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lunedì 20 settembre 2010

L’incompetenza del governo dà fuoco la Russia. di Guennadi Ziuganov







Ancora non si è concluso il 2010 ma è già entrato nella storia della Russia come uno dei più drammatici. Il caldo e la siccità hanno favorito gli incendi di grandi proporzioni, bruciando villaggi e interi paesi. Nelle fotografie, i luoghi ridotti in cenere non si discostavano da Játyn (1) arso durante la guerra. Eppure la gente è morta non solamente in conseguenza diretta del fuoco. Perfino nella capitale in quei giorni di fine luglio e inizio agosto, circa 700 persone al giorno lasciavano questo mondo, il che significa che nei luoghi colpiti dal fuoco è raddoppiato il numero dei morti.

Sono bruciate enormi distese di boschi. Si è inferto un danno colossale all’ecosistema. L’agricoltura, che già era in difficoltà, ha subito un duro colpo. Centinaia di migliaia di contadini quest’anno resteranno senza raccolto. L’aumento dei prezzi dei principali beni alimentari è inevitabile.

La portata della tragedia è evidente: ha colpito decine di milioni di persone e benché negli ultimi anni la Russia abbia patito una lunga serie di disgrazie, l’attuale si differenzia per le sue enormi proporzioni. Le conseguenze di quanto accaduto alla vita del paese sono ancora da stimare. Milioni di persone stanno respirando prodotti tossici, con conseguente grave danno per la loro salute. Dovrà passare del tempo per valutare la reale portata dell’evento. La disgrazia nella quale sono sprofondati i nostri concittadini ha avuto grandi ripercussioni per tutto il paese. Si continuano a raccogliere aiuti per le vittime. Non è sicuramente rimasto ai margini il Partito Comunista della Federazione Russa. I nostri compagni continuano a raccogliere fondi e aiuti materiali. Il CC del PCFR coordina il lavoro delle organizzazioni regionali del partito. Ma neanche il sostegno di tutto il popolo potrà restituire familiari e parenti a coloro che hanno subito tante dolorose perdite in questi giorni d’incendi.

Sfortunatamente è accaduto quello che succede sempre quando il governo attua il “vada comunque vada”, quando è incapace di adempiere ai propri doveri, quando si dimentica della voce del popolo. È successo quello che noi, i comunisti, stiamo coraggiosamente tentando evitare. Avevamo messo in guardia tutti coloro da cui dipende l’assunzione di importanti decisioni rispetto alle crescenti minacce che incombevano sul paese. Cinque anni fa, il nostro partito diffuse alla Duma una relazione speciale, “I limiti della caduta”, elaborato dai migliori scienziati. Nel 2006-2007 ci opponemmo frontalmente alla nuova e distruttiva legge sui boschi. Lo stesso coscienzioso lavoro fu svolto per la discussione della legge sull’acqua. Nei differenti tavoli che allora si organizzarono nella Duma, si analizzarono in dettaglio quei documenti. Facemmo arrivare alla dirigenza dal paese delle relazioni speciali sull’argomento.

Abbiamo mantenuto una linea coerente per l’utilizzo delle nostre ricchezze di terre, boschi e acqua a beneficio di tutti i cittadini della Russia. Esigemmo che lo Stato assumesse il compito di disciplinare i loro rapporti. Dimostrammo che l’adozione delle nuove leggi su boschi e risorse idriche contraddiceva tali doveri. Compiemmo un grande sforzo per arrivare all’opinione pubblica, utilizzando tutti i mezzi a nostra disposizione, dalla tribuna parlamentare fino agli atti di protesta. Ricorremmo a tutte le possibilità per suonare alla porta del governo. Ma non potemmo aprire una breccia in quella schiera di funzionari dietro cui si celano gli interessi del grande capitale e del profitto personale.

Dopo le inondazioni del fiume Lena e nel nord del Caucaso ed il terremoto a Sajalín, pretendemmo dal governo azioni più concrete e decise per riportare l’ordine. Rilevammo come l’incidente nella centrale idroelettrica di Sayan-Shushen non facesse che confermare l’imperiosa necessità di un recupero della proprietà statale nei settori strategici dell’economia, mentre l’incendio nella discoteca “Il cavallo zoppo” di Perm, esigeva l’adozione di misure per la sicurezza dei locali pubblici. Dimostrammo come i superprofitti dei “re del carbone” che risparmiavano sulla sicurezza e la salute dei minatori, erano la strada obbligata verso gli incidenti nelle miniere “Raspadskaya” e “Voroshilov” nel Kuzbass.

Disgraziatamente non siamo riusciti a far ragionare il governo. Non li abbiamo convinti ad accendere il semaforo rosso all’oligarchia nel suo cammino verso il profitto. La radice del male rimane intatta: quell’incontenibile e cinica corsa del capitale dietro il profitto. I circoli governativi sono risoluti a soddisfare i propri appetiti. Insistono nello spogliare lo Stato della responsabilità nelle sfere più importanti dell’attività economica. Il capitalismo criminale ha posto fine a quasi tutte le tenute collettive che erano preparate a fronteggiare siccità e incendi.

I nostri massimi responsabili si sono sforzati per indicare i “capri espiatori” cui far pagare il conto di ogni incidente o catastrofe. Allo stesso tempo si garantiva l’immunità ai principali funzionari, responsabili dei più abominevoli esperimenti sul popolo e sul nostro paese. Kudrin [ministro delle Finanze] continua ad essere “insostituibile”, perché esegue con successo il dissanguamento della nostra economia e del settore sociale, scaricando i costi sulle regioni più povere. “Insostituibile” è Serdiukov [ministro della Difesa], perché è difficile trovare qualcuno più indicato per trasformare l’esercito in un luogo di mercanteggiamenti. “Insostituibile” è Fursenko [ministro dell’Istruzione e Scienza], affermato specialista nel seppellire senza scomporsi i migliori risultati della nostra scienza e del nostro sistema educativo. “Insostituibile”, come no, continua ad essere il principale privatizzatore del paese, distruttore del migliore sistema energetico del mondo, al quale hanno dato ora in gestione lo sviluppo delle nanotecnologie (si riferisce ad A. Chubais. NdT)..

Le alte sfere del paese ora incolpano di quanto accaduto i governatori e i loro funzionari. I governatori pensano che la colpa sia del governo centrale, ma licenziano i responsabili locali. I responsabili locali credono che la colpa di tutto risieda nella disastrosa politica del governo, benché non lo dicano a voce alta.

Tutto e tutti sono colpevoli: il clima e gli elementi, le torbiere e gli amanti delle gite all’aria aperta, i venditori di ventilatori ed i cittadini che non avevano arato i loro orti e campi nei paesi. Innocente è il partito al governo. Non sono colpevoli né politicamente, né giuridicamente, né moralmente.

Scaricare la colpa sugli altri piace alle persone che non hanno mai creato niente in vita loro. Coloro che non hanno mai prodotto nulla con le proprie mani, sono poi i primi incensarsi. Questo autocompiacimento dell’attuale governo non fa che allontanarlo maggiormente dalla vita reale. Può bastare un esempio. Contrariamente a tutte le promesse dei funzionari, molti sono i veterani della Grande Guerra Patriottica che continuano a non ricevere gli appartamenti promessi.

Alla luce degli incendi di questo 2010 si è evidenziata l’incapacità del governo sulle questioni concrete. Milioni di persone hanno dovuto fare fronte al problema di come difendere la propria vita, il proprio tetto, il proprio futuro. I cittadini della Russia hanno scoperto che il governo e le sue figure più in vista sono incapaci di risolvere i problemi e di adempiere agli obblighi. I tentativi di dare rilievo alla sua attività, di dimostrare l'operosità del governo, ha soltanto evidenziato l’incompetenza e la goffaggine dei vertici di potere.

Ciò che è successo non solo rappresenta una lezione per lo stesso governo. È anche una lezione per il paese ed i suoi abitanti. Una lezione per imparare a valutare la situazione non per quello che dice o spiega la televisione, bensì dai fatti e dalle competenze. Una lezione su come lottare per i propri diritti e formare un governo nell’interesse del popolo.

Gli specialisti avevano già notato che quella di quest’anno sarebbe stata un’estate calda. Lo indicavano le previsioni meteorologiche e l’esperienza pratica dell’amministrazione. Quindi il fuoco coi suoi effetti non ci sono caduti addosso all’improvviso, ma si attendevano. Tuttavia non è stata adottata nessuna misura per preparare il paese né la sua popolazione ad una situazione di emergenza.

Ci sono questioni in cui un governo è obbligato a lavorare senza che sia necessario un allarme specifico. Ci sono problemi per i quali deve essere sempre pronto. Minimizzare le conseguenze dei disastri naturali, dei conflitti militari e politici, dei blocchi economici, del terrorismo e della delinquenza, è competenza diretta dello Stato. Per questo motivo esistono il Ministero per Situazioni d’Emergenza (MSE) ed altre organizzazioni. Per questo deve essere concepito un piano di misure preventive e di mobilitazione. “Prevenire le malattie è meglio che curarle” non è solo una massima applicabile alla medicina. Se il governo non lo capisce, diventa dannoso per la società e deve essere sostituito.

Le priorità del regime di governo stanno trasformando sempre più la Russia nel regno dell’assurdo. Le strutture del MSE, al momento di ricercare volontari per andare a spegnere gli incendi, chiedevano loro di arrivare preparati con cibo proprio, proprie bottiglie d’acqua e finanche con le proprie maschere antigas. Ed il desiderio dei funzionari di essere graditi alla direzione li porta, ogni volta con maggiore frequenza, ad agire seguendo il copione di una brutta barzelletta. La misurazione e registrazione dei fenomeni atmosferici si compiono da non più di duecento anni. Cosa che non ha impedito ai responsabili dell’Istituto di Meteorologia di arrivare ad affermare che un’ondata di caldo come quella patita non si riscontrava in Russia da più di mille anni.

Siamo riusciti a sviluppare un sistema capace di trasformare in farsa qualunque tragedia. Importanti figure del governo hanno fatto appello all’opposizione di non trasformare il dolore della gente in arma politica, che in ogni caso non ha impedito che fossero loro stessi i primi a cominciare a farlo.

Facendosi vedere partecipare personalmente allo spegnimento degli incendi, stavano in realtà sancendo il collasso del sistema che dirigono. La funzione di un governo consiste nel prevenire le catastrofi, assicurare condizioni sicure per la vita della popolazione. Un compito, questo, in cui hanno fallito miseramente. L’ondata di incendi ha colpito tutte le regioni centrali. È una tragedia che non possono nascondere ai telespettatori per quanto si sforzino di fare. In una tale situazione non bastano neanche le videocamere di sicurezza che vigilano sulla costruzione delle abitazioni che devono sostituire le case bruciate.

Il governo, occupato com’è nello smascherare il passato sovietico col fine di giustificare il suo arbitrio “funzionario-oligarchico”, si rifiuta di voler prendere qualcosa dai suoi predecessori. Già negli anni 30 in URSS per la lotta contro gli incendi si realizzò un locomotore cingolato fuoristrada, lo “Yaroslvets”. Successivamente si cominciarono a fabbricare macchinari pesanti per l’estinzione degli incendi partendo da macchinari militari. Nel paese apparvero le prime unità militari per l’installazione di tubature, riconvertite già nel 1952 per decisione di Stalin, in una categoria di truppe speciali.

Il tempo confermò l’importanza di quelle decisioni per la sicurezza del paese. Quelle truppe salvarono migliaia di vite di nostri soldati in Afghanistan, furono un aiuto fidato che prestò soccorso nella catastrofe di Chernobil e nel terremoto di Spitak, negli incendi di boschi e torbiere. Prima delle “riforme” erano truppe compatte ben equipaggiate e preparate per qualunque eventualità. Non solo offrivano copertura alle truppe durante i combattimenti, ma rappresentavano anche una riserva strategica per le situazioni di emergenza. Ora con la trasformazione intrapresa da Serdiukov, tutte quelle brigate si sono viste ridotte nella “nuova immagine delle Forze armate”. Sono rimaste alcune brigate isolate in qualche distretto militare e nella marina. Il paese è rimasto senza un’importante riserva strategica.

