giovedì 16 giugno 2011

Afghanistan: continua la guerra ai civili


Di anni, da quando gli Stati Uniti hanno deciso di invadere l’Aghanistan dando avvio alla ormai famosa “guerra al terrore”, ne sono passati dieci. Eppure la guerra afghana non è ancora finita, come testimonia l’elevatissimo tributo di sangue che viene pagato dalla popolazione civile del paese. Il recente aumento di uccisioni di civili in Afghanistan solleva a questo punto alcuni interrogativi di fondo: come mai il numero di civili uccisi è aumentato nel corso del conflitto anzichè diminuire dopo le fasi più acute della guerra?. Al Pentagono, ovviamente, parlano di incidenti, di errori di guerra e di “effetti collaterali”, accusando quindi i guerriglieri afghani di ingaggiare battaglia volontariamente in aree piene di civili, costringendo gli americani a rispondere al fuoco. Infine, molti analisti americani accusano i guerriglieri di convertire al fondamentalismo islamico gli abitanti dei villaggi, costringendo la Nato a uccidere civili in modo che essi diventino poi martiri da utilizzare come dispositivo di reclutamento. Ma allora, la guerra che ci è stata descritta da Nato e Usa in Afghanistan è una guerra ben diversa da quella che effettivamente viene combattuta da dieci anni a questa parte, in quanto non sarebbe una guerra al “terrore”, cioè ad alcuni gruppi terroristici che utilizzano alcune basi logistiche in Afghanistan, bensì una guerra totale vera e propria vista la costante promiscuità tra guerriglieri e popolazione.
Del resto il modus operandi della Nato in Afghanistan prevede tranquillamente la possibilità di sacrificare anche parecchi civili al fine di uccidere un singolo o pochi sospetti combattenti, un modo di operare molto più vicino a una guerra di occupazione che a una operazione umanitaria o di polizia internazionale. La realtà sembra essere che gli americani e la Nato starebbero ormai combattendo una guerra “contro” il popolo afghano, dato che i legami personali di solidarietà tra i combattenti e la popolazione civile sono troppo profondi per essere schematizzati a tavolino nella Casa Bianca. Ecco quindi che situazioni considerate sospette, come ad esempio riunioni di famiglia (spesso confuse con riunioni di terroristi), o carovane commerciali (spesso confuse con missioni di contrabbandieri), vedono intervenire i militari americani con conseguenze drammatiche.E’ chiaro che delle forze di occupazione che hanno interessi profondamente diversi da quelli di milioni di cittadini afghani, non possono che non riuscire a relazionarsi con esse, continuando a parlare due lingue diverse che non si incontreranno mai, facendo precipitare la situazione nella violenza.
Spesso civili e combattenti dunque sono indistinguibili, anche perchè la maggior parte dei combattenti afghani possiede una famiglia, coltiva terreni agricoli, e magari alleva anche bestiame, frequentando spazi sociali come moschee e piazze cittadine, mettendo quindi a repentaglio l’incolumità di tutta la popolazione. I civili- combattenti sono purtroppo un fenomeno popolare di massa, come evidenziato dal fatto che non sono bastati dieci anni di guerra per piegare la resistenza afghana, segno evidente che i cosiddetti gruppi fondamentalisti non sono isolati dal resto della popolazione come si pensava, altrimenti sarebbero stati piegati molto prima essendo in una condizione di soverchiante inferiorità numerica e di mezzi. Vista questa difficile situazione, forse la Nato dovrebbe considerare al più presto un disimpegno dall’Afghanistan, in quanto stando così le cose sembrerebbe sempre di più una guerra impossibile da vincere, dove gli unici a cadere e a pagare il conto sarebbero civili innocenti, già peraltro duramente provati da dieci anni di sofferenze.
Daniele Cardetta

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