giovedì 21 luglio 2011

Tutto il male abbiamo davanti, tutto il bene abbiamo nel cuore.

"Tutto il male abbiamo davanti, tutto il bene abbiamo nel cuore": mai frase di una canzone è stata così attuale per chi, come noi, si scervella giornalmente per costruire una prospettiva socialista e comunista che sia reale e non solamente illusoria. Credo che sia necessario, al fine di portare a compimento un lavoro che sembra oggettivamente titanico, per prima cosa toglierci di dosso le zavorre che abbiamo ereditato dagli errori del passato. Viviamo in un'epoca dove tutto ciò che nel XX secolo è stato utilizzato per aumentare il benessere sociale e l'avanzamento culturale delle masse viene oggi etichettato come "comunista", e quindi come sostanzialmente sbagliato. L'errore che, a mio giudizio, è stato commesso da una certa parte della socialdemocrazia mondiale è stato proprio appiattirsi sulle rivendicazioni e sulle teorie di coloro che per tutto il XX secolo sono stati dei veri propri nemici di classe, prima ancora che nemici politici.I comunisti sono rimasti da soli, e considerato che già prima, quando vi era una unità sostanziale di intenti con le socialdemocrazie mondiali (non certo per tutto il XX secolo), comunque il mondo era diviso in due blocchi, è chiaro che con lo sfaldamento di uno di essi il castello di carte è crollato. Ma cosa intendo per socialdemocrazia? Innanzitutto non sto parlando del concetto di socialdemocrazia tout court, bensì sto parlando di un particolare approccio tenuto da una certa parte della sinistra (nel secondo dopoguerra), la quale pur riconoscendosi inizialmente nelle rivendicazioni di grandi partiti comunisti occidentali quali il PCI, il PCE, e il PCF, ha finito prima o dopo per operare uno slittamento inesorabile che l'ha portata a dolorosi cambi di campo o ad acrobatiche alleanze contro gli amici di un tempo. Mi rendo conto che affrontare un tema così complesso in poche righe possa essere superficiale prima ancora che fuorviante, tuttavia a mio giudizio è proprio dietro questo slittamento che bisogna guardare per rendersi conto del come i nostri nemici sono riusciti a distruggerci.

"Divide et Impera"era la parola d'ordine dei romani, il primo popolo capace di edificare il suo dominio su un'intero continente basandosi proprio su questo diktat. E' una formula ancora attuale quella degli antichi romani, una formula che i nostri avversari di classe hanno applicato, gli va dato atto, in modo a dir poco perfetto. Basti vedere alla parabola dei sindacati in Italia, unificati con la Cgil nel 1944, per poi subire la scissione di Cisl e Uil dopo il tentato assassinio di Togliatti nel 1948. Non appena si è passati dall'entusiasmo e dalla spinta unitaria della fine della guerra, alla costruzione dei blocchi e al nascere della guerra fredda, ecco che i sindacati si sono divisi lungo le linee di faglia della lotta politica, sociale, di classe. Un sindacato diviso è un sindacato più debole, e gli avversari politici di PCI e PSI subito dopo la guerra avevano un disperato bisogno di indebolire gli avversari. Si può poi andare oltre, facendo riferimento alla parabola stessa del PSI, divisosi al suo interno per colpa di Saragat, nel 1947, il quale andò a fondare il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), sancendo così una divisione incolmabile con il PCI, oltre che mettendo nero su bianco una divisione di intenti e di visione della società.