L’analisi completa dei problemi permetteva all’URSS di risolvere le questioni più complesse. Anche nel 1972 si ebbe un’ondata di caldo simile, ma allora gli incendi dei boschi e delle torbiere in fiamme non si trasformarono in un cataclisma generale. Per l’estinzione del fuoco si mobilitarono più di centomila soldati. Ora sono stati undicimila e per giunta in ritardo. A quel tempo, nella sola regione di Mosca si dispiegarono 300 linee di tubature per una lunghezza totale di 1.300 km. L’attuale governo al contrario è riuscito a posarne 170 km, nel territorio di quattro regioni: Mosca, Nizhegorod, Riazan e Vladimir. Dobbiamo sorprenderci che le vittime degli incendi del 2010 superino di svariate volte quelle del 1972?

L’ingegneria nazionale offre oggi proposte interessanti, ma il governo è impegnato a ignorare le possibilità dell’aeronautica nazionale e di altri settori. Già all’inizio del decennio l’ufficio di progettazione degli Urali ideò un carro armato antincendio. Poteva caricare una notevole riserva di acqua, avanzare attraverso i campi e farsi largo all’interno del bosco fino ad arrivare al focolaio dell’incendio. La sua conversione sulla base dei T-72 poteva risultare abbastanza accessibile dal punto di vista economico. Ma il progetto non vide la luce. Perfino ora, dopo le amare lezioni di questa estate, il governo non si affretta ad agire in modo diligente. Prosegue a non prestare attenzione ai progettisti nazionali, ma studia la possibilità di acquistare all’estero i macchinari contro gli incendi.

Il PCFR considera che tale ritardo nell’adeguamento del paese agli interessi nazionali possa portare a conseguenze irreparabili. Tutto il mondo ha potuto costatare l’incapacità dell’attuale governo capeggiato da Putin di fare fronte ai problemi che si accumulano. La situazione richiede che il presidente della Federazione Russia, come capo dello Stato e come politico senza partito, si renda responsabile personalmente a sbloccare questa “ostruzione amministrativa”.

Allo stesso tempo il PCFR insiste nell’attuazione delle seguenti misure prioritarie:

1. Portare a termine un’analisi dettagliata dei motivi e delle conseguenze della situazione eccezionale di questo 2010, nel Consiglio di Stato ed in una sessione speciale della Duma.

2. Adottare nel corso di due mesi un piano speciale d’azione per la sicurezza nazionale, la difesa del paese e della popolazione di fronte alle situazioni di emergenza.

3. Redigere una nuova legge su terre, boschi e risorse idriche. Bloccare fino alla sua approvazione le leggi vigenti, per quanto concerne il passaggio in mani private della terra, dei boschi e delle acque.

4. Fermare immediatamente i piani di futura privatizzazione della proprietà statale. Spingere per l’incremento della proprietà statale e l’efficacia della sua gestione.

5. Riconoscere come imprescindibile lo sviluppo delle tenute collettive e delle imprese di economia forestale come condizione indispensabile per la risoluzione dei problemi. Progettare e dare inizio ad un programma di recupero delle grandi tenute collettive altamente specializzate nella coltivazione e commercializzazione delle produzioni agricole.

6. Ripristinare il Servizio forestale nazionale. Eseguire un programma integrale per il recupero della fertilità delle terre ed il dissodamento delle terre desertiche. Creare brigate specializzate nei lavori di miglioramento.

7. Aumentare il finanziamento del complesso agro-industriale, fino a raggiungere almeno il 10% del preventivo di spesa. Recuperare nel corso di cinque anni la base materiale e tecnica del settore agricolo ed il suo impianto energetico. Mettere in moto un programma che assicuri delle condizioni normali di vita per i contadini.

L’esecuzione di queste misure migliorerà considerevolmente la competitività della Russia nel XXI secolo, migliorando la difesa dei cittadini di fronte ad incidenti e catastrofi. Senza l’utilizzo di queste misure tutte i discorsi sulla modernizzazione del paese continueranno ad essere parole vuote.

Da parte sua il gruppo parlamentare del PCFR è disposto a presentare nuovamente all’ordine del giorno della Duma la nostra proposta di legge su terre, boschi e risorse idriche, scartata precedentemente da “Russia Unita”.

I soliti quattro imbecilli. Tratto da www.militant-blog.org






Forse non tutti ci avranno fatto caso ma l’Italia, anche nel cordoglio patriottardo, è ormai diventata un Paese compiutamente imperialista. Fino a qualche anno fa la morte di un qualsiasi militare impegnato in un conflitto neocoloniale era occasione di lutto nazionale, sottolineato da decine di servizi televisivi strappalacrime e titoloni sui giornali. Ora non più. La guerra è stata metabolizzata, è diventata una routine, e gli articoli di commiato non guadagnano più le prima pagine dei quotidiani. E’ stato così per il 30° soldato morto in Afghanistan, per cui non si è andati oltre la stanca ritualità che è comunque dovuta a chi è caduto per proteggere i profitti di qualche multinazionale. Due frasi ipocrite, qualche lacrima di coccodrillo e perchè no, visto che non guasta mai, un bel minuto di silenzio allo stadio con cui tentare di ripulirsi la coscienza. Purtroppo per lorsignori, però, c’è ancora chi alla banalità del male non si vuole rassegnare e proprio non ci sta ad essere arruolato in questo nuovo senso comune nazionalista. Ieri i tifosi del Livorno hanno fischiato il minuto di silenzio per il tenente del Col Moschin attirandosi le ire funeste dei ministri Matteoli e La Russa. Quest’ultimo, inviperito per cotanta offesa all’amor patrio, ha parlato dei “soliti quattro imbecilli”, inventandosi poi di sana pianta una reazione negativa da parte del resto del pubblico dell’Armando Picchi (leggi). Ancora più imbarazzante il commento del sindaco del PD (il partito con cui qualcuno si sta per alleare, NdR) che ha continuato a parlare di un ragazzo morto in una “missione militare di pace” reiterando l’uso di quell’ossimoro che tanto piace ai centrosinistri ma che ormai anche i generali italiani ritengono inutile. Perchè la guerra è guerra. Associandoci idealmente ai fischi dei compagni livornesi ci domandiamo però, visto che due li abbiamo gia individuati, chi siano gli altri due imbecilli di cui parlava il ministro della difesa.

domenica 19 settembre 2010

Lo scempio di Adro: specchio di un Italia aggredita dai barbari





Pensavamo di averle viste tutte; pensavamo che Renzo Bossi stipendiato all'Expo di Milano fosse il fondo del barile, ma evidentemente tutti quanti abbiamo sottovalutato tragicamente le capacità del partito della Lega Nord.
Non solo con le loro fandonie sulla "Padania" hanno contribuito e contribuiscono ogni giorno a screditare il nostro paese di fronte al mondo, non solo con il loro becero razzismo insultano i diritti umani di migliaia di migranti e di persone che hanno come unica colpa quella di avere una cultura differente da quella "padana" (che poi non esiste), non solo dichiarano di volersi "pulire il culo" con la bandiera italiana, la stessa bandiera italiana che gli passa le laute prebende mensili, ora il "popolo padano" ha deciso di osare dove nessuno, almeno da Hitler in poi, ha mai osato. I simpatici padani di Adro hanno infatti deciso nottetempo, proprio come coloro che hanno qualcosa da nascondere, di infilarsi in una scuola locale per installare i vergognosi simboli politici della lega, spacciati in modo grottesco per "simboli delle alpi". I geniali autori dello scempio hanno pensato bene di infilare i loro emblemi un pò dappertutto, e già mi vedo il loro capo, che forse appena uscito dall'osteria si sentiva un pò Goebbels, drappeggiare di verde le classi e i banchi dei poveri studenti di Adro.
Persino il "Ministro" Gelmini ha dovuto, sicuramente a malincuore, tirare le orecchie agli autori dell'impresa, dicendo che si è sbagliato infilare simboli politici in un istituto pubblico come una scuola. L'episodio però è gravissimo, ed è un episodio che mostra la pericolosità di un movimento, quello leghista, il quale è stato forse troppo a lungo sottovalutato, e che ora si mostra in tutta la sua virulenza. L'attacco della Lega è stato portato ora sul piano della cultura, ed è cominciato con il vergognoso tentativo di screditare la parte meridionale del paese e la storia dell'unificazione italiana, un assalto ancora più vergognoso perchè contro di esso non si è segnalata nessuna levata di scudi istituzionale.
L'avanzata della Lega ormai non più essere considerata nè episodica nè casuale, e per quanto assurdo possa sembrare, sembra addirittura essere funzionale ad un progetto a lungo termine mirante a disarticolare lentamente le strutture sociali dello stato per imporre dei modelli alternativi, localistici, intrisi di pregiudizi, e soprattutto aggressivi e reazionari nel senso più gretto del termine.
Non sarà con i discorsi di alta cultura che faremo capire ai simpaticoni che votano Lega Nord quanto si sbagliano, essi infatti paiono quasi darsi forza l'uno con l'altro, facendo loro si quadrato contro gli attacchi dei terroni, degli extracomunitari, dei comunisti falliti. La loro realtà costruita nei laboratori di Pontida prevede bianchi ragazzi dai capelli d'oro giocare in armonia in prati verdi e ben curati, lontano dalla vergogna della povertà, dai tristi villaggi di lamiera da dove i rom assassini giungono per violentare, rubare e saccheggiare. Del resto Umberto Bossi, forse per via del grave incidente che ha subito, può dire un pò quello che vuole, sicuro che nessuna istituzione oserà mai prenderlo sul serio. Peccato che a prenderlo sul serio ci sia uno stuolo di "padani", spaventati forse dalla mediocrità e dalla noia che offre la vita nell'ordinaria "Padania", e che quindi scelgono di seguire il loro Ras alla conquista di un pò di fama, di un pò di "storia fai da te" servita in casa, magari tra un pò di vino e un pò di polenta.
Quanto siano pericolosi invece all'estero lo hanno capito subito, almeno in Francia. I francesi infatti hanno dedicato almeno mezzora ai movimenti di estrema destra e neofascisti in Italia all'interno di un documentario molto interessante, e ovviamente gran parte della vetrina era occupata dalle geste del "Burghez" e soci.
In molti ricorderete le parole di Borghezio: "siamo i soliti fascisti di sempre...usiamo il regionalismo per mascherarci etc.", eppure tutti, almeno i nostri politici, sembrano far finta di niente.
Siamo solo a settembre, il governo di Berlusconi è in bilico, la crisi economica galoppante continua a falciare le vite di miglaia di giovani, i quali ormai hanno anche perso ogni residua speranza nel futuro. In questa situazione drammatica i sondaggi commissionati dalle parti più diverse vedono comunque tutti la Lega Nord in ascesa. Questo non può più essere considerato un problema secondario dalla sinistra italiana. Occorre prendersi carico del problema "Lega" in ogni sua forma e allestire immediatamente dei gruppi di risposta territoriale, culturale, in ogni sede possibile. La Lega Nord è un movimento popolare, proprio per questo vive di pancia, di emozioni, di provocazioni. Quando la situazione in Italia si farà più pesante per via delle elezioni e della crisi economica, ecco che l'incubo delle camicie verdi tornerà a farsi vivo, e sarà per allora che bisognerà farsi trovare pronti, a difesa della legalità, a difesa della costituzione e dell'Italia.
Forse, in fin dei conti, anche questa volta spetterà ai comunisti l'ingrato compito di salvare l'Italia.

D.C.

