venerdì 7 maggio 2010

Riflessioni sul Kke di Fosco Giannini; su "L'Ernesto"




Sotto questo piccolo omaggio che il nostro Sito, molto opportunamente, rende al Partito Comunista di Grecia (Kke) vorrei aggiungere solo queste brevi note: nei primi anni ’90 andai – quale membro del Dipartimento Esteri del Prc e quale responsabile nazionale per i rapporti con le forze comuniste e di sinistra europee – al Congresso del Kke, il Congresso successivo alla scissione da destra da parte del Synaspismos. Era un Congresso difficile: la scissione del Synaspismos, condotta da Maria Damanaki su posizioni filo “occhettiane” e volte al superamento dell’autonomia comunista e alla trasformazione del Kke in un “Partito di Sinistra” (l’eterno ritorno, si potrebbe dire, per rimanere nello spirito ellenico e pensando a ciò che avviene da decenni in Itala, dalla “Bolognina” di Occhetto sino all’odierno Vendola e ai suoi variegati simpatizzanti all’interno del Prc, passando per Bertinotti) aveva creato non pochi problemi al Kke, che si era presto ripreso soprattutto in virtù di un davvero vasto e profondo radicamento, specie tra la classe operaia e i contadini.

Al Congresso mi colpì, tra l’altro, una frase del compagno Thanassis Papariga (allora caporedattore del Rizospastis, quotidiano del Kke e marito – purtroppo deceduto – della segretaria generale del Kke, Aleka Papariga e uomo di grandissimo spirito) che mi disse: “Sono così tanti anni che non vediamo un compagno italiano che pensavamo che ormai voi foste un’invenzione della Cia”.

In effetti già il Pci degli anni ‘80 (tutto preso dall’eurocomunismo e poi dai rapporti privilegiati con le socialdemocrazie di Willy Brandt e Olof Palme) aveva molto diluito – come avrebbe poi fatto anche il Prc – i rapporti con il Kke, considerato, sia dall’ultimo Pci che dalla futura Rifondazione, troppo “ortodosso”, poco incline alle “innovazioni” (di Occhetto, della Damanaki, di Bertinotti…).

Oggi siamo di fronte ad un (apparente) paradosso: i partiti dell’eurocomunismo o provenienti culturalmente da esso (italiani, francesi, spagnoli) che snobbavano e prevedevano una fine imminente per i partiti comunisti “ortodossi”, marxisti e leninisti (portoghese e greco in testa) oggi sono al lumicino, vicini all’estinzione. Mentre i compagni greci, portoghesi, ciprioti e ceco-moravi (nonostante la “Lustrace”) sono vivi e vegeti, in crescita elettorale e alla testa delle lotte anticapitaliste e antimperialiste (poiché è di questa natura la lotta che conduce il Kke contro l’ Unione europea).

Rispetto a questo apparente paradosso ci sarebbe da riflettere, soprattutto su un punto centrale: l’abbandono e la liquidazione del patrimonio teorico, storico e politico del movimento comunista aiuta davvero a rilanciare una strategia anticapitalista e antimperialista efficaci e conseguenti o porta piuttosto al declino e alla sussunzione nella cultura e nella prassi della sinistra moderata? Rispetto a ciò che ci dice la storia la risposta appare scontata.

C’è anche da dire che l’odierna capacità di lotta del Kke (che, come si vede, va oggi celermente conquistando simpatie tra i giovani, tra i lavoratori e i movimenti anti Maastricht, anticapitalisti e antimperialisti di tutta Europa) non viene certo dal nulla, non sorge improvvisamente. Questa capacità di lotta (lotta di massa, ben diversa dal radicalismo settario ed estremista, che i compagni greci rifiutano) il Kke la trova nella sua stessa storia, una storia segnata dal grande, eroico tentativo rivoluzionario del secondo dopoguerra (quando il Kke tentò – nonostante Yalta – la presa rivoluzionaria del potere, mettendo a dura prova l’esercito inglese di occupazione, giungendo, con i suoi partigiani armati e le sue bandiere rosse, ad un passo dal centro del potere di Atene, pagando peraltro un enorme prezzo di sangue: 300 mila comunisti morti nella lotta rivoluzionaria e di liberazione nazionale); una storia, quella del Kke, segnata dalla strenua lotta antifascista contro i colonnelli greci che, in combutta con il governo Usa e con la Cia, il 21 aprile del ’67, giunsero al “golpe” e alla durissima repressione antioperaia, antipopolare e anticomunista; una storia, quella dei comunisti greci, contrassegnata dalla resistenza – politica e teorica – ai profondi moti anticomunisti successivi alle derive “gorbacioviane”, al fallimento della “perestrojka” e alla caduta dell’Urss; una storia contrassegnata – anche nell’ultimo quindicennio – dall’ essere stato la guida, la testa – il Kke – delle grandi lotte operaie e contadine che si sono succedute (queste delle ultime settimane non sono certo le prime) in Grecia contro le politiche iperliberiste di Maastricht e contro le guerre imperialiste in Iraq e nella Jugoslavia.

Se oggi i compagni greci che dall’Acropoli occupata possono lanciare un messaggio di speranza e di lotta per i popoli europei e da questi possono essere ascoltati; se oggi possono proporre a tutti i popoli e ai lavoratori europei una lettura dell’Unione europea ben diversa da quella conciliante espressa anche dalla sinistra comunista italiana, e possono parlare -ascoltati – partendo dai fatti e dalle dure condizioni del popolo greco, di “neoimperialismo europeo”; se possono spazzare via le nubi di diffidenza da cui erano stati cosparsi dall’ultimo Pci in odore di “occhettismo”, dal Pds, dal Prc e da certa “nuova sinistra” europea è perché il Kke ha saputo resistere, negli anni durissimi della controrivoluzione successivi all’89, alle sirene del trasformismo di sinistra, mantenendo, attraverso le lotte e l’autonomia politica e culturale, la propria credibilità verso il movimento operaio greco e il proprio radicamento sociale.

di Fosco Giannini su “L’Ernesto”

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