lunedì 11 luglio 2011

L'importanza di esistere


Dal gennaio del 2011 molte cose sono successe nel mondo, suggerendoci di affrontare un dibattito e una riflessione profonda sulla portata dei cambiamenti che stanno avvenendo intorno a noi. Innanzitutto meriterebbe un approfondimento ciò che è successo con la cosiddetta "Primavera Araba", anche se ritengo opportuno collegare questi fatti straordinari di sommovimenti popolari e di rivolte di popolo alla forte crisi dell'Unione Europea, una crisi culminata con il tracollo della Grecia e con la speculazione ai danni di Spagna e Italia.

Anche gli Stati Uniti devono fare i conti con gli interessi del proprio enorme debito pubblico, e questo forzerà il presidente Obama a una dura politica di tagli nel campo della Sanità e della Difesa. Tempi di recessione per il capitalismo, questo è certo, e tempi di cambiamenti tellurici che rischiano di sconvolgere profondamente la struttura sociale ed economica del mondo che conosciamo.In Italia ci troviamo in una situazione ancora più delicata, con il governo Berlusconi indebolito dagli scandali e dalla sua stessa mediocrità, che rischia di essere tenuto a galla proprio dalle speculazioni finanziarie, per il rischio che cadendo in questo momento ci possa essere una colossale bancarotta dello Stato.

Cominciamo con quello che sta accadendo in Nord Africa, un immenso movimento popolare di protesta che ha avuto il suo epicentro in Tunisia. Pensateci, in quanti avevano anche solo pensato nel 2010 che solamente un anno dopo sarebbe scoppiata una rivoluzione proprio in Tunisia? non molti credo. Certo, alcuni avevano immaginato che il rincaro delle materie prime agricole,causato dal fatto che gli Usa, per tamponare la crisi,abbiano deciso di inondare il mondo di liquidità, avrebbe potuto causare alcune turbolenze proprio in quelle economie periferiche maggiormente esposte, ma in pochi avrebbero immaginato che sarebbero esplose proprio in Nord Africa, e in un così breve lasso di tempo.In ogni caso questa liquidità irrorata dagli Stati Uniti non è più riuscita a dirigersi verso gli obiettivi tradizionali del mercato immobiliare, ed è conseguentemente finito per individuare come grosso target proprio le materie prime, innestando in questo modo una vera e propria speculazione. Il fatto che il canale trovato per gli investimenti sia quello delle materie prime energetiche e agricole, sarebbe quindi la vera causa della crisi del Nord Africa e del Medio Oriente; esisterebbe in sostanza un nesso di fondo tra questo tipo di politica economica e quanto sta succedendo in questo 2011, e questo avviene sotto le sembianze di un calo di fiducia nelle prospettive, di un rialzo delle materie energetiche per via dei disordini, di turbativa negli scambi commerciali.

Questo dunque è stato a grandi linee il contesto entro cui si sono sviluppate le rivolte, ma è chiaro che dietro di esse c'è ben di più, anche se in molti si sono già dimenticati che a dare origine alla "Primavera Araba" è stato proprio un ambulante che ha preso la terribile decisione di darsi fuoco spinto dalla miseria. Ecco dunque che le considerazioni economiche sin qui fatte sono essenziali per comprendere i cambiamenti di questo 2011, senza di essi insomma si perderebbe il senso profondo di essi,e si sfiorerebbe solo il problema di fondo, senza affrontarlo realmente.Vi è poi il caso della Libia,un caso molto diverso da quelli dell'Egitto e della Tunisia. In Libia infatti si è scatenato nel febbraio 2011 un vero e proprio conflitto civile, inizialmente configuratosi semplicemente come una rivolta di popolo repressa in modo sanguinario da Muammar Gheddafi.La repressione del governo legittimo ha autorizzato la Nato a organizzare una vera e propria missione offensiva in grande stile contro la Libia, tanto che dal marzo al luglio 2011 gli aerei dell'Alleanza hanno effettuato migliaia di azioni sul territorio libico.