Colombia: le Farc continuano la guerriglia




La cosiddetta guerra civile colombiana che sta insanguinando il paese ormai perdura da più di un decennio. Certo l’intensità di questa guerra civile strisciante non è stata sempre uniforme, attraversando fisiologici alti e bassi, tuttavia nonostante si siano alternati i governi alla guida di Bogotà, sembra che si sia ancora ben lontani da una conclusione.
Il Comandante in Capo delle Farc, Alfonso Cano, alla fine del luglio scorso aveva avuto l’idea di convincere il nuovo governo ad aprire dialoghi di pace al fine di cercare di porre fine alla guerra civile. Questa decisione presa dalle Farc è arrivata dopo qualche mese in cui i guerriglieri avevano dato sfoggio di alcuni gesti di buona volontà, per esempio liberando in modo unilaterale alcuni prigionieri di guerra. La risposta del governo di Bogotà è stata però negativa, tanto che le autorità hanno anzi reagito intensificando la repressione e la guerra contro i guerriglieri, forse interpretando la richiesta di trattative come un chiaro sintomo di debolezza.
Il governo di Santos, l’uomo che ha raccolto l’eredità di Alvaro Uribe, ha perso l’occasione storica di raggiungere un accordo con la guerriglia, illudendosi forse di aver finalmente la concreta possibilità di piegare i gruppi armati presenti nel territorio colombiano. Alla luce degli ultimi fatti di cronaca però è chiaro che il governo Santos ha commesso un grave errore di valutazione in quanto le Farc, come riconosciuto dalla Croce Rossa Internazionale e da diverse Ong, erano tutt’altro che in uno stato di debolezza. Persino alcuni militari avevano infatti recentemente riconosciuto la pericolosità militare delle Farc, non allineandosi alla versione trionfalistica della “Seguridad Democràtica” propagandata da Uribe.
Il governo di Uribe prima, e di Santos poi, ha avuto sempre tutto l’interesse a dipingere un quadro parziale delle operazioni belliche, le quali venivano compiute quasi sottotraccia, lasciate nell’ombra dai media nazionali e internazionali. Coloro che invece combattono questa vera e propria guerra hanno chiaramente una visione della stessa completamente differente, e sono i dati stessi a mostrarne il vero volto al mondo.
Solo negli ultimi giorni sono infatti caduti sotto i colpi delle Farc almeno una quarantina tra soldati e poliziotti, con un numero non ancora precisato di feriti e diversi scomparsi, i quali potrebbero anche essere stati presi prigionieri dai guerriglieri. Negli ultimi dieci giorni si sono anche registrati diversi attacchi alle infrastrutture statali, come oleodotti, tralicci elettrici, e sedi della polizia politica; come ammesso anche dal ministero della Difesa.
Persino le autorità colombiane, da sempre aduse a dare un quadro ottimistico dell’andamento della guerra civile contro i guerriglieri, parlano ora delle Farc che si sarebbero adattate alle nuove condizioni di guerra, ammettendo se non altro una situazione si stallo che perdura in realtà da chissà quanto tempo. Sicuramente il governo di Santos ha perso una occasione d’oro per raggiungere un accordo, o perlomeno una tregua, con le Farc, le quali ora paiono essere pronte a riprendere le offensive su larga scala mettendo in seria difficoltà le autorità colombiane.

martedì 8 giugno 2010

Grecia: un nuovo modello di sviluppo è possibile. Di Daniele Cardetta



Come si è scritto abbondantemente in un profluvio di parole e articoli un po’ in tutta Europa, in Grecia è passato un attacco ai diritti senza precedenti, un attacco sferrato dal governo con il beneplacito e con le pressioni dell’UE.
E’ saltato il carattere sociale della previdenza, il diritto alla cura medica e alla salute è stato giocoforza ridotto per via dei tagli al sociale, il che vuol dire che le famiglie delle classi popolari e lavoratrici dovranno spendere in media più denaro per soddisfare i bisogni primari: sanità, farmaci, prevenzione e trattamento.
L’assalto ai diritti popolari riguarda anche e soprattutto il lavoro con l’abolizione della contrattazione collettiva. Ciò significherà che le già esigue entrate delle famiglie greche si assottiglieranno ulteriormente a causa dell’aumento dei prezzi e delle tasse e dell’immobilismo degli stipendi, quando ci sono ovviamente.
Anche la disoccupazione sta aumentando in maniera allarmante con quella giovanile che sta raggiungendo livelli da record ed è un arma formidabile nelle mani dei datori di lavoro che la stanno utilizzando per ridurre le richieste dei lavoratori in modo cinico e inesorabile.
Passando alla scuola, anche questa funzionerà ora come una vera e propria azienda, con il governo che sta cancellando il diritto all’istruzione per i meno abbienti e sta iniziando a organizzare il licenziamento massivo di una quota importante di personale scolastico.
Secondo il PAME , forte sindacato greco legato al KKE, tali misure sarebbero state pianificate in tempi non sospetti dal capitale, dall’UE e dai vari partiti liberali al potere. Lo scopo di queste misure per i sindacalisti greci sarebbe stato quello di superare la crisi a vantaggio della plutocrazia e di creare le condizioni favorevoli a un aumento dei profitti delle grandi aziende a detrimento degli stipendi popolari.
Il PAME asserisce inoltre che il debito del paese ellenico proverrebbe in realtà dai benefici fiscali connessi ai grossi captali, e dalle eccessive spese militari inserite nel consesso della NATO. I responsabili della crisi sarebbero gli industriali, gli armatori, i grossi commercianti, tutte categorie che non solo usciranno indenni dalla crisi, ma anzi vedranno i loro profitti ancora una volta salire alle stelle. Secondo dati forniti dal responsabile Internazionale del PAME le finanze delle grandi abnche greche sarebbero aumentate di 275 miliardi di euro nel 2004 e di 579 nel 2009. L’evasione fiscale delle 5000 grandi industrie note in Grecia ammonterebbe a circa 15 miliardi di euro e le industrie quotate in borsa nel 2009 avrebbero avuto profitti pari a circa 12 miliardi di euro.
Il PAME dal conto suo si sta battendo per dimostrare che esiste la possibilità di un altro modello di sviluppo che possa andare incontro ai bisogni delle persone al posto che servire ad aumentare i profitti di pochi.

L’Iran manderà due navi a Gaza; e intanto gli israeliani sparano ancora.






La decisione è stata presa questa mattina ed è una di quelle che fanno discutere: due navi verranno inviate a Gaza da parte della Mezzaluna Rossa iraniana entro la fine di questa settimana con l’obiettivo dichiarato di sfidare il blocco e portare ai palestinesi aiuti umanitari e volontari che intendono imbarcarsi.
E’ stato proprio il direttore dell’organizzazione, tale Abdolrauf Adibzadeh, a spiegare che tale decisione è stata presa a seguito di una riunione ad alto livello con dei funzionari del ministero degli Esteri di Teheran.
Sale dunque la tensione su Israele e sulla Palestina qualora, e sembra proprio questo il caso, la Mezzaluna Rossa decidesse di confermare la sua decisione e di far partire sul serio le due imbarcazioni. Una eventuale reazione, che pare purtroppo probabile, da parte di Tel Aviv, potrebbe far precipitare la situazione coinvolgendo anche l’Iran nell’abisso di una guerra.
Intanto a largo di Gaza si muore ancora. I soldati di Tel Aviv hanno infatti assassinato quattro palestinesi accusati, almeno secondo il personale militare israeliano, di far parte ci un commando di uomini rana armati e pronti a organizzare un attentato. Gli ennesimi quattro morti che ormai non fanno più notizia in una situazione che sta diventando insostenibile per molti, ma evidentemente non per tutti.

lunedì 7 giugno 2010

L’Ungheria rischia di essere travolta dalla crisi?






di Daniele Cardetta

L'epicentro del nuovo terremoto si trova in Ungheria, in quel di Budapest, la città divisa in due dal Danubio.

Un paese quello ungherese scivolato silenziosamente nel dominio della destra nazionale, la quale è riuscita a ottenere una maggioranza insperata e prometteva meno tasse e più soldi per tutti. Il premier Viktor Orban ha però dovuto tirare i freni di emergenza perché è risultato subito evidente che le cose stavano andando nella direzione completamente opposta.

"Sono state pronunciate frasi infelici, i nostri conti pubblici sono solidi": ha dichiarato il sottosegretario Vàrga sottolineando come siano stati troppo frettolosi a indicare l'Ungheria come la nuova Grecia. Troppo tardi però la rettifica del governo dato che la crisi volontaria prodotta dall'entourage della destra nazionalista stabilitosi a Budapest ha nei fatti mandato in tilt il mercato finanziario facendo venire meno la fiducia dei finanziatori nell'ex satellite sovietico.

Gli allarmi del premier Orban, che in Europa guardacaso ammira un personaggio come Silvio Berlusconi, sembrano avergli azzerato il capitale di credibilità che era riuscito a guadagnarsi a seguito della vittoria alle elezioni.

Orban aveva promesso una lotta senza quartiere ai comunisti corrotti, spese per chi lavora e tagli alle tasse generalizzati, ma la Commissione europea ha dovuto svegliare lui e il suo partito, il Fidesz, dal sogno, ricordando loro che è tempo di strette economiche e non di sgravi. Orban dunque dal promettere tagli sarà costretto ad annunciare tagli di rigore pesante, e il timore fondato degli analisti politici è che il credito che inevitabilmente tali manovre porteranno a perdere al Fidesz possa essere in qualche modo intercettato dalle camicie nere di Jobbik, inquietante leader dell'ultradestra.

mercoledì 2 giugno 2010

Paolo Barnard: Israeli Defence Force uccide civili per scelta politica Di Luigi Nervo tratto da www.nuovasocieta.it






Dell'aggressione israeliana della Freedom Flotilla, avvenuta in acque internazionali contro una delegazione di pacifisti, ne stanno discutendo tutti i media, anche quelli che hanno a lungo taciuto la vicenda che vede protagonisti i palestinesi e i coloni israeliani che hanno occupato le loro terre. Si tratta di un episodio isolato? È una "tragedia" come sostengono alcuni? Oppure si tratta di una conseguenza dell'atteggiamento assunto da Israele fin dai primi anni dell'occupazione? Ne abbiamo parlato con Paolo Barnard, giornalista e scrittore, profondo conoscitore dei problemi dell'area e autore nel 2006 del libro "Perché ci odiano", approfondimento del servizio televisivo "L'altro terrorismo", mandato in onda da Report nel 2003.

Molti hanno accusato Israele per l'aggressione, altri hanno persino detto che ha fatto bene a sparare. Lei come giudica l'accaduto?

Ciò che è accaduto è frutto della struttura 'genetica' dell'esercito d'Israele, che si forma negli anni '30 del XX secolo come forza dedita al terrorismo contro civili, e che ha mantenuto questo suo specifico per 60 anni. La Israeli Defence Force ammazza civili per scelta politica. Nel gennaio del 1948, i padri fondatori d'Israele Yigal Allon e Ben Gurion dichiaravano che "C'è bisogno di una reazione brutale. Dobbiamo essere precisi su chi colpiamo, se accusiamo una famiglia palestinese dobbiamo colpirli senza pietà, donne e bambini inclusi; non dobbiamo distinguere fra colpevoli e innocenti". Nella guerra arabo ebraica del 1948, Ben Gurion riservò le migliori unità militari dell'Hagana per il compito specifico di pulire etnicamente i villaggi di civili palestinesi facendo stragi, come rivelato dallo storico israeliano Ilan Pappe nel suo La Pulizia Etnica della Palestina. Nel 1978, il Capo di Stato Maggiore dell'esercito d'Israele, Mordechai Gur, dichiarò all'analista militare israeliano Ze'ev Schiff che "Per 30 anni abbiamo combattuto una guerra contro civili che vivono in villaggi; abbiamo colpito civili consciamente perché se lo meritano; il nostro esercito non ha mai fatto distinzione fra target militari e civili, ma ha attaccato di proposito target civili". Nel 2000, Dan Halutz, che sarà Capo di Stato Maggiore dell'esercito di Tel Aviv, dopo un attacco aereo da lui stesso condotto su Gaza e dove furono massacrati dei civili dichiarò "Cosa ho provato? Solo una piccola scossa al mio aereo per lo sgancio della bomba, ma dopo un secondo passa tutto". Se a questo si aggiunge la totale impunità garantita a Tel Aviv dagli Stati Uniti, essendo Israele la più grande base militare USA del mondo, abbiamo un binomio micidiale di esercito assassino di civili che non teme sanzioni. Ecco come accade una tragedia come quella della Flottilla.