Certo, anche nel PCI la situazione non era idillica,lo stesso PCI si modificò nel corso del tempo, fin quando la componente che possiamo definire forse grossolonamente più "socialdemocratica" non è riuscita a prendere le leve del partito, allontanandolo lentamente, ma inesorabilmente, dalla sua vera natura di partito anticapitalista e comunista di massa, il quale si dovrebbe proporre un superamento della società capitalista per la costruzione di una società socialista, e non solamente un lento appiattimento verso un tentativo di correzione dall'interno del sistema capitalistico; una visione questa più che rispettabile ma che non ha nulla a che vedere con il comunismo, il quale anzi è nato (si pensi alla nascita del PCI nel 1921) proprio per marcare la propria alterità e il proprio diritto a voler perseguire un salto rivoluzionario. Beninteso questo testo non vuole affatto essere un pamphlet contro i socialdemocratici, in quanto ritengo grottesco e inutile arroccarsi su posizioni ortodosse a priori, rifiutando il test della realtà di tutti i giorni; tuttavia credo che dissipare questi coni d'ombra sul nostro passato possa essere solo utile per il futuro. Come ho ribadito poco prima non vi è assolutamente nulla di male nel decidere che sia utile per l'umanità smetterla di criticare il capitalismo proponendo il suo abbattimento e l'instaurazione di un sistema differente, tuttavia basterebbe già esigere altrettanto rispetto per coloro i quali vogliono ostinarsi, in pieno XXI secolo, a ribadire che il capitalismo non può essere modificato se non con una rottura rivoluzionaria o comunque con la volontà del suo superamento.

L'idea socialdemoratica di riuscire a giungere al superamento del capitalismo per via democratica, rispettando e governando le regole del capitalismo, è semplicemente un'idea falsa, un 'idea sbagliata e soprattutto smentibile dalla storia. Rientra, a mio giudizio, all'interno della formula del "Divide et impera" di romana memoria, in quanto divide inevitabilmente la cosiddetta "sinistra" mondiale in due schieramenti. E se fino al 1989 la parte prevalente era quella comunista, negli ultimi vent'anni quella prevalente è stata quella socialdemocratica, e i diversi risultati portati a casa per i lavoratori e per la stragrande massa della popolazione mondiale sono sotto sotto gli occhi di tutti. Quando la parte prevalente dello schieramento che chiameremo per semplicità di "sinistra" (per quanto parlare di sinistra in Occidente negli ultimi vent'anni risulti alquanto complicato)era quella comunista, che si richiamava alla tradizione marxista-leninista e alle esperienze teoriche e pratiche del XX secolo, i vantaggi conseguiti per le fasce popolari sono stati immensi, più grandi che in tutte le epoche passate della storia umana. Man mano che tale componente si è andata svuotando, ecco che le conquiste e i vantaggi delle fasce popolari sono andati lentamente scemando, fino a che, quando la componente comunista è diventata completamente marginale,ecco che da un lento progresso le fasce popolari iniziano a conoscere un velocissimo regresso, un regresso che le sta portando a calci verso il XIX secolo.

Vi è poi un altro tipo di approccio utilizzabile per cercare di rilanciare le idee socialiste e comuniste in questo bizzarro XXI secolo, ed è l'analisi storica del progresso umano e l'analisi del funzionamento delle società umane nel corso della storia. Qualora si utilizzasse un metodo di analisi di questo tipo si potrebbe verificare come le idee comuniste e socialiste siano solo state verbalizzate, schematizzate e organizzate da Marx e Engels nel XIX secolo, ma che invece abbiano avuto la loro origine millenni prima, da quando l'uomo cioè ha cominciato a vivere in società complesse e ha cominciato l'organizzazione del lavoro e del potere. La richiesta di una divisione equa delle risorse e di una ripartizione giusta delle cariche e del lavoro è infatti vecchia come l'uomo, in che modo si potrebbe infatti definire la lotta che fu di Spartaco contro la schiavitù come diversa da quella combattuta dagli operai e dai lavoratori tra XIX e XX secolo per il riconoscimento dei propri diritti personali? Cercare di banalizzare i contenuti di quello che si chiama "comunismo" identificandoli unicamente con alcune esperienze del XX secolo,spesso decontestualizzate, non è altro che il tentativo di chi si oppone alle rivendicazioni succitate di congelare in modo irreversibile la divisione del potere e lo status quo. E il bello è vedere che soprattutto molti comunisti fino al 1989 sono stati proprio loro a cadere nel tranello, essendo i primi ad aver preso le distanze da alcune rivendicazioni che, una volta abbandonate, sono state dimenticate per sempre.
D.C.

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