effetti inaccettabile nel discorso di Marchionne: la minaccia. "Se non fate come diciamo noi, noi ce ne andiamo". Qualcuno obietterà che è pienamente legittimo che un datore di lavoro, qualora vedesse i propri profitti messi a repentaglio, possa decidere per tutelarli di andarsene. Ebbene la FIAT però non mi risulta essere una semplice azienda monofamiliare di qualche imprenditore di provincia, è un azienda che nel bene e nel male ha fatto la storia di questo paese. Migliaia di operai italiani hanno sudato nelle catene di montaggio della FIAT, migliaia di italiani hanno comperato macchine della FIAT, ma ora, se nessuno compra un numero sufficiente di automobili FIAt come mai devono essere proprio gli stessi italiani a pagare?
Se qualsiasi azienda per aumentare i profitti minacciasse i propri lavoratori di accettare condizioni di lavoro più massacranti e stipendi più bassi pena la chiusura e l'allontanamento degli stabilimenti,ci troveremmo di fronte a una macelleria sociale che sarebbe da anticamera a una guerra tra poveri, già ahimè realtà in alcune parti d'Europa.
Un paese serio interverrebbe nel vuoto lasciato dai sindacati,incapaci di proteggere i lavoratori (FIOM esclusa ovviamente), e cercherebbe di mediare e trovare un accordo che però non ricatti i lavoratori e non cerchi di metterli di fronte al tremendo e antimoderno ricatto de " O la borsa o la vita". La realtà, amarissima e pericolosa, è che i poteri forti stanno cercando di utilizzare MArchionne come ariete, al fine di scaridnare quello che resta delle tutele lavorative. Una volta crollata quella diga, potrà passare tutto, e allora nulla potrà più salvare i nostri lavoratori, i nostri giovani, i nostri ragazzi, dalla guerra del povero contro il povero, tutti uguali contro la miseria

Daniele Cardetta

mercoledì 5 gennaio 2011

“L’Italia è il laboratorio del totalitarismo moderno”. Intervista a Stefano Rodotà. di Miguel Mora, da El Paìs, traduzione italiana di Andrea Pinna

Difensore della laicità, della democrazia e del buon senso, Stefano Rodotà è uomo di squisita gentilezza. Maestro del diritto, schierato senza ambiguità ed erede dell’operosità di Pasolini, è forse il penultimo umanista europeo ed uno dei pochi intellettuali di razza che rimangono in questa Italia «triste e sfilacciata che si guarda l’ombelico e sembra sempre di più un’appendice del Vaticano mentre si avvicinano i 150 anni dell’unità del Paese.»

Professore emerito di diritto civile alla Sapienza di Roma, Rodotà nato a Cosenza 73 anni fa, scrive libri ed articoli, partecipa a congressi, dirige il Festival del Diritto a Piacenza, promuove manifesti e combatte battaglie per innumerevoli cause,dalla libertà di stampa all’etica pubblica, all’eutanasia.

Eletto deputato del PCI nel ’79, visse come parlamentare la convulsa decade finale della prima Repubblica e fu poi il primo presidente del PDS, fondato nel ’91 da Achille Occhetto dalle ceneri del PCI. Appena un anno dopo, forse prevedendo ciò che sarebbe successo, abbandonò la politica.

Oggi insegna in molte università del mondo e come specialista in filosofia del diritto e coautore della Carta fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea, è un riferimento obbligato in tema di libertà individuali, nuovi diritti, qualità democratica e abusi di potere. Sono ormai dei classici i suoi lavori sulla relazione tra diritto e privacy, tecnologia, lavoro, informazione e religione.

È stato appena tradotto (in spagnolo, NdT) il suo libro “La vita e le regole. Tra diritto e non diritto”, un saggio del 2006 ampliato nel 2009, nel quale Rodotà riesamina i limiti del diritto e ne rivendica una natura «più sobria e rispettosa delle molteplici e nuove forme che ha assunto la vita umana».

Il professore denuncia la tirannia che i nuovi chierici del diritto vogliono imporre ai cittadini: una «casta di notabili» costituita da giuristi e avvocati, dai grandi studi internazionali che «elaborano le regole del diritto globale su incarico delle multinazionali», gli «invisibili legislatori che sequestrano lo strumento giuridico, trasformando una mediazione tecnica in una procedura sacralizzata».

Il libro traccia una critica post-marxista della giungla dei vincoli legali che comprimono le libertà introdotte dalle innovazioni tecniche e scientifiche. Citando Montaigne («la vita è un movimento variabile, irregolare e multiforme») Rodotà spiega come il “vangelo del mercato”, il potere politico e la religione abbiano prodotto insieme «una mercantilizzazione del diritto che apre la strada alla mercificazione persino dei diritti fondamentali», come si rileva da questioni tanto diverse quali l’immigrazione, le tecniche di fecondazione artificiale, o le nuove frontiere della biologia.

