lunedì 13 giugno 2011

Smascherata l’ennesima truffa, due americani dietro il blog della lesbica siriana.


13 giu. La notizia ha dell’ incredibile, eppure riceve conferme da più fonti e dunque merita un approfondimento adeguato. Sto parlando del caso di Amina Arraf, una blogger siriano-americana, una ragazza lesbica e naturalmente dissidente, dotata di un talento straordinario nella scrittura. Questa fantomatica ragazza ha fatto parlare di sè sul web e sui media internazionali, assurgendo un pò a piccolo mito, tanto che da tutto il mondo migliaia di persone cliccavano sul fortunato blog “A gay girl in Damascus” per leggerne le riflessioni e le opinioni su quanto stava accadendo in Siria.

La settimana scorsa è arrivata però la svolta, migliaia di persone si sono collegate come di consueto al blog della presunta dissidente e hanno constatato con enorme sdegno e stupore che la presunta cugina di Amina ne aveva denunciato la sparizione sul blog. Ovviamente la notizia della sparizione della ragazza ha lasciato tutti con il fiato sospeso, e migliaia di persone hanno commentato su vari forum online la vicenda, cercando di immaginare in chissà quale carcere del regime di Assad dovesse essere stata trasportata. Lo sdegno per la sparizione della povera dissidente ha raggiunto livelli altissimi, tanto che si sono creati dei gruppi spontanei su internet per ottenere la sua liberazione che hanno raggiunto anche 15mila iscritti. Come se non bastasse persino il dipartimento di Stato americano si sarebbe mosso per cercare questa fantomatica dissidente, o perlomeno la sua presunta famiglia che secondo quando riferito dal blog constava di una madre americana e di un padre siriano.

La cosa ancora più grottesca è che anche dei media importanti come il Guardian, il New York Times, e persino la Cnn, abbiano intervistato Amina tramite email, dandole un risalto da prima pagina e rendendola una star, senza però cercare in alcun modo di verificare l’esistenza e l’identità della presunta blogger. Qualcuno meno sprovveduto ha subito dubitato della vicenda, come Andy Carvin di Npr, e ha cominciato a chiedersi come mai non venisse trovato alcun riscontro nella vita reale riguardo all’esistenza di Amina, e come mai nessuno la conoscesse a Damasco. Indagini più approfondite hanno poi portato a scoprire che le presunte foto di Amina erano in realtà foto di una ignara ragazza inglese, rubate e spacciate per quelle della fantomatica lesbica siro-americana.

A questo punto le indagini sono continuate concentrandosi sugli indirizzi proxy da cui la presunta ragazza postava i blog, e hanno portato a risalire ad un unica persona: Tom MacMaster. Costui, un americano di 40 anni, sta seguendo un master in studi orientali a Edimburgo, in Scozia, confermando così le tracce cibernetiche del blog di Amina, le quali portavano proprio in Scozia. MacMaster è sposato con Britta Froelicher, un’attivista di un’associazione americana per la pace in Medio Oriente, nonchè un’attenta osservatrice delle questioni siriane.

Dunque Amina non solo non esisteva, ma non era nemmeno una donna, nè tantomento una lesbica. Amina era un uomo di quarant’anni, responsabile di aver rubato una ragazza inglese della sua foto tramite facebook e di aver risposto a decine di interviste via email fingendo di essere una persona che non esiste. Smascherato, MacMaster ha cercato di arrampicarsi sugli specchi postando un ultimo post sul blog della ragazza virtuale, chiedendo scusa ai lettori e cercando di spiegare di aver raccontato questo castello di bugie solo col nobile proposito di sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale ai problemi del Medio Oriente.

Questo ennesimo caso di bufala mediatica, una bufala che ha coinvolto media e migliaia di internauti, dovrebbe fare riflettere sull’uso sempre più sconsiderato che viene fatto dall’ informazione del mezzo di internet. Chiunque, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo del mondo, può crare con pochi gesti un blog e può gestirlo stando comodamente a casa comunicando contemporaneamente con migliaia e migliaia di persone. E’ chiaro che il rischio che possano esserci dei millantatori è altissimo, ed è grottesco che alcuni giornalisti predano per vera qualsiasi notizia di un certo tipo che compaia sulla rete; basta che vi sia una notizia che tocchi argomenti sentiti da milioni di persone che si prendono per vere le bufale più incredibili, peraltro verificabili con poche mosse.

Mentre migliaia di internauti si stracciavano le vesti per la povera Amina, rinchiusa in chissà quale duro carcere di Damasco, ecco che nella realtà i soldati siriani la repressione la facevano per davvero, e questa volta non vi era nessun blog che raccontasse delle sofferenze e della prigionia patite da centinaia di dissidenti, quelli veri però. La loro vita però è forse troppo ordinaria per interessare il palato fine del pubblico occidentale, abituato con il caso della blogger lesbica a storie mirabolanti capaci di commuovere milioni di persone, e forse, in fin dei conti, preconfezionate. In un mondo in cui tutto è collegato da internet, e in cui le sofferenze e il dolore di popolazioni martoriate può raggiungere tutte le case in pochi secondi, ecco emergere una nuova patologia dell’informazione: la creazione di profili inventati che servano a canalizzare la sensibilità di milioni di persone verso una direzione precisa. In Sudan, in Africa, in altri paesi martoriati dalla guerra, dalla povertà, e dalla fame, aspettano con fiducia la loro “Amina”, per un pò di attenzione e un pò di compassione.

Daniele Cardetta

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