Spesso l'opinione pubblica tende a semplificare la situazione palestinese e distigue nettamente tra buoni e cattivi. Generalmente i palestinesi vengono considerati terroristi, quelli che lanciano i missili Qaassam su Israele. Qual è realmente la situazione? Quali sono le vittime?

Il discorso è enormemente lungo. Si può abbreviare dicendo che i palestinesi sono vittime da oltre 80 anni di ogni sorta di violenza, sopruso, discriminazione, crimine di guerra e razzismo. Già nel 1982, l'ex ambasciatore israeliano all'ONU Abba Eban aveva detto "Il quadro che emerge è di un Israele che selvaggiamente infligge ogni possibile orrore di morte e di angoscia sulle popolazioni civili, in una atmosfera che ci ricorda regimi che né io né il signor Begin oseremmo citare per nome". Oggi i palestinesi che si fanno esplodere contro i civili israeliani sono uomini ridotti a una tale esasperazione che nessuno di noi può comprendere. Essi reagiscono con un crimine a un crimine immensamente più feroce di quanto loro abbiano mai fatto. La loro è REAZIONE al terrorismo decennale di Israele, non è terrorismo in prima battuta.

Lei ha visto la situazione in cui vivono i palestinesi nei territori occupati. Ce la può descrivere brevemente?

Nella Cisgiordania vivono esattamente come i neri del Sudafrica razzista vivevano nei famigerati Bantustan. Sono untermenschen a tutti gli effetti, cioè esseri umani considerati inferiori e spesso terrorizzati dai coloni ebraici. Non per nulla lo stimato giurista sudafricano John Dugard, incaricato ONU, giudicò nel 2007 l'occupazione come "Apartheid". A Gaza la situazione è di prigione a cielo aperto, dove 1 milione e mezzo di persone sono costrette a condizioni di vita disumane a causa dello strangolamento economico e militare d'Israele con la complicità di ogni governo occidentale, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e di ogni altra legge umanitaria internazionale, un vero crimine internazionale. Lo stesso senatore americano John Kerry, dopo una visita a Gaza del marzo 2009, espresse oltraggio nell'aver constatato che Tel Aviv proibiva il passaggio a Gaza persino della pasta, delle matite, delle lenticchie, dei purificatori dell'acqua, del gas da cucina e dei medicinali essenziali. Va compreso che Israele sta portando avanti una politica di pulizia etnica della Palestina da oltre 70 anni, e che oggi a Gaza viene attuata con lo strangolamento e riduzione in condizioni sub-umane dei palestinesi, col fine di costringerli a chiedere asilo nei Paesi arabi limitrofi in seguito ad accordi internazionali.

In alcuni momenti della storia israeliano-palestinese ci sono stati degli spiragli di speranza, ma poi sono sempre stati vanificati da episodi sanguinosi. Secondo lei è possibile ottenere la pace nella regione?

No. Non nelle presenti condizioni. Se gli USA non decideranno di abbandonare Israele come loro base militare in Medioriente, nulla cambierà. Solo Washington può in pochi attimi costringere Tel Aviv a più miti consigli e ad accettare la pace che ha rifiutato per 40 anni di fila (le prove storiche di questo rifiuto sono pubblicate).

Una delle accuse che viene fatta a chi appoggia i palestinesi è quella di antisemitismo e il fantasma che viene agitato è quello dell'Olocausto. Ha senso secondo lei collegare queste due vicende storiche?

Solo l'ignoranza della storia della colonizzazione sionista della Palestina può suggerire un collegamento fra Olocausto, antisemitismo e violenza palestinese. Il destino dei palestinesi fu segnato 40 anni prima dell'Olocausto, quando il progetto di pulizia etnica ai danni della popolazione araba di Palestina fu finalizzato da Theodor Herzl, Israel Zangwill, Chaim Weizmann, Ben Gurion e altri. Da Weizmann che parlava dei "negri di Palestina per cui non v'è alcun valore" a Herzl che disse "tenteremo di sospingere i palestinesi in povertà oltre le nostre frontiere negandogli ogni occupazione sul nostro territorio", passano pochi anni, e siamo fra il 1897 e il 1920. L'Olocausto è stata la tragedia ebraica che ha solo esacerbato la persecuzione dei palestinesi per mano dei criminali sionisti, e vi ricordo che gli insigni Albert Einstein e Hannah Arendt già nel 1948 avevano pienamente riconosciuto quel piano criminoso al punto da definire le condotte sioniste "di stampo nazista".

In Italia come viene percepita dall'opinione pubblica la questione palestinese? Quanto e come ne parlano politici e mezzi di informazione?

La popolazione italiana è stata infarcita da sempre di menzogne semplicistiche sul conflitto israelo-palestinese, e i media macinano incessantemente la stessa narrativa falsa di Israele come democrazia minacciata dall'irriducibile fanatismo violento degli arabi. Ciò accade perché la quasi totalità dei nostri colleghi ha il terrore di rischiare la carriera e la posizione pronunciando anche solo una parola vicina alla verità sul conflitto. Chi osa sfidare il tabù dell'intoccabilità del terrorismo storico d'Israele sprofonda negli scantinati dell'informazione, è finito. Lo sanno bene Furio Colombo, Travaglio e persino Saviano, che hanno diligentemente osservato il sopraccitato comandamento. I politici non fanno eccezione, e si pensi solo al caso di Massimo D'Alema, figlio del comunismo italiano, che da ministro degli esteri ha pedissequamente obbedito all'ordine di strangolamento del popolo palestinese - crimine contro l'umanità in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra - senza fiatare.

L'unica speranza per la Palestina è creare nelle opinioni pubbliche occidentali la consapevolezza di cosa veramente è Israele - che non è una democrazia, che non deve difendersi, che è il vero terrorista, che è il peggior pericolo in Medioriente - e di quanto abominevole sia la sua totale impunità. Poiché fino a quando le opinioni pubbliche occidentali continueranno a credere che "SI', magari Israele uccide e sbaglia, MA Israele è l'unica democrazia, MA Israele deve difendersi, MA Israele è vittima del terrorismo arabo, Ma Israele è comunque il meno peggio ecc.", non vi sarà massacro, non vi sarà giovane vita sacrificata, non vi sarà eroismo che farà una qualsivoglia differenza per la giustizia in Palestina.

Verso la catastrofe; di Moni Ovadia





Era inevitabile che accadesse. L’insensato atto di pirateria militare
israeliano contro il convoglio navale umanitario con la sua tragica messe di
morti e di feriti non è un fatale incidente, è figlio di una cecità
psicopatologica, della illogica assenza di iniziativa politica di un governo
reazionario che sa solo peggiorare con accanimento l’iniquo devastante status
quo. Di cosa parliamo? Dell’asfissia economica di Gaza e della
ultraquarantennale occupazione militare delle terre palestinesi, segnata da una
colonizzazione perversa ed espansiva che mira a sottrarre spazi esistenziali ad
un popolo intero.

Dopo la stagione di Oslo, il sacrificio della vita di Rabin, non c’è più stata
da parte israeliana nessuna vera volontà di raggiungere una pace duratura
basata sul riconoscimento del diritti del popolo palestinese sulla base della
soluzione due popoli due stati. Le varie Camp David, Wye Plantation, Road Map
sono state caratterizzate da velleitarismo, tattiche dilatorie e propaganda
allo scopo di fare fallire ogni accordo autentico. Anche il ritiro da Gaza non
è stato un passo verso la pace ma un piano ben riuscito per spezzare il fronte
politico palestinese e rendere inattuabili trattative efficaci. Abu Mazen l’
interlocutore credibile che i governanti israeliani stessi dicevano di
attendere con speranza è stato umiliato con tutti i mezzi, la sua autorità
completamente delegittimata.

L’Autorità Nazionale Palestinese è stata la foglia di fico dietro alla quale
sottoporre i palestinesi reali e soprattutto donne, vecchi e bambini ad una
interminabile vessazione nella prigione a cielo aperto della Cisgiordania e
nella gabbia di Gaza resa tale da un atto di belligeranza che si chiama
assedio. Ma soprattutto l’attuale classe politica israeliana brilla per assenza
di qualsiasi progettualità che non sia la propria autoperpetuazione.

È riuscita nell’intento di annullare l’idea stessa di opposizione grazie anche
ad utili idioti come l’ambiziosissimo “laburista” Ehud Barak che per una
poltrona siede fianco a fianco del razzista Avigdor Lieberman. Questi politici
tengono sotto ricatto la comunità internazionale contrabbandando la menzogna
grottesca che ciò che è fatto contro la popolazione civile palestinese
garantisca la sicurezza agli Israeliani e a loro volta sono tenuti sotto
ricatto dal nazionalismo religioso di stampo fascista delle frange più
fanatiche del movimento dei coloni, una vera bomba ad orologeria per il futuro
dello stato di Israele.

La maggioranza dell’opinione pubblica sembra narcotizzata al punto da non
vedere più i vicini palestinesi come esseri umani, ma come fastidioso problema,
nella speranza che prima o poi si risolva da solo con una “autosparizione”
provocata da una vita miserrima e senza sbocco. Le voci coraggiose dei giusti
non trovano ascolto e anche i più ragionevoli appelli interni ed esterni come
quello di Jcall, vengono bollati dai falchi dentro e fuori i confini con l’
infame epiteto di antisemiti o antiisraeliani. Se questo stato di cose si
prolunga ancora il suo esito non può essere che una catastrofe.

lunedì 31 maggio 2010

Israele attacca e uccide i pacifisti. Strage in mare. Tratto da www.nuovaosicetà.it




Almeno quindici persone della flotta internazionale formata da sei imbarcazioni di attivisti pacifisti che si dirigeva verso Gaza sono rimasti uccisi in un assalto di un commando israeliano.
Secondo Hamas sono 20 le vittime, mentre alcuni militari israeliani - secondo la radio pubblica israeliana - sono stati feriti. Secondo i media israeliani, tra le vittime ci sarebbero nove cittadini turchi. La flottiglia organizzata da diverse Ong internazionali per portare aiuti umanitari nella striscia di Gaza, sfidando l'embargo imposto da Israele, era partita ieri pomeriggio da Cipro. A bordo delle sei navi con circa 700 attivisti, secondo gli organizzatori, ci sono 10.000 tonnellate di aiuti, tra cui 100 case prefabbricate e attrezzature mediche. Alcune navi della flottiglia battono bandiera turca e una Ong turca sarebbe uno dei principali organizzatori dell'intera operazione di invio di una flottiglia di aiuti a Gaza sotto assedio. Israele, che nega che a Gaza sia in atto una crisi umanitaria, aveva ripetutamente avvertito che avrebbe impedito alla flottiglia di arrivare a Gaza ma si era offerto di far pervenire a destinazione gli aiuti, dopo ispezione, tramite un valico terrestre. Per Israele, perciò, l'intera operazione è una «provocazione» studiata con l'intento di diffamare la sua immagine agli occhi del mondo. «Le immagini non sono certo piacevoli. Posso solo esprimere rammarico per tutte le vittime» ha detto il ministro israeliano per il Commercio e l'Industria, Binyamin Ben-Eliezer, alla radio dell'esercito. Un portavoce militare israeliano ha detto che viaggiatori hanno fatto uso di armi da fuoco e da taglio e opposto resistenza violenta ai soldati.
Il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) ha condannato il «massacro» degli attivisti e decretato tre giorni di lutto nei territori palestinesi. In Israele intanto forze armate e polizia sono state poste in stato di massima allerta.

Dal canto suo, il movimento islamico Hamas esorta arabi e musulmani di tutto il mondo a "elevare la protesta" dinanzi alle ambasciate israeliane del globo, dopo il sanguinoso attacco israeliano alla flotta umanitaria in rotta verso Gaza.