A parere di Rodotà questa logica mercantilista e invasiva è «in totale contraddizione con la centralità della libertà e dignità» e la privatizzazione della legalità in un mondo globale crea enormi diseguaglianze, paradisi ed inferni, «luoghi dove si creano nuovi diritti e libertà e altri dove il legislatore pretende di impadronirsi della vita delle persone».

«Il paradosso è che questa disparità, che in teoria dovrebbe favorire la coscienza dell’eguaglianza nel mondo, rischia invece di consacrare una nuova cittadinanza basata sul censo», spiega. «Se si legifera sui geni, il corpo, il dolore, la vita, i privilegi o il lavoro applicando la repressione, l’arroganza e la tecnica d’impresa della delocalizzazione, le libertà diventano merci e solo chi può permettersi di pagare ne potrà fruire».

Rodotà cita come esempio il matrimonio omosessuale o la fecondazione assistita, «che in Italia producono un flusso di turisti del diritto verso paesi come la Spagna e altri meno sicuri come la Slovenia o l’Albania». E per converso, «i paradisi fiscali e i paesi meno rispettosi dei diritti di chi lavora o con una blanda legislazione ambientale che attraggono imprese e capitali».
La grande sfida, afferma Rodotà, è «uscire dal diritto e tornare alla vita». O come afferma nel prologo del libro il prof. Josè Luis Piñar Mañas «unire vita e diritto, diritto e persona, persona, libertà e dignità; mettere il diritto al servizio dell’uomo e non del potere».

D. Non è paradossale che un giurista metta in guardia dagli eccessi del diritto?
R. Il vero paradosso è che il diritto, che dev’essere solo una mediazione sobria e sensata, si trasformi in un’arma prepotente e pretenda di appropriarsi della vita umana; il che è collegato alle innovazioni scientifico-tecnologiche. Prima nascevamo in un solo modo, da quando Robert Edwards, premio Nobel, ha inventato il bebè in provetta, sono cambiate le regole del gioco e la legge naturale non è governata solo dalla procreazione naturale. Ci sono altre possibilità e nasce quindi il problema: deve intervenire il diritto? E fino a dove? Talvolta la sua pretesa è di mettere in gabbia la scienza, contrapporre il diritto ai diritti, usare il diritto per negare le libertà. Questo è lecito? Talora può sembrare che lo sia, ad esempio nella clonazione.

D. E in altri contesti?
R. A mio parere il diritto deve intervenire senza arroganza, senza abusare, lasciando le persone libere di decidere in coscienza. Il caso di Eluana Englaro è un esempio lampante dell’uso prepotente della legge e anche del ritardo culturale e politico che vive l’Italia. Il potere e la Chiesa hanno deciso, violando il dettato costituzionale sull’inalienabile diritto della persona alla dignità e alla salute, che era necessario intervenire per limitare la dignità di quella donna ormai senza vita cerebrale e il diritto di suo padre a decidere per lei. Il problema non è solo lo strappo autoritario del potere politico, ma l’insensata sfida alla norma suprema, la Costituzione, e l’attiva partecipazione della Chiesa a quell’attacco.

D. La proibizione della fecondazione assistita è stata confermata in Italia da un referendum popolare.
R. Alcune scoperte scientifiche pongono in dubbio l’antropologia profonda dell’essere umano come l’uso e il non utilizzo di diversi embrioni nelle tecniche di fecondazione assistita. Il diritto deve prevedere queste innovazioni, non bloccarle. Gli scienziati chiedono regole per sapere se le loro scoperte sono eticamente e socialmente accettabili. Un uso prepotente della legge limita le loro ricerche, nega il progresso umano e così si appropria delle nostre vite perché ci nega ogni diritto o peggio, lo nega solo ad alcuni. Gli italiani ricchi possono andare in Spagna a sottoporsi alle tecniche di fecondazione, ai poveri ciò è precluso. Si crea una cittadinanza fondata sul censo e si distrugge lo Stato sociale. La vita viene prima della politica e del diritto.

D. L’Italia attuale è sottomessa al fondamentalismo cattolico?
R. L’Italia è un laboratorio del totalitarismo moderno. Il potere, abusando del diritto, privatizzandolo e considerandolo una merce, crea le premesse per un fondamentalismo politico e religioso e questo mina la democrazia. I vescovi italiani si oppongono al testamento biologico; quelli tedeschi ne hanno proposto una regolamentazione che è più avanzata di quella elaborata dalla sinistra italiana. Ad un anno dalla morte di Eluana, Berlusconi ha scritto una lettera alle suore che l’assistettero comunicando loro il suo dolore per non averle potuto salvare la vita. Ha ammesso pubblicamente che il potere ha tentato di appropriarsi della vita di Eluana; adesso sta proponendo alla Chiesa un “piano per la vita”, come moneta di scambio perché lo appoggi e gli permetta così di continuare a governare. Cioè ha svenduto lo Stato di diritto al Vaticano per quattro soldi.

