giovedì 13 gennaio 2011

Fiat: il bastone e la carota di Michele Michelino trtatto da www.resistenze.org




In una società in cui la maggior parte delle ricchezze e delle risorse è nelle mani di pochi, gli operai sono una classe non per scelta ma per necessità. Come tutti i proletari e i salariati non hanno modo di sfamare se stessi e le loro famiglie se non vendendo la propria forza lavoro a un capitalista, un padrone. Della ricchezza da essi prodotta si appropria una minoranza, la classe borghese la quale se ne serve per comprare istituzioni, politici, sindacalisti, mass-media e i governi.

La lotta per la sopravvivenza in periodi di crisi lascia i lavoratori completamente soli, le loro organizzazioni, influenzate dalle grandi aziende e dal governo, li lasciano in balia della classe padronale. Nel cercare di difendersi, per tentare di risolvere giornalmente i loro problemi quotidiani sono costretti a sfidare l’ordine costituito con forme di lotta individuali ai limiti dell’autolesionismo, attraverso scioperi della fame, salite sui tetti, sulle ciminiere, sulle gru, a mettersi anche contro i propri “rappresentanti” inseriti a pieno titolo nel sistema e da questi foraggiati economicamente.

Quando i lavoratori si liberano dalle pastoie e dal controllo in cui li tengono istituzioni, partiti e sindacati sostenitori del sistema capitalista e si uniscono ad altri lavoratori organizzandosi autonomamente in modo indipendente nella lotta contro lo sfruttamento, la loro forza diventa rivoluzionaria e sovversiva.

Sempre più spesso sono proprio i sindacati e i partiti, che pur dicono di rappresentare i lavoratori a sostenere interessi contrari a quelli che dicono di rappresentare. Molti ex sindacalisti diventati dirigenti e funzionari d’istituzioni regolatori del mercato del lavoro, mediatori del conflitto fra capitale e lavoro non fanno altro che difendere le loro condizioni di privilegio “conquistate” difendendo chi li paga.

Il patto sociale basato su un “compromesso di classe” che riconosce ai sindacati il diritto di negoziare per i suoi iscritti è quello che oggi porta i padroni a scegliersi la “controparte” più in sintonia con i suoi interessi.

Oggi viviamo in una società in cui i valori sono capovolti; gli sfruttatori, i capitalisti e i parassiti che non hanno mai lavorato in vita loro sono insigniti con l’onorificenza di Cavalieri del Lavoro, mentre gli operai fanno la fame. La vicenda Fiat è paradigmatica.

Oggi alle multinazionali, ai padroni non basta più sfruttare i lavoratori, spogliarli dei diritti di esseri umani. Come ha affermato Marchionne se il referendum a Mirafiori voluto dalla Fiat non vince con il 51 %, l’azienda non farà investimenti spostando la produzione in altri paesi dove i diritti dei lavoratori sono inesistenti. I lavoratori dovranno esprimere un voto non libero al referendum sottoposti al ricatto della perdita del lavoro. Per i capitalisti gli operai non devono solo essere sfruttati, ma anche contenti.

In questo la Fiat é sostenuta non solo, da CISL-UIL-FISMIC-UGL (che alle ultime elezioni RSU hanno ottenuto insieme oltre il 70%), dal governo, Confindustria, e parte della CGIL, ma anche da molti politici di centrosinistra, fra cui i vari D’Alema, Fassino e molti altri. I soli contrari la FIOM e i COBAS che non hanno firmato l’accordo, sono esclusi dalla rappresentanza in fabbrica, perché il padrone sceglie lui invece degli operai chi è rappresentativo e chi no.

La FIOM-CGIL, che insieme ai Governi (di centrodestra e centrosinistra), Confindustria e gli altri sindacati collaborazionisti per anni ha ostacolato i Cobas sulla rappresentanza perché non firmatari del contratto nazionale, nel momento in cui essa stessa si trova in conflitto con le scelte padronali è esclusa dalla rappresentanza penalizzata dalle stesse regole usate contro i sindacati di base.

La storia è piena di episodi in cui organizzazioni nate dai lavoratori con dirigenti validi, una volta inseriti nelle istituzioni borghesi, assuefatti alla democrazia delegata rappresentativa, diventando frequentatori dei salotti e ambienti governativi tendono a diventare personale delle burocrazie gestite da professionisti. In questo caso anche dirigenti provenienti dal proletariato, cambiando condizioni materiali diventano a tutti gli effetti funzionari di regime.

La crisi economica ha portato licenziamenti, riduzione dei salari, aumento della precarietà e dell’instabilità economica, attacco alla contrattazione collettiva nazionale, mentre vengono progressivamente smantellate le garanzie pubbliche per i lavoratori e i diritti costituzionali. Il recente Trattato di Lisbona che ha inglobato le Costituzioni Nazionali ed Europea mette al primo posto non più il diritto, ma il Mercato cui sono subordinati i diritti. Nel mondo “globalizzato”, in cui i vari imperialismi dettano legge, l’illusione di risolvere i propri problemi attraverso strategie individuali, aziendali, o locali diventa sempre più una chimera che porta a cocenti sconfitte il movimento operaio.

