mercoledì 3 marzo 2010

La nuova campagna d'Africa passa dalle dighe in Etiopia . Articolo tratto da www.nuovasocieta.it







di Luigi Nervo

Un altro paradiso naturale potrebbe venire calpestato da ditte occidentali senza scrupoli. Questa volta si tratta della Valle dell'Omo in Etiopia, la culla degli esseri umani: una terra antica dove sono stati ritrovati scheletri degli antenati dell'uomo vecchi 2,4 milioni di anni e che nel 1980 è stata riconosciuta dall'Unesco patrimonio dell'umanità. E questa volta c'è di mezzo l'Italia con una ditta, la romana Salini Costruttori, come principale appaltatrice e la Farnesina, tra i finanziatori.

Inizialmente il progetto prevedeva la costruzione di tre dighe, Gibe I, II e III, poi ne è stata aggiunta un'altra. Lo scopo è quello di incrementare la produzione di energia elettrica in un paese che ne è privo. Le prime tre dighe sono costate rispettivamente 200 e 400 milioni di euro e la cifra record per l'Etiopia di 1,4 miliardi. E, ironia della sorte, proprio la terza, la più grande, è crollato meno di due settimane dopo l'inaugurazione in pompa magna alla quale era presente il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. In origine si diceva che si tratta di una risorsa per la popolazione etiope, ma in realtà solo il 6% degli etiopi possiede un allacciamento alla rete elettrica nazionale, con una richiesta totale di 600 MW ben sostenuta dalla capacità di erogare 767 MW; tutto lascia pensare che invece sarà il contrario: già nel 2006 era stata concessa la distribuzione di 500 MW di elettricità provenienti da Gibe III al Kenya e altri paesi limitrofi hanno iniziato ad affacciarsi sulla Valle dell'Omo, primi fra tutti Sudan e Djibouti che dovrebbero importarne ulteriori 400 MW, e a seguire Egitto, Eritrea, Yemen e altri paesi del Sud e Est dell'Africa, i quali verrebbero collegati attraverso una rete. Insomma, l'energia prodotta da queste enormi dighe, verrà quasi tutta esportata all'estero e i villaggi etiopi che avrebbero dovuto ricevere l'elettricità sono ancora al buio.

Se le popolazioni non sono state toccate dai benefici di queste enormi costruzioni, ne hanno subito gli effetti negativi. Ad essere colpite sono state soprattutto le tribù che vivono lungo le sponde del fiume Omo, un corso d'acqua che con le sue piene stagionali detta i ritmi della produzione: è sulle sponde del fiume che gli agricoltori piantano le loro colture dopo ogni piena, i pascoli vengono rivitalizzati dalle esondazioni e questi ritmi naturali segnano quelli relativi alla migrazione dei pesci. Secondo un rapporto dell'Autorità etiope per la protezione dell'ambiente, la ESIA, verrebbero colpiti 100 mila agricoltori della bassa Valle dell'Omo, 100 mila allevatori della stessa area, 500 mila abitanti della zona dell'Omo meridionale, in gran parte rurale, e anche 300 mila unità delle tribù del lago Turkana in Kenya. È proprio questa l'altra zona colpita, un bacino che con un afflusso d'acqua minore si è quasi prosciugato e ha raggiunto alti livelli di salinità, con effetti devastanti sull'intero ecosistema che ormai è stato compromesso. Gli amministratori hanno promesso di produrre piene artificiali della durata di 10 giorni, ma la portata di queste esondazioni non potrà mai essere pari a quelle naturali che durano diversi mesi. Questi stravolgimenti rischiano di portare a crisi e carestie che potrebbero scatenare scontri armati tra le tribù. Oltre a subire il danno, queste popolazioni non possono nemmeno levare la loro voce a causa dell'alto livello di analfabetismo e della non conoscenza dell'aramaico. In più, non possono fare affidamento sulle organizzazioni umanitarie perché un provvedimento del governo etiope, il decreto 621/2009, impedisce l'attività a qualsiasi associazione o Ong locale che riceva più del 10% dei suoi finanziamenti da fondi esteri, in pratica la totalità di quelle operanti nel paese.

La vicenda assume contorni ancora più torbidi se pensiamo agli attori e alle loro modalità di intervento. Oltre ad autorità e aziende africane, sono coinvolti soggetti italiani e europei. Il made in Italy è evidente leggendo il marchio posto su queste dighe, è quello della ditta Salini Costruttori. La società è nella mani della famiglia Salini che la fondò nel 1940 e il nome del presidente del CdA, l'ingegner Simonpietro Salini, compare nell'elenco dei presunti appartenenti alla Loggia P2 sequestrata nel 1981 a Licio Gelli. Vincitrice anche dell'appalto per la linea C della metropolitana di Roma, l'azienda non è nuova a imprese in Africa: basti ricordare l'avventura in Uganda del 2000 a stretto contatto con un governo dispotico che ha fatto incarcerare i contestatori, o in Sierra Leone dal 1980, con una marea di finanziamenti ingiustificata, o sempre in Etiopia, a Beles, negli stessi anni con il craxiano Fondo Aiuti Italiano poi finito al centro dell'inchiesta su Tangentopoli. Anche il governo italiano ha preso parte all'impresa Gibe: contro i pareri negativi del Nucleo Tecnico di Valutazione della DGCS e del Ministero dell'Economia, è stato elargito un credito d'aiuto di 220 milioni di euro in favore dell'Etiopia per la realizzazione del progetto. Nel 2007 la Procura di Roma ha aperto un'indagine per presunta corruzione nei confronti della DGCS, ma nel luglio del 2007 il ministro Massimo D'Alema ha permesso il finanziamento di 250 milioni di euro per la realizzazione di Gibe III, linea per ora mantenuta anche dal governo che lo ha succeduto. Sul fronte internazionale è invece la posizione della Banca Europea per gli Investimenti, l'analogo della Banca Mondiale nel Vecchio Continente, a destare qualche sospetto: nel 2005 promuove un finanziamento di 50 milioni di euro in seguito ad una trattativa diretta con la Salini in violazione alle norme comunitarie e ripete l'operazione l'anno successivo con il benestare del Parlamento Europeo.

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