A distanza di tre mesi le forze di Gheddafi,pur molto indebolite dagli attacchi della Nato, non sono ancora state sconfitte, e l'opinione pubblica sembra percepire sempre di più che dietro l'intervento dell'Alleanza non ci fossero tanto motivazioni umanitarie quanto motivazioni molto più pragmatiche. Si è scritto molto riguardo agli interessi di paesi come la Francia e l'Inghilterra nel territorio libico,e appare chiaro che una volta sconfitto Gheddafi, Parigi e Londra otterranno accordi commerciali particolarmente favorevoli dal nuovo governo di Bengasi. Anche in Siria assistiamo a furiose ribellioni di popolo, soffocate dalla reazione del governo degli Assad, e anche qui risulta molto difficile per noi occidentali prendere posizione, per quanto risulti subito perlomeno strano l'attivismo di Francia e Inghilterra a Damasco, sospettate di aver supportato insieme ad Israele le proteste di piazza contro gli Assad per destabilizzare il paese.

In Egitto la rivoluzione che ha spodestato Hosni Mubarak mettendo al potere una Giunta straordinaria militare di transizione,sembrava essersi conclusa. Eppure nei primi giorni di luglio l'esito grottesco di alcuni processi ad esponenti del passato regime, ovviamente assolti, ha alimentato nuove violente proteste di piazza, le quali fanno traballare il potere dei militari e informano il mondo che il popolo egiziano ha capito di poter finalmente incidere nel destino del proprio paese.Anche la Costa d'Avorio in Africa Subsahariana è stata squassata da una violenta guerra civile che ha visto un forte attivismo francese, e persino lo Yemen sta traballando sotto i colpi della rivolta e del terrorismo islamico. E in Europa?

In Europa abbiamo assistito al lento tracollo della Grecia, un tracollo annunciato che si è trascinato nel corso dei mesi finendo spesso nel dimenticatoio degli europei. La Grecia è un laboratorio di quello che potrebbe succedere ben presto, nei prossimi 5 anni ad esempio, ad altri paesi dell'Europa come l'Italia, la Spagna,il Portogallo, e l'Irlanda; cosa che a ben guardare significherebbe la fine dell'Eurozona e dell'Unione Europea. Unione Europea da cui la Gran Bretagna si è tenuta ben lontana ad esempio, e la stessa Unione Europea al cui interno la Germania sta vivendo un vero e proprio boom economico, e la Francia sta riscoprendo un attivismo estero dal sapore neocolonialista. In questa situazione drammatica, la Grecia sta offrendo un esempio di consapevolezza e di preparazione politica, mostrando al mondo di aver perfettamente introiettato quelli che sono i motivi che hanno portato alla crisi economica e alla bancarotta. In Grecia però esiste un punto di riferimento rappresentato dal KKE, il Partito Comunista Greco, che con il suo 10% rappresenta una realtà importante, e grazie al suo sindacato, il PAME, dimostra di saper incidere attivamente nelle lotte e non in modo residuale e passivo, o comunque subordinato. Ora, la Grecia è messa sicuramente peggio dell'Italia dal punto di vista economico, per quanto l'Italia si avvicini a grandi passi verso il fallimento, ma l'Italia è messa incommensurabilmente peggio della Grecia dal punto di vista politico (ovviamente assumendo una prospettiva anticapitalista e socialista, cosa sin qui data per scontata). In Italia, a parte la Fiom, non esiste nessun sindacato paragonabile al PAME, e questo è un primo elemento di endemica debolezza rispetto al paese ellenico. La Federazione della Sinistra è una formazione eterogenea composta da Rifondazione Comunista e dal Partito dei Comunisti Italiani, e presenta al suo interno ancora molte contraddizioni, nonostante abbia costituito un significativo passo in avanti verso la riunificazione di un soggetto anticapitalista, socialista, e comunista in questo Paese. Il paragone con il KKE è inclemente, anche se andrebbero fatte tutte le riserve del caso per via della giovane vita della Fds e delle differenze contestuali e di storia molto profonde tra i due paesi.
In Grecia inoltre ad affrontare la crisi si è trovato ad operare Giorgio Papandreou del Pasok, il partito socialista ellenico, ed è stato lui a dover imporre i durissimi tagli alla spesa pubblica e agli stipendi dei greci. In Italia a gestire la crisi non si trova il PD (che possiamo teoricamente paragonare al PASOK), ma il Pdl,il partito di Silvio Berlusconi alleato con un partito xenofobo e razzista come la Lega Nord, un partito che per sua stessa ammissione vuole lavorare per il bene di quella che i suoi aderenti chiamano "Padania", e non certo per l'Italia nella sua totalità.Risulta sin troppo evidente come la situazione politica italiana sia molto peggiore di quella greca, sotto ogni punto di vista e da qualsiasi prospettiva la si voglia guardare (sia da quella socialdemocratica che da quella comunista).