D. Gli omosessuali continuano a non avere diritti e i laici contano sempre meno.
R. La Corte costituzionale si è pronunciata nel senso che il Parlamento deve legiferare riconoscendo il matrimonio omosessuale; questo diritto è già garantito dalla Carta dei diritti dell’Unione europea. Abbiamo bisogno di un diritto sobrio, non negatore dei diritti; la religione non può condizionare la libertà. La Costituzione del 1948 all’art.32 afferma che la legge non può mai violare i limiti imposti dal rispetto della vita umana; detto articolo fu elaborato ricordando gli esperimenti nazisti e con la memoria rivolta ai processi contro i medici (nazisti NdT) a Norimberga. Fu un articolo voluto da Aldo Moro, un politico cattolico!

D. Ha mai pensato che avrebbe un giorno rimpianto la Democrazia Cristiana?
R. Quei politici avevano ben altro spessore culturale. La dialettica parlamentare tra la DC e il PCI era di un livello che oggi appare impensabile. Mentre la DC era al potere, si approvarono le leggi sul divorzio e sull’aborto; i democristiani sapevano che la società e il femminismo le volevano e capirono che opporsi li avrebbe danneggiati politicamente. Molti di loro erano dei veri laici,avevano il senso della misura e maggior rispetto verso gli avversari. Oggi siamo ridotti al turismo per poter nascere e morire, la gente si prenota negli ospedali svizzeri per poter morire con dignità. È mai possibile che uno Stato democratico obblighi i suoi cittadini a chiedere asilo politico per morire? Il diritto deve regolare questi conflitti, non acuirli.

D. Rosa Luxemburg diceva che dietro ogni dogma c’era un affare da difendere.
R. Certo, immagino che gli interessi della sanità privata influenzino le posizioni del Vaticano. Rispetto alle conclusioni del Concilio, le cose sono andate progressivamente peggiorando e oggi l’Italia è governata da movimenti come Comunione e Liberazione, che fanno affari favolosi con l’aiuto e il consenso del Governo. La cattiva politica è figlia della cattiva cultura; i problemi attuali nascono dal degrado culturale. Spero che il regime politico di Berlusconi finisca al più presto, ma ci vorranno decenni per superare gli effetti di questo deserto culturale. L’uso della televisione non solo come strumento di propaganda, ma come mezzo di abbruttimento; la degenerazione del linguaggio… tutto è peggiorato. Il degrado ha invaso un’area molto più ampia di quella del centro-destra e c’imbattiamo dovunque in comportamenti speculari a quelli di Berlusconi.

D. Vengono posti in discussione persino i diritti del lavoro.
R. Il pensiero giuridico si è molto impoverito. Negli anni settanta approvammo una riforma radicale del diritto di famiglia perché la cultura giuridica e la sua ispirazione democratica lo permisero. Si chiusero i manicomi, si approvò lo Statuto dei lavoratori… riforme che oggi sarebbero impensabili.

D. La sinistra non reagisce adeguatamente, perché?
R. Il recupero della cultura è la premessa per ridar fiato all’iniziativa della sinistra. Tutti dicono che si deve guardare al centro, io credo che si debba prima rianimare la sinistra. Craxi distrusse la socialdemocrazia, il PCI si è suicidato, un cataclisma di cui perdurano ancora gli effetti. Abbiamo perso il primato della libertà e oggi comanda l’uso privato e autoritario delle istituzioni. La società si è decomposta, il Paese rischia il disfacimento. La politica mostra i muscoli e il diritto si sbriciola.

D. L’Europa ci salverà?
R. L’Europa non vive un momento splendido. Aumentano xenofobia e razzismo; la debolezza culturale italiana si allarga a tutto il continente. Trono e altare sono di nuovo alleati, anche se in un’altra maniera rispetto al passato. Oggi assistiamo alla fusione di mercato, fede e politica che pretendono di organizzare le nostre vite manipolando il diritto. Il problema italiano non è l’insufficiente contrasto della corruzione, bensì che la si promuove ai sensi di legge, come emerge dallo scandalo della Protezione civile: si è derogato dalla trasparenza e dai controlli ordinari per poter rubare più facilmente. Negli anni settanta le tangenti erano ridicole e comunque c’era maggiore compostezza e rispetto della collettività. Craxi ebbe un ruolo devastante, rappresentò un cambio d’epoca. Adesso si è imposta la regola “Se lo fa Berlusconi, perché non lo posso fare io?”.