martedì 16 febbraio 2010

Ecuador, gli indigeni dell'Amazzonia presentano il conto al gigante Chevron . Di Luigi Nervo; tratto da www.Nuovasocietà.it





La distruzione di un angolo della foresta pluviale amazzonica grande quasi quanto l'intera provincia di Torino, migliaia di morti per cancro, fiumi neri che scorrono in quello che era un ambiente incontaminato, pozze di petrolio che bruciano all'aria aperta, una tribù estinta: è questo il conto dei danni causati in Ecuador dalla Texaco, azienda petrolifera acquisita dalla californiana Chevron. Si tratta di uno scempio 30 volte più grande di quello causato nel 1989 dall'incidente in Alaska della petroliera Exxon Valdez.

La Texaco-Chevron ha operato nella zona del Lago Agrio, situata nel nord dell'Ecuador, dal 1967 al 1972. In questi anni ha versato nei corsi d'acqua della regione, ora chiamata "la Chernobyl amazzonica", 18 miliardi di galloni di rifiuti tossici, disperso nell'ambiente altri 17 milioni di galloni di olio attraverso i guasti nei tubi, abbandonato più di 900 pozze all'aria aperta contenenti gli oli esausti e incendiato milioni di metri cubi di gas velenosi senza alcun controllo. Con questi comportamenti, oltre a violare le leggi americane e ecuadoriane, ha ammazzato almeno 1041 persone colpite da tumore. Nell'area sette tribù indigene vivevano a stretto contatto con l'ambiente circostante, utilizzavano i fiumi per pescare, bere e lavarsi. Sono state proprio queste popolazioni a venire colpite dalla morte e dalla malattia: per cercare di sopravvivere hanno dovuto cambiare le abitudini e lo stile di vita che venivano tramandati da secoli. Una di queste tribù, i Tetete, è addirittura scomparsa, cancellata dall'ondata nera che ha invaso il suo territorio.

Nel 1993, le popolazioni indigene, oppresse da questa marea nera, hanno portato la Texaco-Chevron di fronte alla corte federale di New York, chiedendo il pagamento di 27 miliardi di dollari necessari per riparare i danni causati. Dalla loro parte avevano il rapporto Cabrera, un dettagliato resoconto, stilato da un pool di scienziati indipendenti, sui crimini commessi dalla compagnia petrolifera, ma non è bastato per ottenere giustizia e la compagnia petrolifera è stata assolta dalla giurisdizione americana che ha passato il caso a quella ecuadoriana. È a questo punto che la Chevron ha iniziato una gigantesca e costosa campagna stampa di disinformazione grazie ad agenzie specializzate: per convincere l'opinione pubblica della sua presunta estraneità, ha riempito i giornali locali di annunci falsi e ingannevoli che attaccavano persino la compagnia di bandiera PetroEcuador. Il rapporto Cabrera e gli appelli di numerose organizzazioni locali hanno però messo alle strette il potente avversario che ha quindi deciso di rivolgersi verso un fronte più malleabile, quello degli Stati Uniti, con forti pressioni sul Congresso affinché, come atto di intimidazione verso il governo ecuadoriano, revocasse la concessione dei benefici economici verso il paese sudamericano. Infine, l'amministrazione Obama ha dato un duro colpo alle pretese della Chevron con la stipula degli accordi commerciali e ora tutto lascia pensare che la compagnia californiana dovrà pagare i 27 miliardi per risarcire i danni. "Ci opporremo a questa decisione fino a quando l'inferno non gelerà, e anche allora combatteremo sul ghiaccio" avevano dichiarato i dirigenti, ma da gennaio è John Watson il nuovo presidente e l'associazione Amazon Watch gli ha inviato un appello chiedendo di non creare un precedente.

Nel frattempo, la Chevron, già al centro di controversie legate all'inquinamento in Angola, in Nigeria e in California, nonché accusata per la violazione del Clean Air Act, ha trovato un nuovo terreno di conquista, il Venezuela. La compagnia petrolifera ha messo le mani sull'appalto per uno dei due progetti destinati allo sfruttamento delle riserve petrolifere nella Faja del Orinoco. Mentre le popolazioni amazzoniche dell'Ecuador non potranno più riavere indietro le loro vite, i criminali del petrolio continueranno a trivellare.

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