Intanto, il Ministero degli Esteri greco ha attivato l'Unità di crisi in seguito all'assalto israeliano contro la 'Flottiglia per Gaza', della quale facevano parte due unità battenti bandiera ellenica, il cargo 'Liberta' del Mediterraneo' e la passeggeri 'Sfendoni', a bordo delle quali si trovavano cittadini greci e palestinesi.
Atene ha indicato di non avere finora notizie ufficiali su quanto accaduto e sulla sorte dei propri concittadini. Secondo attivisti greci a bordo delle unità, citati dalla radio Skai, gli israeliani avrebbero dato l'arrembaggio con elicotteri e gommoni ed avrebbero fatto uso di "proiettili veri".

Ci sono anche alcuni italiani, almeno tre, fra gli attivisti della flottiglia. E' quanto riferisce la Farnesina interpellata sulla vicenda.
L'ambasciata italiana in Israele ha comunque inviato alcuni funzionari ad Haifa, dove la flottiglia verrà scortata dalle forze israeliane, per verificare la situazione sul posto.

Dure proteste a Istanbul davanti al consolato israeliano. Un centinaio di persone si è riunito questa mattina di fronte alla sede diplomatica per dimostrare contro IsraeleIntanto la Turchia ha duramente condannato l'assalto armato ed ha sottolineato che «questo sfortunato evento, avvenuto in mare aperto in violazione della legge internazionale, può condurre a irreparabili conseguenze nelle nostre relazioni bilaterali» con Israele. La condanna è contenuta in un comunicato diffuso ad Ankara dal ministero degli Esteri turco, in cui si sottolinea inoltre che «i militari israeliani hanno usato la forza contro civili, tra cui donne, bambini e vecchi di vari Paesi che volevano portare aiuti umanitari alla popolazione di Gaza». «Israele - prosegue il comunicato - colpendo civili innocenti, ha ancora una volta dimostrato di ignorare del tutto la vita umana e le iniziative di pace e noi condanniamo con forza tale inumano trattamento da parte di Israele». «A parte le iniziative intraprese dall'ambasciata di Turchia a Tel Aviv, l'ambasciatore d'Israele ad Ankara è stato convocato al ministero per spiegazioni urgenti. Qualunque siano le ragioni di Israele - conclude il documento - è impossibile accettare tale azione contro civili che conducono attività pacifiche. Israele dovrà sopportare le conseguenze di questa violazione della legge internazionale».

Le autorità israeliane hanno chiesto ai propri cittadini presenti in Turchia di lasciare immediatamente il paese e di rientrare in patria. Lo ha annunciato la tv satellitare 'al-Arabiyà. Le autorità dello stato ebraico temono ritorsioni nei confronti dei propri cittadini presenti in Turchia.

domenica 30 maggio 2010

Intervista a Oliviero Diliberto. Tratto da "L'Ernesto".


di a cura di Francesco Maringiò

su l'Ernesto Online del 25/05/2010

l’Ernesto incontra Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI




Costretto ad un lungo periodo di riposo, a causa di un serio incidente al ginocchio, il compagno Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI, non sembra affatto sotto tono, quando ci accoglie nella sua casa. E lì, circondato dai suoi tanti e amati libri ed una graziosa gattina che ci gira attorno, inizia a parlare. Ed è un fiume in piena. «Accordo di governo, dopo le prossime elezioni nazionali? Sarebbe un errore, un guaio sia per noi che per il Pd, mentre ciascuno dovrà fare la sua, differente, parte. Questa è una crisi di sistema e per uscirne bisogna cambiare il sistema. Del resto i temi posti dai comunisti sono oggi, rispetto alla crisi strutturale del capitale e alle accelerazioni iperliberiste dell’Unione europea, più attuali che mai. Il punto è che occorrerebbe un partito comunista forte, radicato, di lotta e questo partito non c’è. Occorre risolvere il problema, contribuire alla costruzione di un partito comunista di questo tipo. E’ per questo che abbiamo lanciato, ormai da tempo (e solo parzialmente ascoltati) il progetto dell’unità dei comunisti. I comunisti e le comuniste bisogna unirli e unirle. Noi continueremo a lavorare per questo obiettivo e porteremo avanti questo progetto con tutti coloro che saranno disponibili ».

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D. Una prima domanda sulla cogente attualità. Credi che si stiano determinando le condizioni per elezioni anticipate?

R. È molto probabile. È difficile che il Governo possa reggere alla crisi ed ai continui scandali, oltre alla rottura stessa che si è andata consumando nel Pdl. E poi Berlusconi ha tutto l’interesse ad andarci. La scadenza del 2013 è in contrasto con i suoi interessi personali perché non potrebbe candidarsi a Presidente della Repubblica. Non è inverosimile pensare che le elezioni politiche possano tenersi insieme alle prossime elezioni amministrative.

D. E secondo te, allora, cosa dovrebbero fare le forze della sinistra e, in particolar modo, i comunisti? Ripetere l’esperienza del 2006 e l’accordo di governo col centro-sinistra?

R. Obbiettivamente oggi non vedo alcuna condizione per un patto di governo. Un accordo di questo tipo, oggi sarebbe un guaio sia per noi che per il Pd : troppo distanti i progetti e i programmi. Invece un largo fronte democratico che contrasti la peggiore destra di tutta Europa è auspicabile. E mi auguro che vi siano le condizioni per cambiare la legge elettorale che è folle, obbliga a formare schieramenti eterogenei e crea un Parlamento che non rispecchia il Paese, visto che di fatto non è eletto ma nominato. Noi comunisti dobbiamo lottare e muoverci politicamente per il ritorno alla legge proporzionale : è una richiesta che dobbiamo avanzare e per la quale dobbiamo mobilitarci. Altra questione è la risoluzione del conflitto d’interessi. Berlusconi, col suo dittatoriale monopolio dell’intero mondo televisivo ha trasformato un intero popolo di telespettatori in suoi elettori. Da questo punto di vista, dal punto di vista dell’organizzazione degenerata dell’organizzazione del consenso la situazione italiana è di una gravità inaudita: non solo è ora ma è già tardi per riportare la democrazia su questo terreno e togliere a Berlusconi questo strapotere.

D. Concentriamoci sull’ Unione europea e sulla crisi che la sta attraversando. E' questa, una crisi passeggera?

R. Se si analizzano le questioni si capisce come questa crisi non sia affatto ciclica e passeggera. Essa è dovuta alla finanziarizzazione del mercato (denaro che genera altro denaro) che ha colpito paesi diversissimi tra di loro, non necessariamente fragili dal punti di vista economico. E questo perché ci troviamo di fronte ad una vera e propria crisi capitalistica di sistema.

D. Questo vuol dire che ci troviamo di fronte a sconvolgimenti che cambieranno nel profondo l’Unione Europea e l’Eurozona?

R. Io temo che ci si stia avviando verso due euro-zone. La prima, forte, guidata dalla Germania. Ed una seconda, più debole, che è l’eurozona mediterranea (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) a cui verrà applicato un cambio diverso. Il che renderebbe tutto molto più complesso ed esporrebbe questi paesi al rischio di forti speculazioni finanziarie, che in parte stanno già avvenendo. Tutto questo si innesta su una crisi più complessiva che vede un attacco contro l’euro da parte degli Stati Uniti d’America e di alcuni speculatori europei.

D. Perché questo?

R. Fondamentalmente, perché l’euro è una moneta sui generis, priva di uno Stato nazione.

D. Si è parlato infatti di una moneta senza uno stato ed una politica economica.

R. Esattamente. E proprio questo essere una moneta senza Stato, fa dell’euro un paradigma emblematico del capitalismo, dove la politica viene cancellata e rimane solo il denaro.

D. Ma allora cosa pensi di questa Europa?

R. Questa Europa semplicemente non esiste. Voglio essere più esplicito: alcuni di noi hanno coltivato anni addietro l’idea che potesse nascere un’Europa politica, espressione dei popoli europei e con poteri decisionali, così che potesse formare un polo alternativo agli Usa. Ma tutto questo non è avvenuto e forse non poteva nemmeno avvenire. Lo dico con rammarico, ma bisogna prenderne atto, del resto gli Usa hanno lavorato sui singoli governi amici per impedire che si arrivasse ad un’unità politica. E la crisi sta ancora di più acuendo le difficoltà dell’Europa, rendendone impossibile la compiutezza di progetto politico, ma anzi disgregandola ancora di più, al punto che oggi, il Parlamento europeo è un vuoto simulacro, privo di poteri decisionali e di indirizzo.

D. Come si esce da questa crisi allora?

R. Come ho già detto prima, questa è una crisi di sistema. E allora non ci sono tante alternative: per uscire da una crisi di sistema bisogna cambiare il sistema. Il che, evidentemente, non vuol dire che io veda nell’immediato le condizioni per poterlo fare. I comunisti però hanno il compito di indicare una prospettiva di cambiamento radicale del sistema. Oggi più che mai la crisi rende attualissime le vecchie intuizioni contenute nel III libro del Capitale di Marx. Egli viveva in una economia con uno stadio embrionale di finanziarizzazione, ma aveva già allora lucidamente individuato i rischi enormi connaturati nel passaggio dalla fase in cui “merce produce denaro” a quella in cui “denaro produce denaro”. Ma tutto questo è intrinsecamente connaturato con il capitale. Oggi chi è comunista è più che mai attuale.

D. Ci sono, dunque, le condizioni per la ripresa della lotta e del conflitto? In Europa, in fondo, ci sono esempi che vanno in questa dimensione, basta vedere quello che accade in Grecia...

R. La ripresa delle lotte c’è. Ma proprio la Grecia ci dice che questo avviene se c’è un forte Partito Comunista, come il KKE, e un sindacato di classe. Non è l’unica condizione, ma è assolutamente indispensabile, altrimenti - come vediamo in Italia - le lotte sono parcellizzate ed incapaci di rappresentare gli interessi complessivi dei lavoratori.

D. E’ centrale il ruolo del KKE ...

R. Assolutamente. In Grecia c’è un Partito Comunista forte, organizzato, che rasenta il 10% del voti, con strutture, militanti, organi di stampa: è un partito di massa. E quindi è in grado anche di essere parte integrante di queste lotte. In Italia invece noi dobbiamo ricominciare da capo, ed è evidente che il nostro cimento è quello di costruire una soggettività di radicale opposizione al capitalismo che sia in grado di proporsi come una speranza, una guida per il futuro.

D. Ma il KKE non parla solo al popolo greco. Nel loro striscione all’Acropoli di Atene i comunisti hanno invitato i popoli di tutta Europa a ribellarsi.

R. I greci hanno un fortissimo senso dell’internazionalismo che è figlio della loro storia e della loro precisa identità politica. Per cui non mi sono stupito, anzi ho condiviso questo appello. Bisogna vedere quanti sono in grado di raccoglierlo. La parcellizzazione delle forze della sinistra di classe e degli stessi comunisti a livello europeo è incredibile. Uno dei temi oggi è quello di ricostruire un internazionalismo credibile, senza il quale sarà difficile anche organizzare le lotte.

D. Veniamo all’Italia. Il Governo ha, per lungo tempo, disseminato ottimismo e fatto credere che la crisi fosse già passata. Ora invece si avvia ad una manovra finanziaria di “lacrime e sangue”. Tutto questo non dovrebbe aiutare a creare un clima ostile al governo delle destre e più vicino alle ragioni delle forze di sinistra e dei comunisti?

R. La crisi si accentuerà e porterà ad un ulteriore indebolimento delle fasce più deboli della popolazione, con tagli di stipendi, salari, pensioni e, soprattutto, tagli allo stato sociale. Tutto questo però non necessariamente porta a sinistra. In altre fasi drammatiche della storia europea è accaduto un pericoloso spostamento a destra. Anche perché per governare politiche così drasticamente antipopolari ci vogliono governi autoritari, la militarizzazione delle società. E infatti io sono molto preoccupato.

D. Che fare, allora ?

R. Io vedo due questioni: una grande questione democratica in cui i comunisti e la sinistra, assieme alle altre forze democratiche, devono lavorare per mantenere l’agibilità democratica della piazza, affinché all’esplodere del conflitto si mantenga la possibilità della protesta e della lotta sociale. Questo è nell’interesse di tutte le forze che si riconoscono nei valori dell’arco costituzionale.