Giungo qui a quello che considero il vero nocciolo del mio discorso, ovvero l'importanza essenziale del continuare a esistere in questa fase storica per un movimento che ancora si definisce, ormai in pieno XXI secolo, comunista. Abbiamo assistito a trent'anni di attacchi durissimi all'identità socialista e comunista nell'Occidente del capitalismo maturo e della globalizzazione, e in parte, almeno in Italia, abbiamo contribuito noi stessi a scavarci la fossa ammalandoci di un nuovismo che ha perso di vista non tanto le proprie radici, ma anche la realtà stessa. Ci troviamo in una fase in cui l'Unione Europea ha di fatto defraudato di parte della sua sovranità ogni singolo stato-nazione che la compone, rendendo lettera morta la Costituzione in più di un suo articolo, senza che nessuno abbia gridato allo scandalo. Abbiamo assistito alla vittoria, datata alla fine degli anni Settanta, della concertazione sindacale, una vittoria che ha ucciso la natura stessa dei sindacati portando le masse di lavoratori salariati in una condizione di subalternità e debolezza epocali. Abbiamo, in Italia, assistito alla furia maccartista della destra italiana, la quale ha trovato colpevole complicità nella socialdemocrazia di casa nostra, facendogli danneggiare in profondità il tessuto culturale sapientemente e pazientemente tessuto dai comunisti italiani dal secondo dopoguerra in poi. Abbiamo assistito a tutto questo eppure, anche se con le ossa rotte e ridotti ai minimi storici, siamo ancora vivi. E sopratuttto abbiamo dimostrato di non essere una forza residuale, palesando una forza di reazione impensata dopo tutti gli insuccessi che ci hanno travolto l'uno dopo l'altro. Con Pisapia e De Magistris a Milano e Napoli abbiamo reagito, abbiamo dimostrato che i comunisti in questo paese esistono ancora, e questo semplice dato di fatto, per quanto oggi possa sembrarci gramo e infimo, in un futuro potrebbe essere interpretato come una medaglia al valore. Abbiamo sbagliato, è indubitabile, eppure forse era anche inevitabile, dato che siamo finiti in un tritacarne che avrebbe stritolato chiunque. Siamo stati gettati in una strada sconosciuta privi di strumenti e bussole, abbiamo continuato a sbagliare strada, a tornare indietro, eppure siamo ancora qui. Siamo ancora qui oggi, a misurarci con i cambiamenti del 2011, a misurarci con il tracollo del capitalismo morente. Corriamo il rischio di sopravvivere allo stesso capitalismo come lo abbiamo conosciuto, e soprattutto rappresentiamo l'unica parte sociale e politica che pur con tutti i suoi immensi e dogmatici limiti non ha mai smesso di indicare con forza che un'alternativa al capitalismo esiste.

Mentre osserviamo preoccupati crollare l'impalcatura del capitalismo occidentale, costretto a tagliare anche sulle mutande per sopravvivere, ecco che la Cina, dall'altra parte del mondo, festeggia il Novantesimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese. A dispetto di tutti quelli che accusano la Cina di aver abiurato il socialismo, la Cina è ancora governata da un partito che si dichiara orgogliosamente comunista e marxista in pieno XXI secolo, un partito che nel 2011 ha deciso di dedicare il suo anniversario a Mao Zedong, e soprattutto un partito che sta guidando la Cina, seppur tra mille contraddizioni, verso lo storico superamento dell'economia dell'Occidente. Mentre la Cina avvia il suo XII Piano Quinquennale (2011-2015) che prevede sviluppo, ricerca, aumenti di salari e pensioni, sovranità energetica, aumento dei consumi; l'Occidente invece si appresta alla bancarotta, con austerità, speculazione, macelleria sociale, svendita delle proprietà pubblica, degrado sociale e culturale. Forse, tra tutti, noi siamo i comunisti più fortunati, perchè siamo quelli nati nel periodo del crollo di quello stesso sistema che è stato capace di vincerci. Avremo forse la fortuna e la possibilità, con le nostre idee e con la nostra stessa esistenza, di vedere il cadavere del nostro nemico portato dalla corrente, mentre aspettiamo ai bordi del fiume. Quando il cadavere del nemico passerà, sarà allora che non avremo più scuse.

Daniele Cardetta

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