Nella società imperialista gli operai, i proletari, i lavoratori salariati non sono cittadini liberi ed eguali ma schiavi salariati che vivono solo lavorando per qualcun altro, e costretti a fare la fame e lasciati in mezzo ad una strada se disoccupati. Ecco perché i lavoratori contano sempre meno e sono sempre meno influenti eppure c’è chi continua a spacciare illusioni sui cambiamenti pacifici della società chiamando i lavoratori alle urne. Contro la classe borghese, contro il capitale si può lottare solo con lo sciopero generale nazionale e internazionale di tutti i proletari, gli sfruttati, non solo per limitare lo sfruttamento, ma per abolirlo insieme al sistema del lavoro salariato.

Il problema del potere operaio, “dell’assalto al cielo” che in passato si è reso concreto se pur brevemente nella Comune di Parigi e nella Rivoluzione d’Ottobre in Russia e altre parti del mondo col passare degli anni è andato scemando diventando un labile ricordo. La conquista del potere proletario in Europa negli ultimi decenni per alcuni era possibile solo con il voto per il proprio partito o sindacato, le rivolte locali o settoriali o con forme di lotta armata di piccoli gruppi, strategie che si sono dimostrate tutte fallimentari. La lotta di classe, politica, economica e in tutti gli aspetti, finora più latente che diretta, è oggi da porsi nuovamente all’ordine del giorno. Nell’epoca dell’imperialismo ancor più che nel passato non è possibile migliorare e difendere la condizione di un settore della classe operaia se contemporaneamente non si migliorano le condizioni di tutti gli altri lavoratori.

L’esperienza ha dimostrato che non esiste un capitalismo buono, dal volto umano, che rispetta i diritti dei lavoratori e uno cattivo che li calpesta. Se durante i periodi di ripresa in cui tutti i padroni fanno lauti affari i capitalisti e i loro rappresentanti politici nei governi di centro destra o centrosinistra, possono permettersi di fingersi “democratici”, nella crisi l’aumento della concorrenza rende i padroni più “cattivi”. La contrattazione fra le parti sociali e la concertazione, frutto del patto sociale fra padroni-governi e sindacati, figlia della “democrazia industriale”, nella crisi è accantonata a favore del più rigido comando di fabbrica che mostra il vero volto, l’altra faccia della medaglia, la brutalità del modo di produzione capitalista. La volontà del padrone diventa legge senza mediazioni; imponendo alla forza-lavoro la violenza di un sistema che si appropria della ricchezza prodotta da milioni di esseri umani calpestando e reprimendo ogni diritto che ostacola l’accumulazione dei profitti.

Le istituzioni capitaliste-imperialiste a cominciare dai governi che difendono gli interessi degli sfruttatori e degli oppressori cercano di governare mediando e moderando i conflitti sociali per impedire che il malcontento diffuso diventi esplosivo, reprimendo ogni protesta che ostacola o metta in discussione il loro potere. Oggi non basta più cercare di difendersi. Come proletari, lavoratori, non possiamo lasciarci trascinare in questa guerriglia quotidiana limitandoci a resistere agli attacchi continui del capitale e ai mutamenti del mercato. L’attuale sistema che continua a produrre miseria e lutti per la classe operaia ha in se le condizioni materiali per il suo sovvertimento.

E’ giunto il momento in cui gli operai non subiscano soltanto, ma riprendano in mano il loro destino lottando apertamente per una società senza padroni, che non produce per il profitto ma per soddisfare i bisogni dell’umanità. Bisogna ritornare a lottare per un altro sistema economico e sociale che abolisca la società che legittima il sistema del lavoro salariato, considerando lo sfruttamento degli esseri umani, un crimine contro l’umanità.

Oggi chiunque critica l’attuale modo di produzione è bollato come Comunista. A rafforzare il coro dei politici di centrodestra si aggiungono i sindacalisti e gli intellettuali di sinistra inseriti nella società e nelle istituzioni borghesi da cui traggono vantaggi economici e sociali, che fanno a gara nel predicare i sacrifici per gli operai e nel ripudiare e denigrare il comunismo. E’ arrivato il momento in cui il movimento operaio si riappropri delle teorie proprie della sua classe. La lotta di classe non può lasciarla fare solo ai padroni.

In questi anni chiunque si opponeva alle guerre imperialiste, alla miseria, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo o ha semplicemente contrastato il potere dei monopoli e dei potenti di turno chiedendo l’applicazione delle stesse leggi borghesi per tutti è stato bollato di comunismo. E’ ormai tempo che gli operai, i proletari, i lavoratori coscienti, rivoluzionari che vogliono costruire una nuova società libera dallo sfruttamento non siano più solo una testimonianza.

Gli operai coscienti non possono essere solo uno spettro che aggira per l’Europa, una favola dei tempi passati, ma una realtà che comincia a scuotere dalle fondamenta il sistema capitalista agitando i sonni finora tranquilli degli sfruttatori, trasformandoli in incubi

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