D. E l’altra questione?

R. È un aspetto più squisitamente nostro, perché attiene alla nostra capacità di essere parte dei conflitti e guidarli. Oggi le lotte non sono sparite, ma sono oramai parcellizzate. Assistiamo all’esplodere di micro conflitti diffusi (di una città o addirittura di una sola fabbrica). Il compito di noi comunisti, se ci riusciamo, è quello di tessere la rete di questi conflitti e metterli su un piano politico più generale, che li faccia uscire da questa atomizzazione e spettacolarizzazione, indotta dal fatto che la cancellazione dai mezzi di comunicazione porta ad esasperare gli aspetti simbolici ed eclatanti, proprio per riuscire a bucare lo schermo e dare voce alla propria lotta e protesta.

D. E qual è, secondo te, il contenuto centrale che queste lotte devono fare proprio?

R. Oggi, dopo la grande ubriacatura neoliberista degli anni ’90 ritorna con forza il ruolo dello stato in economia. E con questo non intendo gli aiuti a pioggia per risanare i bilanci delle banche. Se lo stato concede degli aiuti, deve entrare nelle proprietà ed entrare nei consigli di amministrazione. Non c’è altra strada. So che su questo il Pd è sordo, ma si deve provare ad aprire una stagione nuova.

D. Veniamo alla sinistra italiana: come vedi la situazione? E soprattutto, come sono messi i comunisti in Italia?

R. Nei momenti di difficoltà tendono a prevalere sempre le divisioni, le diffidenze reciproche, i distinguo, che sono spesso di lana caprina. Oggi più che mai sarebbe necessario superare questa empasse per provare a ricostruire. In fondo sino a non molti anni fa i comunisti avevano una forza organizzata ed un consenso anche elettorale piuttosto elevato. Nel 2006 Prc e Pdci presi assieme viaggiavano su percentuali a due cifre. Poi ci sono stati errori drammatici, come la partecipazione al governo Prodi.

R. Esperienza dalla quale i comunisti ne sono usciti con le ossa rotte …

D. Dobbiamo trarne la giusta lezione: il partito di lotta e di governo non funziona. Una forza politica, questo almeno è la mia visione, deve sempre delineare una prospettiva di governo. Ma un conto è essere un partito di governo, altra cosa è essere un partito al governo.

D. Puoi chiarire?

R. Un partito di governo è un partito che, seppur piccolo, è in grado di prospettare soluzioni e proposte per il governo del Paese, ma questo non implica una automatica propensione al governismo. Bisogna vedere se ci sono le condizioni, se si hanno i rapporti di forza, se si è in grado di spostare i rapporti politici. Se tutto queste condizioni mancano, allora bisogna essere un partito di lotta. Le due cose assieme non riuscì a farle nemmeno il PCI quando aveva il 34% dei voti, figuriamoci se possiamo esserlo noi.

D. E cosa devono fare i comunisti, allora?

R. Oggi vedo tre terreni di battaglia...

D. Iniziamo dal primo.

R. L’agibilità democratica. Ne ho brevemente accennato prima ma ci ritorno. In Italia la questione democratica è molto più accentuata che nel resto d’Europa. Berlusconi ha di fatto azzerato il Parlamento, visto che il 93% delle leggi sono di iniziativa governativa. Se a questo si aggiunge l’attacco alla magistratura (terzo potere dello stato) e all’informazione (che nei paesi a democrazia avanzata rappresenta una sorta di quarto potere), capiamo come la questione democratica in Italia è davvero stringente. Ma ci rendiamo conto del fatto che, negli ultimi mesi, si sono persi 400 mila posti di lavoro e la Tv passa l’Isola dei Famosi?

D. E poi?

R. All’interno di questo fronte democratico, che si caratterizza per battaglie di difesa della democrazia costituzionale, ci deve essere il tentativo di allargare il più possibile la sinistra in quanto tale. Il Pd è un interlocutore che sul terreno sociale ha delle politiche neoliberiste che sono molto distanti dalle nostre. E quindi bisogna allargare e rafforzare la sinistra di classe. Per me il discrimine è la contraddizione tra capitale e lavoro, perché è la contraddizione principale nel mondo. In questo secondo terreno possiamo incontrare le forze politiche che non sono comuniste e che tuttavia coerentemente si battono per miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari.

D. Vedo prefigurare, in queste tue parole, un ragionamento a cerchi concentrici: prima il terreno largo della democrazia, poi la sinistra e le questioni di classe. Qual è il terzo cerchio, e quindi il perno di tutto questo?

R. Indubbiamente i comunisti. Oggi non solo la questione comunista è centrale, ma io vedo, come complementare a quanto detto prima, un processo di ricomposizione dei comunisti. Ricostruire la sinistra non vuol dire che non ci devono più essere i comunisti, è il contrario. Nel momento in cui si lancia una battaglia unitaria, e possibilmente si cerca di dar vita ad un fronte largo e democratico, i comunisti per non estinguersi o per non rimanere una nicchia ininfluente, devono lavorare per rimettersi tutti assieme, superando le divisioni che purtroppo nei momenti di crisi tendono ad accentuarsi, invece che attenuarsi.

D. Perché?

R. Perché si diventa autoreferenziali quando si è in pochi. Oggi, viceversa, ci sono anche le condizioni oggettive per provare, dentro un percorso a cerchi concentrici di alleanze, a mettere assieme tutti quelli che sono ancora comunisti. Per guardare avanti, perché la crisi ci sta dando ragione. È un paradosso pazzesco: la crisi ci da ragione e tuttavia siamo ridotti ai minimi termini. Quando Prc e Pdci assieme fanno il 3% dei voti, è un dato imbarazzante. Possibile che questo dato colpisca solo me?

D. E Rifondazione Comunista ?

R. Io ho grande rispetto per il Prc, ma non posso non rilevare come alla nostra richiesta del 2008 di riunificare i due partiti, Rifondazione abbia risposto con una pulsione tutta interna a quel Partito. Secondo me è un errore. Non possiamo che prenderne atto. E dico di più: la linea del Pdci resta in piedi e noi lavoreremo con quelli che sono disponibili a farlo. Il che non significa mettere in discussione il rapporto con le altre forze della sinistra, anzi: dentro una sinistra più larga, i comunisti devono poter esercitare un ruolo.

D. Ti sento deciso. E’ questa la strada?

R. Ma certo! In fin dei conti le contraddizioni che stanno esplodendo a livello planetario sono talmente enormi che solo un cieco, o uno in malafede, non vede il ruolo che noi potremmo avere. Il capitalismo è forte e pervasivo. Certo, si manifesta in forme diverse dall’800, come è ovvio, ma se uno si va a rileggere i nostri classici, penso innanzitutto agli scritti di Lenin, trova delle chiavi di lettura utili per capire l’attualità. Sapendo che lo scontro planetario oggi, a differenza che nel passato, è prevalentemente sulle fonti di energia e sull’autosufficienza alimentare. Da questo punto di vista la Repubblica Popolare Cinese sta facendo una politica realmente lungimirante, con i suoi rapporti non di rapina con un continente importante come l’Africa. Noi vogliamo interagire dalla nostra periferia con questi enormi fenomeni, o vogliamo stare a guardare? Io credo che vada ricostruito un moderno internazionalismo, e questo passa solo dall’azione dei comunisti.

D. Puoi continuare il ragionamento?

R. Questo in fondo è uno dei terreni unificanti tra i comunisti. Lo scenario mondiale sta profondamente cambiando. Dal Sudafrica, all’America Latina all’Asia. Tutto quello che si muove, va nella direzione di una redistribuzione, cioè in una visione anticapitalistica. Noi, ahimè, viviamo chiusi in un bunker e vediamo il mondo attraverso la feritoia di questo bunker. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire fuori, guardare a 360 gradi. Questo lo possono fare solo i comunisti, perché solo loro mantengono una teoria generale di critica sistemica al capitalismo.

D. Che fare, allora?

R. I comunisti vivono oggi una fase difficilissima. Sarebbe facile mollare. Facile ma profondamente sbagliato. Il pendolo della storia ha consegnato alla mia generazione il compito di mantenere viva un’idea per consegnarla alle nuove generazioni. Da questo punto di vista anche proseguire nella ricerca teorica, nella ri-aggregazione degli intellettuali, facendoli uscire dalle loro ricerche settoriali, per metterli in rete l’un l’altro e dare vita ad una ricerca e ad un confronto permanente e strutturato, è un compito del presente. Una volta c’erano centri di ricerca e di studio marxista di altissimo prestigio. Tutto questo va ricostruito da capo. È un lavoro di lunga lena, ma che dobbiamo ricominciare.

D. In che modo?

R. Abbiamo costruito l’Associazione “ Marx XXI ” per cominciare a lavorare in questa direzione. Dobbiamo tutti impegnarci perché lavori bene, perché questo seme, riposto oggi su un terreno arido, possa germogliare. Sono sempre più convinto che, nello stato in cui siamo, questo nuovo inizio è indispensabile e va fatto con i passi giusti, ad iniziare dal fatto che è prioritario stare in mezzo alle lotte, altrimenti non recupereremo mai la credibilità nelle nostre classi di riferimento.

D. Un’ultima domanda.

R. Immagino sulla Federazione della Sinistra...

D. Esattamente: che ne pensi?

R. Penso che la Federazione della Sinistra rappresenti l’occasione per favorire l'unità d'azione dei comunisti insieme ad altre forze della sinistra. Poi bisogna dire che all’interno di uno dei due partiti comunisti ci sono militanti e dirigenti che non si ritengono più comunisti. Lo dico sommessamente e con rispetto, ma è un dato di fatto che c’è chi lavora per fare un nuovo soggetto politico della sinistra, archiviando la questione comunista.

D. E quindi?

R. Quindi sono sempre più convinto del fatto che la Federazione non deve assolutamente lasciare sguarnito il fronte interno. Insomma, dentro la Federazione i comunisti vogliono giocare un ruolo? Io voglio mettere il mio Partito a disposizione di un progetto di ricomposizione dei comunisti su basi più larghe, che non faccia cessare la prospettiva di una sinistra più larga e di un sistema di alleanze, ma all’interno della quale i comunisti contino, abbiano un ruolo ed abbiano una vocazione egemonica. Lavorerò – lavoreremo - per questo.

India: bombe sui binari, forse 150 i morti. Le autorità accusano i maoisti






Di Daniele Cardetta

Lamiere attorcigliate disseminate tra i binari sabotati della ferrovia del Bengala occidentale restano a ricordare ai presenti il terribile attentato che ha colpito l’India. Almeno 110 i morti accertati, ma il bilancio delle vittime potrebbe aggravarsi ulteriormente e le autorità temono che si potrebbe parlare nel giro di poche ore anche di più di 150 morti.
Ma cosa è successo esattamente sulla ferrovia del Bengala occidentale? Cinque ordigni a bassa potenza sono state ritrovate a ridosso di un binario nello stato orientale di Orissa. Il deragliamento si è consumato con il favore delle tenebre, mentre i passeggeri ne approfittavano per dormire nel tragitto che li portava da Calcutta a Mumbai. Il punto dove è avvenuto lo scontro frontale con un treno merci proveniente dalla direzione opposta è locato in una zona territoriale in mano alla guerriglia maoista, e anche alcuni volantini maoisti sono stati rinvenuti in un edifico non troppo distante dal luogo dell’impatto. I sospetti delle autorità dunque cadono tutti sull’organizzazione paramilitare maoista, ormai ritenuta terrorista dal governo indiano sin dal 2009.
Per quanto ricostruire esattamente la dinamica del terribile incidente non sia del tutto possibile, pare che il deragliamento sia avvenuto per l’asportazione di alcune componenti metalliche che tenevano insieme le traversine del binario.
In tutto il Bengala occidentale ora i treni e i convogli notturni sono stati vietati e il governatore ha chiesto al governo un intervento più energico nei confronti della guerriglia maoista che sta lentamente avendo il sopravvento in molte regioni indiane. Sono più di 20mila i maoisti in armi che stanno mettendo in ginocchio le autorità, e sono diffusi in 21 dei 29 stati dell’Unione indiana.
Questo ultimo attentato, insieme ad altri assalti ai danni dei paramilitari e della polizia, mostrano che la guerriglia maoista sta operando un vero e proprio salto di qualità nel suo assalto allo Stato.

giovedì 27 maggio 2010

Vicina la guerra tra le due Coree, Pyongyang allerta l’esercito




La situazione tra le due Coree è sempre più tesa e i venti di guerra iniziano a spirare in modo sempre più insistente. La Corea del Nord infatti continua a difendersi dalle accuse di aver abbattuto la nave sudcoreana affermando che sarebbe stata proprio la marina di Seul a violare la propria frontiera marittima.

Da parte sua la Corea del Nord continua a minacciare ritorsioni tanto che sarebbe delle ultime ore la notizia che Kim Jong-Il avrebbe allertato il suo esercito mettendolo sul piede di guerra.

Da Pyongyang inoltre sarebbe arrivato anche un annuncio che avrebbe comunicato la rottura unilaterale di ogni rapporto con Seul finchè il presidente sudcoreano Lee Mytng-bak rimarrà in carica. Sarebbe stata inoltre anche stabilita l'espulsione del personale sudcoreano impegnato negli stabilimenti industriali di Kaesong.

Da Pyongyang si ripete nelle ultime ore con insistenza che varie navi sudcoreane avrebbero violato i confini della Corea del Nord, di conseguenza si sono minacciate ritorsioni immediate qualora tali intrusioni dovessero continuare nelle prossime ore. L'ordine di mobilitazione dell'esercito nordcoreano sarebbe quindi arrivato prima delle sanzioni comminate da Seul contro Pyongyang dopo la pubblicazione delle indagini sull'affondamento della corvetta Cheonan.

Pyongyang di fatto ha già deciso di vietare a qualsiasi mezzo sudocoreano di attraversare mari o cieli della Nordcorea scatenando quindi una ridda di voci e di speculazioni sul prossimo inizio di una guerra. Pyongyang dalla sua parte avrebbe infatti solamente la Cina, la quale infatti non si è accodata al coro unanime di condanna contro i toni e le decisioni prese da Kim Jong-Il e continua a premere per una soluzione negoziata della crisi.

Ora non resta che attendere con il fiato sospeso l'evolversi degli eventi sperando che sia a Seul, come Pyongyang, ci sia qualcuno abile a tenere i nervi saldi.

mercoledì 26 maggio 2010

La Giamaica è in fiamme: guerriglia a Kingston tra narcos e polizia




Se avete sempre immaginato la Giamaica come una assolata isola caraibica mèta di turismo e di svago vi siete sicuramente sempre sbagliati o perlomeno fatti fuorviare da superficiali cliché.

La vita nella capitale Kingston non è mai stata tranquilla neanche in condizioni normali, figurarsi poi in questi ultimi giorni, dove la guerriglia divampa a ogni incrocio. La scintilla scatenante è stata la decisione presa dalle autorità di arrestare Christopher Dudus Coke, noto narcotrafficante giamaicano che gode di ampia visibilità e simpatie tra le popolazione. Coke è ricercato anche negli Stati Uniti per droga e armi oltre che per aver lucrato grazie a un business colossale imperniato sulla sua organizzazione criminale chiamata Shower Posse, che avrebbe di fatto ereditato dal padre, ormai deceduto sin dal 1991.

Di fronte al rischio reale di estradizione le gang di Coke si sono scatenate e hanno attaccato ben quattro commissariati di polizia dandoli alle fiamme, nelle strade di Kingston inoltre sono state alzate barricate e sono avvenuti scontri, anche duri, con la polizia.

Dopo qualche giorno di scontri alla fine la polizia ha fatto irruzione nel covo di Dudus Coke, che da Kingston deve essere estradato in Usa. Secondo alcuni testimoni la zona sarebbe stata teatro di una cruenta sparatoria che avrebbe fatto anche numerose vittime e alcuni feriti. La situazione sarebbe talmente grave da aver indotto le autorità giamaicane a proclamare lo stato di emergenza per un mese. Secondo il premier Bruce Golding inoltre la polizia sarebbe pronta a reagire alle provocazioni e alla sfida lanciata dalle bande dei narcos.

La situazione è talmente grave a Kingston che la polizia ha fatto evacuare anche donne e bambini da alcuni quartieri, tutto questo mentre il leader del'opposizione Simpson Miller si è detto allarmato dalla risposta del governo, definita troppo morbida. Da segnalare tuttavia che Kingston è sempre stata una delle capitali del mondo più pericolose, con un tasso di crimini e omicidi altissimo.

lunedì 24 maggio 2010

Texas: dove il revisionismo è di casa


Che nel mondo esista qualcuno che senta dentro di sé un a profonda repulsione contro l'età dei Lumi e della ragione lo si sapeva, ma che esistesse qualcuno disposto anche ad accanirsi contro la propria storia non era così scontato. Tutti costoro in ogni caso oggi avranno una sorta di capitale dove potersi riconoscere, una sorta di capitale dei reazionari di tutto il mondo, il Texas.

In realtà quello che sta accadendo nelle scuole del Texas rasenta il grottesco, eppure è l'amara e triste verità. Innanzitutto nelle scuole dall'asilo fino ai licei per i prossimi 10 anni si dovrà venerare come modello l'alcolista ossessionato dai comunisti McCarthy, una delle pagine più nere di tutto il XX Secolo e non solo in Usa, a detrimento del progressista e liberale Thomas Jefferson, su cui in Texas si è decisa di applicare la damnatio memoriae.

Ma non è finita qui: i revisionisti texani hanno pensato bene di togliere dai programmi scolastici ogni chiaro riferimento alla separazione tra Stato e Chiesa e di accusare le Nazioni Unite, si avete proprio capito bene, di essere niente altro che una organizzazione anti-americana nata per rinnegare il capitalismo.

Ovviamente tali figuri non conoscono nemmeno troppo bene la loro storia dato che le Nazioni Unite sono state fortemente volute proprio dagli Stati Uniti, ma questi non sono che dettagli.

Questo vero e proprio uragano di follia texana lascia interdetti molti e non solo negli Stati Uniti anche perché d'ora in poi milioni di bambini texani studieranno su testi a dir poco ridicoli e infarciti di fanatismo e di esaltazione nazionalista.

Rod Paige, ex ministro dell'Istruzione nell'amministrazione Bush e quindi non certo un comunista, ha cercato inutilmente di opporsi a questo progetto, ma a quanto pare i suoi sforzi non sono valsi a nulla di fronte all'intransigenza dei texani.



di Daniele Cardetta

Tra i tanti deliri che il Board of Texas farà scrivere sui libri di testo anche il fatto che si parlerà di America come repubblica e non come democrazia, parola questa forse troppo insidiosa per i texani. I bambini dovranno avere ben presente inoltre che la separazione tra Stato e Chiesa sarebbe stata frutto di una invenzione della sinistra anti-cristiana. Delirante infine l'esaltazione dell'alcolista McCarthy, morto per cirrosi epatica a 48 anni, il quale è ricordato in tutto il mondo come uno dei fanatici della guerra fredda autore in patria di una colossale crociata che ha rasentato il ridicolo e che ha messo gli Stati Uniti in cattiva luce di fronte all'intero mondo civile.

Ma l'asso nella manica dei texani revisionisti è la crociata a favore del Creazionismo, ovvero il ritorno alla spiegazione biblica della natura e la messa al bando dell'odiatissimo e miscredente Darwin.

Se si pensa che siamo nel 2010 di certo non c'è da sorridere, non fosse che in Texas sta per ritornare un pizzico di medioevo in pieno XXI secolo.

domenica 23 maggio 2010

Thailandia, dopo il sangue ora la riconciliazione




Dopo giorni di guerriglia urbana, di conflitti armati e di minacce nemmeno troppo velate a Bangkok è finalmente arrivato il tempo della pacificazione. Il primo ministro Abhisit Vejjajiva ha annunciato via etere che l'ordine è stato ormai ripristinato in tutta la Thailandia e ha confermato il suo impegno nel promuovere una reale pacificazione.

Il bilancio delle vittime è intanto salito alla cifra provvisoria di 83, e i danni materiali sono ingenti tanto che le camicie rosse dopo essersi arrese all'esercito mercoledì hanno dato alle fiamme uffici e centri commerciali facendo precipitare la capitale nel caos.

Nel frattempo si sta parlando anche di possibili elezioni anticipate, anche se non appare probabile che tali elezioni possano svolgersi a novembre come era ipotizzato prima dell'esplodere della guerriglia per le strade di Bangkok.

Continuano nel frattempo le perlustrazioni dell'esercito all'interno di Hotel e di uffici alla ricerca di ribelli asserragliati o di presunti magazzini di esplosivi e armi abbandonati dai ribelli in tutta fretta dopo la resa.

Intanto al vita sta lentamente tornando alla normalità mentre il coprifuoco dovrebbe essere gradualmente abrogato con il trascorrere delle ore.

venerdì 21 maggio 2010

Venti di guerra sulle Coree




Soffiano di nuovo venti di guerra sulle due Coree. Per l'ennesima volta infatti, proprio quando i rapporti tra i due paesi storicamente rivali sembravano aver imboccato la lenta strada della cooperazione, si sta andando seriamente vicino a una rottura totale e a un conflitto vero e proprio.

Il governo di Seul infatti ha reso noto l'affondamento di una sua corvetta, la Cheonan, in cui avrebbero perso la vita ben 46 persone per via di un siluro lanciato dai militari nordcoreani. Seul ha ovviamente promesso un'azione forte contro Pyongyang mentre le autorità nordcoreane hanno negato con rabbia ogni addebito e sono arrivate a minacciare una guerra qualora Seul decidesse di portare anche a livello internazionale le sue proteste per proporre l'adozione di nuove sanzioni.

L'affondamento della Cheonan sarebbe avvenuto il 26 marzo 2010 e la commissione investigativa incaricata di raccogliere informazioni sulla tragedia avrebbe raccolto le prove, questo almeno stando a quanto si dice a Seul, che inchioderebbero la Corea del Nord di fronte alle proprie responsabilità.

Da parte sua Pyongyang nega in modo categorico qualsiasi coinvolgimento nella vicenda e alza anzi il livello dello scontro non mostrando alcun timore nei confronti delle parole aggressive pronunciate da Seul, e anzi alzando il tiro. Dopo aver definito come "imbottite di bugie" le conclusioni della commissione di inchiesta sudcoreana le autorità della Corea del Nord hanno annunciato l'adozione di "misure forti" fino alla "guerra generale" nel caso Seul dovesse mettere in pratica rappresaglie di qualsiasi natura. A Pyongyang si è anche parlato di "colpo di forza fisica senza pietà", a testimoniare che evidentemente nella capitale nordcoreana si è presa la cosa assai sul serio.

Unanime la condanna dell'Onu, degli Usa e della Gran Bretagna oltre che della comunità internazionale nel suo insieme, segnale questo di un vicino isolamento di Pyongyang. Anche gli Usa hanno fatto sapere di condividere i risultati dell'inchiesta di Seul sull'affondamento della corvetta e di condannare le azioni di Pyongyang in modo deciso. Ban Ki-moon, segretario dell'Onu, ha espresso grande preoccupazione così come il premier del Giappone Hatoyama, la quale ha definito "imperdonabile" l'atto consumato ai danni della corvetta sudcoreana.

Da Pechino invece arriva un richiamo alla moderazione e un invito alla pacificazione; ciò che è certo è che la situazione è incandescente e dopo le minacce di Pyongyang il livello di allerta nella regione è ai massimi livelli.

mercoledì 19 maggio 2010

G8 Genova: cacciate via i poliziotti condannati; tratto da www.nuovasocieta.it





«Ora tutti i condannati devono essere immediatamente rimossi dai loro incarichi ed essere espulsi dalla polizia»: è il commento di Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum (GSF) nel luglio 2001 e di Antonio Bruno, già membro del GSF, dopo la sentenza della Corte d'appello che ribaltando la sentenza di primo grado sull'irruzione nella scuola Diaz ha condannato anche i vertici della Polizia di Stato.«Non è accettabile che la difesa della Costituzione, della libertà e della sicurezza dei cittadini - scrivono Agnoletto e Bruno in una nota - sia affidata a chi è stato riconosciuto responsabile dal tribunale di reati estremamente gravi». «Finalmente dopo nove anni è stata resa giustizia alle vittime della violenza poliziesca, massacrate di botte la notte del 21 luglio 2001 - proseguono i due esponenti politici -. Con la condanna dei massimi dirigenti della Polizia presenti quella notte davanti alla Diaz il tribunale ha riconosciuto le responsabilità della catena di comando di chi ordinò, senza alcun motivo, l'assalto alla scuola Diaz.
Ora, conseguentemente, il governo dovrebbe rimuovere chi allora era ai vertici della polizia e non poteva non sapere cosa i suoi immediati sottoposti stavano facendo».
Ieri la Corte d'Appello aveva letto il dispositivo: un secolo di carcere per 25 imputati su 27.
Prescritti i reati di calunnia, arresto illegale e lesioni lievi, sono rimasti in piedi quelli di falso ideologico e lesioni gravi. Gli imputati sono stati condannati anche all'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Per gli agenti condannati in primo grado, i giudici della corte hanno inasprito le pene. Il procuratore generale Pio Macchiavello, aveva chiesto oltre 110 anni di reclusione per i 27 imputati.
La pena più pesante, cinque anni, è stata inflitta a Vincenzo Canterini, ex dirigente del reparto mobile di Roma, già condannato a quattro anni in primo grado. Quattro anni ciascuno a Francesco Gratteri, ex direttore dello Sco e attuale dirigente dell'Anticrimine e a Giovanni Luperi, ex vice direttore Ucigos e oggi all'Agenzia per le informazioni e la sicurezza interna; entrambi erano stati assolti in primo grado. Tre anni e otto mesi sono stati inflitti Spartaco Mortola, ex capo della Digos di Genova e oggi questore vicario a Torino, anch'egli assolto in primo grado.
Sono passate da tre anni a quattro anni le pene per i «picchiatori» materiali, mentre per coloro che firmarono i verbali e che erano stati assolti in primo grado, la corte ha stabilito pene per tre anni e otto mesi ciascuno.
In fondo all'aula ad ascoltare la lettura della sentenza c'era anche «Coda di cavallo», l'agente filmato durante i pestaggi e identificato soltanto nel corso del processo di primo grado, dopo avere partecipato a numerose udienze, mescolato tra gli agenti. Prosciolti, per intervenuta prescrizione, Michelangelo Fournier, il funzionario di polizia che parlò di «macelleria messicana», pentendosi di quello che era successo, così come Luigi Fazio. In primo grado erano stati 13 gli imputati condannati, soltanto gli autori materiali dei pestaggi, per un totale di 35 anni e sette mesi di reclusione. Erano stati assolti tutti i vertici della polizia. Quella sera del 13 novembre 2008 i no-global e i simpatizzanti avevano accolto la sentenza gridando «Vergogna, vergogna». Questa volta, invece, c'è stato spazio solo per gli abbracci e le lacrime di gioia

martedì 18 maggio 2010

La Galassia della Sinistra






La sensazione di essere "ai minimi storici" per tutte le realtà politiche che si trovano alla sinistra del PD è una sensazione ricorrente e per certi versi reale. Negli ultimi anni si è infatti assistito al lento e inesorabile erodersi di un consenso che nemmeno fino a dieci anni prima veniva dato quasi, e colpevolmente, per scontato.

Ha fatto comodo a molti arrivare a una "semplificazione" del panorama politico italiano, una semplificazione da raggiungere inseguendo un bipolarismo dove proprio non si trova spazio per partiti minori, e verso tale processo hanno remato tanto il PDL quanto il PD di Walter Veltroni. Anche gli sbarramenti (si veda quello del 4% per le elezioni Europee) hanno contribuito a isolare sempre di più la sinistra "extraparlamentare", che ha perso per l'appunto anche ogni rappresentatività all'interno del Parlamento nazionale ed europeo.

Ma vista più da vicino, da che partiti e movimenti è composta questa galassia della sinistra extraparlamentare? e soprattutto quale può essere il suo peso politico dal punto di vista quantitativo e qualitativo? Cercheremo di rispondere a queste domande con una breve panoramica.

Innanzitutto bisogna partire dalla scissione operata all'interno di Rifondazione Comunista per mano di Nichi Vendola, il quale ha creato il nuovo partito Sinistra e Libertà insieme ad altre realtà politiche minoritarie come parte dei verdi e alcuni membri della galassia ex socialista. Rimane poi la sinistra comunista che si mostra forse come il soggetto più dinamico all'interno della galassia della sinistra in quanto ha perlomeno provato a invertire la rotta varando una politica "includente" e non escludente con la Federazione della Sinistra, un progetto che vede collaborare il Pdci di Oliviero Diliberto, il Prc di Paolo Ferrero e il movimento Socialismo 2000 di Cesare Salvi. Considerato che dal 1998 Prc e Pdci si vedevano quasi come rivali, la strada fatta a distanza di circa un anno dal varo della Federazione è già considerevole, anche se bisognerà ancora percorrere un lungo tratto prima di approdare alla concretizzazione di un unico nuovo partito comunista in Italia che possa raccogliere degnamente il testimone del PCI.

Ma la sinistra comunista non si ferma qui; oltre ai partiti "storici" del Pdci e del Prc vi è tutta una galassia di partiti e partitini più o meno organizzati e che contano più o meno aderenti ma che mostrano una certa vitalità. Vista la situazione drammatica in cui versa la sinistra in ogni caso appare perlomeno grottesco apprendere che tra i tanti (ne ometterò di certo qualcuno e dunque chiedo venia in anticipo) partiti comunisti annoveriamo: Alternativa Comunista (con sede a Roma e sito web http://www.alternativacomunista.org/), Sinistra Critica (http://www.sinistracritica.org/) nata per via dell'ennesima scissione interna al Prc grazie a Turigliatto; il Partito Comunista dei Lavoratori (http://www.pclavoratori.it/files/index.php?c3:o644) nato sempre da una scissione dal Prc per mano questa volta di Ferrando; il Partito Marxista-leninista Italiano (http://www.pmli.it/) con sede a Firenze;e i Carc (http://www.carc.it/) con sede a Milano. Vi sono poi altri gruppi presenti nel territorio come ad esempio Lotta Comunista, che ha sede a Torino in Via Bardonecchia, e ha altre sedi in giro per l'Italia ma che non è possibile definire come un vero e proprio partito politico.

Chiaramente non si sta parlando di partiti che muovono migliaia di aderenti, anche perché la Federazione della Sinistra e Sinistra e Libertà, che sono le due realtà principali, a loro volta non se la passano per nulla bene, tuttavia la loro presenza e il loro proliferare è forse la spia di un vulnus che da sempre affligge la sinistra e non solo quella di casa nostra. La tendenza a dividersi e a frazionarsi infatti è insita nella stessa storia della sinistra ed è proprio per questo che ho deciso di dedicare maggiore spazio all'esperimento della Fds. Quello della Federazione della Sinistra infatti, indipendentemente se poi arriverà a buon fine o meno, rappresenta comunque un innovazione all'interno del panorama politico a sinistra del PD in quanto, come abbiamo già detto, rappresenterebbe un primo tentativo di mettere insieme e non di dividere. Riuscire infatti a trovare una casa comune all'interno della quale lavorare insieme avrebbe un valore più politico che quantitativo dato che, lo ripetiamo, non stiamo di certo parlando di partiti dal 10%.

Forse, la via del riscatto passa proprio da qui, dal mettere insieme e non dal dividere

lunedì 17 maggio 2010

2 alpini morti in Afghanistan. Tratto da www.nuovasocieta.it




Due alpini della Brigata Taurinense sono morti e altri due sono rimasti feriti in modo grave nell'esplosione di un ordigno che ha colpito un blindato Lince che faceva parte di un convoglio in movimento verso il nord dell'Afghanistan. Le vittime sono il sergente Massimiliano Ramadù, 33 anni, originario di Velletri (Roma), e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, 25 anni, originario di Grumo Appula (Bari). Tra i due feriti figura anche una donna: Cristina Buonacucina, caporale del 32.esimo reggimento Genio «Taurinense», originaria di Foligno. Il secondo militare ferito è Gianfranco Scirè, 28 anni, di Casteldaccia, un comune in provincia di Palermo. Con le due vittime di oggi sale a 24 il numero degli italiani morti in Afghanistan dall'inizio della missione, nel 2004.

Secondo quanto si è appreso, i quattro militari italiani si trovavano a bordo di un veicolo blindato Lince posizionato nel nucleo di testa di una colonna composta da decine di automezzi di diverse nazionalità, partita da Herat e diretta a Bala Murghab, verso nord. Dalle prime ricostruzioni risulta che il veicolo colpito occupava la quarta posizione lungo il convoglio che era in movimento e si trovava a 25 chilometri a sud di Bala Murghab. Allo stato attuale i soldati italiani dispiegati nella regione ovest del paese asiatico, sono circa 2.800. Il contingente nazionale di stanza a Herat è dal 20 aprile 2010 al comando del generale di Brigata Claudio Berto, comandante della brigata alpina «Taurinense».

Dal prossimo mese di giugno arriveranno circa mille uomini, rinforzi decisi dal governo nell'ambito della nuova strategia fortemente voluta dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama e approvata dalla Nato. Il presidente della camera, Gianfranco Fini, esprime cordoglio per la morte dei due soldati italiani caduti a Herat. «Lo scacchiere internazionale continua a provocare lutti e tragedie. Rivolgo - ha detto Fini aprendo un convegno sulla moratoria alla pena di morte - alle forze armate e alle famiglie dei due militari morti in Afghanistan il senso della più cordiale e sincera partecipazione».

Al comando della Brigata Taurinense di Torino, nella Caserma Garibaldi di Corso Quattro Novembre, sono pochi i militari rimasti: tutta la brigata, di fatto, è schierata in Afghanistan. La notizia dell'attentato è arrivata in tempo reale alla sede del comando torinese della brigata ed ha lasciato scossi i colleghi dei militari uccisi e feriti. «È così...», si lascia sfuggire commosso uno dei loro compagni nei pressi della caserma, al cui comando è adesso il generale Francesco Paolo Figliuolo.

Thailandia: ora è massacro





Il bilancio di lutti e di feriti a Bangkok si aggrava di ora in ora. Nei nuovi scontri tra camicie rosse ed esercito sale infatti a 24 il numero delle vittime e a 187 quello dei feriti dopo tre giorni di scontri e di guerriglia urbana per le strade della capitale.

Le camicie rosse fedeli all'ex premier Shinawatra si sono asserragliate in un quartiere della capitale e chiedono a gran voce nuove elezioni. I soldati del governo hanno risposto colpo su colpo alla guerriglia scatenata dalle camicie rosse e l'esercito ha inoltrato un ultimatum che, qualora dovesse essere lasciato cadere, autorizzerà l'esercito a fare irruzione nell'area occupata ormai dai primi giorni di aprile.

I giornalisti intanto iniziano a lasciare il paese e il clima nella capitale è surreale. Da parte sua il governo si mostra ben deciso a non cedere e annuncia una stretta repressiva contro qualsiasi gruppo armato presente nel territorio thailandese.

I soldati del resto hanno isolato il fortilizio dove si sono asserragliate non più di diecimila camicie rosse, impedendo dunque ai ribelli di poter ricevere cibo e attrezzature dall'esterno. In queste condizioni, e visto anche che il governo ha richiamato in tutta fretta rinforzi dal resto del paese, è molto difficile che le camicie rosse di Shinawatra potranno resistere a lungo.

Ban Ki –Moon, segretario dell'ONU, ha lanciato un appello per una pronta pacificazione, ma sembra che a Bangkok non ci sia nessuno pronto a dargli ascolto, almeno per il momento.

I prossimi giorni saranno decisivi per capire cosa accadrà in Thailandia, nella speranza che non si debba parlare di nuovi caduti.